L'assedio di Firenze

Part 85

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[278] Tutti i particolari di queste memorabili fazioni di guerra non si sono potuti riportare senza distendere a soverchia lunghezza il racconto: di questo però vada persuaso il lettore, che il Ferruccio, il quale pure aveva veduto le battaglie tra Spagnoli e Francesi nel regno, scrivendo ai Dieci li chiariva «da tre anni in qua non essersi vedute maggiori battaglie in Italia.» Nel giorno 13 giugno tre furono gli assalti: il primo con dodici compagnie, il secondo con diciotto, il terzo con venticinque, combatterono dall'alba fino alle 23 ore di sera, e dei nimici morironvi 400, altrettanti i feriti: ai nostri mancò la munizione di polvere. Il Ferruccio rimase ferito nel secondo, non già nel primo assalto: molti dicono di una sola ferita: il Varchi ne parla in plurale: nella lettera del 6 luglio scritta dai commissari di Volterra ai Dieci, oltre la percossa ricevuta alla batteria, si rammenta la cascata da cavallo: e il Diario dello Incontri riporta del pari di una mala ferita che si fece al ginocchio, per esserglisi abbattuto sotto il cavallo mentre con gran impeto si spingeva ad ammazzare un Volterrano che vide starsene scioperato invece di accorrere ai bastioni: alla quale si aggiunse la febbre: — e si fe' portare dove si combatteva per essere veduto dai soldati. Questo secondo assalto incominciò il 21 giugno, un'ora prima del giorno; dopo 500 cannonate che atterrarono in più parti le mura riparate con botti, materasse e terra, alle ore 20 salirono all'assalto: tre volte si spinsero su la breccia, e tre furono respinti così duramente che dopo quattro ore si dettero alla fuga lasciando sul campo 800 tra morti e feriti. Quando l'esercito imperiale si partì con tanta vergogna, i Ferrucciani gli corsero dietro menando rumore con teglie, padelle e corni, dicendogli villania. — Fabrizio aveva tratto seco 500 fanti e 5000 cavalli: il marchese 4000 fanti: bagaglioni e marraioli non si contano.

[279] Ai traditori era costume di sfasciare una lista di cima in fondo della casa che abitavano; nell'assedio ciò fu praticato contro in casa di Baccio Valori (Varchi, _Stor._)

[280] Manni, _Vita di Lapaccio da Montelupo_.

[281] «Nous revinmes a Paris, où madame de Chèvreuse ne fut pas plus tòt arrivèe qu'on apprit l'exècution de monsieur de Chalais, qui fut fort cruelle, parce que, ayant fait evader le bourreau, on fut obligè de la faire faire par un soldat, qui le massacra de telle sorte qu'il lui donna vingt-deux coups avant de l'achever. Madame de Chalais, sa mere, monta sur l'èchafaud et l'assista courageusement jusqu'a la mort.» (_Mémoires de M. de La Porte_, valet-de-chambre de Louis XIV.)

[282] _Le perfectionnement moral_, l. 3, sect. 2, chap. VI.

[283] Matth, c. XI, v. 16.

[284] Matth. c. XXVII, v. 51.

[285] Voyeur-Collard.

[286] Samuel., c. VIII.

[287] V. Cousin; e più dure parole gli si risparmiano per la pietà che ebbe di provvedere in tempi anco più maligni di questi onorato sepolcro a Santorre Santarosa spento a Sfatteria presso Navarino.

[288] _Memorie del calcio fiorentino_, tratte da diverse scritture e dedicate alle AA. Serenissime di Ferdinando principe di Toscana e Violante di Baviera. — Firenze, 1688.

[289] _Iliade_, lib. 23.

[290] Lib. 8.

[291] Lettere ai Dieci del 14 ottobre, 19 dicembre et 7 marzo 1529, dove si legge: «Ne ho fatti tre capitani...; uno di questi si chiama Pietro Orlandini... et non lo crederia ricompensare a donarli un castello in modo si è portato.»

[292] Nell'_Apologia di Cappucci_ d'Jacopo Pitti, p. 367, si legge; «Di questa fellonia ne ricevè il capitano Piero dai Medici 6 ducati il mese di provvisione (e non furono troppo!) e il Giugni se ne andò per vergogna a finire la vita in Maremma di Pisa, essendogli stato detto da Alessandro Vitelli nel palazzo dei Medici, dove egli compariva come benemerito: — Addio, messer Andrea; voi ci deste quell'Empoli.»

