Part 86
[349] BASINI, _Lettere_, pag. 157. — Carlo Cappello, _Lettere_, pag. 210.
[350] Così chiamavasi in Firenze il luogo dove si seppellivano i cadaveri delle bestie.
[351] Varchi, _Stor._, l. 11.
[352] Varchi, _Stor._, l. 11.
[353] Giova rammentare che la _impresa_ dei Castiglioni _porta_ tre cani bianchi in campo rosso.
[354] Il capitano degli Olandesi, conquistata Malacca nel 1614 contro i Portoghesi, domandava al generale dei vinti: «E quando tornerete? — Quando, gli rispose il Portoghese, — i vostri peccati saranno più grandi dei nostri.» — Raynal, _Histoire philosoph._, l. 2.
[355] Il testamento di David, _il re santo_, mette paura. Re III, c. 2, v. 5. «Oltre a ciò tu sai quello che mi ha fatto Joab figlio di Sarvi. — 6 Non lasciare scendere la sua canutezza in pace dentro il sepolcro. — 8 Ecco oltre a ciò appo te Semei, figliuolo di Gera, il quale mi maledisse; io giurai per lo Signore non lo fare morire con la spada; — 9 ma ora non lasciarlo impunito; — fa scendere la sua canutezza nel sepolcro per morte sanguinosa.» — Ecco il legato di David, santo re.
[356] Samuel. 2, cap. 6.
[357] Fra' Ughi dice 2000, e aggiunge di un bel vedere. L'annotatore si scandalizza; ma il frate, a parer mio, la pensava più giusto: Italiani venuti a combattere contro la libertà più detestabili assai erano degli stranieri, e il padre degli oppressi poteva e doveva esultare nel vederli di mala morte morire.
[358] Il Nardi, l. 9 delle _Storie_, «aggiunse: si disse poi che, vivo o morto, ebbe in sepoltura il fiume Tevere.»
[359] Machiavelli, _Il principe_.
[360] _Stor._, l. 12.
[361] _Discorso del sublime di Michelangiolo._
[362] Un umile uomo, sagrestano di San Niccolò, i premi promessi e le pene minacciate disprezzando del pari, salvò Michelangiolo. La storia ne tacque il nome. Francesco Guicciardini conte lo cercava a morte, e va famoso per le bocche dei posteri; ma chi alla celebrità di costui non anteporrebbe l'oblio del povero sagrestano? Ancora i lettori pensino a questo: un conte vuol morto il Buonarroti e non riesce; un popolano lo vuol vivo e lo salva.
[363] S'è vera, apparirà singolare ai dì nostri la cagione della benevolenza di don Ferrante Gonzaga per Raffaello Girolami. Dicono dunque che, avendo don Ferrante infermo un suo figliuolo, Raffaello gli mandasse l'anello di San Zanobi; dal tocco del quale essendo rimasto guarito, il padre consolato gli professasse gratitudine eterna. — Narrasi eziandio che Lorenzo dei Medici spedisse al re di Francia, Luigi XI l'anello miracoloso, il quale mostrando la consueta virtù rese la salute al Cristianissimo; in guiderdone di che, Luigi rimandò l'anello dentro preziosissima cassetta, che, venduta dal Girolami, ne cavarono danaro bastevole a fondare un canonicato in duomo.
[364] Cuoco, _Saggio sulla rivoluzione di Napoli del 1789._
[365] Giacomo Molay, capo dei Templari, condannato al fuoco nel 1305 dal papa Clemente V e dal re Filippo il Bello, li citò a comparire dentro l'anno al giudizio di Dio; ed è fama che ambedue nel termine assegnato morissero.
[366] Bruto, sul punto di uccidersi, disperato gridava: «O virtù, tu sei una vile schiava della fortuna!» (PLUTARCO.)
[367] _Stor._, 12.
[368]
Se mai continga ch'il poema sacro Al quale ha posto mano e cielo e terra, Sì che mi ha fatto per più anni macro. . . . . . . . . . . . . . . . .
(DANTE).
[369] Samuel, l. 1, c. 4.
