L'assedio di Firenze

Part 78

Chapter 783,535 wordsPublic domain

Alle magnifiche parole di Filippo, Iacopo Strozzi di mano in mano veniva rispondendo: «Filippo, tu non la di' come la intendi; e se la intendi come la di', tu la intendi male.»

Lo Strozzi ciò nonostante procedeva imperturbato, e, per farsi più benigno Clemente, conoscendo l'animo riposto di lui, adesso parla della necessità di fabbricare una fortezza, arnese efficacissimo a reprimere le subite ire del popolo, a porgere asilo nei frangenti pericolosi, a tutelare, il governo; avvegnachè la sperienza abbia insegnato che i moti popolari presto si calmino, e se tu ti mantieni in parte da mostrarti quando la plebe comincia a stancarsi, di leggieri la riduci all'antica soggezione. E Iacopo Salviati, che pure era parziale e parente dei Medici, oltre il citare molti bellissimi esempi di tiranni antichi, ai quali nè le fortezze nè i giachi nè il mutare di letto nè i molossi posti a guardia dei penetrali valsero punto, ricordò l'esempio domestico e moderno dei cittadini fiorentini, che, quantunque armati alla morte di Lione papa, mantennero in podestà i Medici sprovveduti di armi e di provvisioni a difendere o ad offendere capaci; e disse ancora l'annona abbondante, la giustizia dirittamente amministrata, il buon governo in somma tenevano il popolo contento, non già le fortezze, inventate a tiranneggiare i popoli ed atte piuttosto ad offendere altri che a difender sè, piuttosto a porgere sospetti che a dare sicurezza. E poichè Filippo insisteva smanioso a ributtare cotesti argomenti e si sbracciava a persuadere il contrario, Iacopo gli ebbe a dire queste parole, conservateci dalla storia: «Voglia Dio che tu, Filippo, nel mettere innanzi il disegno della fortezza, non iscavi la fossa nella quale sotterrare te stesso.»

Detto umano non parve mai più profetico di questo. Caduto Filippo dal sommo della prosperità, tratto a gran vituperio sopra un muletto, tra lo schiamazzo della folla inseguente, per la città che seppe ridurre schiava e non valse poi a rivendicare in libertà, o di propria mano, come si disse, o per l'altrui, come meglio si sospettò, trovava morte sanguinosa nelle male innalzate mura.

Data forma al disegno, Antonio Guiducci arcivescovo di Capua, giunse primo a Firenze con la risoluzione della mente del papa, poco dopo Roberto Pucci per disporre le materie, — in ultimo Filippo Strozzi per mandare a fine il concertato tra loro.

Che importa raccontare il come? Dopo dugento cinquant'anni fu casso il gonfalonierato, — il principe assoluto istituito. — Primo duca fu Alessandro dei Medici, bastardo del pontefice Clemente e della schiava africana moglie del vetturale da Colle.

Seguì una serie di turpitudini e di delitti, per cui la casa degli Atridi, al paragone di quella dei Medici, rimase disgradata; — s'inebbriano dell'ira di Dio e del sangue del popolo; — muta indole l'uomo, — muta natura la terra. — O Firenze, tu apparirai d'ora innanzi quasi una lira a cui il poeta nel suo furore abbia strappato le corde.

E la pena fu condegna alla colpa. La famiglia dei Medici mancò priva di fama, di vigore, di discendenza, — di tutto; — lasciò eredità, — non d'ira, perchè il disprezzo da gran tempo aveva vinto lo sdegno, — ma di schifo e di abiezione. E gli ultimi Medici, quando videro imminente il sepolcro a divorare la intera stirpe di loro, e conobbero i popoli sopravvivere ai tiranni, — e, pentiti delle colpe dei padri, intesero restituire il mal tolto, — la libertà a Firenze, — altri principi tiravano giù dalle loro spalle le mal rapite vesti per ammantarsene prima che fossero morti; — il ladro prima dell'ammenda fu derubato. — Ma le proteste di Cosimo III al congresso di Londra e il testamento di Gian Gastone fanno fede della rapina del principe e del diritto imprescrittibile del popolo. Chi più ne vuole, e più ne cerchi; io ho le mie ragioni onde non raccontare per ora storia moderna.

