L'eresia nel Medio Evo

Part 12

Chapter 123,638 wordsPublic domain

Gli anni in cui nasceva il nuovo ordine furono agitati dalle contese tra gli Svevi ed i Normanni, e il De Lauro per mettere in luce il dono profetico di Gioacchino, racconta che egli al tempo in cui avvennero i disastri dello Svevo prevedesse di già la sua vittoria finale, e saputo di queste profezie Tancredi montasse in furore e minacciasse di distruggere tutti i conventi florensi. Ma tutto questo racconto è fallace perchè è fondato sulle lettere di Gioacchino, che non hanno maggiore credibilità di quelle attribuite a Platone. Ed è molto improbabile che il fondatore di un nuovo ordine, il quale dovea combattere contro tanti ostacoli e rivalità rendesse più difficile l'opera sua mescolandosi in negozi politici. È verisimile invece che Enrico VI favorisse la nuova istituzione non in grazia dei sentimenti politici del fondatore, ma ben piuttosto o per il suggerimento di Costanza, donna molto pia, che gran stima facea del santo abate, ovvero perchè l'ordine florense aveva acquistato molto sèguito; e ad una nuova signoria giova promuovere le istituzioni giovani che par che nascano ad un parto col nuovo dominio.

Comunque sia, l'abbazia di Fiore ebbe molti donativi e crebbe così rapidamente, che vivente Gioacchino cominciò a spiccare rami filiali all'intorno. Ma l'austero abate, pur rallegrandosi di queste prospere sorti, volgea non per tanto il pensiero al romitaggio, ove ebbe nascimento il nuovo ordine. E sentendo appressarsi l'ultima ora, ivi fece ritorno, e nella stessa camera, che ricordava le più feconde sue meditazioni, volle chiudere il corso della sua travagliata carriera.

Nella vita di Gioacchino si possono distinguere nettamente tre periodi. Quello del giovane signore che senza prender gli ordini, o ascriversi ad un sodalizio religioso, fa il pellegrinaggio di Terra Santa e tornato in patria imprende l'apostolato della predicazione. Quello del frate cistercense, che divenuto abate, non trova posa finchè non sia libero dal penoso incarco per consacrarsi tutto alla meditazione ed al commento delle scritture. Quello infine del riformatore che mette in atto una parte delle sue idee fondando un nuovo ordine più severo del cistercense, al quale apparteneva. In tutti questi periodi domina il misticismo. Fin da giovane Gioacchino è più sollecito del cielo che della terra, e fugge dalla corte, ove avrebbe potuto conseguire i primi onori, per fare da povero pellegrino il viaggio di Terra Santa. Fin da giovane, quando ancor non era legato da voti religiosi, si consacrò ad una vita aspra ed austera, e già vecchio ricordava con compiacenza le battaglie sostenute e vinte contro le seduzioni della bellezza. Fin da giovane sentì il bisogno di una rinnovazione religiosa, bisogno indistinto ed indefinito, eppure sì prepotente che ancor laico si mise a predicare penitenza. Ma la vita dell'apostolo, che trae seco le genti, colla parola calda, e il piglio risoluto di chi sa dominar le anime, non è per lui, nato più al contemplare che al fare.[495] La lotta lo scoraggia, sebbene non la sfugga, se imposta dal dovere. E chi non ha l'energia e l'ardore del soldato, nè sa piegare al suo volere l'altrui, non move le turbe. Non un riformatore, ma un mistico veggente era Gioacchino, nè in lui riviveva lo spirito di Enrico o di Arnaldo da Brescia. Se non vi si opponessero moltissime dissimiglianze, si potrebbe paragonare ad Abelardo almeno in questo, che al pari del filosofo palatino ei crede di potere agire cogli scritti, se non con le opere, e al pari di lui mette uno studio indefesso nella Bibbia, e pur con intendimento diverso adopera lo stesso metodo dell'interpetrazione allegorica. Ma in opposizione ad Abelardo Gioacchino è una mente mistica, alla quale piace più la penombra della visione, che la chiarezza del ragionamento. Egli non è un filosofo, ma un profeta, e tale lo stimarono i contemporanei, e Vincenzo di Beauvais nel parlare di lui spiega come si possa avere il dono della preveggenza, nè Dante ad un secolo di distanza, lo chiama altrimenti.

