L'eresia nel Medio Evo

Part 16

Chapter 163,858 wordsPublic domain

Ma ci sarà posto anche per questa, perchè fortunatamente nell'_Apocalisse_ oltre alla prima si legge di una seconda bestia, che sale non dal mare ma dalla terra, e in luogo di dieci ha due soli corni simili all'agnello. E fa gran segni, e persuade gli uomini ad adorare la prima bestia, che un tempo fu ferita mortalmente in una delle sue teste, ma ora del tutto è risanata. L'allegoria è trasparente secondo Gioacchino. Questa seconda bestia sono appunto i Patarini, che si danno per i veri cristiani e non sono, e stringono, come già dicemmo, alleanza coi saraceni, i quali un tempo quando al grido di Urbano si riunì la prima crociata (qui sbaglia la data e in luogo del 1079 mette il 1015) furono sconfitti; ma poi si rifecero delle perdite patite, e disfarli oggi torna ben difficile, nè sarà possibile neanche nell'avvenire se non forse colle armi della parola.[606] È chiara la simiglianza di questa nuova bestia col piccolo corno di Daniele (DAN., VII, 8), che ha occhi simiglianti a quelli d'uomo e bocca che profferisce cose grandi. Le due Apocalissi di Daniele e Giovanni si chiariscono a vicenda. Secondo Giovanni, la nuova bestia seduce gli abitanti della terra, e fatta fare una imagine dell'antica bestia, le infonde uno spirito che parli, e così piega tutti gli uomini all'adorazione del mostro, e quelli che vi si rifiutano li uccide. E tutti debbono portare sulla mano o sulla fronte il nome della bestia o il numero del suo nome. Questa imagine della bestia, che parla per bocca dei falsi profeti, è senza dubbio quel re undecimo di Daniele, che (VII, 24) succederà agli altri dieci raffigurati nelle dieci corna, e proferirà parole contro l'Altissimo, e penserà di mutare i tempi e la legge. Codesto re sarà senza dubbio dei Saraceni, ed avrà ai suoi fianchi qualche gran prelato patarino simile a Simon Mago, e rappresentante l'Anticristo di cui parla Paolo. E l'uno e l'altro sono rappresentati nell'_Apocalisse_ da un numero 666, perchè 600 vuol dire le sei età del mondo, 60 la parte che appartiene alla sesta età, 6 il sesto tempo di quest'età.[607]

Concorde con siffatte interpetrazioni è l'altra della gran meretrice (_Apoc._, XVII), con la quale han trescato li re della terra, e del vino della cui fornicazione sono stati inebbriati gli abitanti della terra. Che non s'abbia da intendere in un senso diverso dalla bestia che viene dal mare, lo dicono e il sedere sull'acque della meretrice, e l'avere ella parimenti sette teste e dieci corna. I padri cattolici sogliono intendere Roma, in quanto rappresenta non la Chiesa, bensì la moltitudine dei reprobi, la quale non si raccoglie in un luogo, ma è sparsa per tutte le latitudini della terra. Ed i re coi quali ella fornica s'intendono i prelati, cui è commesso il governo delle anime, e che talvolta per compiacere agli uomini, trascurano il dover loro. Le sette teste sono i regni che furono molesti alla Chiesa nel corso del tempo; Erode, Nerone, Constanzo ariano, Maometto o Cosroe re dei Persiani sono i primi quattro capi. Il quinto è chi cominciò a dar travaglio alla Chiesa nelle lotte delle investiture (Enrico IV). Il sesto è il re undecimo di cui parla Daniele. Il settimo capo della bestia è quello dannato alla morte, spento il quale risplenderà la pace.[608] Le dieci corna, ovvero i dieci re debbono intendersi forse di altrettanti sovrani che van compresi tutti nel sesto re, poniamo ad esempio i successori di quel famoso Saladino, re dei turchi, dal quale non ha guari fu presa la città santa.[609]

