L'assedio di Firenze

Part 84

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[205] Con patente del 21 febbrajo 1524, fu mandato Zanobi Bartolini a Pistoja nella qualità di capitano o commissario a riordinare la città perturbata dalla fazione Panciatica e Cancellieria. Il Salvi, _Hist._, tomo III, pag. 95, tale ci dà ragguaglio del suo governo: «Egli si accinse ad esercitare giustizia rigorosissima, e andando innanzi e indietro per la città recava gran terrore a tutti, avendo sempre seco trenta fanti armati di alabarda e trenta archibusieri (cosa non mai usata da altri) e quando egli non aveva per le mani alcuno da castigare e punire, mandava a pigliare qualche mugnaio e facevalo per man di boia impiccare, _senza ricercare la cagione_, e soleva dire spesso che _mugnai, macellai o notai tutti son ladri_; e questo faceva per dar terrore alla gente e tenere a freno i Pistoiesi per natura dispostissimi alle brighe!!!» _Storia della casata Bartolini Salimbeni_ di fra' Ildefonso, pag. 381.

[206] Condivi, _Vita di Michelangiolo_. Questo quadro non ebbe il duca, perchè mandandolo a prendere un suo gentiluomo, costui nel vederlo disse: Oh questo è poca cosa. Onde Michelangiolo sdegnato lo cacciò via e regalò il quadro al Mini suo creato.

[207] Vasari, _Vita di Michelangiolo_.

[208] Il breve di papa Clemente per la stampa delle opere del Machiavelli data dal 1531.

[209] Nota 60 del Manni al Condivi.

[210] Questo Dante col Commento del Landino aveva un palmo di margine ed era tutto pieno di mirabili figure di mano del Michelangiolo; si perse presso Civita Vecchia nel naufragio di una barca che lo trasportava a Roma. Vedi Nota dell'ediz. di Roma al Vasari, pag. 163.

[211] Il difetto di questo danaro fece posare in Romagna il Carnesecchi e, com'egli scrive Dieci, «di lione lo mutò in lepre, perchè senza il denaro, ch'è il nervo della guerra, non si può far niente.» _Assedio di Firenze_, pag. 271. E sì che a tutti parve mandato da Dio per essere quasi un secondo Ferruccio.

[212] Borghini, _Arme delle famiglie fiorentine_, pag. 149.

[213] Varchi, _Storia_, lib. X; Vasari, _Vita di Andrea_.

[214] Vasari, nota dell'edizione di Roma. Alfredo di Musset ha scritto un dramma sopra Andrea del Sarto, e invito a leggerlo i miei lettori italiani.

[215] _Josuè_, cap. X, v. 14.

[216] Dante, _Inferno_, canto XXVII; il cristiano fu Guido da Montefeltro; il papa Bonifazio VIII.

[217] Nardi, _Storia_, lib. VIII. Ed è fatale che la madre sua, come attesta il Busini per confessioni di Bacio Maruccelli, gli scrivesse di levarsi da quella impresa perchè era ingiusta e vi capiterebbe male. _Assedio di Firenze_, pag. 108.

[218] Varchi, _Storia_, lib. X; Nardi, _Storia_, lib. VIII.

[219] Nardi, _Stor._, lib. VIII, pag. 216.

[220] Donato Giannotti, _Vita di Francesco Ferruccio_.

[221] _Storie_, lib. X.

[222] Ricord. Malisp., _Stor._, cap. 76.

[223] Nella lettera del Ferruccio ai Dieci del 26 ottobre 1520, con la quale annunzia la presa di Castelfiorentino, occorrono queste parole notabili: «Infra li prigioni v'è uno gentile homo napolitano et certi altri ricchi di Castelfiorentino, che sto fra due di appiccarli: che certamente meritano maggiore punizione gli subditi nostri che sono contro alla città, che li soldati che vengono ad oppressare quella.»

[224] Vedi con quanta stupenda parsimonia ragguaglia il Ferruccio i Dieci di Libertà e Pace, lettera 38, di questa fazione su la quale spesero molte e generose parole, secondo che merita, il Varchi, _Storie_, tomo II, e gli altri storici. Notabile è questo, che il Ferruccio nella breve lettera dimenticata perfino di annunziar la prigionia del castellano spagnuolo onde per via di proscritto aggiunse: «Mi ero scordato di dire alle Vostre Signorie quel che più vale: che in la fortezza di Saminiato si è preso un commissario spagnuolo mandato dal principe per patrone a Saminiato: el quale tengo presso di me per farne la volontà di quelle.»