[293] Varchi, _Stor._, l. 11; MS. dell'_Ambascieria di Baldassare Carducci in Francia_ presso Gino Capponi; Nardi, _Storia_.

[294] Luigi Alamanni, comunque accolto e onorato dal re Francesco, tanto non potè trattenersi, che nella satira II non gliene facesse rimprovero:

Non fu peccato il mio parer sì lieve Non ricovrar quel dì la bella donna, Che per voi troppo amar giogo riceve.

[295] Di Francia non possiamo essere nemici mai; però non a fine di rimbeccare gli svergognati scrittori che le nostre rose, tristi o stupidi, e forse ambedue, appo i Francesi bistrattano, dei quali io so che i dabbene di cotesto popolo hanno onta e gravezza, ma sì a chiarire quale di noi ab antiquo abbia fatto governo la Francia, e vedano se meritiamo che un giorno ci dia mano a rilevarci, io porrò alcune citazioni intorno alla fede di Francesco I re gentiluomo, com'egli vantavasi.

Nel maggio del 1529 Baldassare Carducci oratore fiorentino domandandogli: «E noi, venendo Cesare, che abbiamo adunque da fare?...» Il re rispondeva: «Non vi abbandonerò; noi siamo una cosa stessa.» Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano a Firenze, pag. 25. — Nella Legazione di Baldassare Carducci in Francia ms. presso Gino Capponi si legge: «Stringendo più volte questa maestà a ricordarsi della devozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta efficacia dimostro l'obbligo che gli parve avere con quelle che non si potria dire più; affermandomi non essersi mai per fare alcuna composizione _senza total benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua._ Ed ultimamente mi ha ripetuto queste medesime ragioni di assicurazioni il gran maestro, ricordandogli io il medesimo, dicendomi: _Ambasciatore, se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo di onore, anzi ch'io sia un traditore._» Ancora, il medesimo Carducci scrive che Francesco I «nel consiglio voltandosi a ciascheduno di noi con le più grate ed amorevoli parole che si potesse immaginare, ne assicurava di _voler mettere la vita e abbandonare il riscatto dei figliuoli per la conservazione degli stati di ciascuno dei collegati._»

Poco dopo il povero uomo, che giurista era e non uso a pescare nelle torbide acque delle corti, tutto smagato, avvisa: «Io non posso senza infinito dispiacere di animo significare l'empia ed inumana determinazione di questa maestà e suoi agenti in questo trattato di pace stretto contro mille promesse e giuramenti del non concludere cosa alcuna senza la partecipazione degli oratori, degli aderenti e collegati, come più volte si è per me scritto e significato alle signorie vostre e per gli altri oratori ai signori loro. E nondimeno, senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grandi solennità ed altre dimostrazioni di allegrezza _senza includere alcuno._.. Talchè sarà una perpetua memoria alla città nostra e a tutta Italia quanto sia da prestar la fede alle loro collegazioni, promesse e giuramenti.» (Lettera ai Dieci, 5 d'agosto 1529.)

Nella medesima lettera più oltre: «Confesso veramente in questo potermisi imputare avere prestato fede a tante affermazioni di non concludere mai senza collegati, ma parimente e più hanno peccato tutti gli altri oratori, i quali hanno dato ai loro signori molta più certa speranza che non ho dato io alle signorie vostre. E parmi avere ad essere scusato ricordando alle signorie vostre l'ultima asserzione del re, dove si trovò Bartolomeo Cavalcanti, e come anco per una sua avranno inteso, cose che certamente avrebbero ingannato ogni uomo, visto che espressamente e con giuramento disse non essere mai per comporsi con Cesare altrimenti, e piuttosto voler perdere i figliuoli che mancare ai confederati.»

E tutto questo non basta: allora, come sempre, i Francesi trascorsero all'ira e alla minaccia contro quelli che non si volevano lasciare tradire pei comodi loro; imperciocchè l'oratore veneziano avendo detto al gran maestro che alla sua repubblica bastava l'animo difendersi sola, nè per fargli piacere avrebbe lasciato le cose di Puglia, anzi nel presagio di _decezione_ avere già mandato 50 galere ad Otranto per tenerle ferme, quegli rispose: «Guardate che, non avendo voi un nemico, non ne abbiate due.» Medesima lettera.