Non intendiamo profeta nel senso comune della parola di tale che preconosca i fatti avvenire in tutte le loro particolarità e nell'ordine cronologico con cui si svolgeranno. Di queste volute profezie non abbiamo alcun cenno nell'opera del suo discepolo Luca, che per noi è la fonte più importante, come quei che, inchino a scorgere nel suo maestro virtù soprannaturali, non avrebbe certo taciuto delle profezie di Gioacchino, ove mai gli fossero state note. Nè nelle opere autentiche si trovano le predizioni, ricordate dai suoi biografi; nè se anche si trovassero ci darebbero il diritto di attribuirle piuttosto all'ispirazione divina, che all'accorgimento umano. Imperocchè le profezie che gli si attribuiscono sono queste tre, che da Costanza sarebbe nato Federico II, il futuro e più pericoloso nemico della Chiesa;[496] che fra tre giorni perverrebbe l'annunzio dell'espugnazione di Gerusalemme per gl'infedeli; che infine il figlio di Tancredi sarebbe stato ucciso, spegnendosi con lui la casa normanna. E nessuna di queste previsioni si può dire che ecceda le facoltà umane. Non era difficile trarre cattivi auspici dall'unione della casa sveva colla normanna, ed uno sguardo acuto avrebbe potuto intravvedere i futuri contrasti tra i Papi ed i discendenti di Enrico IV, che divenuti ad un tempo imperatori e re di Sicilia difficilmente avrebbero rinnovato il giuramento di vassallaggio al Papa, prestato dai normanni.[497] Parimente le esperienze fatte dalla seconda Crociata faceano concepire scarse speranze per la terza, perchè il tempo degli entusiasmi era passato da un pezzo; nè s'era più rinnovata quella fermezza e concordia di propositi della prima Crociata.[498] E per quanto crescevano le discordie nel campo cristiano e più che altrove nel regno stesso di Gerusalemme, altrettanto si rafforzava l'impero di Saladino. Parimenti non era impossibile la previsione della vittoria dello Svevo, il quale se patì una prima sconfitta, poteva e dovea scendere di nuovo più forte d'uomini e d'armi; e la fine della dinastia normanna, alla morte di Tancredi, del solo uomo che la seppe ritardare, era per fermo imminente.

Se Gioacchino avesse fatto veramente queste previsioni, dovremmo scorgere in lui l'uomo che conosce da vicino la società in cui vive, nè le splendide ma passeggiere vittorie lo abbagliano, e non vede la meta vicina per desiderio che abbia di toccarla, nè per i vantaggi del presente trascura di porre in calcolo i danni dell'avvenire. Non sarebbe certamente impossibile, che in Gioacchino al misticismo della fede andasse congiunta l'esperienza consumata della vita. Per le sue particolari condizioni ei s'era trovato in contatto colle persone più eminenti del suo tempo, nè sarebbe strano che conoscesse le discordie degli uni, la vanità degli altri, e prevedesse un avvenire molto più buio di quel che i suoi contemporanei si raffigurassero. Anzi in questa previsione la fede mistica e l'esperienza della vita si sarebbero incontrate, ed entrambe avrebbero contribuito a confermare il solitario veggente nella persuasione che bisognasse mutar cammino per ridar la pace e la giustizia alla travagliata cristianità.

Comunque sia di queste previsioni di Gioacchino, nel modo come le abbiamo esposte qui sopra, certo è che nei termini in cui ci son raccontate dai biografi si tradiscono facilmente per tardive e malcaute invenzioni, intrecciate di grossi errori e storici e cronologici. Questi racconti appartengono alla stessa epoca, in cui sotto il nome di Gioacchino andavan pubblicate e visioni e profezie, e gli uomini si consolavano dell'acerbità dei loro mali coll'annunziarne facile ed imminente la fine. In quel tempo nacque una copiosa letteratura pseudoprofetica, che non ha nulla di comune colle opere genuine dell'abate calabrese, ove non si preveggono i fatti avvenire nei loro particolari, e più volte vien dichiarato che solo Iddio conosce il giorno in cui sarà per cominciare il nuovo periodo della storia umana.[499]