[225] Varchi, _Storie_, lib. XI.

[226] Il Ferruccio con lettera del 7 novembre 1529 conforta il commessario Tosinghi della sua mala ventura con garbo singolare: «Per la vostra intendo voi essere ritornato in Pisa con le bande, et del non avere obtenuto Peccioli, et di esserne feriti et morti alquanti. È usanza di guerra. Basta solo avere inteso che le fanterie nostre hanno facto el debito; et del resto non si ha a tenere conto alcuno.»

[227] Queste diverse zuffe avvennero a Marti, a San Romano e a Montopoli; riunite in una le trasporto sopra un terreno diverso.

[228] Varchi, _Storie_.

[229] Varchi, _Storie_.

[230] Strana cosa: questo sviscerato amore delle meretrici per la patria occorre nelle storie. Quando Serse minacciò gli estremi danni alla libertà della Grecia, tutte le meretrici greche recaronsi a Corinto per propiziare Diana. — Donde avviene questo? Avviene perchè ogni anima non cade mai tanto basso che non senta la necessità di risorgere; e a tale intento si agguanta a qualunque canapo le venga offerto dalla fortuna.

[231] Diario del Monaldi in fine delle _Storie pistolesi_.

[232] Ruberto monaco, _Stor._, lib. V.

[233] Hans Werner.

[234] Tasso, _Sonetto_.

[235] Luca XXIV, v. 27.

[236] Varchi, _Storie_.

[237] «Leggesi scritto da Elinando che nel contado d'Universa fu un povero uomo il quale era buono, e che temeva iddio, et era carbonaio, e di quell'arte si vivea. E avendo accesa la fossa de carboni una volta e stando la notte in una sua capannetta a guardia dell'accesa fossa, sentì in su l'ora della mezza notte grandi strida. Uscì fuori per vedere che fosse: e vide, venire verso la fossa correndo e stridendo una femmina scapigliata e gnuda: e dietro le venia uno cavaliere in su uno cavallo nero correndo, con uno coltello ignudo in mano: e della bocca e degli occhi e del naso del cavaliere e del cavallo uscia flamma di fuoco ardente. Giugnendo la femmina alla fossa che ardeva, non passò più oltre, e nella fossa non ardiva gittarsi; ma correndo intorno alla fossa, fu sopraggiunta dal cavaliere che dietro le correa: la quale traendo guai, presa per li svolazzanti capelli, crudelmente ferì per lo mezzo del petto col coltello che tenea in mano. E cadendo in terra con molto spargimento di sangue, la riprese per l'insanguinati capelli e gittolla nella fossa de' carboni ardenti, dove lasciandola stare per alcuno spazio di tempo, tutto focosa e arsa la ritolse: e ponendolasi davanti in sul collo del cavallo, correndo se n'andò per la via donde era venuto.» — Vedi PASSAVANTI, _Specchio della vera penitenza_, cap. II.

[238] In un manoscritto intitolato: Ambasceria _di messer Baldassare Carducci alla corte di Francia_, ho trovato tre lettere di Pierfilippo Pandolfini, dalle quali si recava apertamente qual fosse il consiglio di Nicolò e della sua parte, che per la morte di lui non cessò di avere seguito nella Repubblica: — poi trattandosi di giudicarlo — «et anche certi Priori si condussero in modo che non si potè ottenere che la cosa s'investigasse, benchè ognuno abbia tocco con mano havere Nicolò tenuta questa pratica con gl'imperiali, et PP. non per sapere i loro progressi, ma per indurre una parte di quell'esercito alla volta di Toscana per ridurre lo Stato in mano di pochi et suoi, de' quali lui intendeva essere principe e capo...» e più sotto: «Ho parlato con messer Antonio del Vecchio, oratore sanese, quale partì due giorni sono, e diceva havere lui saputo le pratiche che Nicolò teneva con il papa e con gl'imperiali, et scusandolo di bontà, dice che non voleva distruggere lo Stato, ma dalla partecipazione di quello escluderne tanta moltitudine.» — _Lettera di Pierfilippo Pandolfini a messer Carducci Baldassare, del 26 aprile 1529._

[239] Avendo trovato il cartello originale quale fu mandato da Ludovico Martelli e da Dante da Castiglione, mi parve religione riportarlo per lo appunto. Lo compose messere Salvestro Aldobrandini padre di Clemente VIII, dottore solenne. Si trova stampato nell'_Archivio storico,_ nuova serie, tomo IV, parte 2.

