Part 79
La bocca del Pieruccio appariva contaminata di spuma, — la sua persona nel furente rotolarsi sul terreno sassoso era rotta in più parti nè dalle aperte ferite usciva sangue, ma poco siero sanguigno che andava rapprendendosi intorno alle margini: povero Pieruccio! sembrava percosso da epilessia; — i suoi ultimi moti erano disperati ed angosciosi come quelli del pesce trafitto dai denti della fiócina; — l'estremo atto convulso lo sorprese sull'orlo della fossa e vi traboccò dentro, tenendo le mani compresse sul cuore con un fiorino stretto tra le dita. Il marraiuolo stette alcun tempo co' capelli ritti, la persona composta a terrore, non osando nè potendo movere passo: — poi vide i fiorini sparsi e si curvò a raccoglierne uno... due... tre e tutti, non senza volgere sospettoso lo sguardo alla fossa per mirare se ne usciva il Pieruccio. Si quietò la paura, e l'avarizia prese a dominare assoluta su quello spirito tristo: allora si risovvenne del fiorino che il Pieruccio aveva tolto per tenersi sul petto, — gli venne l'agonia di possederlo, — non gli bastarono i tanti raccolti, — gli sarebbe parso di non averne pur uno, se non giungeva ad attrappargli anche quello; — però affacciarsi alla fossa non si attentava; — tra il sì e il no vacilla, — mosso appena il passo, a sè lo ritrae frettoloso, — finalmente imprime un'orma in avanti, la seconda seguita spedita, — si affaccia alla fossa. Oh Dio! — Pieruccio ha gli occhi aperti come persona viva, — come morto le pupille intente, — e la sua bocca contratta non si sa bene se rida o se minacci. — Finchè il marraiuolo vedrà quel volto, non gli riuscirà toccarlo; — concepisce nuovo consiglio, — impugna la pala e gli getta tre o quattro palate di terra sul capo; — così assicurato, si spenzola dalla fossa e, tese le braccia, s'ingegna ad aprire con forza le mani al Pieruccio e levargli il fiorino. — Sia che avanzo alcuno di vita rimanesse in questo misero, sia, come credo piuttosto, che ciò derivasse da moto spontaneo del corpo, comunque cadavere, il capo di lui si alza con violenza di sotto terra ed empie di fango gli occhi e la faccia del marraiuolo. — La paura lo vinse; — stette lungo tempo semivivo e immemore di sè, sporgente col capo, le braccia e fino al torace dentro la fossa; — mal si distingueva il vivo dal morto. Quando risensò, non potendo ricuperare l'uso delle gambe, carponi a modo bestia allontanavasi: — la cupidigia e l'avarizia sue lo avevano degradato anche sotto la condizione del bruto.
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Finalmente Giovanni Bandini stampa un'orma sul terreno della patria con la esultanza del nemico che preme il seno del vinto nemico. — Ahi misero! — Adesso ha côlto il frutto della vendetta, — si accorgerà più tardi di qual gusto egli sappia, — più tardi l'agonia della offesa e il rimorso e la paura; — più tardi il cuore impietrito il volto senza pudore, il sangue tramutato in veleno: — ora il suo pensiero viene assorto dall'ansia di tenere nelle sue mani Maria.
Povera donna! oh perchè egli non la lascia in pace? Finchè l'anima di lui si mantenne innocente, fu il suo amore tutto lieto, tutto bello, come il fiore tocco dall'alito fecondo di primavera, e le sue immagini di vita serena, con la sua donna al fianco sempre amata, sempre amante, e con una corona di figli, decoro dei tardi anni; — quando poi gli s'incupì l'intelletto, — allora l'arse una fiamma d'inferno, — la passione gli stette nel seno quasi aspide nel nido, — desiderò Maria con più intenso furore, ma non per renderla felice, sibbene per tormentarla; — scopo principale della sua vita era stato sempre Maria; una volta lo agitava l'amore, adesso l'odio, e questo più forte ancora di quello, perchè aveva aggiunto al proprio fuoco le sue fiamme. Hans Verner immaginò, come altra volta avvertiva, due anime che sempre si sieno amate di santo amore nel mondo comporre un angiolo nei cieli, due anime che per amore degenerato in odio sieno costrette a cercarsi per tormentarsi; io per me penso, debbano formare giù nell'inferno un demonio.
