L'assedio di Firenze

Part 81

Chapter 813,679 wordsPublic domain

Accovacciato come un cane, egli stette assai tempo immemore di sè, profondamente avvilito sotto il peso della paura e del rimorso. Alfine rinvenne e pensò al miserabile suo stato: se si fermava, lo avrebbe manomesso Ridolfo Leone che gli portava mal di morte, riputandolo istigatore dei misfatti paterni; se invece usciva dal castello, lo avrebbero messo in pezzi gli aderenti del cardinale Ippolito. Ad accrescere le sue angustie si aggiungeva che gran parte del male acquistato in Firenze sperperò giocando a carte, e quello che aveva potuto avanzare, tutto intento alla fuga, nel subito caso della sera precedente lasciò a Perugia. Come fare? Non fidava in congiunti, non avea amici, chè nei giorni della prosperità fu suo diletto l'offesa, e l'altrui danno contentezza.

Mentre in questo modo si affanna, i suoi occhi si posano sopra la corona di conte del Baglione che doviziosa di perle posava sopra un pulvinare di velluto cremesino a canto del letto: con l'atto precorse il pensiero — l'afferrò bramoso e fuggì via.

Pervenuto nell'altra stanza, si accorge che non potrà passare, con quel volume, inosservato in mezzo alle guardie del castello; pargli consiglio migliore staccarne parte delle perle, specialmente le più grosse, le quali giusta la foggia delle corone dei conti ne sormontavano le otto punte. — Ponendo portando senza intermissione ad effetto il suo disegno, trasse il pugnale e prese a scastonarle; — ad ora ad ora suo malgrado si volge verso la stanza dove si giace Malatesta, sospettando non abbia a rilevarsi e venire a strappargli la corona dalle mani.

Ed invero Malatesta non era, siccome pensava, ancora defunto; — uno svenimento cagionato dalle terribili commozioni lo aveva assalito e, trovando le membra fievolissime, lo lasciava inerte come morto; — però sentì lenta nelle vene risuscitarsi la vita e, prima che la coscienza della sensibilità lo ravvivasse, lo gravò indistinto un senso di angoscia ottusa, affatto macchinale; — poi tornò la coscienza, e con la coscienza il pensiero, sibbene deviato dal vero, quasi strale che non colga più il segno. Allora lo punsero cocentissimi cruciati, e gli parve essere steso con mani e piedi legati sopra un letto di fuoco; — ineffabili erano i suoi sforzi per muoversi, ma rimaneva irrevocabilmente confitto tra quei carboni ardenti. Schiudendo gli occhi, si vede apparire trucissima davanti la testa mozza di Lorenzo Soderini; — con occhi aperti senza palpebra lo fissava e con le labbra insanguinate lo baciava, sicchè le stille del sangue gli gocciavano in bocca e, corrosive come acido di vetriuolo, o gliela ulceravano o gliela empivano di vesciche. Si volge a destra, e la visione lo seguita, — la testa gli si pone accanto sul capezzale; — si volge a sinistra, non gli giova meglio. — Chiude gli occhi, ed ecco dagli occhi del Soderini esce uno sguardo tagliente che gli fora la pelle del ciglio e costringe la pupilla a guardare; — torna ad aprirli smanioso, — la testa mozza non si muove, — lo sguardo non cessa, — non si sospendono i baci.

Gli fremono le fibre di spasimo; — tenta disperatamente un ultimo sforzo per muoversi e vi perviene; — agita le mani, come se gli fossero rimasti attaccati intorno ai polsi i frantumi delle catene; disegna levarsi dal letto e sente un'angoscia acuta, quasi gli staccassero da dosso un panno attaccato alla piaga; non importa; si alza mormorando tra i denti stretti:

«Voglio andare al cospetto di Dio e dirgli: È troppo... io voglio domandargli la morte dell'anima.»

Cencio Guercio, avendo staccata l'ultima perla dalla corona, si accingeva a rimetterla al suo posto, allorchè si vede comparire davanti il simulacro di Malatesta Baglione.

