L'eresia nel Medio Evo

Part 10

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Ma ora si scopriva una strana contraddizione tra il principio e la fine del movimento riformatore, il quale cominciato dal contrastare il fasto, la dissolutezza e talvolta il potere principesco dell'alto clero, finiva col mettere in mano del Papa la maggior copia di ricchezze, onori e potestà mondana. Se al supremo Gerarca è lecito di circondarsi degli splendori di una corte, perchè non debbono seguire il suo esempio e vescovi ed abbati? La riforma disciplinare sarà dunque messa in seconda linea, ed or che nè l'arcivescovo di Milano, nè altro al mondo può fare ombra alla Curia Romana, non si contrasterà più la potestà territoriale dei prelati. E purchè questi riconoscano nel Papa la fonte dell'autorità loro, vivano a lor modo, e camminino pure sulle orme degli Ariberti e dei Guidi.

Per tal guisa i mali della Chiesa s'esacerbavano, e secondo la testimonianza preziosa di S. Bernardo, le intemperanze del clero metteano nuove radici e tanto più profonde, per quanto la Chiesa grandeggiava di potenza e splendore.[413] Nettampoco la quistione politica era risoluta, chè non ostante i trionfi di Canossa la vittoria del Papato vacillava non poco, e dopo tanto battagliare Callisto II, ebbe a sottoscrivere il compromesso del 1122, il quale se chiudeva la grande lotta delle investiture, non ispengeva il germe di nuovi contrasti. Il dissidio tra la Chiesa e l'Impero, insorto una volta non sarà più per comporsi; nè solo colla Germania avrà da battersi il Papato, ma colla Francia, coll'Inghilterra, col Senato di Roma, con tutti quei governi in una parola, che mal tolleravano le usurpazioni e frammettenze del potere ecclesiastico. E queste lotte in quell'età di violenti e rudi costumi tornavano egualmente funeste allo Stato ed alla Chiesa; e minacciavano l'esistenza stessa di ogni civile consorzio.

III

In questo tempo appare nella storia la misteriosa figura di Arnaldo da Brescia.[414]

Il moto patarino ebbe per risultato di togliere in molti luoghi ai vescovi la potestà territoriale che passò nei comuni, e così nacquero quelle repubbliche medievali con consoli e consigli e diritti e pretensioni baronali sui minori comuni. Questo accadde in Milano, e sarà accaduto anche in Brescia, ove però il vescovo non fu spogliato di tutta l'autorità, ma sembra prendesse parte coi Consoli all'amministrazione della Repubblica.[415] Si comprende come dovesse riescire faticoso questo governo misto, nel quale gli opposti elementi si odiavano e sospettavano a vicenda; e come le scissure del governo si ripercotessero nel popolo, diviso anche lui in partiti e fazioni. Uno dei capi del partito antivescovile par che fosse il famoso Arnaldo, il quale benchè prete e frate,[416] s'ispirava alle tradizioni patariniche, tal che pareva in lui rivivesse lo spirito austero degli Arialdo ed Erlembardo, santificati dalla Chiesa.

Questo rigido sacerdote, che al dire dell'_Historia pontificalis_ carnem suam indumentorum asperitate et inedia macerabat,[417] mal tollerava che il clero s'inframmettesse nei negozii mondani,[418] e contro il proprio vescovo, semprepiù avido di maggior potere, levava alta la voce, infiammando il popolo a tal segno, che nel tornare quel prelato da Roma, a fatica potè rientrare nella sua diocesi.[419] Non diversamente s'era condotto un tempo Arialdo, e contro l'arcivescovo milanese e il clero maggiore ben più gravi tumulti avea sollevato nel popolo. Ma ora i tempi eran mutati, nè sulla cattedra di S. Pietro sedevano gli Alessandro II e i Gregorio VII, nè gl'interessi della Corte pontificia del secolo decimosecondo pareggiavan quelli dell'undecimo.