Giovanni procede a salti a guisa di belva che si slanci sopra la preda, — giunge alla via di Parione, — tocca la soglia della casa verso la quale s'indirizzavano i suoi passi, e non si accorge due festoni di cipresso pendere dal limitare. Deserte sono le scale; — dalla parte della cappella muove odore d'incenso e talvolta un bisbiglio di voci supplichevoli. Quivi affrettandosi, penetra nella cappella; adesso gli si presenta un molto singolare spettacolo. Sopra un letto parato di seta cremesina a frange d'oro col capo inclinato su candidissimo origliere giace una pargoletta nell'atto in che dipinse Rafaello il fanciullino Gesù il quale pare che nel sonno favelli le parole: _ego dormio, sed cor meum vigilat._ — Ella non dormiva però; — come i fiori che la circondavano in segno della sua purità erano stati recisi dallo stelo, così ella era caduta dalla vita; — una reliquia di bellezza le rimaneva sul volto, nel modo stesso che, sparito il sole dall'orizzonte, vi si ferma alcun poco a rallegrarlo la luce del crepuscolo. E intorno al letto composti in varie sembianze apparivano alcuni gruppi di fanciulli pallidi e silenziosi, sicchè tu gli avresti tolti per uno di quei cari bassirilievi di Lucca della Robbia dove con impenetrabile magisterio effigiò i cuori degli angioli.
Il Bandino soprastette alquanto maravigliato, poi si accostò spedito, movendo all'intorno insolito strepito a cagione della armatura di che andavano gravi le sue membra. Allora i fanciulli levarono la faccia e, gittando urli spaventosi, fuggirono dalla cappella, non altrimenti che si faccia uno stormo di colombi all'improvviso turbati nei campi dove lì trattiene desio di cibo e di bevanda. Il Bandino sempre più si avvicina, e pargli che la pargola defunta tenga nella sua mano destra, — e certo tiene, — una carta suggellata indiritta a messere Giovanni Bandino, gentiluomo fiorentino. — Tristo messaggiero era quello e apportatore sicuro di sinistre novelle; — esitava a prendere la carta, pure alla fine la tolse, e apertala in furia lesse:
«Giovanni!
«Non ho più nulla che mi trattenga sopra la terra. Mia madre è morta, — mia figlia, come vedi, morta; — Ludovico Martelli, a me, come fratello, carissimo, anch'egli morto; — tu poi... avventurato te, se fossi morto! — Io rammenterò quei diletti defunti con affanno e con amore, — te poi con vergogna. — Non cercarmi; — io ormai sono fuori della tua potestà; — tu fra te e me ponesti il delitto, — io posi Dio. — E quando pure in te fosse potenza di violare il sacro asilo dove ho preso ricovero, sappi che il campanile della chiesa è smisuratamente alto, ed io, anzichè venire viva in forza tua, mi precipiterei da quello per cadere cadavere informe ai tuoi piedi. — Addio! Io scaverò con le mie ginocchia i gradini dell'altare, — la mia preghiera starà, come la lampada, eterna davanti la immagine della Madre di Dio, affinchè ti tocchi il cuore, e prima di morire tu detesti il tuo fallo. A San Pietro fu rimessa la colpa di avere rinnegato il Salvatore, ma le lacrime della penitenza gli scavarono due solchi nelle guancie, — e il rinnegare è men reo del tradire. Grande fu il tuo misfatto, pure infinita si volge alla creatura la misericordia del Signore. Gli uomini non possono più assolverti, — Dio tuttavia il potrebbe. — Io ti compiango....»
Non lesse più oltre, e con i denti e con le mani stracciò il foglio, — tanta ira lo vinse; — poi, come lo consiglia il furore, sferra un calcio alla bara, — e fiori e ceri, origliere e cadaveri manda a rifascio sossopra.