[370] Pirro, re di Epiro, ecc.
[371] Lucio II.
[372] Tanto calcolano essere a un dipresso il numero delle creature umane nel mondo.
[373] «Cominciati i nuovi fiorini a spargersi per lo mondo, ne furono portati a Tunisi in Barberia e recati dinanzi al re di Tunisi, che era valente e savio uomo; sì gli piacque molto, e fecene far saggio, e trovolli di finissimo oro, e molto li commendò... e veggendo che era moneta di cristiani, mandò per gli mercanti pisani, che allora erano là franchi, e molto innanzi al re, ed eziandio i Fiorentini si spacciavano per Pisani in Tunisi; e domandògli che città fosse tra i cristiani quella Fiorenza che faceva i detti fiorini. Risposero i Pisani dispettosamente e per invidia dicendo: Sono i nostri Arabi fra terra; che tanto viene a dire i nostri montanari. Rispose saviamente il re: Non pare moneta di Arabi; o voi Pisani, qual moneta d'oro è la vostra? Allora furono confusi e non seppono che rispondere; e domandando se v'era alcun fiorentino mercatante, trovovvisi uno d'oltrarno, che aveva nome Pela Balducci, uomo discreto e savio. Lo re domandò dell'essere e dello stato di Firenze, cui i Pisani facevano loro Arabi. Lo quale saviamente rispose mostrando la potenza e magnificenza di Firenze e come Pisa, per comparazione, non era di potere nè di gente la metà di Firenze, che non aveano moneta d'oro, e che il fiorino era guadagnato per li Fiorentini sopra loro, per le molte vittorie avute.» Villani. _Stor._, libro VI, cap. LV.
[374] Il medico Petti del Casentino spese più d'ogni altro il tempo e l'esperienze per giungere a capo di simile trovato, ch'egli reputava infallibile.
[375] _Æneid._, l. 6
[376] Con tutto che si fosse perdonato a ognuno, Malatesta aveva ritenuto Benedetto da' Foiano, teologo e predicatore unico, e fra' Zaccheria, ambedue dell'ordine di san Domenico, osservanti della congregazione di Toscana; il che aveva fatto per far cosa grata al papa, per essere stati acerrimi nemici di Sua Santità e difensori con l'esortazioni e predicazioni loro del governo popolare; e Malatesta aveva già incominciato a tormentare fra' Benedetto. — Frammento di Lettera anonima attribuita all'oratore veneziano. _Documenti su_ _l'assedio di Firenze_, pag. 324.
[377] Nel 1839 in Perugia fu pubblicato un libro di Giovambattista Vermiglioli professore, col titolo di: _Vita e imprese militari di Malatesta IV Baglioni_; nel quale per bene tre volte si lacera il mio nome e l'opera mia perchè ripetei quello che nessuno nega, e tutti, così antichi come moderni, confessano il tradimento del Malatesta: anzi neppure il Vermiglioli lo nega; se non che sostiene che a fin di conto ei lo fece per vantaggio di Firenze, ond'è giusto che gliene debba venire piuttosto lode che biasimo. Giova trascrivere in proposito quanto gravemente dichiara l'Alberi in fine della corrispondenza dell'oratore veneziano Carlo Cappello intorno l'_Assedio di Firenze_: «che dove pur fosse vero quello ch'è ad esuberanza provato, che cioè i Fiorentini non avessero potuto venire a capo di quella impresa l'obligo strettissimo dell'uomo che aveva giurato di dare _non che le sostanze la vita_ per quella causa era di morire combattendo o dimettersi da quel comando. Ma il convenire e dargli lode di avere parteggiato co' nemici e trattenuto i Fiorentini dal venire a battaglia anche quando egli, il Malatesta, credeva che avrebbero potuto uscirne vittoriosi (pag. 115-116), e ciò per lo specioso titolo che quel popolo fosse poi per cadere nei pericoli delle discordie intestine, è tale spregio per la virtù che volentieri mi persuado non essersi dallo scrittore intesa la importanza delle sue proprie parole.» Ma vi è di più; neppure _parto di furibonda fantasia_ possono dirsi gli ultimi momenti della vita del Malatesta quali vennero da me descritti; imperciocchè nelle _Cronache_ del padre Giuliano Ughi minore osservante si legga quanto segue: «Partì Malatesta da Firenze e portonne seco molte bocche di artiglierie dei Fiorentini con grande quantità di danari, e pigliando la via verso Siena, fece peggio a San Casciano, a Poggibonsi e a Staggia che non havevano fatto i nemici Spagnuoli e Lanzi. Giunto a Perugia, incominciò un superbo et egregio palazzo al quale pose nome Firenzuola perchè lo faceva dei danari rubati alla Signoria et alli poveri soldati di Firenze; ma la divina giustizia non glielo lasciò vedere finito, perchè poco dopo un anno s'infermò di crudelissima malattia della quale morì come disperato: perchè appresso alla morte gli scoppiò un occhio con tanto strepito che si udì a più di 30 braccia lontano; e poco dopo gli scoppiò l'altro. Così rendè l'anima al diavolo (come si crede) andando a stare con Giuda e gli altri traditori. — Morì a Betona il 24 dicembre 1531 la vigilia di Natale, che cascò in domenica.»