Parte delle membra gl'ingombrava il lenzuolo che si era tratto dietro di sè, parte apparivano ignude nella loro lividezza ed estenuazione cadaverica, — le palpebre teneva socchiuse, e le pupille dentro erano color di cenere, come si osserva negli uomini a momenti trapassati; — dritti gli stavano su la fronte i capelli quasi stecchi d'istrice, — le labbra aveva peste, intorno sordidate di sangue rappreso; — con una mano si reggeva un lembo del lenzuolo sul petto, — l'altra agitava in atto di uccello grifagno, — e forte ansava preso dal rantolo dell'agonia.

Cencio appena potè articolare parola; — diventa pavonazzo nel volto e stramazza per terra, come tocco da apoplessia, — gli sfugge la corona dalle mani, che, dopo avere rotolato alquanto sul pavimento, si ferma in piano presso al Baglione.

Malatesta incespicando nello strascico del lenzuolo a sua posta rovina la faccia in avanti, con la testa percuote su la corona, — ed una punta privata della perla gli scoppia l'occhio sinistro egli penetra lacerando in mezzo al cervello.

Due mesi dopo questo fatto un boscaiuolo, tornando da tagliar legna, incontrò una testa spiccata dal busto e dopo due miglia un busto senza testa.

I bravi del cardinale, abbattutisi certo giorno in Cencio Guercio, che, bandito da Bettona, povero, pauroso, percosso nell'intelletto, si era riparato nelle macchie, dove traeva vita affatto bestiale, gli lanciarono contro i cani; — lo raggiunsero e lo tennero fermo, forte addentandogli la carne delle cosce; — sopraggiunti i bravi, senza pur dargli tempo di riconciliarsi con Dio, gli mozzarono il capo spietatamente[377].

Il mio poema è finito.

Ed ora che ho composto nel sepolcro le glorie del mio popolo, — chiuso la lapide — ed inciso sopra la iscrizione, — a che più oltre lo spirito della vita si trattiene quaggiù?

Vorrò, _prefica_ incresciosa, sedermi sopra gli avelli a empire di singulti le tenebre? O come vaso di etere lasciato aperto consumare, — spandendolo, — il dolore?

No; — nel modo stesso che la terra nasconde nelle sue viscere la gemma preziosa, io voglio conservarmi dentro il seno il mio dolore. Perchè non dovrei prenderne cura del pari diligente? — Le foglie che compongono la corona della libertà sono nudrite col dolore, — le rugiade che l'alimentano, emanano dalle lacrime che la tirannide ha fatto piangere agli oppressi.

Io nascondo pertanto la lampana sotto il moggio. — Quando apparirà l'aurora da ben tre secoli desiderata, allora la riporrò a splendere sul candelabro; — dove le fosse venuto meno l'umore la riempirò col mio sangue.

O Speranza! o Speranza! Nel delirio del mio affanno, — nella febbre dei sinistri pensieri, io ti oltraggiai col nome di meretrice della vita. — Talvolta mi apparisti simili ai fuochi maligni i quali, — quando la notte è nera e la tempesta furiosa, — si mostrano al pellegrino smarrito e lo conducono al precipizio; — tal'altra mi sembrasti fata lusinghiera e fallace che si unisce ai passi dell'uomo, come l'ombra quando il sole tramonta, e il suo cammino volge all'oriente e lo mena lontano a insanguinarsi le piante nell'arduo sentiero della vita. — Spesso l'uomo sconfortato si abbandona a mezzo della via, e tu allora stacchi dalla tua corona un fiore stillante di rugiada e, gittandoglielo in volto, gli rinfreschi la fronte ardente di febbre, e sorridendo un sorriso di serena lo inviti a continuare di tribolo in tribolo, d'illusione in illusione fino alla fossa. Tratto che lo abbi in questa parte, tu intuoni una canzone di scherno, a cui gli angioli rispondono piangendo, e le bocche dei demonii divampano fiamme di allegrezza.

Leggendo del giuoco sanguinoso che tanto piace allo Spagnuolo, — allorchè il perfido uccisore si accosta insidiando col mantello rosso al re della mandra — e glielo para davanti agli occhi, — e lo induce a piegare il collo per cacciargli tra le vertebre la spada, — gemei e dissi: Così la Speranza!

Siede intera la umanità al convito di Tantalo, — lei la sete tormentano e la fame tra sorgenti di dolci acque che rifuggono dalle labbra inaridite, e tra frutti che si allontanano dalla mano bramosa. — Te salutai, Speranza, come il più tristo dei pensieri che nacque in mente a Lucifero — quando col cuore pieno di rabbia precipitava dal cielo all'inferno.

