Part 80
Da molto tempo abbandonò la salute le membra del Baglione, e nondimeno da pochi mesi a questa parte egli appariva l'ombra di quello che fu. La pelle gli s'informava dalle ossa, gli cadevano giù lungo le gambe le calze e ad ogni moto gli ondeggiavano; — il volto aveva bianco come il marmo; — alcune ciocche di capelli canuti gli fuggivano rabbuffate di sotto alla berretta, — la barba sordida ed incomposta, — segno certissimo in lui, tanto studioso della mondizie del corpo, di spirito agitato; — le sopracciglia irsute celavano a mezzo le pupille, le quali muovono continue per un'orbita dilatata, reticolata di vene sanguigne, — piena di colori biliosi; — e poi l'occhiaia livida gl'ingombra gran parte delle guance smunte e rugose. Le spalle tiene curve, il capo chino sul petto; — ambidue i gomiti riposa sopra i bracciuoli, — con le mani si appoggia ai pomi della sedia: — e' sono mani di cadavere; — le unghie lunghe, violette alla radice, in cima bianche; — la pelle gialla, — i nodelli sporgenti, e grosse vene di colore del piombo gliele traversano sinuose. — Sta nel dominio della morte.
Oh come tremenda travagliava cotesta ora l'anima del Baglioni! Prossimo ad abbandonare il suo corpo, lo spirito, a un punto vittima e carnefice, domandava a sè stesso ragione della sua esistenza. Truce rendimento di conto egli è questo, che pure noi tutti dobbiamo fare una volta. Costui tentava sottrarne alcune partite, altre s'ingegnava attenuarne, proponeva difese, implorava perdono. Se codesti arcani dibattimenti si fossero potuti significare con parole, in fede di Dio avrebbero disgradato le più magnifiche orazioni di Demostene; — ma la coscienza a sua posta incalzava, chè non è dato all'uomo mantenersi ipocrita con sè medesimo. E conchiuso ch'ebbe il calcolo, una voce profonda in suono di sospiro gli uscì dalle viscere che disse:
«Che cosa ho mai fatto?»
Parendo a Cencio che la domanda fosse indirizzata a lui, levò il mento per rispondere; se non che dalla immobilità del sembiante del Malatesta sospettò la volgesse a qualche larva infernale, — si tacque pauroso. Il Baglioni indi a breve replicava:
«Che cosa ho mai fatto?»
Quindi, sforzato ad aprire intero il suo riposto concetto, continua:
«Mi odiano tutti! Sono venuto al mondo in orrore... e a me stesso! Sempre mi vedo al fianco queste sedie vuote... ma che? forse non mi rallegrò mai affetto di padre? O genitore infelice sopravvissi ai miei figli? No. — I miei figli vivono, — ma sfuggono da me... sono solo... Solo? no... io sto in compagnia dei miei delitti... della mia vergogna... de' miei rimorsi...
«Ahimè! e non pertanto mi sento solo, e quando la mia solitudine mi tormenta, e vacillante... tentone alla parete... con pericolo imminente di percotere del volto la terra, io muovo in traccia della mia figliuola, la rinvengo nella domestica cappella, genuflessa davanti la immagine di Maria santissima, ed io l'ascolto tra i singhiozzi supplicare la regina dei cieli che impetri perdono della misericordia di Dio ad uno scellerato che ha venduto il sangue de' cristiani, che ha tradito una terra nobilissima, che ha condannalo la sua stirpe ad una eternità d'infamia...; e quello scellerato sono io... L'ira mi spinge al coltello la mano... Povera figlia! perchè dovrei punirti della mia colpa? — Io mi sento costretto ad allontanarmi, badando ch'ella non mi avverta..., perchè dov'ella mi scorgesse, l'ultima stilla di sangue mi tingerebbe di vergogna la faccia. — I miei figliuoli cerco a un punto e fuggo; i miei figliuoli fuggono me, essi portano in fronte una rampogna, — il padre loro la infamia...