Però Dio, anche nelle estreme miserie, non ci abbandonò intero; e nel modo stesso che il sole in un giorno d'inverno, quando sta per toccare i lembi estremi dell'Oceano, all'improvviso da qualche apertura manda lontano sopra la terra pallido e non pertanto bene augurato il suo raggio, — pegno di giorno men tristo; — così sul punto della morte della Repubblica e allorchè Carlo V, gonfio il cuore di superbia, teneva i popoli in conto di polvere da calpestarsi dai suoi piedi imperiali, e i principi per iscudieri, — nel mentre ch'ei non reputa capaci a resistergli, non che altri, gli stessi elementi, e appena concede avere un emulo in cielo, — ecco un vecchio venerabile di canizie gli attraversa il cammino, e gli dice:

«Re della terra, tu hai intorno al capo un diadema di potenza e di diamanti; — me, vedi, cinge la corona della morte, — i capelli bianchi. — Re della terra, anche tua signora è la morte: e noi occuperemo lo stesso spazio in grembo alla natura. Perchè hai misfatto alla tua parola? Perchè ci hai tradito? Credi che la voce del popolo non giunga al cielo? Io vo' che tu sappi curvarsi Dio per ascoltare le querele della sua creatura. Mantienci la libertà che ci promettesti; — restituisci la patria che ci assicurasti o almeno rimettici nella nostra terra; — rendici le armi che a patto soltanto e sotto la tua fede deponemmo; — e poi conquistaci da cavaliere e da cristiano, non da traditore e da codardo.»

E Carlo tremante, volendo e non potendo sdegnarsi, che il rimorso lo pungeva come aspide, rispondeva:

«Tornate in patria; — riavrete le vostre sostanze, purchè vi lasciate governare dal duca Alessandro.»

«Noi vogliamo patria e libertà; tu ce l'hai rapite, e noi da te le ripetiamo, — e te le richiederemo al tribunale di Dio.»

Il caso avveniva a Napoli; — era l'egregio vecchio Iacopo Nardi. — Io non mi dilungo su questa avventura: adesso cominciano tempi squallidi e che pure meritano essere esposti per insegnamento degli uomini; ed io nel sospetto che le anime gentili si sconfortino nell'udirli raccontare, considerando con occhio attonito come manchi talora all'uomo una caverna per ripararsi dalla procella della tirannide, che pure fu concessa alla belva per ischermirsi dalle tempeste della natura, gli lascio. Cominci da lei chi detterà la storia del principato; — la protesta del Nardi in cima al libro parrà quasi l'impronta di Caino sopra la fronte del tiranno. Su via, sorga qualche animoso in Italia che sappia scrivere un libro col cuore col quale combatterebbe una battaglia. Nella terra di Dante non nascerà più alcuno che valga ad apparecchiare un nuovo _Inferno_ d'infamia a coloro che ridussero in servitù la nostra bella Firenze?

* * * * *

Il poema a cui non pose mano e cielo e terra, e che tuttavolta mi è sacro[368], qui ha fine. Però a me e ad altri sembrerebbe incompiuto, dove non raccontassi gli ultimi fati dei più notabili tra i personaggi del mio dramma. Adempirò a questo ufficio con anima pari a quello che, la Dio grazia, ho saputo conservare fino a questo momento.