E questo accordo era già fatto, perchè il Trattato di Cambray non solo conteneva il patto dell'abbandono delle cose di Puglia per parte dei Francesi, ma sì anche che, intimati i Veneziani a sgombrare il regno, caso mai non avessero obbedito, il re di Francia avrebbe sovvenuto di 20 mila ducati il mese l'imperatore per cacciarneli a forza. (_Documenti_, Molini, Documento 302.) Abbiamo visto che Francesco I non rendeva i danari imprestati, onde i Fiorentini non si potessero aiutare; — nè volle fermarsi qui, che, udendo come i Fiorentini di Lione stessero per mandare 50 mila ducati a casa, emanò un perfido bando proibitivo sotto asprissime pene di portare fuori del regno argento ed oro monetato. (Lettera di Carlo Cappello pag. 202.) — Così non restituiva i danari nè gli lasciava dare.

Indi a breve mutò il re di Francia, e allora, essendo morta Firenze, aizzò Siena per far morire anch'essa. I Francesi dove toccarono fin qui spensero. — Enorme cosa parve anco ai partigiani di Francia il trattato di Cambray; e Iacopo Pitti nell'_Apologia dei Cappucci_, pag. 368, 369, s'industria rovesciarne la colpa sopra «i cattivi ministri corrotti dal papa, che fece cardinale il vescovo di Tarbes fratello di Grammonto, principale consigliero del re, al quale avendo egli data commessione che spedisse subito per la gente domandata dal Carduccio, non ne fece altro, andando pochi giorni di poi a trovare il re in campagna, con lettere finte come i Fiorentini erano tanto stretti dalla fame che trattavano l'accordo, e però aveva sospeso l'ordine di spedire la gente di arme, acciocchè sua maestà non s'inimicasse col papa nè con Cesare, senza il benefizio degli amici fiorentini. Il che creduto agevolmente dal re seguitò nelle caccie, ma sopraggiunto dall'oratore dolente di tanta tardanza, gli manifestò la cagione: la quale mostra in contrario da lui, con assicurarlo che in Firenze era da vivere per due mesi, allora fu di nuovo data... la commessione: il quale con la medesima astuzia fermò un'altra volta quel re.» E poco dopo: «Come il re intese che egli (il Ferruccio) si metteva in punto con le genti raccolte in Pisa, si pelava la barba temendo che non fosse dalla fazione francese seguitato in Italia.» Traveggole di partigiani sono elleno queste; Francesco I sapeva bene e meglio quello che accadeva in giornata a Firenze, e rimane lettera nobilissima del vescovo di Tarbes oratore di Francia a Roma a cotesto re dove lo ragguaglia di ogni cosa. Merita cotesta lettera sia divulgata, ed io lo farò per ora di sunto e traducendo, però che nell'originale sia lunga troppo ed a comprendersi difficile; ha la data dell'aprile 1530; fu estratta da G. Molini dalla Libreria reale di Parigi, e occorre stampata nell'Appendice IX dell'_Arch. Stor. Ital._, pag. 473. L'oratore racconta come avessero dato ad intendere al papa che gli avrebbero condotto Firenze a chiedergli perdono con la corda al collo, ma che per ciò conseguire ci era bisogno di quattrini e di molti: però che il papa improvvido di partiti, aveva fatto disegno di vendere fino a 26 cappelli cardinalizi per cavarne un 600 mila ducati; dalle quali cose l'oratore, commosso, si era condotto il lunedì santo al papa; a cui chiesta licenza di aprirgli l'animo suo come cristiano, prete, vescovo, epperò suo sottoposto, non già come oratore, ed ottenutala disse, essere stato _mirabilmente sbigottito_ per la impresa di Firenze pensando alla fama di lui papa e al grado eccelso che occupava, e più poi della tenacità nel proseguirla, correndo per le bocche dei soldati il detto, avere loro dato il pontefice carta bianca di fare di ogni erba fascio: considerasse che da ciò non poteva ricavarne altro che spesa, travaglio, fastidi, amaritudini e disgusto; perchè di avere Firenze per fame bisognava deporre il pensiero, ed egli poterlo accertare che ci era vittovaglia fino a novembre, durante questo tempo donde trarrebbe i quattrini? Bene avere inteso ch'egli pensava cavare 4 o 500 mila scudi dalla creazione dei cardinali, ma considerasse che con questo partito spianterebbe la Chiesa, perchè, oltre ai vituperii che poteva aspettarsene dai luterani, egli metterebbe tal peste nel collegio che di qui a cento anni se ne proverebbero gli effetti. — Il papa rispose: essere la creazione dei cardinali la faccenda che più lo noiava, anche quando si trattava di gente dabbene, per la copia grande che se ne aveva; conoscere a prova che l'oratore favellava d'incanto, ma che l'onore suo lo costringeva a questo, — Allora gli dissi che non ci era onore nè utile, perchè avendo Firenze in rovina, di qui a venti anni non ne avrebbe approfittato di uno scudo, mentre vi avrebbe speso tutto il suo e quello degli altri; e badasse che la creazione dei cardinali non avesse ad essere la sua estrema unzione, perchè, fatto questo, gli era chiusa ogni via a raccogliere pecunia, correndo rischio di non essere più obbedito come papa, cascare in obbrobrio presso i principi cristiani, e dato in balia ai suoi nemici, i quali spoglierebbero la Chiesa di quanto le avanza; ed io conosceva di tal cuore che venuto a questo si sarebbe lasciato morire di fame e di angoscia. Rispose che ben per lui se Firenze non fosse mai stata... e se poteva io consigliarlo a chinare il capo davanti sette od otto paltonieri di Firenze che avevano menato il popolo a precipizio: non dovermi essere ignoto ch'egli si sarebbe attirato l'odio dei principali cittadini che esulano fuori di patria e quotidianamente lo stimolano a tirare innanzi, che in altro modo si troverebbero diserti per avergli fatto servizio... Di qui altre parole e per ultimo la proposta di calare a composizione, auspice Francia, con promessa di condurre la pratica per modo che la domanda di accordo si movesse piuttosto dai Fiorentini che dal papa, quante volte questi lasciassero ferma la libertà, come aveva sempre detto, ed allora diceva, ma queste erano lustre, però che fine e premio della guerra mossa da Clemente contro la patria sua fosse la tirannide.