«E tu, Ridolfo Leone, che dovevi essere l'orgoglio della mia vecchiezza... tu, sul capo del quale aveva accumulato tante speranze..., tanto tesoro di affetti..., tu, che, per farti crescere di stato, mi costi sudori, fama e perfino la salute dell'anima..., perchè lasci il padre infermo a rodersi con le sue malattie e la memoria? Il principe di Camerino lo ha respinto dalla sua casa, come un vassallo, e gli ha detto: Il mio sangue non si mescolerà col sangue dei traditori. — E la sua figlia, — la fanciulla amata da lui col delirio del primo amore, — si è chiusa in monastero per tôrselo dal cuore siccome se lo tolse dagli occhi. — Sta lontano da me, Ridolfo, perchè io temo che ad ogni istante tu venga a domandarmi. Per qual cagione mi hai procreato? — E non pertanto vorrei che prorompesse contro di me in detti amari, ancora in contumelie, versasse tutta la piena del suo furore sopra il mio capo... Ma vedi, Cencio, alla croce del vero Dio! quei suoi labbri compressi, quella sua parola fredda quando mi chiama padre, mi lacera le viscere... Pensi forse ch'io non m'accorga com'egli chiama in più dolce suono il suo cane? Pensi ch'io non veda ch'egli s'ingegna nascondere alla gente che nasce di me — e muta veste e s'infinge plebeo? Cencio, dimmi, hai per avventura osservato com'egli abbia tolto dal pomo del suo pugnale l'arme di casa Bagliona? — A quest'ora egli mi maledisce... nè Dio giudice riprova cotesta maledizione, perchè meritata.
«Intanto queste sedie rimangono vuote accanto a me.
«Una parete — e un abisso mi dividono dai miei figliuoli...
«I figli di Annibale..., ma egli mi è nipote..., e poi è prete, — finchè da me sperava il vescovato con la rendita di diecimila scudi, non mi si dipartiva mai dal fianco e non cessava dal tempestarmi le orecchie con le autorità dei santi padri e coi testi della Scrittura ond'io mi mi rendessi a fare le voglie del pontefice; — mi assicurava della eterna salute, — difensore della Chiesa mi salutava e propugnacolo della fede; — adesso volge le sue lusinghe a più potente di me; — simile agli _oremus_ del suo breviario, egli cambia nelle sue adulazioni il nome e le applica ad un altro, — mi abbandona ai pericoli e ai rimorsi, — nè gli mancheranno citazioni per giustificare il suo operato, — perchè no? Non insegnava il suo Cristo che l'albero quando non è più buono a produrre frutto deve essere reciso? Ah! la parola di Cristo sta in bocca ai preti come il suo sepolcro in mano ai Turchi. — Egli s'ingegna nascondere il nome della sua stirpe sotto il titolo di qualche dignità ecclesiastica, — fosse anche quello di vescovo d'Aleppo. — Sta bene, nè io posso biasimarlo di sottrarsi alla torre che crolla. Dio lo esaudisca secondo i meriti suoi...
«Clemente! Clemente! Se le mie colpe saranno gravi sulla bilancia dell'Eterno, quanto mai vi peseranno le tue! Comecchè io fossi degno di avvilimento e di peggio, non per questo mi sei meno spergiuro. Tu hai falsato meco tutti i tuoi giuramenti...; solo mi gittasti davanti un brano di popolo ond'io mi v'insanguinassi le labbra, — e potere dir poi: Vedete, anch'egli è della famiglia dei lupi...
«A che mi valse il tuo consiglio, Cencio? — I miei bravi percorsero tutte le corti d'Italia, mandarono cartelli a chiunque osasse chiamarmi traditore. Sono stati derisi, e gli hanno rimandati dicendo: Non fa mestieri duello, — chi dubita essere stato traditore Malatesta?
«Clemente ha preposto al governo di Perugia Ippolito cardinale suo nepote: questi ogni giorno appresta insidie alla mia vita; — mi dolgo al papa, ed egli risponde non essere atto a fare stare a segno un cervello così eteroclito e balzano, volendo per questo modo significare che mi concede in preda al mio nemico, tanto crudele più — quanto la sua ira non nasce da passione, ma da disegno. — Odia costui la tirannide perchè non fu promosso tiranno, — ora ostenta modi ed affetti repubblicani, blandisce i fuorusciti, accarezza Dante da Castiglione, aizza contro di me i Perugini; — queste misere reliquie della mia vita contende alla infermità e desidera spingermi per morte sanguinosa dentro il sepolcro. — Ahi stolto! se tu indovinassi quali giorni io tragga, tu manderesti pel fisico più famoso del mondo onde cercasse allungarmi la vita. Qual supplizio presumi inventare più tormentoso della mia coscienza?»