In cielo, in terra, in mare, tra uomini e tra belve, quanto mi occorse di perfidamente iniquo osai di assomigliartelo, o Speranza.

Io ti calunniava.

Figlia alata del desiderio, secondo che tuo padre ti genera turpe o generosa, tu ritorni a rallegrare la mente donde sei uscita, come la colomba dell'arca con l'olivo in bocca in segno di più felice avvenire, o, come il corvo, ti svii a divorare i cadaveri.

Tu nasci dal fuoco, però che il desiderio sia una fiamma, — e s'egli arda fosco e colpevole, tu ti diffondi per l'orizzonte della vita come fumo di bitume che i venti disperdono, e gli uomini maledicono; — se invece sieno sacre le fiamme che ti partoriscono, te accoglie il firmamento candidissima nuvola che la luce ama tingere nei colori della conca marina, e gli aliti della sera ondulare soavi, quasi perla sul seno della vergine che palpita. — Gli uomini desiosi tengono dietro al tuo volo perchè tu rassomigli lo spirito eletto che muove alle dimore celesti, — il voto del cuore generoso, — la preghiera di anima innamorata, — e appresso te sospirano, perocchè pensino che quel gemito a te affidato possa toccare le soglie del paradiso.

Tu, dea, conosci se i miei desiderii furono per me, — se spuntarono dalla mia testa truci, quali i serpenti da quella della Gorgone, — o se piuttosto, a mo' di raggi degni di splendere intorno alle chiome dei santi; — tu sai che io ho mai desiderato salire per le tre scale — della ipocrisia, — dell'abiezione, — e della infamia alla reggia del vituperio; — se mai mi talentò staccare dalla massa di ferro che si aggrava sul petto degli oppressi una verga onde batterne a mia posta il capo al mio fratello per fargli sapere che vivo; — se mai mi prese vaghezza stendere il cavo delle mani ebbre di cupidigia allo strettoio ove si spremono monete e sangue ai popoli — la vendemmia dei re!

Il mio desiderio si volse a tutte le nuvole pregne del fuoco celeste onde lanciassero il fulmine sul capo, — a tutte le pietre perchè si scoppiassero sotto ai piedi degli oppressori; — avrei voluto che il mare sopra ogni flutto apportasse loro una maladizione, — una maladizione cadesse sopra di loro da ogni stilla di rugiada che emana dalle foglie, — che l'universo avesse una voce di obbrobrio per quelli che fanno piangere. — O Cristo! non troverai un'altra piscina entro la quale sanare la umanità dalla lebbra dei tiranni?

Io ti chiamo in testimonio, o Speranza, se in mezzo alla più atroce delle sventure che mai possa aggravarsi sopra un cuore superbo, — la miseria, con la quale tentarono avvilirmi, — io mai abbia pensato a cosa che fosse turpe, — o se il mutamento della mia condizione abbia preposto a quello della mia patria.

Nel mio povero tetto educai un cipresso per tesserne ghirlande alla maestosa defunta, — e venni quotidianamente inaffiandolo col pianto dei popoli; ma poichè mi avanzava copia di umore — (non ho io avvertito ch'egli era pianto di popolo?) — spensierato vi piantai accanto un alloro, — e nello inacquarne le radici, spesso, quasi mio malgrado, diceva: Forse... chi sa?...

Ora accadde che la terra degl'incliti trapassati è stata potente ad alimentare ancora l'alloro. — Egli crebbe glorioso accanto il cipresso. La immagine della morte e la immagine della vita si confondono insieme, — i rami loro s'intrecciano, — e le frondi susurrano, quasi due amici che si ricambino misteriosi colloquii; — forse l'uno confida all'altro il segreto per cui vediamo che un Dio e un popolo non possono lungamente tenersi chiusi dentro il sepolcro.

La fenice è una favola, ma un popolo che rinasce dalle sue ceneri può essere verità...

O Speranza, — quando, votata la coppa dell'ira di Dio, ti contemplai nel fondo — io volli quinci rimoverti come la più amara di tutte le fecce, — ma tu mi parlasti dicendo: A che mi getteresti? Io sola posso riempire questa coppa della linfa di vita, — dell'acqua che scorre dalle fontane celesti, destinata al battesimo delle generazioni che rinascono.

