Part 77
Raffaello Girolami, non pure fatto securo della vita, ma tenuto bene edificato, accolto simulatamente in grazia e perfino promosso all'ufficio dei Dodici, mentre va accomodando l'animo ai tempi, all'improvviso è preso e confinato nella rôcca di Volterra, — poco dopo trasferito nella cittadella di Pisa. — Un giorno, aprendo la carcere, lo trovano steso morto per terra; — le membra tuttavia attratte da orribili convulsioni, la faccia colore di piombo, qua e là chiazzata di macchie brune, i labbri laceri fanno fede del veleno a lui ministrato. Papa
Clemente fu quegli che ordinava lo attossicassero; nocquero a Raffaello le cure del suo fratello prelato in corte di Roma e le istanze di don Ferrante, il quale gli aveva dato fede di renderlo sano e salvo ai suoi. — Il veleno d'ora in poi vedremo essere mezzo del tutto mediceo per ispegnere i nemici e bene spesso anche gli amici della nuova tirannide: adesso lo adoperava Clemente per liberarsi dalle molestie fraterne e amichevoli[363].
* * * * *
«Dormite voi?» — tentando un giacente sopra un lettuccio nelle carceri del Palagio domandava sommesso un uomo che vi si era introdotto al buio, con lievi passi, senza pur si udisse il minimo cigolio della porta volgentesi sopra gli arpioni; e l'altro non mutando costa con voce fievole risponde:
«Sì, — l'ultimo sonno sopra la terra.»
«A Dio non piaccia, — voi vivrete, messere Francesco.»
«Chi sei? Che voce è questa? Antonio!... Dolcissimo mio cognato, anche una volta mi sarà concesso abbracciarvi! Questa è grazia che supera la speranza!»
Antonio Alberti e Francesco Carducci si tennero assai tempo stretti l'uno al seno dell'altro; e, ricuperata la favella, il Carduccio prosegue:
«I figli miei, Antonio e la moglie?»
«Vivono. Ma un ferro stesso troncherà più vite... voi non andrete solo alla patria dei giusti...»
«Ah! il mio cuore palpita per la patria, per loro, per te... ed anche per me; — il cielo disperda l'augurio; — la coscienza parteciperà loro virtù da sopportare... vivranno... Io, vedi, Antonio, non desidero la vita ai miei più cari..., eppure il cuore mi si spezza al pensiero che dovranno morire...»
«Confortatevi, essi vivranno, e voi...?»
«Ieri fui coi miei compagni condannato a morte.»
Papa Clemente, preposta la vendetta al giuramento, aveva fatto sostenere in un medesimo giorno Bernardo da Castiglione, Francesco Carduccio, Iacopo Gherardi, Luigi Soderini e Giambattista Cei, e perfino spedito da Roma la istruzione scritta di sua propria mano nel modo da praticarsi per mandare alla morte questi notabili cittadini. Non pertanto ai Guicciardini, Francesco e Luigi, al Nori e agli altri Palleschi sembrava poco la morte, e ognuno andava ingegnandosi di farla precedere da qualche suo tormentoso trovato o da plebee villanie, che le anime altere offendono meglio degli strazi. Furono tutti i mentovati messi al martoro; sospesi con la infame corda, confessarono quanto vollero i giudici iniqui, — tocca appena co' piedi la terra smentivano il detto, sè protestavano innocenti: solo le parole strappate dal dolore facevano fede, — delle altre non prendevano ricordo. Il Carduccio, tosto che vide allestita la fune, dichiarò non esser mestieri cotesto argomento per indurlo a confessare; imperciocchè non pure confessava, ma si recava eziandio ad onore avere amministrato le cose della Repubblica contro i Medici: — e non gli valse. Legato, riprese risparmiassero cotesta immanità; sapere essere venuta da Roma la sua condanna; stessero contenti alla sua morte; di più non avere comandato nè desiderato lo stesso Clemente: e nemmeno questo gli valse, — lo vollero ad ogni costo mettere al tormento. Confermato tra i tormenti il supposto delitto, lo interrogarono se avesse a dedurre discolpa.
«Discolpa per aver difeso la patria? egli rispose, — guardimi Dio dal farlo! Così avessi potuto salvarla!»