V

Tutte quante le interpetrazioni e della _Concordia_ e del _Commento all'Apocalisse_ concordano nel disegno di dividere la storia dell'umanità in sette età. Le prime sei ora rappresentano le epoche ebraica e cristiana insieme, ora la sola cristiana; la settima sta da sè e sarà forse la più breve e di poco lontana dalla fine del mondo. Ma non perchè le due epoche precedenti alla settima si possano suddividere ciascuna in tre parti, non per questo s'ha da dire che non abbiano un carattere unico anch'esse. Noi già sappiamo come la pensi Gioacchino, il quale crede che nella prima epoca abbia regnato il Padre, nella seconda il Figlio, e nella terza sarà per regnare lo Spirito. La storia dell'umanità dunque facendo astrazione dalle più minute suddivisioni in tre grandi periodi si può partire. Il primo in cui si vive sotto il rigore della legge, il secondo sotto il favore della grazia, il terzo nella pienezza della grazia medesima. Nel primo ha luogo la servitù servile, nel secondo la filiale, nel terzo la libertà. Nel primo si vive in timore, nel secondo si riposa nella fede, nel terzo s'arde di carità. Il primo periodo appartiene ai vecchi, il secondo ai giovani, il terzo ai fanciulli. Il primo ai servi, il secondo ai liberi, il terzo agli amici. Nel primo rilucevano le stelle, nel secondo biancheggia l'aurora, nel terzo è giorno pieno. Nel primo domina l'inverno, nel secondo la primavera, nel terzo l'estate. Il primo produsse le ortiche, il secondo le rose, il terzo i gigli. Il primo l'erbe, il secondo le spighe, il terzo il grano.[610] Questi paragoni spargono alquanta luce sugl'intendimenti dell'autore, secondo il quale i tre stati in cui si divide la storia dell'umanità dalla creazione al giudizio finale, hanno un corso continuo; sicchè l'uno nasce dall'altro come da fiore frutto. Nè solo continuo, ma progressivo, dal meno al più perfetto, dal timore all'amore, dalla servitù alla libertà.

Ed agli stati corrispondono gli ordini, che ora sono sette, ora cinque, il più delle volte si riducono a tre, il coniugato, il clericale, il monastico. L'ordine dei coniugati ebbe principio in Adamo e cominciò a fruttificare in Abramo, ed ebbe la missione di crescere e moltiplicare. L'ordine dei sacerdoti prese principio da Uzzia, che offrì sebbene non impunemente l'incenso al signore, e fruttificò con Cristo, che è il vero re e sacerdote. L'ordine dei monaci ebbe principio da S. Benedetto e avrebbe cominciato a gettar frutti ai tempi di Gioacchino.[611] Di questi tre ordini il primo vien paragonato agli animali terrestri che non guardano al di là della terra su cui vivono; ai pesci il secondo, perchè la vita dei santi sacerdoti passa nello studio della scrittura, come quella dei pesci nell'acqua; finalmente agli uccelli il terzo perchè i monaci nella mistica contemplazione si movono liberamente come in aere più salubre. L'ordine dei conjugati in un altro luogo porta l'imagine del padre, perchè non è stato istituito da Dio se non a procrear figliuoli; l'ordine dei sacerdoti è fatto ad imagine del Figlio, verbo del Padre, perchè fu posto appunto per parlare ed insegnare al popolo la via del Signore; l'ordine dei monaci porta infine l'imagine dello Spirito Santo, che è l'amor di Dio, perchè non si può avere in dispregio il mondo e le sue cose se non si è infiammati dell'amor divino, e portati da quello stesso spirito che menò Gesù nel deserto.[612]

Da questi passi ben si raccoglie che cosa voglia intendere Gioacchino. Ei concentra tutta la storia dell'umanità in quella dell'ordine sacerdotale. E nel primo periodo trova leviti che di poco si distinguono dagli altri uomini, e attendono come loro a procrear figli, e della propria famiglia e dei beni terreni sono solleciti. Nel secondo periodo fu vietato menar moglie a quelli che si consacrano al divino ministero, sebbene talvolta per eccezione si conceda. Ma i sacerdoti vivendo tuttora in contatto colla società prendono parte alle passioni e cupidigie mondane. E più si mescolano coi laici e più si corrompono allontanandosi dall'esempio di Cristo. Chi voglia serbarsi puro bisogna che rompa questo contatto e si raccolga come S. Benedetto nel silenzio del cenobio. Così è già cominciato il terzo periodo, in cui i ministri del Signore vengono sottoposti ad una più severa disciplina, nè altra cura hanno all'infuori del cielo, e spente le passioni del secolo, spendono la loro vita nella preghiera e nella contemplazione.