[296] Ecco come lo descrive Filippo Sassetti nella sua Vita in fine: «Uomo di alta statura, di faccia lunga, naso aquilino, occhi lacrimanti, colore vivo, lieto nello aspetto, scarso nelle membra, veloce nel moto, destro e sofferente della fatica, insieme severo e di grande spirito, animoso, modesto e piacevole; ardeva nella collera e tantosto tornava in potestà di sè stesso.»

[297] Guicciardini, _Stor._; Magri e Santelli, _Cronache di Livorno_.

[298] Tit. Liv., _Histor._, l. 30.

[299] Del Frangsperg è proposito nei capitoli antecedenti.

[300] Specialmente in quella di Ferrara.

[301] Iacopo Nardi ci conservò questa preziosa particolarità, il disegno, cioè del Ferruccio di portare la guerra a Roma. _Stor._, l. 2.

[302] Varchi, _Stor._, c. X.

[303] Dante, _Purg._

[304] Varchi, _Storia_, 1.

[305] Dal principio della guerra in qua ebbi sempre avuto a pensare di combattere con gli nemici e di provvedere il danaro straordinariamente per pagare le genti: che mi ha dato più fastidio questo che se io avessi avuto altrettante più oppressioni dalli nemici. Lettere del Ferruccio ai Dieci. — Lettera del 10 luglio 1530, CXIX. Nelle medesime lettere occorre come sovente togliesse danari in presto per le paghe dei soldati.

[306] Giannotti, _Vita di Francesco Ferrucci_.

[307] Malispini, _Stor._, p. 207.

[308] Si narra che quando l'arcivescovo Ruggieri benedisse i Pisani pronti ad imbarcarsi sulle galere contro i Genovesi, il Cristo che stava sopra il grande stendardo cadde; per lo che alcuni prendendolo in sinistro augurio sclamarono: Sia pur Cristo coi Genovesi, e con noi il vento, — A denotare il gran numero dei prigioni fatti dai Genovesi nella battaglia della Meloria correva in quei tempi il detto, che chi voleva veder Pisa andasse a Genova. — Pignotti. _Stor._, l. 3, c. VI.

[309] Nel 1836 era così; poi furono aperti, e gli eruditi ci hanno frugato: adesso aspettansi storiografi e poeti che si avvantaggino dei materiali per edificare.

[310] Varchi, _Stor._, l. 11.

[311] Varchi, _Stor._, l. 11.

[312] _Lettere_, p. 178.