Di queste condizioni consapevole il prelato bresciano s'appellò a Roma contro il mal capitato canonico, e se non ottenne dal Concilio lateranense del 1139[420] la condanna esplicita delle dottrine arnaldiane, ebbe dal Papa quello che più gli premea di conseguire, l'allontanamento del pericoloso oratore. Arnaldo infatti fu deposto con decreto pontificio dall'uffizio suo, e cacciato in bando oltremonti.[421] È dubbio se gli fosse proibito anche il predicare. Ottone di Frisinga lo dice apertamente;[422] ma S. Bernardo non sa nulla di questo divieto; nè forse alla Curia romana premeva di chiudere la bocca all'esule sacerdote, convinta che fuori della patria la sua parola non sarebbe nè cercata nè temuta. Comunque sia, è fuor di dubbio che Arnaldo riparò in Francia, ove secondo Ottone di Frisinga era già stato da giovane per udirvi le lezioni d'Abelardo.[423] E vi tornò appunto in quel tempo, in cui il Concilio di Sens dovea decidere sulle sorti del filosofo palatino, accusato da San Bernardo. L'esule bresciano s'adoperò gagliardamente pel suo maestro,[424] e quando fu pronunziata la sentenza, e l'infelice condannato si ridusse nella solitudine di Cluny, ei restò impavido sulla breccia, ed occupata la cattedra deserta, seguitò ad esporre la Bibbia nello stile di Abelardo, e forse più di lui insisteva sul contrasto tra i primi vescovi della Chiesa, e quelli che allora disonoravano il loro ministero coll'avarizia ed il desio di beni mondani, e alle mollezze del secolo s'abbandonavano, e voleano edificare la Chiesa sul sangue.[425]

Dell'efficacia di questo insegnamento non è a dubitare. Chi l'impartiva, educato agli studii classici, possedeva il segreto dell'eloquenza, che vince le menti,[426] e maggiore autorità dava alle sue parole coll'esempio di una vita intemerata ed austera che imponeva il rispetto anche ai nemici. Talchè S. Bernardo, ben conto dei pericoli che sovrastavano all'opera sua, s'adoperava in tutte le guise per ridurre al silenzio questo nuovo apostolo, pari al maestro per ingegno e dottrina, ma d'animo più gagliardo. Già fin dalla chiusura del concilio con lettere affannose avea sollecitata da Innocenzo II la condanna del palatino e del bresciano insieme; pervenutogli poi il decreto pontificio, che non pure condannava i novatori ma ne ordinava l'arresto,[427] si mise in cerca di chi si prestasse ad eseguirlo. E fallitogli il tentativo presso il re di Francia, dal quale ottenne solo ed a stenti l'espulsione di Arnaldo,[428] si volse al vescovo di Costanza nella cui diocesi s'era quegli rifugiato,[429] pregandolo di far discacciare il ramingo, se pur non gli riescisse di chiuderlo in prigione.[430] Ma non tutti la pensavano come l'impetuoso abate. Nè soltanto l'ordine di arresto non fu eseguito;[431] ma perfino un cardinale di S. Chiesa, e legato per giunta,[432] in luogo di perseguitare il profugo sacerdote, lo accolse ospitalmente, e della sua egida lo ricoperse. E indarno il Chiaravallese gli scrisse una delle sue lettere più ardenti;[433] l'accorto porporato non si lasciò prendere all'amo, chè ei ben sapea discernere gl'interessi della Chiesa da quelli del fanatismo. Pare anzi che con lo stesso legato Arnaldo abbia fatto ritorno in Italia, e che per opera di lui si sia rappattumato col novo papa Eugenio III.[434]

Sembra molto strano che l'esule bresciano, il proscritto da Innocenzo, trovi grazia appo Eugenio, presso quello stesso Papa, che avrebbe dovuto più che altri seguire i consigli di S. Bernardo, stato già suo maestro;[435] e qualcuno potrebbe essere indotto a dubitare della veracità dell'_Historia pontificalis_. Ma la testimonianza del Sarisberiense, come ha dimostrato il Giesebrecht, è fuor di discussione; ed io stimo che si possano sciogliere le dubbiezze, ove si studii più addentro nei fatti.[436]