Più pietosa assai delle preghiere che Omero cantò[378], per rifiuto nè per oltraggio tu ti sdegnasti; — voce mutata e sembianza, non salisti al cielo ad imprecare vendetta sopra lo inospitale, — ma sotto rigido aere, per notti procellose, ti sei posta senza lagnarti a piè della porta, pure aspettando che ti venissero aperti i domestici penetrali.

Chiusa ch'ebbi la lapide di granito sopra la tomba della patria, — io vidi la Speranza dall'altra parte del tumulo sorridente e serena. Poi levò la mano e descrisse col dito teso nei cieli l'iride dell'alleanza; — poco dopo, agitando le sue bellissime ale di farfalla, ne scosse una polvere splendida quanto il raggio della prima stella che scintillò sopra la terra, e — «Se vuoi un segno», — ella disse, — «volgiti alla terra e guarda il segno.»

Ed io declinai lo sguardo, e sul granito era cresciuta una messe degna di lui; — aveva lo stelo di acciaro forbito, la spiga a guisa d'impugnatura di spada.

«Un angiolo», riprese, «uscirà tra poco dal tempio e griderà con gran voce: — Mettete dentro la vostra falce, imperciocchè l'ora del mietere sia venuta, e il ricolto rimasto sopra terra si secca[379].»

A che dunque l'angiolo indugia? La raccolta non pure è matura, ma la terra è stanca di sopportarla.

Quasi turbine di polvere cacciato dal vento, miriadi di giorni al soffio del tempo passarono sopra la faccia del mondo, — però quel giorno non cadrà immemore di mano al secolo dentro l'abisso; schiuse appena le palpebre, la eternità gli porgerà alimento con le mamelle di bronzo, — i sette giorni della creazione al suo primo apparire lo saluteranno dicendo: Quantunque nato a distruggere, tu non ci sei meno fratello; — benchè tardi venuto, ti sentiamo più grande di noi; — noi sospendemmo alle volte dell'empireo il sole, la luna e gli altri luminari, — ma ci dimentichiamo dell'astro senza del quale il sole non iscalda, non rallegra la luna; campo di morte è la terra, e che tu vieni adesso per porvi — l'astro della libertà.

Oh quanto tarda questo giorno!

Seduto sopra il colle, come i bardi di sant'Ulfrido[380], vedrò la battaglia, — l'ultima che combatteranno gli uomini tra loro, e celebrerò la vittoria, — la sola forse che il poeta potrà cantare senza calarsi la ghirlanda sul volto per nascondere il rossore.

Certo allora il mio sangue mi scorrerà languido nelle vene, ma un raggio di quel sole lo renderà più vivido che mai fosse nei tempi della giovanezza, — le sfere si curveranno al mio orecchio, e l'armonia dei cieli mi sarà rivelata, — lo spirito dei profeti scenderà sul mio capo, — gli avelli stessi degli antichi defunti manderanno un suono per rispondere al cantico nuovo, — all'inno della resurrezione e delle glorie di Dio.

E quando il cantico sarà cessato, — l'ultimo tocco delle corde e l'ultimo palpito del mio cuore spireranno insieme, — la mia anima volerà sopra l'estrema vibrazione armoniosa al principio di tutta armonia.

O figli miei, — io ho molto patito per voi; io merito un premio.

Non vi chiedo lacrime, — perchè non dovete più piangere.

Non vi chiedo sepolcro di marmo; — egli occuperebbe alcuni passi di terreno che voi adopererete meglio seminandolo di frumento; — e poi a me piace la tomba dove ogni anno la primavera rinnuova la verdura, — e fino d'ora parmi che non morrò intero se sopra il mio capo farà germogliare la natura erbe odorose e bei fiori.

E nè anche io vi chiedo la fama; — perchè v'ingombrereste lo intelletto con la ricordanza delle cose che furono? Gittate la storia nell'inferno, come il dragone dell'Apolicasse, e suggellatelo con sette sigilli sopra di lui[381]. Che cosa mai presumereste impararvi? V'imparereste come la colpa generi la vendetta, e la vendetta la colpa, come il serpe si morda la coda, ed è cerchio infame di misfatti e di errori. Abbia il tempo i suoi diritti, continuando il privilegio di Saturno di divorare i suoi figliuoli; — un giorno anch'egli sarà divorato a vicenda da sua madre; — il minuto semina l'ora e raccoglie la giornata; — la giornata semina l'anno e raccoglie il secolo; — l'eternità semina il tempo e raccoglie la morte, — e morte sia: — perchè mi dorrebbe la morte del mio nome dopo quella del mio corpo? — Il lenzuolo funerario non si consuma egli dentro il sepolcro? Perchè non si dovrebbe logorare anche la fama, ch'è il sudario funebre dell'anime?