E la cercò con l'astuzia del serpente, — ma non gli valse; — la donna aveva con raro accorgimento soppresso qualunque traccia; — in qual tomba sieno state riposte le sue ossa ignoriamo; — certo la religione avrà consolato gli ultimi anni di cotesta sconsolata, — non pertanto è facile a immaginarsi ch'ella abbia affrettato co' voti la pace del sepolcro.
Il Bandino inferocì nella sua perfidia, ebbe un brano di popolo a divorare, — anco a lui toccò una verga per percotere i suoi concittadini. Sempre con l'offesa alla mano, la ingiuria alla bocca, egli raccolse ampio tesoro di abborrimento e si tenne beato: dovunque mostrava la sua pallida faccia non ardiva apparire il sorriso, e le parole compagnevoli od erano tronche a mezzo, o le terminavano bisbigliando; — i suoi detti amari non risparmiavano gli amici meglio dei nemici, più volte ne fremè lo stesso duca Alessandro; e se non lo uccise, ciò non avvenne per dubbio di essere tenuto ingrato, sibbene perchè si sentiva come sopraffatto dal fascino di quell'uomo tutto veleno. Spento Alessandro, il Bandino, punto cangiato dagli anni, praticò gli stessi modi con Cosimo. Questi, al primo sarcasmo profferito in onta di lui e della duchessa Leonora sua moglie, fece bocca da ridere, e nel cuore segnò la sua morte; e non tanto pel motto acerbo, quanto per tórsi dattorno tutti coloro ai quali pareva dovere andare debitore del suo innalzamento, attese un pretesto che togliesse a un punto la reputazione al Bandino, e a sè con la vendetta procacciasse fama di pio; — cupissimo ipocrita fu in tutte cose costui; — ad un tratto lo accusò di tale delitto del quale i modesti non assumono difesa per reverenza al pudore. Prima di farlo infelice, lo rese infame; — quando il principe accusa, i testimoni non mancano, e caso mai essi manchino, i giudici per condannare si trovano sempre, — nè forse il Bandino era del fallo imputatogli del tutto innocente, a simile turpitudine condotto dal disprezzo di questa nostra umana natura. Preso e condannato a perpetuo confino nella fortezza di Volterra, donde dopo molti anni venne trasferito nella fortezza di San Giovanni Battista, quivi morì nel 13 agosto 1568. Di qual morte finisse è ignoto; questo solo sappiamo con sicurezza, che quelle mura furono segrete, profonde e terribili come il petto di Cosimo I, che i Medici con le proprie mani dettero opera a fabbricare veleni, — che Cosimo fu ammiratore ed amico di Filippo II austriaco re di Spagna, chiamato meritamente il demonio del mezzogiorno, e finalmente che ambedue questi principi, non che fossero inesorabili ai nemici, i propri figliuoli di ferro o di veleno spegnevano!
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Ora udite la fine di Bono Boni dottore di legge.
E perchè rammenterò io la morte di così ignobile uomo con larghezza maggiore di quella che adoperava fin qui ricordando l'ultimo fato di tanti personaggi più virtuosi o più magnanimamente scellerati di lui? Perchè io conosco, anche ai dì nostri, uomini simili affatto al nostro Bono Boni: e forse il fine miserevole dell'antico Bono potrebbe ispirare salutevole spavento ai Boni moderni, — e dico spavento, avvegnachè, se mai avviene anima alcuna di costoro andare in luogo di salute, ella vi perviene di certo per paura dell'inferno, non mica per amore del paradiso.