E Cencio, che pochi giorni innanzi era stato preso a sassi dalla famiglia del cardinale, ed uno dei fanti aveva ardito perfino levargli la spada, romperglierla a mezzo, e quindi dargli dei tronconi nel viso, con voci di sospiro lo interrogava:
«Ma qual pensiero, quale ostinazione è questa vostra? Perchè volete rimanervi qui a farci ammazzare tutti come paterini? Avete munito di anni e di ogni sorta di provvisioni il vostro buon castello di Bettona, nè sarà facil cosa al cardinale superarne i ripari.»
«I miei capelli, comunque crescano sopra testa maladetta, sono numerati; non dubitare, Cencio, neppure uno di essi cadrà, se lo impedisce il Signore; e se per lo contrario al cardinale fu commesso dalla provvidenza di trucidarmi, le salde mura di Bettona si romperanno come vetro al suo urto; — il frutto quando è maturo bisogna che caschi. — Nessuno, Cencio, più di noi può rendere testimonio che Dio esiste... — noi sentiamo la sua esistenza come un chiodo nel cuore...»
«Ahimè! finisce il mondo, Malatesta sermoneggia», interrompe Cencio sforzandosi, comecchè inutilmente, riprendere l'antica gaiezza; «mettiamoci in salvo. Che dice il proverbio? Aiutati con due mani, e Dio ti aiuterà con una...»
«Cencio», gridò Malatesta, «non bestemmiare, vedi, o ch'io ti faccio gettare giù dai balconi...»
E alzò irato il volto per aggiungere alle parole la minaccia degli occhi.
Cencio, o sia a cagione del suo spirito abbattuto pur troppo, o sia che veramente la voce del Baglione gli sonasse più severa che mai l'avesse udita per lo tempo innanzi, levò il viso a sua posta.
E i loro occhi s'incontrarono.
La fiamma ora nascondendosi sotto i tizzoni spariva, ora scaturendo a modo di lingua di fuoco avventava un getto improvviso di luce sopra gli oggetti circostanti. E quel subito splendore gli sformava e li travolgeva in aspetti bizzarri: le cose inanimate parevano scontorcersi sotto il tormento d'inconsueti dolori. Le sembianze dei nostri personaggi disfatte e terribili davano idea del come debbano agitarsi nell'inferno le anime dei dannati. L'uno l'altro guardando, Cencio e il Baglione proruppero in un grido e al punto stesso esclamarono:
«Voi avete...»
«Tu hai...»
«Una faccia di demonio.»
E quando quella loro paura fu del tutto quieta, si celarono gli occhi con le mani, profondamene avviliti, ed esclamarono:
«A che mai siamo ridotti!»
All'improvviso il silenzio che lungo si manteneva in cotesta sala viene rotto da un alto schiamazzo, da un cozzare di ferri, da minacce; da bestemmie e grida dolorose, e poi un romore di persone qua e là accorrenti, un chiudere di porte, e quindi ancora a mano a mano appressarsi il calpestio.
Malatesta si alza tremante. — ma non per paura; però con le mani non abbandona i bracciuoli della sedia, in questo modo sostenendo l'infermo suo fianco. Allorchè il rumore sempre più appressandosi sta per prorompere nella sala, la sua destra con moto spontaneo ricorre al manco lato per cercarvi la spada; le gambe indebolite non bastano a sorreggerlo in piedi, e vacillando trabocca sopra la sedia; — sorrise e si acconciò nell'atto che gli parve più dignitoso per aspettarvi la morte.