Tutto parla di morte quaggiù. Mentre guardi il cielo, ti si apre sotto ai piedi una fossa; — mentre vagheggi un fiore sopra la terra, nel firmamento impallidisce una stella; — e se il tuo capo riposi sul seno dell'amata tua donna pensando inebbriarli di voluttà, — ecco, ecco, — bada a questo: le stesse pulsazioni del suo cuore ti misurano la vita che manca e il tempo in cui ti avvicini al sepolcro.

Dove sono o come si chiamarono gli uomini che lottarono con le mani ignude contro ai lioni e rimandarono senza denti la tigre al deserto? In qual modo si distrussero i giganti, — la razza dei feroci cacciatori al cospetto di Dio? Dove giacciono i ruderi dei loro enormi monumenti? Chi visse in Palmira e chi regnò in Persepoli? Chi cantò prima di Lino e d'Orfeo? Chi combattè prima di Agamennone[382]? — Anche il firmamento rimase vedovato dei suoi splendori, — le Pleiadi disparvero, — e non pertanto quali occhi piansero perduti que' bei raggi del cielo? Chi di noi può vantarsi più forte dell'elefante — più bello del destriero, più maestoso del cedro del Libano? — Eppure chi si curò rammentarci quando l'alligatore divorò l'elefante, — il cavaliere straziò degli sproni i fianchi al buon cavallo, — e la scure rapì alla foresta il suo più nobile figlio?

E chi dunque sono io perchè mi debba increscere la dimenticanza?

Io però merito un premio, e ve lo domando. Deh! fate che prima di chiudersi nel sonno della morte questi miei occhi possano vedervi liberi e felici sopra la terra dei vostri padri.

E questo è il premio ch'io domando da voi.

* * * * *

E veramente parve che questo premio avrei potuto avere correndo gli anni di Cristo Redentore 1848, ma noi Italiani uomini mancammo alla fortuna, non la fortuna a noi. Adesso vecchi ed affranti, fummo condannati al martirio di Sisifo: non importa; amici antichi siamo la sventura e noi, sicchè prima andrà sbrizzato il sasso che cessi il talento e l'opera di rotolarlo. Questo imparammo dai nostri padri, questo insegnammo ai nostri figliuoli. Nell'ora in cui scrivo, la mia anima va ingombra di molta amarezza, dacchè consideri starci il mondo intero nemico e la Francia peggio degli altri; ella non ha neanco parole per noi, o le ha stolte, qualche volta maligne; non importa: noi vogliamo essere liberi dalla oppressione straniera[383].

FINE

INDICE

A N. G. A. pag. VII Introduzione » IX I. Nicolò Machiavelli » 1 II. La ritirata d'Arezzo » 35 III. Il papa e l'imperatore » 59 IV. La incoronazione » 87 V. Papa Clemente VII » 121 VI. Lucrezia Mazzanti » 143 VII. La pratica » 165 VIII. Giovanni Bandino » 197 IX. Michelangiolo Buonarroti » 227 X. Fra' Benedetto da Foiano » 249 XI. Il profeta Pieruccio » 265 XII. Maria dei Ricci » 289 XIII. L'assalto notturno » 311 XIV. Il Morticino degli Antinori » 327 XV. Andrea del Sarto » 353 XVI. La vendetta » 383 XVII. Le baldracche » 403 XVIII. Amore » 423 XIX. La sfida » 437 XX. Il guanto » 449 XXI. La separazione » 463 XXII. Il duello » 473 XXIII. La morte » 503 XXIV. Il sacco di Prato » 517 XXV. Volterra » 543 XXVI. Il traditore » 583 XXVII. Il calcio » 615 XXVIII. Finis Florentiæ » 645 XXIX. La battaglia della Gavinana » 673 XXX. La vendetta degli uomini e il castigo di Dio » 715

NOTE:

[1] «Pater meus cecidit vos flagellis, ego autem cædam vos scorpionibus» _Reg._, lib. III, cap. 12, v. 11.