Per questo rispetto Gioacchino è di gran lunga inferiore agli antichi profeti. A lui manca quella potente fantasia, che col magistero di grandiose allegorie e di visioni estatiche sa bene anticipare il futuro.[500] Non gli fa difetto certo il profondo sentimento dell'infelicità presente, nè la viva aspirazione ad un migliore avvenire, ma il suo pennello non sa colorire questi lontani orizzonti. Ei non possiede il dono dell'ispirazione profetica come non conosce il segreto dell'eloquenza; ed in luogo di bandire profezie sue si contenta d'interpetrare le altrui. Chi sulla fede di Dante pensasse di trovare nelle opere di Gioacchino le smaglianti pitture di tempi nuovi, ben presto si sgannerebbe. L'abate calabrese non è un profeta, ma uno scolastico e pesante commentatore, il quale per scoprire un lembo dell'avvenire fruga e rifruga nel passato, e non che sciorre il volo pei campi indefiniti della speranza, s'indugia in faticosi calcoli di date e generazioni.

Ma l'effetto che Gioacchino produceva nei suoi contemporanei non possiamo certo vagliarlo colle nostre misure. Il suo commento alla Bibbia era secondo il gusto dei tempi, quelle interpetrazioni sforzate, e che balzan fuori da sottili ragionamenti, avean grande presa sugl'intelletti, ed i riscontri per quanto più strani e tormentosi tanta maggior fede riscotevano. Nè faceva intoppo la sconfinata libertà d'interpetrare allegoricamente quello, che inteso alla lettera non avrebbe dato il senso voluto. Si era da gran tempo avvezzi a questo giuoco, nè faceva certo meraviglia che Sara ad esempio ora s'interpetrasse come il simbolo della vecchia legge, ed ora della nuova, secondo che la si metteva in confronto di Elisabetta o di Agar.[501] E tanto più questi contorti commentarii e questi calcoli artificiosi doveano essere accolti con favore, in quanto che da essi si cavavano risultati rispondenti ai più profondi bisogni del tempo. Il secolo decimosecondo fu travagliato quanto altri mai da gravi lotte e religiose e politiche. Mostrammo nei capitoli precedenti quanto vigore avesse spiegato l'eresia, che pochi anni dopo la morte di Gioacchino fu bandita una crociata per estirparla. Le lotte inoltre tra la Chiesa e l'Impero dettero luogo ad uno scisma lungo e tormentoso, che durò non meno di un ventennio, e se la pace fu alfine composta, tutti prevedevano che non sarebbe durata, e che presto o tardi ricomincerebbe la lotta con maggior furore. Queste discordie perenni, queste battaglie sanguinose si tenevano allora non come una legge inesorabile della storia, ma quale effetto passeggiero e transitorio della corruzione umana, come il segno manifesto dell'appressarsi dell'ultima ora pel vecchio mondo.[502] Non erano ancora spente le paure millenarie, se non che le menti più ardite non osavano più preannunziare la fine delle cose, tante volte indarno aspettata, bensì una profonda rinnovazione sociale. E Gioacchino fu l'interpetre di questi pensieri che ei facea scaturire dallo studio assiduo della Bibbia, e dalla profonda ed instancabile osservazione dei mali presenti. E le sue parole destavano un'eco tanto più larga, per quanto più alto era il posto onde veniano profferite. E non è strano che fossero avidamente credute le previsioni di un uomo eminente, che e per la pietà e la dottrina insieme fu per forza creato abate, e in seguito divenne o fondatore, o almeno rinnovatore di un ordine fratesco.

Le circostanze certamente favorirono assai il progresso delle idee gioachimitiche, e la creazione dell'ordine francescano, e le scissure che ben presto lacerarono quel sodalizio, vi contribuirono non poco. Ma anche prima di quel tempo le ardite divinazioni di Gioacchino levarono grande rumore. Prova ne sia il fatto raccontato da Rodolfo di Coggesale, che capitato a Roma nel 1195 l'abate di Perseigne volle avere una conferenza con Gioacchino intorno alle famose sue profezie.[503] E non meno curioso fu Riccardo re d'Inghilterra, che al dire di Roggero Hoveden fece venire a bella posta in Messina l'abate per conferire seco lui sull'interpetrazione dell'_Apocalisse_.