Il primo concetto di Gioacchino è questo senza dubbio, una storia del sacerdozio che cominciato dai leviti, proseguito nel clero secolare, si compia nell'ordine benedettino, riformato secondo una regola più rigorosa. Se non che codesta angusta filosofia della storia, fatta in servigio di un ordine monastico, gli s'allarga tra le mani. E come nel primo periodo l'ordine dei coniugati non rappresenta solo i leviti, ma tutti quelli che vivevano sotto la legge della circoncisione, così l'ordine dei sacerdoti deve abbracciare tutti quelli che vivono sotto la legge del Cristo, e l'ordine dei monaci tutti coloro, cui scalda lo stesso amore delle cose celesti e l'odio delle mondane. La storia dell'ordine sacerdotale diventa per tal guisa la storia dell'umanità, e le opposizioni tra preti e frati acquistano una importanza fuor di misura, e diventano il segno di quella lotta che sarà sempre combattuta fra il passato e l'avvenire.

Per ciò che riguarda i due primi periodi dell'umanità il contrasto secondo Gioacchino è evidente, come è evidente la profonda differenza dei due Testamenti. Differiscono, già dicemmo, le nascite, le vite, le guerre, le vittorie; perchè gli Ebrei nacquero dalla carne, i Cristiani dall'acqua (battesimo) e dallo spirito. Quelli poteano far divorzio dalle loro mogli, questi la debbono tenere presso di sè secondo l'esempio di Cristo, che è sempre lo sposo della sua Chiesa; quelli combatterono per i possessi terreni, questi non tanto per la terra, quanto per la libertà della Chiesa. Ma se tanta è la differenza tra il primo ed il secondo periodo, non deve correrne altrettanta tra il secondo ed il terzo? Nel secondo periodo fu abolita la legge che dominava il vecchio mondo, fu proscritta la circoncisione, furono abolite le vittime di animali, ed al rigore e severità della legge mosaica sottentrò la mitezza del cristianesimo. Pari innovazione dovrà succedere rispetto al cristianesimo, ed a quel modo che il fuoco di Elia consumò la catasta del sagrifizio e ne lambì l'acqua, così sarà mutato l'evangelo, perchè quando sorge ciò che è perfetto, è necessario che l'imperfetto tramonti.[613]

Ma che mai sarà codesto stato nuovo? Quali leggi cadranno, e quali piglieranno il posto delle prime? Come sarà composta la società? ammettiamo per ipotesi che il clero secolare scomparisca, e le funzioni attribuite ai vescovi e parroci sieno indi innanzi esercitate dagli abati e dai conventuali, cesserà forse puranche la divisione tra laici e sacerdoti, e la società diverrà forse un vasto cenobio? E se diventa un cenobio come farà a perpetuarsi? La generazione più saggia, più casta, e più devota sarà forse l'ultima per l'umanità, e dopo questo idillio di pace sarà troncata la storia dell'uomo, ed avrà luogo il giudizio finale e la resurrezione della carne? Il genio profetico intorno a questa dimanda si sarebbe travagliato, ed una pittura fresca e viva di questa nuova società ci avrebbe data a preferenza. Ma il nostro autore non s'estende tant'oltre, e la rappresentazione del terzo periodo dobbiamo comporla noi stessi raccogliendo qua e là sparsi accenni; ma ben ci guarderemo dal dare ai pensieri dell'autore maggiore determinatezza o rilievo che non abbiano.

Il primo carattere di questa nuova epoca è questo, che non ci saranno più misteri, i veli che coprivano l'esatta intelligenza dell'antica e nuova lettera saranno squarciati, e sarà dato cogliere la verità attraverso le molteplici allegorie.[614] Come cessò l'osservanza dell'agnello pasquale allora che fu cominciata quella del corpo di Cristo, così, nello schiarimento dello Spirito Santo cesserà l'ammirazione della figura.[615] Ma se gli uomini vedranno la verità faccia a faccia, non s'ha da credere pertanto che Gioacchino descriva l'età futura come il secolo del razionalismo, nel quale la scienza riporterà grandi vittorie sulla fede. Egli ha scarsa fiducia nella scienza. Ingegno mistico e vaporoso, abborre la precisione e l'aridità del ragionamento. La verità secondo lui resta nascosta ai prudenti e sapienti, e si svela soltanto ai fanciulli, per confondere la vanità della superstizione filosofica. L'argomentazione dialettica non vale quindi se non a chiudere ciò che prima era aperto, o rendere oscuro quello che prima era chiaro. E da essa nascono questioni e contrasti di parole, ed invidie e contese e bestemmie e corruzioni. La fede, come ha dimostrato l'abate di Chiaravalle, è al di sopra dei cavilli della ragione. La scienza non edifica, ma distrugge talvolta, come attestano quegli scribi, che gonfiati di vanità ed arroganza a forza di ragionamenti caddero nell'eresia.[616]