Si spalancano le imposte, e una turba di uomini e di donne inonda la sala. Alcuni dei sopravvenuti portavano torcie di bitume, sicchè la nuova scena andava illuminata da quel sinistro splendore. Non si sapeva la cagione vera del trambusto, — urlavano tutti, e più di tutti una donna, che disperatamente si abbandona sopra un ferito trasportato dai suoi compagni; — chi quell'uomo e quella donna si fossero non si distingueva, tanto erano contaminati dal sangue che copiosamente sgorgava da una profonda ferita fatta all'uomo nella gola. In mezzo a tanti gridi il Baglioni giunse a capire che poc'anzi a bello studio era passata prossima alla sua casa una masnada di bravi della famiglia del cardinale e che, avendo rinvenuto poc'oltre un suo paggio, lo avevano preso a malmenare, — ch'egli si era rifuggito a stento dentro la porta, ma che cotesti scherani, mal sopportando fosse loro scappato di mano, avevano atteso a rompere gli usci e violare il domicilio di messere conte: — che allora essi, seguendo lo esempio di messere Ridolfo figlio di messere Malatesta, avevano aperto le porte e respinto la forza con la forza; — esserne nata una molto terribile mischia, — due della famiglia del cardinale rimasti morti sopra la strada, — il maggiordomo di casa avere tocco una ferita mortale nella gola, sicchè, come poteva vedere, più poco gli rimaneva di vita; — in breve si aspettasse a sostenere più duro assalto, perocchè i famigli del cardinale, partendo, avevano promesso sarebbero tornati in forza, per lo più tardi, tra un'ora.
Malatesta udiva il racconto impassibile come se a lui non concernesse. Intanto gli occhi del moribondo natanti nella morte lo cercavano per raccomandargli con l'ultimo fiato della sua vita la moglie e i figliuoli; — favellare ad alta voce non poteva; — con lo spirito pronto a partirsi un argomento per richiamare l'attenzione di lui cercava, e non gli occorreva; — sentendosi avvicinare il diaccio della morte sul cuore, raccolse nel cavo del pugno alquanto di sangue e glie lo gettò sul viso. Malatesta si riscosse, e vedendosi cosparso da quella terribile pioggia, girò attorno lo sguardo e s'incontrò in quello del maggiordomo, il quale con estremo conato mormorò:
«La mia famiglia...»
«È morto!» urlò la moglie; e i figli con eco straziante rispondevano: «È morto! — è morto!»
«Fuggiamo, messere Malatesta», insta Cencio Guercio tremante.
«Mettetevi in salvo, signore», supplicano a mani giunte i vassalli, «tra pochi minuti non saremo più in tempo.
«Anch'io ho figli... che mi abbandonano... e che io non posso abbandonare», favella Malatesta immemore di quello che avveniva intorno a sè.
«Io non vi abbandono», susurrò Ridolfo Leone, che gli si era posto al fianco per ricoprirlo del suo corpo; «finchè il mio braccio basterà a sostenere la spada, voi vivrete, signore.»
«Ed io non ardiva abbracciarvi, riprende la sua figlia, — per paura di affliggere il vostro corpo già intormentito. — Monaldesca vostra non sa ferire, ma pregherà Dio per voi... e riceverà nel suo seno il colpo diretto al vostro cuore.»
«Ahi, figli miei! Venite qui appresso a me.» E così favellando solleva le mani, come per imporgliele sul capo, se non che, di subito mutato consiglio, lascia caderle abbandonate. I suoi occhi tentano piangere, ma non rinvengono lacrime, — invece per lo sforzo s'infiammano e par che versino sangue. «Benedirvi! No, figli miei; la mia benedizione scenderebbe veleno sopra di voi e v'inaridirebbe la testa... Figli miei, io vi domando perdono...»
«Silenzio!» gl'impose severamente Ridolfo Leone, — «non mi fate vergognare al cospetto de' miei vassalli, — le vostre colpe stieno tra voi e Dio... i vostri figliuoli non devono saperle.»
* * * * *
Il giorno appresso Malatesta era chiuso nel suo castello di Bettona, ma per morirvi.
Le troppe commozioni e troppo violente durate nel precedente giorno, — il corpo ormai rifinito, — l'animo fieramente turbato, — il disagio della via che così infermo aveva dovuto percorrere a cavallo — e il rigore di una notte di decembre passata a cielo aperto, — tutte queste cose gli avevano messo una febbre intensissima unita a delirio e a spasimi che lo facevano voltolare come forsennato nel letto.
Chiamato il fisico, poichè questi l'ebbe lungamente esaminato, dichiarò quello essere l'ultimo giorno di Malatesta Baglioni.