Zanobi Bartolini, col cuore roso dal rimorso e dall'ambizione delusa, si ridusse ed abitare la sua villa di Rovezzano; qui, sospettando per sè, — il giudizio dei posteri presentendo severo, menò squallida vita. Il più delle volte tristo, solo e secondo il suo costume seduto, sonnecchiando, sopra un seggiolone ch'ei poneva obliquo al pavimento. A vederlo in cotesta attitudine nissuno avrebbe pensato qual battaglia combattessero nel suo spirito le feroci passioni; ma la settimana stampava su la faccia di lui le impronte dell'anno; — le sue labbra sovente balbutivano inintelligibili parole, — invocava la morte. Un giorno alcuni suoi famigliari, credendo ch'ei dormisse, si posero a lamentare su la Repubblica ed a rammaricarsi della cecità loro, che, lasciandosi svolgere dai sofismi del Bartolini, avevano le proprie forze adoperato a istituire la tirannide in casa. Chi ci torrà da dosso questo Alessandro che noi stessi abbiamo voluto? Che cosa più ormai gli rimane a tentare? Non è egli forse diventato assoluto tiranno?

«Assoluto tiranno! Chi assoluto? Voi v'ingannate; non capitolava Fiorenza a patto della conservata libertà?»

«E voi, uomo riputato prudente, pensate essere alla malevoglienza ed alla forza bastevole riparo una carta scritta? Stamani fu soppressa la Signoria, casso il gonfaloniere, Alessandro de' Medici proclamato tiranno.»

Proruppe il Bartolino in un gemito profondo, sollevò le mani e lasciò abbandonarsi la testa sopra le spalle; — la seggiola squilibrata tracolla, e Zanobi rovinando percuote di forza la nuca sul terreno; accorsero a sollevarlo; due sole goccie di sangue gli erano sgorgate dalle narici lungo la barba, — nel rimanente non pareva offeso. Pure gli giunse ogni rimedio tardo, — il colpo era stato sufficiente a cacciarlo fuori del mondo. Così Eli moriva quando gli fu riportato, con la sconfitta di Giuda, morti i suoi figliuoli, l'Arca di Dio cattiva[369].

Fu, come dicemmo, Zanobi amorevole della Repubblica, ma, disdegnoso, superbo, troppo in sè fidente, immaginò un concetto, presumendo poterlo sostenere da sè solo senz'altri aiuti, con tristi strumenti sperò fare opera buona; intendeva ingannare a fin di bene, e fu posto di mezzo a fine di male. Stando col popolo, non si sarebbe chiusi con le sue medesime mani gli occhi, e di certo gli veniva fatto salvarlo; onde, per istringere molte sentenze in una, Zanobi non con la intenzione, ma con l'effetto rovinò la patria. La giustizia degli uomini, a cui male si addice ricercare le intenzioni, sta al fatto e decide; — quindi di lui rimase fama come di traditore; — e a parere mio ebbero ragione i posteri. Non so se questo antico esempio ed altri che potrei allegarne _vicini_ avranno forza d'incutere salutevole timore in coloro che, troppo presumendo di sè, pongonsi a capo dei civili negozi: — forse non l'avranno, ma in ogni caso non si potrà da loro dedurre la ignoranza. — Scopo di questo mio discorso è tenerli avvertiti.

* * * * *

E Pieruccio? — Egli si trovò in quasi tutte le battaglie della patria e quasi in tutte era rimasto ferito. Ora non gli avanzava più veste che lo coprisse, — non ferro per combattere, — non sangue, non parte di corpo che fosse sana. — Stava per mancargli la patria; — perchè si tratterrebbe più oltre quaggiù?

Ma anche lui prima di morire punse il desiderio di contemplare dall'alto un'altra volta Firenze, — e s'invogliò di una fossa posta sul colle più prossima al cielo per ricevervi le prime rugiade, il primo e l'ultimo saluto della luce, per sentire più da vicino la tromba dell'arcangiolo quando chiamerà i morti, imperciocchè i giusti non rifuggano dal giudizio di Dio. — Colà verso Trespiano, ove di presente giace il cimitero della mia città, alcuni marraiuoli condotti a prezzo, pochi giorni dopo la resa, scavavano fosse e vi stipavano i cadaveri dei morti sparsi alla campagna, per amore di tutelare dai maligni effluvii l'aere del contado. Qui venne alternando lento i passi Pieruccio; — a vederlo non pareva cosa umana. — Egli non piangeva, perchè aveva consumato le lacrime; — non sospirava, perchè l'angoscia lo aveva fatto di pietra: — giunse sul margine di una fossa; il marraiuolo zappando non lo badava; — intento al suo lavoro empiva l'aere di un canto sinistro, di cui il concetto era questo:

=La ballata dell'uomo e del mattone.=

«L'uomo è troppo superbo, e il mattone troppo umile; — non pertanto entrambi escono dal mio seno, ed entrambi vi tornano; — entrambi io terra amo come figli gemelli, — l'uomo dico e il mattone.»