La conoscenza della verità per lui, come per tutti i mistici dei vecchi e nuovi tempi, è la visione intuitiva, alla quale si arriva non per via dell'intelletto, ma del sentimento, non col raziocinio, ma colla preghiera. Epperò il fondatore dell'ordine cenobitico impose l'obbligo di frequenti cori. Tra i suoni che salgono e si ripercotono per le volte del tempio, e i profumi degl'incensi, e le misteriose penombre, l'anima sente e vede ciò di che non può render conto nè a sè stessa nè agli altri. E codesta mistica visione, che ora è privilegio di pochi, forse allora sarà comune a tutti, perchè alle distrazioni della vita attiva succederà il silenzio ed il raccoglimento della contemplativa, a Lia sottentrerà Rachele. In questi pensieri ben si scopre il mistico cenobita non dissimile, come bene avverte il Rousselot, dai Vittorini.[617]

Ma i mistici del secolo decimosecondo non sono meno arditi dei loro avversarii razionalisti, ed in nome del sentimento reclamano la stessa libertà d'interpetrazione, che gli altri chiedevano in nome della ragione. E già sappiamo come Gioacchino spinga troppo oltre i diritti dell'interpetre, e nessuna violenza risparmii alla lettera della Bibbia per salvarne lo spirito. Rimosso l'ostacolo dell'intelligenza letterale, l'interpetrazione allegorica non ha più freno che la moderi. In quest'assoluta indipendenza della mente divinatrice sta la _libertà_ che Gioacchino attribuisce ai nuovi tempi. Cristo sottrasse il mondo ai rigori dell'antica lettera, lo spirito ci deve liberare dai rigori della nuova. Questo cammino dalla servitù alla libertà si riscontra anche nei tre ordini. Il primo passò sotto il giogo dei precetti legali; il secondo fu sottoposto ai travagli della passione; il terzo è destinato alla libertà della contemplazione secondo il testo: _Ubi spiritus, ibi libertas_.[618] Questo è un altro carattere dei tempi nuovi.

Non è a dire che nel periodo cristiano sia mancata la libertà; c'è stata di certo, ma una libertà relativa, chè alle catene dell'antica legge vennero sostituiti più miti legami. Solo nei nuovi tempi sarà data un'assoluta libertà, e il vincolo che stringerà gli uomini e Dio non sarà il timore nè in larga nè in istretta misura, ma l'amore. L'amore governerà gli uomini, ecco un altro segno del terzo periodo. Gioacchino non nasconde nessuna delle calamità del tempo suo, e gli odii che dividevano gli uomini, e le sanguinose guerre, che laceravano in allora la Chiesa, ben prevede che non saranno per cessare; anzi pria che il secondo periodo volga al suo termine raddoppieranno d'intensità. Ma per quanto più gravi sono i mali, altrettanto più vivo è il desiderio della loro fine, ed il vivo desiderio il più delle volte fa tramutare la speranza in certezza. Anche ai nostri giorni in cui un grande statista non dubitò di ripetere: _la force prime le droit_, e le guerre se non più lunghe sono certo più sanguinose e rovinose di prima, ai nostri giorni appunto si fa un gran parlare della lega della pace e degli arbitrati internazionali. Qual meraviglia che in pieno secolo decimosecondo, Gioacchino non vegga nelle calamità e nei tumulti del tempo suo se non un avviamento ad un migliore assetto della società? Egli forse credeva che nelle terribili lotte, che travagliavano l'ultima parte del secondo periodo, i violenti si sarebbero distrutti gli uni cogli altri. E dal nuovo diluvio non sarebbero scampati se non gli animi miti e generosi, che più di sè amano gli altri, ed in ognuno che soffra e preghi veggono un fratello, e con esso si confondono nell'amore di chi a tutti è padre.[619] È un sogno forse che verrà giorno in cui le passioni violente faranno luogo agli affetti più miti, ma un sogno che riposa e ristora, e soventi l'umanità l'ha sognato, ed è probabile che seguiti a sognarlo ancora altre volte.