Non appena assunto al pontificato Eugenio III ebbe dal suo venerato maestro il libro _De Consideratione_, ove è svolta maestrevolmente la quistione del giorno, quella stessa, che solea trattare Arnaldo nelle sue predicazioni, e che oggi si direbbe del potere temporale. S. Bernardo comincia dallo stabilire che la Chiesa non possiede per diritto apostolico; chè gli apostoli non potevano dare quel che non aveano.[437] E se non possiede per sè, mal può farsi distributrice di terre, e giudice di possessi. Quale apostolo mai si attribuì questo potere?[438] Nè tampoco la Chiesa è fatta per dominare, chè a lei non lo scettro, ma il sarchio si conviene; e chiaramente traspare dagli Evangelii il divieto della dominazione mondana.[439] Nè mai Pietro si ornò di gemme o di seriche vesti, nè su bianco cavallo fu portato, nè gli si stringevano attorno soldati e ministri.[440] Ed i possessi e il dominio, e l'aureo manto e l'armi non spettano a chi fu commesso l'umile ufficio di pascere il suo gregge;[441] bensì ai re e principi della terra. Nè giova che l'una podestà invada i confini dell'altra, e meni la sua falce nell'altrui messe.[442] Ma non perchè si spogli di queste mal tolte attribuzioni, la dignità del sommo sacerdote vien menomata. Chè per quanto egli si estolga su tutti gli altri uomini, non può certo farsi maggiore del Signor suo, nè al discepolo conviene usurpare titoli ed ufficii che al maestro non piacque di assumere.[443] E d'altra parte ridotta al solo spirituale l'autorità del Papa non cessa per tanto dal soprastare a quella di tutti i principi della terra; non essendovi alcun re o imperatore, cui come al Papa appartengano le due spade, la temporale e la spirituale.[444] Con questa differenza che quella viene sguainata per suo cenno, ma non dalla sua mano, questa anche dalla mano. La spada temporale deve essere adoperata per la Chiesa, non dalla Chiesa.[445]

Da queste citazioni è facile raccogliere la dottrina di S. Bernardo. Non avendo lo Stato un contenuto morale suo proprio, la podestà terrena fino a che non sia consacrata dal Capo della Chiesa, pare agli occhi del Chiaravallese rude forza non ancora tramutata in diritto; concetto comune a tutto il Medio Evo, e dai ghibellini non meno accettato che dai guelfi. Ma ciò non importa che la Chiesa stessa debba godere autorità territoriale. Superiore a tutti i principi della terra, ella non può discendere al loro livello, nè esercitare un potere materiale come il loro; fonte di ogni autorità, la impartisce agli altri, senza serbare per sè nessuna parte che non sia del tutto spirituale. Il concetto di S. Bernardo dovea menare diritto al vicariato. Il Micado per dedicarsi esclusivamente agl'interessi spirituali tralascia la cura delle terrene cose, la cui amministrazione affida al primo tra i principi del paese. E questi, il Taicun, ha bensì il vero potere nelle mani, ma l'esercita nel nome del Micado.

Non dobbiamo qui dare un giudizio di questo sistema, il più ecclettico che sia mai apparso. Ma certo è che ad Eugenio sorrise non poco, e ben presto messolo in pratica nell'accordo che strinse colla Repubblica romana, si fece restituire dal popolo romano il diritto di sovranità, esercitata dai suoi predecessori, ma nel contempo s'impegnò di trasferirne il potere nel Senato romano, come suo vicario.[446] Non è improbabile che a questo componimento assentisse anche Arnaldo, e per tal guisa spiegheremmo agevolmente come andasse assolto dalle antiche censure, e gli fosse data licenza di starsene a Roma.

Ma non andò molto che si scopersero i vizii di quell'artifizioso congegno, che metteva alle prese due autorità, una di nome, l'altra di fatto. Non conosciamo le scissure che ebbero luogo in quel tempo tra il Papa ed il Senato di Roma; certo è che nella primavera del 1146 Eugenio fuggì da Roma, e l'anno appresso dall'Italia. Fallito così l'accomodamento ricominciò la lotta con maggior vigore. Ormai non era più tempo di mezzi termini, ed Arnaldo riprese il linguaggio antico, e nelle sue calde predicazioni sfolgorava per primo i cardinali, nuovi scribi e farisei che si adunano nel tempio, come in mercato, a trattar di negozii mondani e provvedere al loro fasto ed ingordigia. Nè risparmiava il Papa, a cui negava il nome di uomo apostolico e pastor delle anime; perchè gli apostoli non promoveano incendi e rapine come lui; nè nel sangue fondavano il loro regno spirituale.[447] E da queste premesse diritto conclude non doversi obbedienza nè al Papa nè ai Cardinali, che non sono la vera Chiesa di Dio; nè aversi a tollerare che il Papa rientri in quella città, cui vuole ridurre a servitù, lei la fonte della libertà, la sede dell'impero e la regina del mondo.[448]