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«Quando la gran madre natura comandò che dal mio seno spingessi fuori l'uomo, mi disse: fammi un uomo; — e quando volle il mattone ancora, disse: fammi un mattone; — nacquero per la virtù delle medesime parole: la creta dell'uno stava accanto alla creta dell'altro, caso fu che il mattone non nascesse uomo, e l'uomo non nascesse mattone, proprio fu il caso; ora dunque perchè l'uomo insuperbisce sopra il mattone?»

* * * * *

«Se l'uomo calpesta il mattone, non vi lascia l'orma — e il mattone non soffre: all'opposto l'uomo si curva gemendo sotto il piede di chi lo calpesta e non sa aiutarsi. — Lunga è la vita del mattone, sicchè può sostenere, fatte cadaveri, due o quattro generazioni di coloro che lo hanno calpestato. — La vita dell'uomo passa come ombra, e spesso egli muore nella rabbia di contemplare avventuroso il suo oppressore.»

* * * * *

«L'uomo si consuma nell'angoscia: — quando intendeste voi che il mattone gridasse: ahimè? — Se il mattone diventa rosso, ciò è perchè il fuoco lo cuoce: — l'uomo poi si fa vermiglio a cagione della vergogna o del sangue.»

* * * * *

«E l'uomo è vinto dal fuoco, dall'acqua, — da tutti gli elementi, — ma il mattone gli sfida per tempi immemorabili. Però l'uomo è più duro del mattone in una parte sola, — nel mezzo del cuore.»

* * * * *

«E se poni il mattone accanto al mattone, vi stanno quieti, nè il fratello dice al fratello: Fatti in là. — Poni l'uomo insieme coll'uomo, e si divoreranno tra loro — ma l'uomo ragiona.»

* * * * *

«Il mattone rotto si tramuta in sassi; co' sassi qualche volta si uccidono i re[370], qualche volta anche i papi[371]. — I sassi somministrano armi al popolo quando un giorno lo prende fastidio di servire da gregge. I tiranni temono più i sassi dei pugnali. — Ora a che è buono l'uomo quando ha chiusi gli occhi alla luce?»

* * * * *

«Io sono la terra, — la terra antica, — ma figlia sommessa alla mia genitrice natura; pure il mattone è il figlio della mia tenerezza: io non mi sono mai vergognata di lui. — Se mia madre ascoltasse il consiglio della sua figlia, io le direi: rompiamo la stampa dell'uomo; creiamo invece un miliardo[372] di tigri; anch'essi mi sono figliuoli, e se non foss'altro, hanno la pelle più vaga.»

* * * * *

Pieruccio lasciò che il marraiuolo ponesse fine alla canzone, poi incominciò:

«Per cui scavi cotesta fossa?»

Al suono arrogante della voce il marraiuolo tenne ch'ei si fosse un barone, per lo che, prima di raddrizzare il dorso, si recava ossequioso la mano alla berretta; quando poi vide la strana sembianza, riprese come stizzito il lavoro, rispondendo:

«Anche per te, se vuoi...»

«Sia; per me. Affréttati dunque, perchè il vivere mi pesa, — aspetterò che tu l'abbia fornita, — poi morirò; — lavora di forza. Voi altri uomini, per poco che vi si mostri un fiorino d'oro, diventate terribili; — eccoti fiorini; io me li portava addosso perchè hanno impresso il giglio e il Battista, e perchè il re di Tunisi per essi conobbe il grande stato di Fiorenza, ond'ebbe a riprendere l'astio dei Pisani che ne levavano i pezzi[373]; ma tu, villano, nulla sai di ciò e nulla ti preme saperne; — io te li dono perchè tu presto mi apparecchi il letto del mio riposo; — mi sento rifinito e mi tarda a dormire.»