[240] Fausto, _Del duello_, lib. I, pag. 54.

[241] Guicciardini, _Storia_, lib. XV; Robertson, _Vita di Carlo V._

[242] _Vita di Benvenuto Cellini._

[243] Varchi, _Stor._, lib. X.

[244] Vedete _I destini dell'Europa_.

[245] Varchi, _Stor._, lib. X.

[246] Varchi, _Stor._

[247] Il luogo del combattimento dicesi fosse sol poggio Baroncelli, oggi Imperiale. Vengo assicurato da persona la quale ha veduto alcune scritture della nobilissima famiglia del Caccia che il luogo del combattimento non fu veramente sul poggio Baroncelli, ma bensì alle radici dello stesso, cioè in un prato che è alla metà della strada che conduce al convento nominato la _Pace_. _Scene di Vite e Ritratti_, ecc.

[248] Questa camicia si componeva con esecrabili superstizioni; credevano difendesse da ogni male. Vedi Bedino, _Dæmonomania_.

[249] Varchi, _Stor._

[250] È pregio dell'opera riportare certo aneddoto riferito nella _Vita di padre Gerolamo Savonarola_ scritta da fra Pacifico Burlamacchi lucchese al capitolo che incomincia: _Come Lorenzo dei Medici ammalato volle confessarsi da lui._ — Lorenzo trovandosi infermo a morte, domandò il confessore; ed avendo appresso don Guido degli Angioli e messer Mariano della Barba, suoi famigliari, disse: Non voglio alcuno di loro; mandate per il padre priore di San Marco, perchè io non ho ancora trovato religioso alcuno se non lui. — Andò dunque un messo a chiamarlo da parte di Lorenzo, al quale egli rispose: Dite a Lorenzo ch'io non sono il suo bisogno, perchè noi non saremo d'accordo; però non è espediente ch'io venga. — Ritornato il servo con questa ambasciata, disse di nuovo Lorenzo: Torna al padre priore e digli che al tutto venga, perchè io voglio essere d'accordo con lui e far tutto quello che sua riverenzia mi dirà. — Ritornato dunque il servitore a San Marco e fatta la proposta al padre priore, egli prese subito il cammino verso Careggio, villa di Lorenzo lontana due miglia dalla città, dov'egli giaceva ammalato, e per compagno suo prese fra Gregorio vecchio, al quale per la via rivelò che Lorenzo al tutto doveva morire di quella infermità nè poteva scampare. Giunto questo al luogo ed entrato nella camera di Lorenzo, salutatolo prima con le debite cerimonie, dopo alquanto di ragionamento disse Lorenzo: Padre, io mi vorrei confessare, ma tre peccati mi ritirano addietro e quasi mi pongono in disperazione. — Al quale egli disse: E quali sono questi tre peccati? — Rispose allora Lorenzo: I tre peccati sono questi, i quali non so se Dio me li perdonerà: il primo è il sacco di Volterra, che patì per le promesse ch'io feci, — dove molte fanciulle persero la verginità, ed infiniti altri mali vi furono commessi; — il secondo peccato è il Monte delle fanciulle delle quali molte ne sono capitate male standosi in casa per non avere riavuta la dote loro; — il terzo peccato è il caso dei Pazzi, dove molti innocenti furono morti. Alle quali cose rispose il frate: Lorenzo, non vi mettete tante disperazioni al cuore perchè Dio è misericordioso ed anco a voi farà misericordia, se vorrete osservare tre cose ch'io vi dirò. — Allora disse Lorenzo: E quali sono queste tre cose? — Rispose il padre: La prima è: che voi abbiate una grande e viva fede che Dio possa e voglia perdonarvi. — Al quale rispose Lorenzo: Questa ci è grande, e credo così, — Soggiunge il padre: Egli è necessario ancora che ogni cosa male acquistata sia da voi restituita, in quanto sia possibile, lasciando ai vostri figliuoli tante sostanze che sieno decenti a cittadini privati. — Alle quali parole stette Lorenzo alquanto sopra di sè e di poi disse: Ed ancora questo farò. — Seguì allora il padre la terza cosa dicendo: Ultimo è necessario che si restituisca Fiorenza in libertà e nello stato popolare a uso di repubblica. — Alle quali parole Lorenzo voltò le spalle nè mai gli dette altra risposta; onde il padre si partì e lasciollo senz'altra confessione. Nè dopo molto spazio di tempo Lorenzo spirò e passò all'altra vita.