Noi certo non lo teniamo per un profeta, nè nel significato razionale che si suol dare a questa parola, e molto meno nel sovrannaturale; ma riconosciamo volentieri in lui una mente elevata ed un animo onesto e desideroso del bene. E se non possiamo dividere le sue idee sul corso della storia, non gli possiamo negare un'acuta osservazione delle calamità del suo tempo. E per quanto sieno fantastici i rimedii che ei consigliava di apprestare, non pertanto i suoi disegni per più d'un secolo affaticarono le menti, e certo avrebbero grandemente giovato all'umanità, se il loro valore intrinseco fosse stato pari alla purità degl'intendimenti di chi li pensava.

II

Benchè molte opere vadano sotto il nome di Gioacchino, tre sole sono riconosciute autentiche dai più, la _Concordia dell'antico e nuovo Testamento_, il _Commento all'Apocalisse_ ed il _Salterio delle dieci corde_. Il Preger recentemente ha dubitato anche di queste, ma le sue prove non reggono, come ha bene dimostrato il Reuter, alle cui ragioni in favore dell'autenticità mi sia lecito di aggiungerne qualche altra, che non va trascurata.[504] Ed in primo luogo è da notare col Reuter, che le tre opere sono già citate da Guglielmo Alverniate, morto cinque anni avanti al 1254. Nè ci farebbe meraviglia che qualche altra citazione più antica, frugando meglio negli scrittori medievali, si trovasse. Certo è notevole che il gioachimita Salimbene non citi l'opera principale di Gioacchino la _Concordia_, o almeno che il solo passo riferibile a questa non solo sia sospetto d'interpolazione, ma sbagliato di pianta, stantechè nella _Concordia_ il pontefice Leone I, che arrestò gli Unni, è messo in confronto non con Giosaffatte, come vuole il Salimbene, ma con Asa, le cui preghiere misero in fuga gli Etiopi.[505] Tutto questo è vero. Ma che cosa s'ha da inferire? Che forse il Salimbene non conosca la _Concordia_? No certo, perchè il non citare o citar male non vuol dire non conoscere un'opera, ma non averla sottocchio nel momento che si scrive. Nè tampoco si può conchiudere che il Salimbene conosca la _Concordia_, ma l'abbia in sospetto quale opera spuria, come opina il Preger. Nessuno oserebbe attribuire tanta finezza di critica al Salimbene, e molto meno il Preger, che non ignora il passo della _Cronaca_, ove è citata un'altra opera a parer suo pur anche spuria, l'_Esposizione dell'Apocalisse_.[506] Perchè dunque il Salimbene non avrebbe saputo scoprire questa, se avea già scoperta la falsificazione ben più difficile della _Concordia_? La verità è che il Salimbene non è critico, nè molto nè poco, e sarebbe ben strano che le tre opere maggiori facessero intoppo a lui, che teneva per autentici i commentari a Geremia ed Isaja, la cui falsità era più facilmente riconoscibile. Chè anzi nel Salimbene scorgiamo maggiore predilezione per i libri apocrifi, che cita molto soventi. In un luogo della _Cronaca_ ei ci dice di non aver da gran tempo nè letta nè vista l'_Esposizione dell'Apocalisse_. E noi gli crediamo, che ai francescani andavano più ai versi quelle credute opere di Gioacchino, ove le allusioni ai frati minori erano certe e trasparenti, e più determinate le profezie. Codesta letteratura apocrifa acquistando ogni giorno maggior credito metteva in seconda linea la genuina. Così ci spieghiamo come il Salimbene citi male la _Concordia_. La citazione probabilmente si riferisce non alla _Concordia_, posta in secondo luogo nella parentesi, ma al _Liber figurarum_, che forse era un rifacimento della _Concordia_.[507]