Questa nova età di pace e di amore Gioacchino la presente vicina, perchè fra non molto l'uomo sarà del tutto purificato, e svellerà dal suo cuore gli affetti egoistici; nè vi sarà più lotta pel mio e pel tuo, e dei beni mondani tutti faranno quel conto che meritano, nè sarà pregiata la ricchezza, come nei periodi precedenti, ma invece la povertà.[620] Non era certo una cosa nova questa della povertà. Il Vangelo, come è noto, fulmina contro i ricchi quelle terribili parole: _È più facile che un cammello entri nella cruna d'un ago, che un ricco nel regno dei cieli_. Ma altro è parlar di morte, altro il morire; e durante tutto il periodo cristiano non solo i laici, ma i preti, e non pure i preti ma i frati si sono mostrati non meno avidi dei loro predecessori. E di tutte le guerre medievali, a cominciare dalle grandiose tra Chiesa e Impero alle minutissime tra una casa di frati e un'altra, non piccola parte delle loro ragioni la ripeteano dal tornaconto offeso. E pure quanto più crescea l'avidità delle ricchezze, altrettanto pel solito contrasto si facea più calda ed insistente la predicazione della povertà. Nella riforma, che Gioacchino fa dell'ordine suo, non entra l'obbligo della povertà; ma secondo lui quello che non poteva farsi al tempo suo, facente parte ancora del secondo periodo, sarebbe accaduto di certo nell'avvenire.[621] Quest'obbligo della povertà sarà imposto ai soli conventuali o agli uomini tutti? Nè Gioacchino, nè i seguaci suoi par che abbiano inteso parlare se non dei monaci soli; ma certo non è escluso che la società tutta diventi un vasto cenobio. Anzi sarebbe necessario che divenisse, perchè il terzo periodo è tenuto per un'età di perfezione, e la perfezione non può ottenersi se non in una vita cenobitica, in cui fossero abolite le classi, gli onori e le supremazie sociali. Tutti sarebbero pari allora non nelle ricchezze, che nessuno pensa ad accumulare, bensì nella povertà, e cesserebbero per tal guisa le invidie e le gelosie. Curioso modo di risolvere il problema del pauperismo, se mai fosse surto al tempo di Gioacchino!

Per compiere il ritratto del tempo futuro ci resta un sol tratto, la castità. Certo a quel modo che nel lontano avvenire saranno spente le cupidigie e le ambizioni, così anche gli appetiti sensuali, ed un'altra fra le molte ragioni delle discordie tra gli uomini sarà eliminata. Non v'ha dubbio che dovrà succedere codesto nel terzo periodo. Gli uomini, da carnali che erano nei periodi anteriori non saranno divenuti spirituali? E la castità non è uno dei doni più spiccati dello Spirito santo? Chi è tutto penetrato dell'amore del cielo può far posto ad amori terreni?[622] Anche qui si nota un progresso notevole dall'Ebraismo a' nostri giorni. Secondo il Vecchio Testamento aveano tutti diritto di tor moglie non solo, ma più mogli financo. Nel Cristianesimo si proibisce la poligamia, il matrimonio si permette ai laici, ma si vieta ai preti, facendo talvolta qualche eccezione; ai monaci poi è negato risolutamente. La riforma infine ed il miglioramento dei secoli avvenire starà nel rinforzare la disciplina, rendere più rigorosa la castità. Ma anche qui si può chiedere se questo divieto assoluto del matrimonio riguardi i preti e i frati soltanto, o tutti gli uomini. E la risposta sarebbe più imbarazzante ancora; perchè se nel terzo periodo gli uomini fossero divenuti così spirituali da non pensare a perpetuarsi, la generazione posteriore a Gioacchino sarebbe stata l'ultima della specie. Ma guardiamoci dal dare ai concetti di Gioacchino maggiore determinatezza di quel che comportino. L'avvenire si mostra a lui sotto un colore fortemente ascetico, nè altra immagine gli soccorre a raffigurarlo fuori del cenobio. Ma più di questo non gli chiedete, che per quanto lo dicano profeta, il futuro non è meno per lui che per gli altri uomini ricoperto di nebbia densissima.