[251] Uno di questi, Giovambattista Niccolini, fiore di cuore e d'ingegno veracemente italiani, in ogni fortuna leale amico mio: gli altri cessarono essermi amici; se poi abbiano continuato ad amare la patria a me non istà giudicare: questo diranno i nostri figliuoli cessate che sieno le passioni le quali adesso contaminano gl'intelletti.

[252] Ahimè! adesso ne anche questo rimane più. Cercina, la casa di Dante da Castiglione, e stata venduta all'incanto per _espropriazione forzata_ a istanza dei creditori. Durano tuttavia in fiore le famiglie di quelli che tradirono la patria o non la sovvennero...

O sommo Giove Che fosti in terra per noi crocifisso, Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?

[253] L'ultima lettera che scrisse ai Dieci il Ferruccio il 1 agosto 1530 da Pescia, col poscritto in data del 2 da Calamec, si crede che sia nella Biblioteca di lord Ashburnham, a cui l'avrebbe venduta Guglielmo Libri.

[254] Venti anni dopo che fu dettato il libro, io lo rivedo, confitto su questo scoglio di Corsica dalla legge dura dello esilio: nè dello esilio m'incresce, bensì della perduta libertà della patria, e, più ancora della libertà perduta, della mansuetudine pecorina affatto con la quale il patrizio volgo e il plebeo sopporta questa perdita in pace.

[255] Segni, _Stor._ lib. IV.

[256]

L'altro sorrida e mistico Per man lo piglia e dice Fa cuor, — sei giunto al termine Del tramite infelice. E gli orna il crin d'un candido Fior vago in sullo stelo: «Martirio» in terra appellasi, «Gloria» si appella in cielo.

(_Beatrice di Tenda_, ballata di Orombello).

[257] Dante, _Sonetto_.

[258] Nardi, _Stor._, lib. V.

[259] A Pisa gli si aggiunse il signor Camillo Appiano; sicchè in tutti potevano sommare a 2000 fanti e 130 cavalli.

[260] Sasselli, _Vita di Francesco Ferruccio_.

[261] Dicono Lorenzo il Magnifico, ed invece allora lo chiamavano magnifico messer Lorenzo, come magnifico Niccolò da Uzzano magnifico Diotisalvi Neroni, e via discorrendo.

[262] Dissertazione del Riccobaldi, pag. 5.

[263] Cronache di frate Giuliano Ughi della Cavallina, minore osservante, pag. 161.

[264] Giacchi, _Ricerche sopra Volterra_, tomo II, pag. 191. Il Buccinelli narra che nel 1493 Giuliano Cecchi, proposto di Pescia, donò con pubblica scrittura questa reliquia a Volterra.

[265] _Vita di F. Ferruccio_ di Filippo Sassetti: le segnate sono parole precise di Ferruccio.

[266] Il Sassetti, che più distesamente degli altri parla delle cose di Volterra, narra che il primo a salire il bastione fu l'alfiere del capitano Nicolò Strozzi, detto il Contadino.

[267] Causa della lite fu questa. Otto da Montauto, mandato dai Dieci in Mugello a reprimere le scorrerie di Ramazzotto, prendere al Trebbio Maria Salviati ed ammazzargli il figliuolo, va, e trovato Ramazzotto partito, non cura l'ordine circa la prigionia e morte della moglie e del figliuolo di Giovanni delle Bande Nere: per la qual cosa i Signori lo sostengono in Firenze. Ragionandosi su questo fatto tra Nicolò e Francesco, quegli commendava assai Otto per non avere sofferto di eseguire opera indegna di soldato, mentre questi lo riprendeva come disobbediente e indisciplinato: su di che essendosi ricambiati parole ingiuriose, il Ferruccio mise mano allo stocco e corse addosso allo Strozzi per ferirlo; i circostanti, postisi fra mezzo, impedirono si facesse sangue. — Sul movere alla volta di Volterra i Dieci ordinarono al Ferruccio di cacciare via ogni rancore che avesse contro il capitano Nicolò Strozzi per amore della Repubblica. Vuolsi avvertire che Nicolò parlava da quel solenne galantuomo ch'egli era; ma il Montauto tradiva come si vide poi dai premii che per la sua slealtà ebbe dal papa.