[313] Busini, _Lettere_; Varchi, _Stor._

[314] Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano 13 agosto 1530.

[315] Varchi, _Stor._, l. 11.

[316] Nardi, _Stor._, l. 9.

[317] Varchi, _Stor._, lib. 11.

[318] Busini, _Lettere_, pag. 178.

[319] Ezech., c. XXXII.

[320] Visitando il castello della Gavinana, domandai se si trovassero armi antiche. Mi risposero affermativamente e mi condussero in certa casetta a canto a quella dove fu trucidato il Ferruccio. Il proprietario della casa ci menò entro una stanza terrena dove conservava molte armi di varie forme, lance lunghe oltre un braccio foggiate a foglia di canne, alabarde e picche. Ne presi una nelle mani e proposi acquistarla offrendone in prezzo un napoleone d'oro. Il montanaro ricusò, dicendo ch'ella era povera cosa nè meritava tanto; io dubitando all'opposto che egli rifiutasse per la pochezza della offerta, promisi raddoppiarla, e il montanaro rifiutava di nuovo — venendo dalle città, dove io vedevo comprarsi a contanti — senza eccezione — tutto, aumentai il danaro per ottenerla ad ogni costo; — sperava a un punto e temeva si piegasse il dabbene uomo; sperava di possedere l'arme, temeva incontrare un mercante nel severo montanaro: alfine questi vedendo dalla mia insistenza che non comprendeva la causa del rifiuto, non senza alterezza, mi favellò le seguenti parole: «Queste armi il mio nonno ha lasciate a mio padre, e queste io devo lasciare ai miei figliuoli.» — A Firenze sono due magazzini dove i rigattieri rivendono armi antiche comprate, com'egli mi disse, dalle principali famiglie del paese.

[321] La statua di Memnone, comunque degradata dal tempo, occorre tuttavia nel deserto dove fu Tebe, distante una lega dalla sponda del Nilo. La tradizione, che, al comparire del sole, mandasse un suono, come di corde di lira che si rompano, non è favolosa. Secondo le ricerche dei fisici, ciò risultava dalla umidità di cui il masso s'impregnava durante la notte, la quale sviluppandosi ai primi calori del sole produceva, dilatando le molecole della pietra naturalmente sonora, un crepito che ripercotendosi su tutta la superficie, vi cagionava una vibrazione generale. Il medesimo fenomeno fu osservato dall'Humboldt nelle rocce granitiche dell'Orenoco.

[322] Sassetti, _Vita di Francesco Ferruccio_, pag. 524.

[323] _Apologia dei Cappucci_, p. 369.

[324] Lettera 124.

[325] F. Sassetti, _Vita di Francesco Ferruccio_, p. 526.

[326] Lettera de' commissari di Pisa ai Dieci, 23 luglio, ore 10, lettera CXXIII.

[327] MS. del cap. Domenico Cini che si conserva nella comune di San Marcello. Mentre con tanta religiosa diligenza si vanno raccogliendo reliquie di poca importanza intorno al Ferruccio, io veramente non so come non abbiano fatto capitale del ms. del cap. Cini.

[328] Edizione di Prato del 1835.

[329] Gio. Villani, _Stor. fiorent._

[330] Macchiavelli, _Modo da praticarsi co' popoli della Valdichiana._

[331] MS. del cap. Cini.

[332] MS. medes.

[333] «Eo modo quiescenti supervenit cursu citato fessus sacerdos qui dicebat adesse Ferruccium, eumque Sancti Marcelli oppidum intrasse, direptumque incendisse, unde ipse vix effugerit.» Giovio, _Stor._, l. 29; Ammirato, _Stor._; Cini.

[334] Stando al computo dei nemici, Ferrante Gonzaga il 4 agosto scriveva al marchese di Mantova suo fratello, Allegato 1, _Documenti dell'Assedio di Fire_nze, p. 318: «Questa è per darvi avviso della fazione fatta per il Ferruccio contro al principe di Oranges, Fabrizio Maramaldo ed Alessandro Vitelli e tutta la fazione panciatica, cioè il plano e la montagna di Pistoia, in numero di 7 od 8 mila fanti, 1550 cavalli; e quelli del Ferruccio non giungevano a 3000 fanti e 400 cavalli.» Ma il pro' Francesco in vero non ne aveva che 2000.

[335] MS. Cini.

[336] MS. Cini.