Un altro passo della _Cronaca_ del Salimbene induce il Preger a dubitare dell'autenticità della _Concordia_. Se il frate avesse conosciuto o tenuta per autentica la _Concordia_, come avrebbe potuto dire che Gioacchino non determina l'anno in cui ha da cominciare il terzo periodo; mentre in quell'opera è chiaramente fissato il 1260?[508] Ma anche questo ragionamento non stringe. Il Reuter ha già notato che nel passo di Salimbene non è detto che Gioacchino non assegni il tempo, bensì che alcuni credano di sì, altri di no. Ed io soggiungo che questa doppia interpetrazione era giustificatissima. Perchè sebbene in più luoghi come vedremo, Gioacchino stabilisse il 1260 come anno in cui avrà fine il secondo periodo, pure in altri luoghi mostra di dubitare di aver colto giusto, e se ne rimette ai posteri, che saranno spettatori degli avvenimenti, o a Dio che li ha predeterminati. Si poteva dunque ben dire: Gioacchino dai calcoli fatti sulle generazioni, prestabilisce il 1260; ma l'esattezza del conto ei non garentisce, e niente vieta che il terzo periodo entri o avanti o dopo quest'anno misterioso. Si poteva e dopo il 1260 si doveva dire così, se pur si volea salvare la reputazione profetica del grande abate. Qual meraviglia che il Salimbene accolga questa spiegazione, che rovescia sui cattivi interpetri la colpa, che molti attribuivano a Gioacchino? Al che s'aggiunga che le parole, messe in bocca a Gioacchino per iscusare l'incertezza della determinazione numerica, sono tolte di peso da un luogo della _Concordia_, che facilmente saltava agli occhi e poteva puranche tenersi a mente, perchè si trova nel penultimo capitolo verso la fine dell'opera, in una commovente esortazione ai fedeli.[509] Il passo adunque che il Preger adduceva contro, è forse la prova più decisiva in favore dell'autenticità della _Concordia_ che in questo luogo senza nominarla viene esattamente citata.

Dopo questa discussione potremo sbrigarci più sollecitamente delle altre prove del Preger. In un luogo della _Concordia_, ei dice, viene ricordato Federico per metterlo a riscontro con Assalonne.[510] Non si può intendere, seguita il Preger, Federigo Barbarossa, perchè questi dopo lunghe lotte si riconciliò colla Chiesa, e non morì come Assalonne combattendo contro il padre suo. La citazione si riferisce piuttosto a Federico II, che da tutti i Gioachimiti era tenuto per l'Anticristo, o almeno per uno dei precursori dell'Anticristo. Così la intendeva l'anonimo di Passau, che per questa ragione appunto tiene per ispuria l'opera della _Concordia_. Ma tutto codesto ragionamento cade, quando si voglia leggere col Reuter tutto il luogo che si riferisce a Federigo. Gioacchino avendo già paragonato Salomone, il figlio prediletto di Davide, a Cristo, dovea riscontrare nell'Anticristo il figlio ribelle, Assalonne. Se non che l'analogia non tornava, perchè Davide pianse la morte del suo figlio benchè ribelle, mentre la Chiesa non potrebbe se non rallegrarsi della fine dell'Anticristo. Assalonne quindi non può essere l'imagine dell'Anticristo vero, ma di uno dei precursori, che potè benissimo tornare infesto alla Chiesa, ma non spezzò con lei tutti i vincoli di filiale affetto, e con questo intendimento poteva essere ben citato Federico I, che dopo avere combattuta la Chiesa, tornò nel suo grembo. Certo qualche dissonanza resta pur sempre, ed è vero che Federico non morì combattendo contro suo padre al pari di Assalonne. Ma la congruenza tra il vecchio ed il nuovo Testamento non deve estendersi secondo Gioacchino a tutti i particolari.[511] Ed in ogni modo il disaccordo sarebbe maggiore se si trattasse di Federico II, al quale la Chiesa non perdonò mai nè vivo nè morto, e non che piangere sulla sua fine, giurò un odio pertinace ai suoi discendenti, nè smise se non quando ebbe mozzo il capo sul patibolo l'ultimo rampollo della stirpe odiata.