[268] Giovanni Parelli volterrano dettò una cronaca di questi casi e le pose il titolo _Seconda calamità volterrana_; comparve nell'_Appendice dell'Arch. stor. ital._, volgarizzata per Marco Tabarrini. Badisi che questo Parelli, per essere canonico, si mostra più parziale del papa e però dei Medici che non della patria e della libertà.

[269] Giacchi, _Saggio di ricerche, ecc. sopra Volterra_, — Riccobaldi, _Ragion. V_.

[270] Il prete che ferì nel collo Lorenzo dei Medici il vecchio era da Volterra e si chiamava Antonio Maffei.

[271] Isaia, 40.

[272] Nè molti nè di grande costrutto trovo che fossero gli argenti e gli arredi sacri cavati dal Ferruccio dalla cattedrale di Volterra; eccone la nota che si conserva nel _Liber omnium rerum mobilium et immobilium sacristiae Vulterrarum._ 1º. Nostra Donna col Figliuolo in braccio di argento, libbre 5 con base di rame dorato. — 2.º Tabernacolo grande di argento con piè di rame dorato con 6 smalti nel nodo: smalti 6 al piede con 6 angiolletti con tutti i loro pinnacoli con crocetta insieme o crocifisso, di libbre 13. — 3.º Turibolo di argento con sette guglie nel cerchio grande, e nel secondo cerchio guglie quattro e mezzo, ad una manca la punta, libbre 7, once 2. — 4.º Un turibolo di argento con sei guglie nel primo cerchio, che v'è una spiccata, di peso libbre 3, once 9. — 5.º Una navicella di argento con due smalti et due serpenti: dentro vi è un cucchiaio di argento: libbre 2, once 2, mal peso. — 6.º Un paio di ampolle di argento con arme del Gherardi, di libbre 1, once 4, — 7.º Una pace con Nostra Donna di argento con dodici castoni et pietre 8 et perle quattro con arme del Gherardi, di peso once 8. — 8.º Una cassetta di argento da olio santo, libbre 1, once 11. Et una lingua di argento con filo di oro, once 2. — 9.º Una croce di legno coperta di argento con crocifisso di argento, libbre 2, once 10. — 10.º Una crocetta di argento con crocifisso e coralli, cinque bottoni, once 8. — 11.º L'argento che cuopriva uno evangelistario di legno. — 12.º L'argento di uno epistolario. — 13.º Una corona ad uso di crocifisso con gigli ottantaquattro, con quattro madreperle per giglio ed uno castone; et uno smalto senza pietra, libbre 1, once 6. — 14º Una tavola di legno coperta di argento ad uso dello altare maggiore con quadri ventuno. — 15.º Un bacinetto di argento coll'arme di Iacopo Gherardi, di peso libbre 1, once 5. — 16.º Una croce di argento, libbre 6, once 10. — 17.º Un calice di argento smaltato con arme del Guelfuccio, libbre 2, once 3. — 18.º Un calice grande di argento smaltato, libbre 3, once 10. — 19.º Un calice e patena di argento, libbre 2, once 2. — 20.º Un calice e patena di argento, smaltato, libbre 2. — 21.º Un calice e patena di argento all'_inghilese_ smaltato, libbre 2. — 22.º Una patena. — 23.º Un bottone di argento, libbre 1, once 3. — 24.º Un anello con giglio, un cammeo e quattro pietre, due rubini e due smaragdi e quattro perle, legato in oro.

Nelle Cronache Volterrane, dettate con evidente stizza in vituperio del Ferruccio e dei Fiorentini, leggiamo che le milizie ferrucciane su la prima giunta a Volterra combatterono comechè stanche non mica per virtù ma per fame, non avendo recato con esso loro tanto da potersi sdigiunare — ancora che il Ferruccio, fatto prigioni quattordici Spagnoli, lasciò morirli d'inedia, dopochè taluno di loro per attutire il tormento della sete ebbe bevuto la propria orina, — di più, che il Ferruccio assalito dal marchese Del Vasto e da Fabrizio Maramaldo perse l'animo e si apprestava a fuggirsi co' cavalli fuori di porta a Selca, se Morgante da Castiglione non lo incorava persuadendolo a mostrare buon viso alla fortuna: — finalmente, che il nepote di Bartolo Tedaldi prendendo in mano la barba della statua di santo Ottaviano lavorata in argento esclamasse: «Questo vecchio provvederà;» per la quale cosa si sa di certo che gli si cangrenassero le mani, e dopo tre giorni miseramente morisse.