Disfece Pieruccio un lembo dei suoi stracci, e sulla terra diffuse copia di fiorini. A quella vista il marraiuolo balzò fuori dalla fossa; cupidi figgeva gli sguardi sopra l'oro sparso, — poi li volse d'intorno, — ed alfine brandì la zappa.

Pieruccio, indovinando il mal talento di lui, lo avvinghiò all'improvviso pel collo e ridendo gli disse:

«Perchè vuoi uccidermi? io ti affermo con sacramento che, appena terminata la fossa, io voglio morire; indugia anche un poco; — tanto la fossa dovresti pure fornirla per nascondervi dentro il tuo delitto; — va' dunque e ti affretta; la mia vita sta nelle tue mani, ma tu non devi tormela.»

E con impeto nervoso ricacciò il marraiuolo dentro alla fossa, il quale cominciando a sentirsi agitare dai vani terrori che a quei tempi ingombravano le menti del popolo, tremando forte e senza più levare la faccia da terra, si adopera a terminare lo scavo.

Pieruccio si pone a sedere su di una pietra; i gomiti appoggia sopra i ginocchi, le guance abbandona ai pugni e contempla Firenze.

«Addio, di repente proruppe, — addio, Fiorenza la bella, — addio, patria; — io non conobbi mia madre, — mio padre mi procreò nell'ora del delitto e si vergognò del suo sangue. — Tu, Fiorenza mia, non ti vergognasti di me — tu mi hai amato come figliuolo, — io come madre; — mie tutte le tue glorie, — non concittadini, ma fratelli miei gl'incliti personaggi che uscirono dal tuo fianco. — Quando ambasciatori, baroni, uomini insomma di alto affare venivano a farti omaggio, io, aggrappato al capitello di una qualche colonna e spenzolato dal cornicione di un palazzo, godeva dello splendore del corteggio e delle cerimonie usate alla Signoria, — e il mio cuore esultava come di onoranza resa alla mia famiglia: — il mio stemma faceva giglio rosso, — il gonfalone di Fiorenza era il mio pennoncello. O Fiorenza! ti versi l'Appennino acque perenni, onde tu goda di eterna fragranza, e dal tuo fiore emanino sempre effluvii di grandezza e di gloria... Tuttavolta i fanciulli della mia città mi hanno percosso nel capo, — tale altra m'insanguinarono il fianco, — ma, — vedete, — qualche dolore ci fa meglio amar la cosa diletta. E poi qual dolore non placava l'esultanza di vagare pei suoi campi in primavera, — e i piedi, le mani, la faccia, rinfrescare di rugiada, — inebbriarsi nei primi raggi del sole, con aperte narici bevere l'area che spira vividissimo dai colli paterni? — la terra morbida per erba folta ti sembra elastica sotto le piante: tu ti senti leggiero da sfidare al volo la rondinella che venne da lontane regioni a rallegrare l'anno che rinasce... — Oh come è lieta la vita! Marraiuolo, hai terminata la fossa?»

«Più poco manca.»