Messer Bono ebbe donna, e la tolse non già aspettandone domestica dolcezza o per posare le agitazioni della vita nella quiete degli affetti matrimoniali, o per forme venuste, o per care doti dell'animo; tutte queste ell'erano baie per lui. Egli badò se avesse parenti e quanti; — se avanzati negli anni assai; — se di retaggio provveduti e di eredi; — e quando la mente, fatti i calcoli coll'abbaco del suo cuore, trovò il conto tornargli, — allora chiese santificare, diceva egli, il vincolo col sacramento. Nelle nozze egli ebbe in mente soltanto la eredità; — le nozze egli considerò quasi prolegomeni del testamento; e pensando poi che se la moglie veniva a morte senza figli, non pure non avrebbe eredate dal socero, dai cognati e dall'altra caterva dei parenti suoi, ma gli sarebbe toccato restituire per legge di statuto metà della dote... la prima volta diventò padre per calcolo, — la seconda per briachezza — e la terza per distrazione. Dicono l'annunzio della nascita di un nuovo figliuolo ricevesse col volto col quale intese dal suo castaldo avergli il fulmine incendiato il pagliaio. Spesso fece piangere la moglie derelitta rampognandole oscenamente la fecondità del suo alvo; imperciocchè sebbene la povera donna sentisse dello scemo nel capo, nondimeno, come ogni giorno vediamo, la natura non aveva percosso di stupidità le sue viscere materne. Quegl'infelici germogli, aduggiati dalla influenza dell'odio paterno, pesti da continue percosse, sbigottiti dai rimprocci, dal vivere sottile estenuati, svennero intisichiti quasi prima di nascere. Il padre a quale andava per dolersi seco delle morti frequenti di casa sua rispondeva con serafica petrificazione: «Miseri noi, non essi, a cui prima di contaminarsi di colpa fu dato salire al paradiso, dove svolazzano cherubini bellissimi di luce.» — La madre piangeva.
Un solo, il primogenito, sopravvisse indomato alle battiture e ad ogni genere di tormento domestico. Il padre quando vide che ad ogni costo voleva vivere, intese a cavarne profitto. La educazione a cui lo crebbe fu lo sviluppo continuo di questo assioma, che piantò nell'anima del fanciullo come principio di tutta sapienza: — Il danaro è il sangue dell'uomo. — Onde, nel cervello selvatico di cotesto sciagurato, danaro e sangue diventarono due cose per cagione di vita connesse e producentisi a vicenda, l'oro era il sangue, il sangue l'oro. — Il padre poi si compiaceva compiere la educazione del figliuolo a un punto e quella del suo mastino, — pane, — acqua, — bastone —; e catena; — pensò sarebbero stati ambidue buona guardia, — amendue avrebbero morso e latrato se mai il ladro s'introduceva furtivo, notte tempo, in sua casa, — e il figliuolo meglio del cane, perchè ci aveva maggiore interesse. Dopo la sua morte non avrebbe egli eredato il suo sangue, — il suo danaro?
Dopo la sua morte! — E chi lo ha detto? — Non poteva forse il suo figliuolo morire prima di lui? — Certo poteva, ma non perciò sariensi i suoi giorni prodotti più lunghi. Oh avesse potuto rubare al figliuolo i suoi giovani anni e aggiungerli ai suoi! Egli sapeva che fisici valorosissimi avevano trovato la via di prolungare la vita infondendo nelle vene dell'uomo decrepito il sangue del fanciullo[374], ma da sè non poteva eseguire la operazione, e il segreto gli sarebbe costato troppo oro... Basta, per ora si sentiva forte e rigoglioso; — quando gli fosse venuto meno il vigore, vi avrebbe pensato.
Talvolta spezzò la catena..., non il mastino, — il figliuolo di messer Bono Boni, — ed irruppe nel fango della vita, — il vino — e il bordello. Se il suo imbestialito intelletto non pregiava più gentili piaceri, poteva forse incolparsi? — Tornato a casa, una procella di colpi gli rompeva le ossa, — ed egli quantunque si sentisse i denti capaci di lacerare suo padre, non ardiva avventarsi a cagione dell'antico terrore; solo brontolava cupo e digrignava le mascelle orribilmente.
Il figliuolo di messere Bono Boni appena conobbe che il danaro comprava il vino e la meretrice, non volle aspettare la morte del padre per possederlo; — dal germe della idea che il danaro era sangue stava per nascerne un frutto nefando.
Però l'istinto della natura, non affatto compresso dall'abbominevole insegnamento, prevalse; — prima del sangue egli scoperse il furto. Quando la notte scendeva paurosa sopra la terra, — e la grandine percoteva crepitante su i vetri, — e il tuono squarciava le nuvole del cielo, — e gli ululati dei cani empivano l'orrore delle tenebre; — nell'ore in cui la superstizione immagina spalancarsi le antiche sepolture e quinci trarre gli spettri a tormentare i colpevoli, — in cotesta ora che il meglio animoso si stringe a cui gli dorme al fianco, — e chi si giace solo si fa il segno della salute e si avviluppa nelle coltri, — il figliuolo di messere Boni con suoi grimaldelli, a passi sospesi, ritenendo l'alito, si accosta all'arca paterna e ruba in un attimo un pugno di fiorini d'oro: — erano l'agonia di dieci famiglie ridotte dal padre alla disperazione. — Così avvenne una ed altra volta. — Certa notte poi a mezzo decembre, — la vigilia di un giorno di festa, successe il caso che sono per dirvi.