Arnaldo era dunque l'oratore della Repubblica, il temuto tribuno che nel breve giro di pochi mesi avea saputo guadagnarsi il favor popolare così da movere le masse a suo talento. Ben comprese il Senato romano di quanto giovamento potesse tornargli questo sacerdote, di vita austera ed intemerata, che spietatamente metteva a nudo le magagne del clero, e ad un profondo sentimento religioso aggiungeva il culto della Roma antica, e la fede invitta nei suoi nuovi destini. E con giuramento solenne Arnaldo ed il Senato romano si strinsero in un patto, quegli di consacrare tutta l'opera sua in servigio della Repubblica, questi di difenderlo a tutti i costi dalle insidie nemiche. L'uno e l'altro seppero mantenere la lor fede.[449] E quando nel 1149 fu costretto il Senato a rappaciarsi con Eugenio, non permise che rientrando il Papa nella città eterna, ne fosse bandito lo scomunicato tribuno. Mirabile fermezza, che permise ad Arnaldo di seguitare a vivere in Roma, ove sarebbe rimasto tuttora se il successore di Eugenio e di Anastasio, Adriano IV, fulminando l'interdetto, non avesse indotto il credulo popolo a chiederne lui stesso l'allontanamento.

Da quel giorno i destini di Arnaldo furon decisi. Indarno i Visconti di Compagnatico lo sottrassero al cardinale Odone, in potere del quale era caduto presso Bricole in Val d'Orcia.[450] Pochi uomini di Federigo Barbarossa bastarono a ritoglierlo ai suoi salvatori; nè il re tedesco, cui premeva di sgombrarsi la via all'incoronazione, dubitò di consegnarlo al Papa. E questi non pago di farlo mandare a morte,[451] ne fece bruciare il cadavere e disperdere nel Tevere le ceneri, _ne a stolida plebe corpus ejus veneratione habetur_, come dice il cronista.[452] Preziosa confessione, che mostra in qual concetto di santità era tenuto il tribuno, e di quanto odio lo rimeritasse la Curia Romana.

IV

Qual'era la dottrina di Arnaldo, per quanto almeno possiamo raccoglierla dalle scarse testimonianze? Noi dicemmo già quali erano le lotte che scoppiarono in quel tempo tra l'autorità religiosa e la civile, e di quanti mali fosse cagione questo dissidio.[453] A questi mali così profondi ed annosi un rimedio solo s'aveva energico, infallibile e tale che li avrebbe tagliati dalla radice, e la grande mente del bresciano seppe scoprirlo. Perchè il mondo abbia pace, ei diceva, fa d'uopo che la Chiesa torni alla purità e semplicità dei tempi apostolici, e ben si persuada che il Vangelo non tollera anzi vieta ai ministri del Signore il possesso di beni temporali, e che i preti e frati renitenti a spogliarsi delle molte ricchezze si danneranno irreparabilmente. Non al clero spetta la proprietà delle terre che ora sfrutta, bensì al Principe o allo Stato, al quale deve restituirsi questa gran massa di beni, perchè sia adoperata in servigio non di una casta, ma della società tutta.[454] Fatidiche parole, che sembrano scritte ai nostri giorni, ma di quei tempi doveano riuscire ben dure ad intendersi. Ricordiamo che prima di Arnaldo un Papa d'alta mente, Pasquale II (1099-1118), a por fine alla guerra con Enrico V, avea pattuito che l'Imperatore rinunziasse alle investiture, e per compenso i vescovi restituissero i lor feudi all'Impero.[455] Ma il pensiero geniale del Papa, benchè meno radicale di quello di Arnaldo, non fu meglio accolto da entrambi i partiti. La società non era ancor matura per queste ardite innovazioni, e come nel 1109 Enrico V ai vescovi tedeschi, tumultuanti nel S. Pietro, dichiarava non desiderare la separazione propostagli dal Papa, così parecchi anni più tardi, nel 1154, il Barbarossa si fa esecutore della vendetta pontificia contro quel sacerdote che sosteneva a viso aperto i diritti dello Stato.