Venne il confessore, — ma le sue parole non erano intese si pose accanto al letto recitando sue preci, pure aspettando che un istante d'intelligenza gli desse abilità ad esercitare il suo ufficio.
Cotesto istante fu atteso invano: — il delirio crebbe e con esso la smania. Calato il sole, la malattia prese a inferocire più terribile; molti degli astanti non poterono sostenere gli urli dell'infermo e lo abbandonarono. — Certo era pur truce la visione con la quale Dio giudice spaventava quel tristo.
[Illustrazione: ... i suoi occhi si posano sopra la corona di conte... _Cap. XXX, pag. 783._]
E' gli pareva trovarsi dentro ad un immenso anfiteatro, migliaia e migliaia di volte più vasto del Colosseo. Tutte le generazioni della terra stavano sedute sopra i gradini in sembianza di statue scolpite nel granito. Occupavano i più prossimi, uomini del suo tempo, la maggiore parte a lui noti, gli altari di forme sconosciute, e quanto meglio i gradini s'innalzavano, le forme apparivano più gigantesche e più strane; orridi ceffi, appena umani, che tenevano in grembo o sotto il braccio tigri, leoni e grifoni, come i damigelli del medio evo portavano in pugno sparvieri; la estremità dell'anfiteatro andava ingombra da simulacri di più immane grandezza, — dalle razze ciclopiche che scrissero la loro storia nelle montagne... che maneggiarono l'intero abete aguzzato al cratere del vulcano per arnese di guerra... cavalcarono il mastodonte come caval di battaglia... e una caligine misteriosa le ravvolgeva a mezzo dentro di sè.
Malatesta, scorgendosi solo nell'arena, notando che gli occhi di tutti stavano fitti contro di lui come archi tesi, s'ingegnava stringersi, impiccolirsi, celarsi nelle viscere della terra, — ma la terra era di granito anch'ella impenetrabile e liscio.
Il piano di granito stava inclinato, e dalla parte ove giungeva il massimo declivio usciva un frastuono di mare in tempesta e urla disperate di naufragio, — e divampava un fuoco vermiglio ad ora ad ora rotto da fulmini, e tra i fulmini appariva un quadrante con una sola lancetta, — e un'ora sola, — l'ora della eternità.
Di sotto al quadrante, una catena infiammata pendeva nell'abisso.
Le viscere del mondo si commossero, — un terremoto empì della sua romba il firmamento; — le colonne e gli obelischi dell'anfiteatro piegarono come cime di alberi al soffio della bufera, — le statue furono trabalzate dai loro seggi, — i grifoni e le tigri, comunque di pietra, sembrarono lanciarsi nell'arena atterrite dal pericolo.
Le labbra delle stirpi vissute nel mondo si aprirono, — voci diverse e orribili favelle, che nonpertanto la giustizia di Dio volle che in cotesta ora fossero rivelate all'intelletto del Malatesta, gridarono:
«Perchè si tarda? — La eternità è poca al supplizio del traditore.»
Di repente ecco una forza irresistibile strascina Malatesta; gli trema sotto la terra, egli vacilla com'ebbro, tenta appigliarsi alle pareti dell'anfiteatro, — ma non trova luogo dove introdurre le dita; — erano perfettamente liscie e commesse, come se fossero state non di pietra, bensì di metallo fuso; — ei fu costretto a cadere, e appena caduto, quantunque agli occhi il pavimento rimanesse fermo, assunse egli pure l'impeto del torrente e travolse il Malatesta con forza irresistibile. Allora cominciò una lotta miserabile a vedersi. Il Baglioni s'ingegna trovare un qualche rialzamento dove attenersi e ritardare la caduta; — il suolo si stende disperatamente unito. Forte abbranca colle mani la pietra per imprimervi le unghie, — la pietra non si graffia, ma le unghie gli si arricciano dolorose verso la radice.
Mentre palpitante si affanna in siffatto travaglio, un vento infiammato investe l'arena e mena in giro nuvole di terribile mole, — e tra le nuvole appariscono i fantasmi di tutti coloro che egli aveva menato a morte a cagione del suo tradimento.