Strideva acutissimo il rovaio: — di neve ogni cosa era piena e di ghiaccio, — la campana che accenna le ore batte così distinta che pare che picchi sul tetto della casa di Bono Boni. — Lo sciagurato giovane, furente di libidine per nuova meretrice, procede a procurarsi col furto il censo grancito all'orfano, per isprecarlo in prezzo di prostituzione, — oscena serie di colpe! Pon mano sopra la serratura, — apre la porta... morte di Dio! Bono Boni con una vecchia casacca tutta rattoppata addosso, un caldanuccio davanti, agli scarsi tizzi del quale andava ad ora ad ora rinfocolando le dita assiderate, — al pallido chiarore della lucerna mezzo spenta, a cui, mancato l'olio, avea messo un po' di rialzo da un lato onde l'umore rimasto in fondo sgocciolasse verso il lucignolo, — sta numerando i suoi fiorini, — i ducati del sole... li zecchini veneziani... in somma un tesoro, e per quanto scarso splendesse il lume, non pertanto le monete d'oro raggiavano.
Udendo Bono Boni rumore, solleva gli occhi.
Sovente avviene nelle Indie che, mentre ti accosti ad una siepe per cogliervi fiore o chiappare farfalla, tra fronda e fronda ti vedi all'improvviso comparire davanti il ceffo del tigre.
Così s'incontrarono padre e figlio; — non proruppero in urla, — non fecero gesto, — vivono soltanto negli occhi; e come il rospo avventa schizzando il raccolto veleno, essi l'un contro l'altro si scagliano un getto magnetico di odio, di maledizione e di morte. Il cuore si agita dentro cotesti empi petti, quasi groppo di vipere sturbate nei loro congiungimenti. Nessuno si minacciò; — il pensiero sta chiuso nel cervello loro, come il pugnale nella guaina, — non hanno armi, e non pertanto cotesto è duello a morte, — combattono con gli occhi, — riparano e studiano colpi di certa offesa e mortale.
Ma gli sguardi del giovane ferivano più trucemente intenti, — più divampati, — più pieni d'inferno; — quelli del vecchio da un angolo all'altro balenarono smarriti; — gli mancò l'anima, — si sente ferito; — allora pian piano stende la destra obliqua e saltellante, come il ragnatelo per ghermire la mosca, ad afferrare un coltello.
Prima che la mano giungesse al coltello, il figlio ha stretto la gola del padre e con voce incavernata gl'impone:
«Dammi i fiorini.»
«No.»
«Dammi i fiorini, ti dico...»
«No, no.»
«No? — prendi.»
E qui gli sferra una martellata sul capo, poi soggiunge:
«Dammi i fiorini...»
Il sangue inebria al pari del vino; e più il vino è generoso, — e il sangue ci appartiene dappresso, — tanto meglio l'uno inebria chi lo beve, — tanto meglio inebria l'altro chi lo versa: — quello che adesso sgorga è sangue di padre!
«Non vuoi tu darmi i fiorini? Prendi dunque, Bono; — prendi, messer Bono Boni; — prendi, prendi.»
Il cranio va ai fieri colpi sbrizzato, — un lembo di cervello si versa oscenamente pel viso a Bono Boni, — il rantolo prorompe fumoso di sangue dalle fauci di lui; e il suo figliuolo continua a martellargli rabbioso sul capo, — poi si fermò e gli disse::
«Ora vuoi tu darmi i fiorini? — Non rispondi? No? Io tornerò a domandartelo tre volte e poi riprenderò le percosse più forti di prima.»