[337] Sassetti, _Vita del Ferruccio_, p. 532.

[338] La casa del Mezzalancia passò in seguito nei Ciampalanti. Un discendente di questa famiglia in memoria del fatto, pose su la facciata della casa la seguente scrizione cronogrammatica

BELLI CONSILIO DUX HIC FERRUCCIUS ACTO PER CITA IN ORANGEM OCIUS ARMA CIET. NEC PROCUL HINC MORITUR CENTUM PER VULNERA, QUARTO AUGUSTI NONAS, VERSIBUS ANNUS INEST. PEREGRINUS CIAMPALANTES POSUIT.

[339] La tromba di fuoco fu un cannone di legno o di metallo lungo da 3 fino a 9 piedi empito di polvere e di altre materie accendibili, il quale innestavasi su la punta della picca onde scagliarlo contro i nemici. Il Biringoccio dice potersi adoperare e caricare a modo di artiglieria con palle di pietra ed altri proietti da cavarne miglior costrutto che non dal solo fuoco. Grassi, _Diz. Militare._

[340] Nel ms. del Cini s'incontra la nota seguente posta in margine: — L'armatura dell'Orange si vede anche di presente nella prima stanza della Galleria di Firenze, dove sono conservate diverse rarità di armi antiche, collocata a man sinistra, essendo fregiata di oro, e tiene attaccata una tela tessuta di oro e di argento dalla parte inferiore. Nel bracciale sinistro di essa armatura vi si vede una impressione di palla d'archibuso, lo che indicherebbe avere ricevuti tre e non due colpi, come riporta anche Lorenzo Selva, al l. 3, p. 213 delle _Metamorf. riconosciute._

[341] MS. Cini.

[342] _Riccardo_ di Shakspeare.

[343] Nell'allegato 1 alla lettera di Ferrante Gonzaga al marchese di Mantova suo fratello del 5 agosto 1530 si legge: «Il Ferruccio giunto lì gagliardamente si affrontò smontando a piè con l'arme bianca indosso e una _stradiotta_ in mano. Il vocabolo _stradiotta_ manca nel Vocabolario della Crusca e nel Grassi, _Diz. militare._

[344] MS. Cini.

[345] MS. Cini, Ammirato, Varchi.

[346] Nel giorno 10 ottobre 1847, soffiando il vento della libertà italica, Giudei e Samaritani si congregarono a Gavinana per abbracciarsi, parlare, udir parlare, giurare e gittare campanili all'aria — Io non andai pago di avere, come Dio mi aveva concesso, narrato del Ferruccio undici anni prima mentre mi si teneva stretto nelle elbane carceri, e nessuno ricordava il Ferruccio. Disse mirabilia un Pietro Odaldi, sopratutto su la sacra necessità d'impugnare le armi pel conquisto della indipendenza nazionale: più tardi si colorì moderato, usurpando nome bellissimo a ingenerosi concetti; per ultimo moriva commissario dell'ospedale di Santa Maria Nuova, restaurato il reggimento assoluto mercè le armi imperiali. Molti, dal 1848 in qua gli epitafi dettati per onorare non già Francesco Mariotto Ferrucci eroe, bensì chi li dettava; degni tutti di oblio, togline uno, di Pietro Contrucci, che dice:

SUL PISTOIESE APPENNINO PER TRADIMENTO DI MALATESTA INFELICE NELLO ARDITO CONFLITTO SCANNATO VILMENTE DA MARAMALDO DA FORTE E GLORIOSO PERIVA FRANCESCO FERRUCCIO E SECO LA FIORENTINA REPUBBLICA O TU CHE VISITI LUOGO DI TANTA MEMORIA NON GIUDICARE L'UOMO DALLA FORTUNA.

[347] Così chiamano il luogo ove i contadini pongono a seccare le castagne.

[348] Altri narra diversamente la morte di Vico di Nicolò Machiavelli: accordano che uscisse di Firenze col Ferruccio. — Il Ferruccio stesso ne parla nella lettera del 26 ottobre 1529 ai Dieci, 25 — come caduto prigione in mano agl'imperiali lo aveva riscattato con le armi alla mano. Finalmente affermano che nel 1530 morisse gloriosamente in una sortita tenendo stretto la insegna della sua compagnia. Che che ne sia, questo è sicuro, che i figli di Nicolò Machiavelli furono educati a spargere il sangue in benefizio della patria e della libertà.