VI

Qual'è l'origine della dottrina che più tardi fu detta gioachimita o gioachita? Il Renan fu il primo a sostenere che se ne debbono cercare le origini nella Chiesa greca. L'abate Gioacchino, ei dice, per tutta la sua carriera fu nei rapporti più intimi colla Grecia. La Calabria, dove egli visse, e dove la sua scuola si continuò per una tradizione appena interrotta, era un paese per metà greco. I suoi principali discepoli, i redattori della sua leggenda, i personaggi profetici, coi quali lo si mette in rapporto, sono greci. Egli stesso viaggia in Grecia più volte per adoperarsi in favore della riunione delle due Chiese, e codesta riconciliazione è il pensiero dominante di tutti coloro che seguono la sua dottrina. Giovanni da Parma passa molti anni presso i Greci, e al termine della sua vita voleva andare a morire tra loro. Tutta la scuola dell'Evangelo eterno da Gioacchino a Telesforo di Cosenza alla fine del secolo XIV non ha se non una sola voce per proclamare la Chiesa orientale superiore alla latina, e meglio preparata alla futura innovazione. Coll'ajuto dei Greci trionferà la riforma della Chiesa carnale dei latini, e questa riforma non sarà altro se non un ritorno alla Chiesa dei Greci.[623] Cotesto è in parte vero, nè si può dubitare che la Calabria fino al tempo di Gioacchino fosse un paese quasi greco. Dacchè Narsete la rivendicò all'Impero fino ai Normanni questa estrema provincia d'Italia rimase sotto l'amministrazione di ministri greci. L'invasione longobarda fu qui arrestata nel suo corso vittorioso, nè i Carolingi vi miser piede, e gli stessi Saraceni, che tra il nono e il decimo secolo fondaronvi qualche colonia, non bastarono a ridurre in loro potere tutta la contrada. E in meno di un anno nell'ottocento ottantacinque per opera del valoroso Niceforo tutte le Calabrie tornarono sotto il governo imperiale. Nello stesso tempo l'imperatore Basilio il Macedone, affrancati tremila schiavi, li mandò a ripopolare alcune terre di Puglia e Calabria desolate nella guerra dei Musulmani,[624] e così greco sangue si mescolò al calabrese, e la lingua greca, già da gran tempo lingua ufficiale del paese, fu anche popolare, ed in greco si scrissero non pure gli atti pubblici, ma benanco le magre cronache, principalmente le agiografie. Nè questo è tutto; fin dal tempo di Leone l'Isaurico, quando scoppiò il movimento iconoclasta, furono sottratti al Papa e messi sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli i vescovati della Sicilia, della Calabria e della Puglia. E per rendere più docili a questo mutamento i vescovi, s'innalzarono ad arcivescovati le sedi di Reggio, S. Severina, ed Otranto. E l'arcivescovo di Reggio, da cui dipendevano tredici suffraganei, fu detto primate della Calabria, come nella novella di Leone il Filosofo dell'anno 887. Più tardi, quando la Chiesa greca ruppe apertamente contro la latina, il patriarca di Costantinopoli Luitprando con editto del 968 impose alle chiese di Puglia e Calabria in luogo del rito latino il greco. Alcune chiese resistettero, ma non poche obbedirono, e molte conservarono il rito greco, anche quando dopo la conquista normanna ritornarono sotto la giurisdizione di Roma.[625] Così le diocesi di Bova ed Oppido, l'arcivescovato di S. Severina[626] e più di tutte la chiesa di Rossano, ove nel 1092 fu ben scelto un vescovo latino, ma gli abitanti non vollero accomodarsi al cangiamento del rito, e tanto s'adoperarono presso Ruggiero, che l'accorto duca acconsentì alle loro dimande, ed il rito greco visse indisturbato fino al 1460, in cui il vescovo Matteo dei minori osservanti lo mutò nel latino.[627]