Prima degli altri gli si mostra lo spettro di frate Benedetto da Foiano, — scheletro affatto, — meno che negli occhi, i quali stavangli incassati sotto le ciglia ossute, come palle di vetro: — «Dannati, traditore!» gli disse dandogli una spinta e passò[376].
Segue Rafaello Girolami con le labbra nere e lacerate dall'acqua tofana, la pelle del colore di piante imputridite, chiazzata di macchie livide, e, — «Dannati! traditore! — anch'egli gli gridava, — e datagli la spinta, passò.
Poi venne Francesco Carduccio in sembianza severa, quale lo aveva sempre veduto mentre che visse, se non che intorno al collo gli ricorreva un nastro vermiglio, quasi muliebre ornamento. Allorquando egli volle curvarsi, la testa gli si staccò dalle spalle, ma non per questo gli disse meno: — «Dánnati!» — e lo cacciò con una spinta verso l'abisso.
Larve infinite lo tormentano, e tutte godono a fargli oltraggio, a precipitarlo nel vortice dell'eterno pianto; ma sopra le altre uno spettro gli sta attaccato alla vita con l'ardore del vampiro che sugge il sangue alla vittima, — e lo tira, — e vi adopera mani e piedi e denti e tutto, — e questo spettro è il Pieruccio.
Traendo dolorosi guai, il Malatesta precipita, quando, sul punto che meno se lo aspettava, occorre in certo oggetto al quale si raccomanda tenace; — sovvenuto da simile sostegno giunge a rilevarsi sopra i ginocchi. Assettatosi in questa posizione, alza la faccia e conosce essere il corpo a cui si attiene un colosso di bronzo. Egli era addobbato del manto pontificale, — portava in capo il triregno, — la destra teneva in atto di benedire; — guardando meglio, ravvisa in quel simulacro la immagine di papa Clemente.
Allora, delirante di speranze, trasse con violenza a sè i lembi del piviale, supplicando tutto dimesso:
«Beatissimo Padre, per voi servire, questo c'incoglie; salvateci in nome di Dio dalla eterna dannazione.»
Gli occhi della statua coruscarono fuoco, — apersero le labbra e divamparono fiamme, e dopo le fiamme ne uscì una voce che disse:
«Dilettissimo figlio, noi vi abbiamo pagato, — noi non possiamo altro che darvi la nostra apostolica benedizione.»
E stese la mano verso la fronte del Malatesta; — la pelle riarse a quel tocco abbrustolita, e fra una traccia di fiamma verdastra v'incise un T. Non potendo tollerare il Baglione la immensa angoscia, portò ambe le mani verso la testa. Quando gli fu quieto di alcun poco il dolore, egli volle di nuovo afferrare il piviale del pontefice, ma si accorse esserne trasportato lontano; già le sue gambe si agitavano nel vano, — più che mezzo era immerso nella voragine, tenta — gravitando le costole sull'orlo dell'abisso — rimanervi sospeso; — gli torna ogni conato indarno, — non lo reggono i gomiti, — gli sfugge dalle mani la terra; — allora rabbioso immagina mordere l'estremo margine del pozzo.
Ma invece del margine del pozzo si morde miseramente la lingua, il sangue nero gli goccia giù in copia dagli angoli delle labbra e gl'insordida la barba.
Improvvido di consiglio, si volge attorno esterrefatto, ed altra via di salute non gli si offre, tranne la catena rovente.
Vi si aggrappa con le mani e co' piedi; — la catena si distende con orribile cigolio; — la lancetta del quadrante divora lo spazio che la separa dall'ora con la velocità del cavallo sfrenato, — la squilla suona.
Si aperse la terra, — l'anfiteatro cadde disfatto, — le statue l'una sopra l'altra rovesciaronsi, precipitarono le stelle dal firmamento, — ogni cosa creata si sformò, e un gemito lungo si diffuse per la natura moribonda che diceva: — «È arrivata l'eternità.»
Malatesta si drizzò sul letto e urlò disperato:
«La eterna dannazione incomincia!»
E poi ricadde sfinito, — gli venne meno l'anelito, — prostese le braccia — e con un roco singulto declinò la testa.
Il frate confessore gli pose una mano sul petto e favellò sommesso:
«È passato.»
I circostanti, compresi da ribrezzo, abbandonarono la stanza. Non avvertito vi rimase Cencio Guercio.