E siccome dopo la triplicata, interrogazione il padre non rispondeva nulla, il figliuolo si avvisò esaminargli la testa. Vista che l'ebbe, scoppiò in altissime risa...
«Vedi ve'; — chi avrebbe creduto che questo capo contenesse tanto cervello?» E poi in suono lieto continua: «Certo ora non può egli rispondermi: prendili o lasciali stare, — non dirà più nulla mai: — io posso portarli via a bell'agio.»
E ne tolse piene le pugna e accorse alla casa della meretrice, la quale non aborrì dalla moneta insanguinata nè del contatto del parricida; — e sciolta appena dalle braccia di lui si affrettò a denunziarlo al bargello, empiendo le mani di nuovo denaro — e sanguinoso ancora egli. — Ora coloro che in versi o in prosa ebbero coraggio di paragonare l'uomo al tigre mi dicano in coscienza se non ne sentono pentimento e rimorso.
Pochi giorni dopo egli era tratto al supplizio; — andò nè superbo — nè dimesso, — ma stupido, — affatto chiuso nella sua bestialità. — Brevi momenti innanzi di morire un raggio d'intelligenza, — l'unico che in tutta la vita gli scintillasse al pensiero, gli si diffuse su l'anima, e favellò:
«Non so quale delle due infamie sia per me la maggiore, — o quando venni nel mondo per mezzo di messere Bono Boni mio genitore, — o adesso che n'esco fuori per le tue cure amorevoli, compare Taddeo.»
E toccò in atto di carezza le gobbe spalle al carnefice Taddeo.
La meretrice, dopo che fu giustiziato, venne presa da veemente scrupolo e, per mettere in quiete la coscienza, fece celebrare una messa per l'anima del defunto alla Santissima Vergine dell'Annunziata.
Se allora fosse costumata la _reale e imperiale_ istituzione del giuoco del lotto, onore e lume della presente civiltà toscana ed anche romana, fors'ella ne avrebbe ricavato i numeri.
E forse vinto.
E forse diventata maggiordoma maggiore, — e allora avrebbe imbandito mense, convitato a festini; — i poeti l'avrebbero cantata con una procella di sonetti con la coda o senza; — crescendo poi gli anni, l'avresti veduta convertita in donna di pietà insigne, — direttrice di qualche asilo d'infanzia, o priora dell'arciconfraternita del Sacro Cuore; alla fine, — poichè tutte le cose hanno la fine, — defunta co' conforti di sette confessori, uno meglio dell'altro — e santi uomini tutti, — e munita in copia delle provvisioni spirituali necessarie pel viaggio della eternità.
E forse anche morta in odore di santità e dieci miglia d'intorno.
E operato miracoli, come sarebbe la guarigione dell'idrope alle fanciulle dopo nove mesi di enfiatura, — e così discorrendo.
Ora andate, se il cuore vi regge, a battere la cassa addosso alla reale e imperiale _amministrazione_ del giuoco del lotto.
I filosofi lo biasimano, ed hanno torto. Date loro a tenere il banco, e lo loderanno; — lo dimostreranno ancora _filantropico_, siccome usa nel nostro linguaggio moderno.
Lascio del lotto e torno a messere Bono Boni, dottore di legge.
Se alcuno nel mio Bono si ravvisasse, si rammenti del _discite iustitiam, moniti..._
Lo troverà in Virgilio[375], ma costà lo dice Flegia ai dannati senza conclusione di nulla, perchè la predica ai perduti senza rimedio per sempre la è proprio il soccorso di Pisa; però io glielo dico prima di dannarsi, affinchè si provveda.
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Ora contemplino i popoli la giustizia di Dio.
Correva il 23 di dicembre dell'anno 1531. Dentro una sala ampia, umida e buia Malatesta Baglioni e Cencio Guercio stanno ridotti davanti al focolare. Malatesta sopra una sedia baronale a bracciuoli da un lato, Cencio sopra uno sgabello dall'altro; lo spazio tra Malatesta e il suo cagnotto era occupato da due sedie vuote. Non dicevano parola; — di tratto in tratto il Guercio alzava gli occhi per guardare Malatesta, ma, non osando sostenere la vista di lui, gli abbassava pensoso, chè la paura gli si era cacciata nell'anima.