Ma se le idee di Arnaldo non erano conformi allo spirito dei tempi, non per questo si doveano tenere per eretiche. Lo stesso Pasquale II nel trattato stretto con Enrico V avea dichiarato contrario ai canoni, che il clero coprisse un ufficio politico, e prestasse servizio nell'esercito, e si fosse insieme servi dell'altare e della Corte.[456] Nè suonavano diverse le dichiarazioni di S. Bernardo, il quale ben comprendeva come tutte le idee di Gregorio VII non potessero attuarsi di pari passo, essendo il primato politico della Chiesa il più forte ostacolo alla riforma della disciplina. Non fa dunque meraviglia che qualche ecclesiastico abbracciasse le opinioni di Arnaldo, senza credere per questo di venir meno alla sua fede ed al suo ufficio. Questo sappiamo dallo stesso breve di Eugenio III, il quale, com'è stato più volte notato, chiama Arnaldo scismatico non eretico.[457]

E certamente se le dottrine arnaldistiche avessero avuta attinenza soltanto col potere politico o la posizione economica del clero, non potrebbero esser dette ereticali. E dovremmo assentire al Giesebrecht che scagiona Arnaldo di ogni accusa di eresia. Ma non possiamo negare che con quelle dottrine politiche ed economiche strettamente si legavano altre, che non sono rigidamente ortodosse. Arnaldo stesso, come già riferimmo dalla _Historia pontificalis_, sosteneva il Collegio dei cardinali non essere la Chiesa di Dio, il Papa non essere un uomo apostolico, e a lui non doversi nè obbedienza nè riverenza.[458] Non più aspro era il linguaggio degli eretici, le cui invettive, imagini, e citazioni son fedelmente riprodotte dagli arnaldisti. Basta leggere la lettera, che uno di essi il Wezel,[459] scrive a Federico I. I preti d'oggi, ei dice, sono i falsi dottori di cui parla Pietro, che per avarizia mercanteggiano le anime loro affidate, gozzovigliano nei conviti, e gli occhi han pieni di adulterio. Ei son quelli per cui la via della verità sarà bestemmiata, e di loro si può dire essere fonti senz'acqua.[460] Nè possono ripetere con Pietro: _tutto abbiamo lasciato e te abbiamo seguito, o signore_, nè molto meno: _io non ho nè argento nè oro_. Nè di loro si può dire che sono il sale della terra, o la luce del mondo come dice Matteo: ma piuttosto lor conviene il versetto che segue: _se il sale diviene insipido, con che salerassi egli? non val più nulla siffatto sale, se non ad essere gittato via, e calpestato dagli uomini_.[461] Chi dice di credere in Cristo deve camminar come lui, e chi non conosce Dio, e non osserva i suoi comandamenti mentisce. E Cristo stesso disse: _se non farò le opere del padre, non mi credere_. E se a Cristo che fu senza peccato non s'avea a credere senza le opere, come mai si dee prestar fede a costoro, che mal s'avvisano ed operano il male pubblicamente? Come potete parlare del bene, quando siete cattivi? Non ha detto il signore stesso _la vostra fede senza le opere è morta_?[462] E come mai costoro, ingordi di ogni ricchezza, possono ascoltare il primo tra i precetti dell'Evangelo: _beati i poveri di spirito_?