Così la racconta il Parelli, op. cit., p. 180; diversa il Sassetti nella Vita del Ferruccio: Non fu santo Ottaviano (secondo lui) bensì san Vittore; nè il nepote del Tedaldi lo percosse, ma gli levò il frontale di argento, e quanto stesse infermo si tace. Altri altramente: cose vecchie e non pertanto (stupendo a dirsi!) se non del pari adesso universalmente credute, del pari almeno date ad intendere. Il principe di Oranges bene altra preda fece agli altari; imperciocchè, passando per l'Aquila, ne arraffò la cassa di argento dove stava riposto il corpo di san Bernardino da Siena, convertendola in suo uso; e di lui gli scrittori la più parte servi della fortuna tacquero perchè ei sostenne le parti del papa; e nota che l'Aquila era città suddita e amica dello imperatore, Volterra ribelle alla Repubblica; e il principe faceva per sè, il Ferruccio per la patria: — nella necessità della quale (osserva il Sassetti, _Vita di Francesco Ferruccio_), con lo esempio di Davitte, che ai soldati diede a mangiare la vittima mancandogli altri argomenti, non è _forse_ impio costume adoperare le cose destinale al culto divino.» E diceva meglio se lasciava _forse_ nella penna — Degli argenti il Ferruccio coniò monete da quattro grossi; con gli ori, mezzi ducati; ma pochi, perchè a mezzo giugno mancanti i danari per le paghe, i Côrsi gli si abbottinarono ricusando combattere.

[273] E fece male a non lo impiccare, dacchè si ha dal canonico Parelli. _Seconda calamità volterrana_: «Mi ricordo che un giorno mentre tutti erano alla muraglia, abbandonato il resto della città, Taddeo de' Guiducci prigione del Ferruccio mi disse all'orecchio: Aiutami con quanti più puoi raccogliere, e apriamo le porte a Fabrizio, Onde Ferruccio sia oppresso, e noi vendicati. — Ed avendogli io risposto: Mancano le armi. — Non è buona ragione, — riprese; e per non dar sospetto si allontanò. Di fatto se il Ferruccio avesse avuto sentore di questo segreto colloquio, ci avrebbe senz'altro appiccati. Ed io copertamente tentai molti sul disegno del Guiducci, ma niuno volle assentire.» Pag. 351. Ah! il perdono, il perdono troppo spesso provammo rugiada caduta sopra masse di granito; tuttavolta perdoniamo sempre...

[274] Che la faccenda stesse come si racconta, e non altrimenti, non se ne può dubitare dopo che in questo modo la riporta Filippo Sassetti nella _Vita del Ferruccio_; e meglio ancora il Parelli, nemico del Ferruccio, nella _Seconda calamità volterranea_; il quale se lascia alquanto di dubbiezza pel suo dire avviluppato di ambage, questa viene tolta affatto dal testimonio pienissimo del capitano Goro da Montebenichi, cui ebbe tanto in disgrazia il Ferruccio che stette a un pelo di farlo impiccare. _Lettera del Ferruccio ai Dieci, 30 novem. 1529._

[275] Sassetti, _Vita di F. Ferruccio_. — _Seconda calamità volterrana._ — _Diario_ di Camillo Incontri. — _Ricordi MS._ del capitano Goro da Montebenichi, nella Magliabechiana. — _Appendice 14_, tomo 4 dell'_Archivio storico italiano_.

[276] Altri riporta il signor Camillo morisse di archibugiata in una coscia, tocca nello scaramucciare con gl'inimici: non mancò chi disse averlo fatto il Ferruccio, comechè costui avesse congiurato di consegnare una porta della fortezza al marchese Del Vasto, e il Segni sembra inclini a questo parere. _Storie_, lib. IV. — Non credere niente; il Ferruccio non era uomo da cotali ripieghi scellerati, quanto codardi; se avesse colto il signor Camillo in fallo di tradimento, lo avrebbe fatto impiccare alla ricisa e forse ammazzato egli stesso, come per minor colpa stette a un pelo che non togliesse la vita al conte Gherardo della Gherardesca di Castagneto, secondo che fu raccontato di sopra.

[277] _Ab ingentibus lacertis validissimo centurione._ Lo dice il Giovio nelle _Storie_.