Nè mancarono commozioni della natura le quali nella mente dei popoli confermarono l'opinione della grande ira di Dio che provocò sopra il suo capo cotesto scellerato; imperciocchè certo cronista perugino racconta come nella notte in cui passò il Malatesta «Vinero vente grandissime, cioè piovose, che non solo demustrò, che scoprì e tette e quante case se dimustraro verso el ditto vento, et portava le persone da locho allo altro, talchè come fu cessato, per le strade non si potia porre piè en terra, che non se calcasse el copertimo e rotto, et en quella notte venne pioggia, grandina e molte altre signale.» A cui piacesse avere un saggio della dettatura del professore Vermiglioli volentieri io gli porrò qui sotto una sua nota, affinchè si soddisfaccia: «Chi si sentisse voglia di grandemente adirarsi legga la relazione della ultima infermità e della morte di Malatesta nel romanzo di D. Guerrazzi. Egli la coniò a suo modo nella pazzesca e furibonda fantasia con la quale coniò l'opera stessa dell'_Assedio di Firenze._ Imperciocchè anche in quella narrazione la menzogna, l'audacia, il mal talento e la più sfrontata insolenza prendono il luogo della verità e vanno riunite a più modi volgari e triviali di espressioni e modi più acconci a narrare le vergognose crapule delle più vili taverne che la morte di un illustre capitano il di cui valore e militare scienza si celebrarono da tutti gli storici italiani!» Così i professori nel 1859, nè io credo troppo diversi adesso; ma la specie scema e, a Dio piacendo, cesserà del tutto, sicchè di tale maniera libri si conserveranno nelle librerie per maraviglia come nei musei, le ossa fossili delle bestie antediluviane.
[378] _Iliade_, lib. 9.
[379] _Apoc._, XIV, v. 15.
[380] Sant'Ulfrido svedese chiamò intorno al cerchio degli scudi che gli facevano attorno i suoi prodi i tre bardi che lo seguitavano e disse loro: «Qui state e vedete quanto opererò di glorioso, onde, cantandolo, non abbiate bisogno udirlo dalla bocca altrui.»
[381] _Apoc._, cap. XX.
[382] _Vixere fortes ante Agamemnona multi_ (Hor., lib. IV, od. 8).
[383] Questo fu scritto nel 1855; oggi promettono emendare il danno. Dio lo voglia; staremo a vedere; se noi camminiamo con la valigia davanti, non ne abbiamo colpa; perchè il cane scottato dall'acqua calda ha paura della fredda. Basta; fatto il miracolo, venereremo il santo.
Genova, 15 gennaio 1859.
Passarono dieci anni come l'acqua nelle grondaie. _Beati quia quiescunt_, esclamò Lutero entrando in un camposanto; ormai non ci avanza, che il desiderio di Lutero.
Livorno, 15 aprile 1869.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (gagliardia/gagliardìa, pendio/pendío e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.