«Aspetterò paziente. — Adesso, o Fiorenza, i tuoi lioni hanno cessato di ruggire. — Alla repubblica arriva gradita la voce del re degli animali, — al principe giunge increscioso qualunque suono che non sia di cortegiano. — O patria mia! tu mi giaci davanti, e sei anche bella, perchè la vergine il primo giorno della sua morte, quando l'ornano di fiori, e la vampa dei ceri accesi le mantiene su le guance un crepuscolo di vita, sembra che dorma; — pure tu sei morta, — ben morta, — povera patria! — La statua equestre di Giovanni Acuto, costà in Santa Maria, par che muova le braccia in battaglia; il suo buon destriero solleva le gambe per mutar il passo; — o gente che vi trovate sotto la mensa che sostiene il simulacro dell'Acuto, non vi prenda timore, — quel passo non sarà mutato, — coteste braccia non faranno più moto nel mondo, — il prode capitano diventò una cosa inanimata. — Fiorenza ormai non cambierà più fianco, imperciocchè ella non dorma, ma giaccia morta; — tra poco il segno della putredine contaminerà la sua faccia: — chi lo nega? — forse l'arca di marmo pario scolpita di sottile lavoro e le gemme, i monili e le vesti di velluto magnifico salvarono il corpo della contessa Matilde dell'insulto del verme? Chiunque muore si disfà. — O Fiorenza! se almeno ti avessero gettato sopra le spalle un lembo di porpora e sul capo una corona di spine, e nelle mani posto una canna per iscettro... come Gesù, saresti argomento di compassione; — ma no, gli scellerati non si tennero contenti a renderti infelice, essi ti hanno voluta contennenda e giocosa. Ti hanno acconciato in capo una corona di carta e ti posero al fianco una spada da giullare, — poi ti hanno data in moglie al figlio di un prete e gli hanno imposto per patto nuziale che ti avveleni; — egli ti viene addosso e ti porta il veleno nel manto ducale; — costui è miserabile e piccolo, — eppure non meno mortale uccide il suo veleno. — La potenza di nuocere non si misura nei principi dalla grandezza dello stato, — appartengono tutti alla medesima famiglia dei serpenti, — l'aspide spegne al pari del dragone...»

«La fossa è pronta.»

[Illustrazione: ... erano condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi la morte.... _Cap. XXX, pag. 752._]

«Sii benedetto, marraiuolo; — eccomi — il mio cuore si rompe; — marraiuolo, prendi tutti i miei fiorini, — lasciamene solo uno — uno solo sul cuore; certo io non sentirò più nulla tra poco, ma l'impronta del giglio mi farà del bene: — in ogni caso, quando risusciterò, il mio primo sguardo sarà pel giglio, e la mia anima esulterà. — Marraiuolo, ponmi poca terra sul corpo, perchè voglio esser pronto alla chiamata dell'angiolo, — voglio precedere al giudizio di Dio i tiranni della mia patria che avranno sepolcro costà nella valle — e accusarli; — e se non apriranno a me povero peccatore le porte del paradiso, scongiurerò la infinita misericordia onde mi converta in demonio per tormentarli a senno mio nell'inferno. — E voglio anche precedere il tristo armento di quanti voi altri mi seppellite qui intorno, onde, quando giungeremo davanti al giudice piangolosi e supplichevoli, io possa essere in tempo a gridargli: Dio eterno, cacciali via, perchè hanno combattuto contro la libertà della mia patria. — Oh! quanto è gran dolore abbandonare la madre e la sposa, ogni cosa in somma più caramente diletta, e abbandonarla infelice! — un bacio, — un altro bacio, — un altro ancora.» — E qui si avvoltola per la terra e la bacia e ribacia con delirio smanioso, poi ripiglia: — «Dio creatore, perchè, se la terra doveva essere un luogo di pellegrinaggio, l'hai piena di tanti affetti? O perchè non ci hai fatto il cuore più duro? E se la terra era un luogo di prova, ond'è che ci adunasti tutti gli affanni dell'inferno? Perchè per un solo paradiso ci apparecchiasti due inferni? — Veramente la nostra patria è fuori di questo mondo; — qui non possiamo vivere innocenti nè illesi; — di là il ristoro delle angosce, di là il riposo, di là la riparazione dei torti, il premio e la gloria... Io chiudo le palpebre e muoio. — Nondimeno..., Dio padre..., se prima della fine dei secoli... Fiorenza mia ritorna bella e decorosa, se torna ai suoi leoni il ruggito, se il gonfalone della Repubblica alle sue torri... Dio padre, toccami gli occhi ed aprimeli, — un minuto, — un attimo, — ch'io la riveda... ch'io intenda il grido: viva Fiorenza!... e poi starò per patto un milione di secoli nel purgatorio... Fiorenza..., cuoprimi...»