Degli stessi testi si servivano i Catari e si varranno i Valdesi per combattere la supremazia del Papa. Ma da queste premesse traevano agevolmente la conclusione: che se i preti sono ormai così lontani dal Vangelo non si può loro obbedire senza peccato. Il sacerdote, dicevan gli eretici, è capo della Chiesa, ed a quel modo che ove sia infermo il capo, tutte le membre illanguidiscono, così il sacerdote non può essere indegno senza coinvolgere nella colpa sua tutta la Chiesa che governa. Onde egli è come il lievito di cui al dir di S. Paolo, poca quantità empie di sè la pasta tutta. Non si possono servire due padroni nello stesso tempo, secondo Matteo; onde il prete malvagio non può servire Dio, ei che serve il diavolo, nè può essere di quello il degno ministro presso i fedeli.[463] Traevano le stesse conseguenze gli Arnaldisti. A loro non si rimprovera nè il dualismo, nè la metempsicosi, nè l'abolizione delle dignità ecclesiastiche o delle feste e delle pratiche religiose. No, il solo punto nel quale essi differiscono dai Cattolici è questo, che dicono non doversi accogliere i sacramenti dal prete che si riconosce malvagio;[464] tutto al contrario della dottrina cattolica secondo la quale il carattere sacro è indelebile, qualunque sieno le opere del sacerdote, fino a che non abbia avuto luogo la deposizione. E fino a questo punto non è lecito negare obbedienza al sacerdote, e molto meno disdegnare la somministrazione del sacramento. Il sacerdote in rapporto del sacramento non è se non uno strumento passivo, nè perchè si compia il miracolo eucaristico importa che il celebrante sia puro. Anche contro i meriti di chi lo consuma, il pane si converte nel corpo di Cristo; e sia pure indegno il confessore, l'assoluzione che ei pronunzia ha sempre la stessa efficacia di lavare ogni macchia di peccato.[465]

Possiamo dunque concludere che se rispetto agli altri sacramenti Arnaldo e gli Arnaldisti erano ortodossi schietti, nè abbiamo alcuna prova che errassero intorno all'eucaristia; per quel che riguarda l'ordine sacro la pensavano invece tutt'altrimenti dai Cattolici.

Prima degli Arnaldisti erano venuti alle stesse conclusioni i Patarini, i quali nel combattere i preti concubinari o simoniaci, finivano collo sconoscerne il carattere sacerdotale, prima che l'autorità competente si fosse pronunziata. Ricordammo altre volte quel tale di Cambray che predicava intorno al 1077 non doversi obbedienza ai preti simoniaci o concubinari, nè potere essi celebrar messa, nè i fedeli ricevere da loro i sacramenti. Il patarino francese fu giudicato come eretico, e condannato al rogo, e sebbene Gregorio VII protestasse contro la selvaggia esecuzione, e volesse punirne gli autori, pure non si può negare che l'accusa di eresia non fosse niente affatto infondata.[466] Senza dubbio la dottrina del predicatore di Cambray non era diversa da quella che Gregorio VII sosteneva,[467] ed avea fatto accogliere nei varii concilii che si succedettero dal 1059 in poi ma non per questo diveniva più ortodossa,[468] e non andrà molto tempo che la Curia stessa la ripudierà condannando negli Arnaldisti quei Patarini che un tempo avea levati sugli altari.

Se occorressero altre prove della scarsa ortodossia degli Arnaldisti, potrei addurre questa che mi sembra di non poca importanza. Già dicemmo a suo tempo che i Valdesi si dividevano in Poveri di Lione, e Poveri Lombardi. La dottrina particolare di questi ultimi, come apparisce dall'anonimo di Passau, afferma non potere il cattivo sacerdote consacrare il corpo di Cristo, nè Dio discendere alle preghiere di lui. Notammo già nel capitolo precedente, che su questo punto i Poveri Lombardi si mostravano inconciliabili con quelli d'oltremonti. Il che ci fa intravvedere che i Valdesi, venuti in Lombardia e trovati ivi i seguaci di Arnaldo, che al dir dell'_Historia pontificalis_ si chiamavano già eretici lombardi, si fusero con loro, e tra gli altri punti di dottrina questo misero in evidenza, in cui e Valdesi ed Arnaldisti concordavano, che al ministro creduto indegno non si debba prestare nè onore nè obbedienza. Quali conseguenze si possano trarre da questo concetto non è mestieri che dica. Solo noterò che coll'elevarsi il fedele a giudice dei sacerdoti viene scossa dalle fondamenta la gerarchia cattolica, e crollato questo edificio così sapientemente architettato, è aperta la via ad ulteriori e più radicali riforme.