Il Preger sforzato dalla sua logica demolitrice, deve revocare in dubbio la lettera di Gioacchino, ove citate le tre opere in discorso, vuole che sieno sottoposte al giudizio di Roma, e vi si cancelli tutto ciò che possa parere meno ortodosso. Non è strano, aggiunge il Preger, che scriva a tal modo un profeta, il quale è ben sicuro del fatto suo, e detta sotto l'impulso di una alta ispirazione? Nè la Chiesa avrebbe potuto concedere licenza a chicchessia di pubblicare scritti profetici, la cui portata non era in grado di misurare.[512] Ma nè l'una nè l'altra osservazione è esatta. Gioacchino se pur s'ha da chiamare così, è profeta a modo suo; pieno di scrupoli e d'incertezze. E la lettera ai confratelli è scritta nello stile delle opere delle quali abbiamo già riportato parecchi passi, dove non traluce certo l'arditezza dei profeti e la fiducia nelle proprie forze. Ed i papi che conoscevano per prova la pietà del santo abate non potevano dubitare dell'opera sua; ma ciò non pertanto ingiungevano che gli scritti avanti di pubblicarsi fossero mandati a Roma. Infine dell'autenticità della lettera non si può dubitare, se ne fu tenuto conto nel Concilio lateranense del 1215, appena tredici anni dopo la morte di Gioacchino.

Riconosciuta l'autenticità di questa lettera, segue che sono genuine non pure la _Concordia_, ma benanco l'_Esposizione dell'Apocalisse_ citata dal Salimbene, ed il _Salterio delle dieci corde_. In quest'ultima opera sono esposte alcune opinioni sulla Trinità conformi a quelle condannate nel Concilio lateranense. E l'Engelhardt da questa conformità argomentava che il trattato contro Pietro Lombardo non fosse in realtà se non il primo libro del _Decacordo_. Io riconosco col Preger che questa opinione non regge, perchè l'opuscolo condannato nel Concilio lateranense dovea essere indirizzato nominatamente contro il libro delle sentenze, laddove nel primo libro del _Decacordo_ non è citata alcuna opera. Ed in secondo luogo il _Decacordo_ è opera espositiva, non polemica. Ma se per questo rispetto io sono d'accordo col Preger, non posso acconsentirgli che l'indirizzo di quest'opera sia affatto contrario a quello dell'opuscolo incriminato. Le dottrine intorno alla Trinità, condannate dal Concilio, si trovan tutte nel _Decacordo_, ed il dotto Papebrochio non è riescito di mostrare il contrario. Nè vi manca l'allusione al Maestro delle sentenze, sebbene non lo citi, nè lo combatta di proposito.[513]

Il presupposto dunque del Preger di un'opposizione tra l'opuscolo condannato nel Concilio e il primo libro del _Decacordo_ non regge, e cade per tal guisa tutto il ragionamento costruitovi sopra. Nel _Decacordo_ l'autore è e vuole restare cattolico, ed in moltissimi punti le sue dottrine non sono differenti dalle più ortodosse. Ma è questa forse una prova dell'ipotesi del Preger, che il _Decacordo_ sia stato scritto da un pio Gioachimita nell'intendimento di scagionare il maestro dalle accuse? Non certo, perchè il contraffattore non avrebbe dovuto nè ripetere le accuse contro il maestro delle sentenze, nè sostenere apertamente e senza attenuazioni la dottrina gioachimita della Trinità, già condannata nel Concilio. Più innanzi esporremo questa dottrina, e riporteremo altri passi del _Decacordo_. Per ora ci basterà concludere che il _Decacordo_ è autentico al pari della _Concordia_ e dell'_Esposizione[514] dell'Apocalisse_. Queste tre opere sono legate tra loro, perchè non solo Gioacchino le cita tutte e tre nella lettera al Papa, ma l'una cita l'altra.

Dalla prefazione del _Decacordo_ sappiamo che il primo libro di quest'ultima opera fu scritto quando si trovava nel convento di Casamari, e poi che era stata già composta la _Concordia_ e l'_Apocalisse_.[515] Codesta notizia ci vien confermata da Luca, che ci dice benanco l'anno, a cui si riferisce Gioacchino, il 1182. Ed un'altra conferma la ricaviamo dalla lettera del 1188 di Clemente III, ove è detto che le opere di Gioacchino furono cominciate a scrivere per incarico di Lucio III (1181-1185) e di Urbano III (1185-87).