[2] Lord Byron.

[3] «Hæc dicit Dominus: Maledictus homo qui confidit in homine.» _Jerem._, cap. XVII, v. 5.

[4] «Non fuit antea nec postea tam longa dies, obediente Domino voci hominis et pugnante pro eo.» _Josue_, cap. X, v. 14.

[5] Et dixi: «Usque huc venies, et non procedes amplius, et hic confriges tumentes fluctus tuos.» _Job_, cap. XXXVIII, v. 11.

[6]

«Pejoraque sæcula ferri: Temporibus quorum sceleri non invanit ipsa Nomen, et a nullo posuit natura metallo.»

JUVEN., Sat. 13.

[7] Brantome, tomo X.

[8] Parini, a Silvia, _Ode sul vestire alla guillotina._ Però fu ai tempi di Francesco I che cominciò in Francia l'andazzo dei capelli corti e della barba lunga, imperciocchè cotesto re giocando il dì di Epifania a Romoralin col conte di Sanpolo con le palle di neve, rimase ferito nel capo, ond'ebbe a mozzarsi i capelli per farsi curare, ed indi in poi non se li fece più crescere secondo la foggia che usavano i soldati svizzeri e italiani. — Ad. Thiers, _Histoire des perruques_, pag. 23.

[9] «Pænituit eum quod hominem fecissit in terra.» _Genesi_, cap. VI. 6. — «Delebo hominem... pænitet enim me fecisse eos.» _Ibid._, cap. VI, 7.

[10] «Samaritanus misericordia motus est. Et approprians alligavit vulnera ejus, infundes oleum et vinum.» _Ev. sec. Luc._, cap. X, 33.

[11] Soph. in _Œdip._

[12] Jul. Capitol. _Pertinax imperator._, in fine. «Signa interitus hæc fuerent: ipse, ante triduum quam occideretur, in piscina sibi visus est videre hominem cum gladio infestantem.»

[13] «Ecce populus ut leæna consurgens, et quasi leo erigitur: non accubabit donec devoret prædam et occisorum sanguinem bibat.» _Num._, cap. XXIII, v. 24.

[14] In codesta occasione si rammenta che una pietra cadendo ruppe il braccio sinistro del _Davidde_ di Michelangiolo. Varchi, _Storie_, tom. I.

[15] Tali erano i moderati antichi, che arieggiano ai moderni come gocciola a gocciola.

[16]

Ma non sia alcun di sì poco cervello Che creda, se la sua casa rovina, Che Dio la salvi senz'altro puntello: Perchè e' morrà sotto quella rovina.

_Asino d'oro_, cap. V.

[17] Busini, _Lettere_.

[18] _Storie fiorentine_, lib. III.

[19] _Della natura dei Francesi._

[20] _Principe_, cap. III. «E di questa materia parlai a Nantes col Roano, quando il Valentino, che così era chiamato Cesare Borgia figliuolo di papa Alessandro, occupava la Romagna, perchè, dicendomi il cardinal Roano che gl'Italiani non s'intendevano della guerra, io gli risposi che i _Francesi non s'intendevano dello stato, perchè, intendendosene, non lascerebbero venire la Chiesa in tanta grandezza_.»

[21] Busini, _Lett. II_.

[22] Machiavelli, _Dialogo sulla lingua_.

[23] Machiavelli, _Principe_, cap. XV.

[24] _Disc._, lib. I, cap. 55.

[25] _Discorso per la riforma dello stato di Firenze a Leone X._

[26] _Disc._, lib. 9, cap. I.

[27] _Disc._, lib. I, cap. 10.

[28] _Principe_, cap. XVII.

[29] A maggior prova di questo si narra che Giulio II mandasse Pietro Oviedo, spagnuolo, al governatore di Cesena, che lo teneva pel duca, con uno scritto del Valentino, col quale gli si ordinava cederla. Il governatore rispose non potere obbedire agli ordini di un signore prigione, e meritare gastigo chi veniva pel suo disonore; per la qual cosa fece gettare l'Oviedo giù dalle mura. TOMMASI, _Vita di Cesare Borgia._

[30] _Principe_, cap. VII; Tommasi, _Vita di Cesare Borgia._

[31] _Principe_, cap. VII.