Bernardo da Castiglione, richiesto anch'egli se avesse ad allegare difesa, rispose, come nelle stragi napoletane Manthonè e Speziale[364]: «Se la capitolazione non basta, non saprei e nè anche vorrei presentarvene altra.»
Stanchi, non sazi di oltraggiarli, li condannarono. Carduccio, comecchè sentisse acerbo dolore per le sue ossa slogate, pure fieramente parlò:
«Avreste dovuto incominciare donde avete terminato, valentuomini; voi avete profferito un giudizio. — Giudici, non sapete che sopra di voi vive un altro giudice? A lui mi appello e vi cito tutti a comparire davanti al suo tribunale prima che passino cinque anni. Rammentatevi del templario Molay[365].
«Ch'è questo?» domandò trasalendo Antonio degli Alberti percosso da un sinistro fragore.
«Nulla: tentano con la sbarra di ferro le ferrate ai carcerati, per accertarsi che non le abbiano segate per ricuperare la libertà.»
«Affrettiamoci dunque: messere Francesco, alzatevi, lasciatemi prendere il vostro posto; ora verranno per me... indossate i miei panni e salvatevi.»
[Illustrazione: ... e finalmente ansanti si fermano nel bosco... _Cap. XXIX, pag. 708._]
Il Carduccio si alzò e baciò in volto l'Alberti, quindi prese a parlare queste solenni parole:
«Antonio, ascoltatemi. La vita è una grossa moneta che non va sprecata nelle minime cose, ma generosamente spesa nelle grandi. Nè a me la fortuna potrebbe presentare occasione da impiegarla meglio che a rendere abborrita la nascente tirannide. Molti hanno nemici la libertà e la virtù. Ora a quali termini voi le vedreste ridotte, se primi gli amici loro le disertassero? Che direbbe il mondo se, a me solo provvedendo, lasciassi in carcere i compagni? Qual difesa darei se, per salvare me già vecchio e infermo, io non abborrissi dal sacrificare voi giovane e sano? Così, è vero, mi troncheranno la testa, — ma, nell'altro modo, in qual parte io la sottrarei all'infamia? E tra la sventura e la colpa nè io nè voi, Antonio, possiamo rimanerci un momento dubbiosi. — Lasciate che noi muoiamo; — egli è bene che il primo gradino del trono sia bagnato di sangue, — più facilmente vi sdrucciolerà il piede del tiranno. — Forse vi fa vergogna il patibolo? E credete voi che se io ci vedessi l'onta della mia famiglia, già non mi sarei fatto cadavere? — Nessuno è signore della morte dell'uomo. No, Antonio, qualunque scala, — anche quella del patibolo, è buona quando mena alla gloria. — La mia morte è sfregio sul volto al tiranno. — Forse chi sa che non sia questa una insidia? — Quale angoscia sarebbe la mia, quale il tuo pentimento, se prima di trucidarmi giungessero ad avvilirmi? Lasciami morire onorato. Socrate non volle fuggire, e fu divino tra gli uomini...»
Il fragore delle ferrate percosse si fa più vicino, — la porta della carcere si apre, ed una voce in suono di preghiera favella:
«Uscite, messere,... affrettatevi..., o siamo tutti morti...»
«Va' dunque, Antonio, di' a mogliema che prenda buona cura dei figli e, se l'è dato, gli meni in terra meno sinistra al suo sangue...»
«Venite, aggiunge la voce, — me perdete, e voi non salvate...»
«Va'», soggiunse il Carduccio, e sorreggendosi al braccio dell'Alberti lo accompagna; «va' e porta teco questo mio estremo consiglio: provvedi a te e alla tua famiglia; — rimuovi la mente dai pubblici negozj, dove sovente raccogli ingratitudine e odio, — qualche volta la morte, — atroci cure sempre; educa i figli nel timore delle leggi, accresci il censo domestico, vivi ignorato — e muori tranquillo; — così non maledirai nè benedirai i tuoi simili...»
«Per la croce di Dio!... affrettatevi...»
«Aspetta: che se invece ti freme l'anima dentro, — se nulla aspetti di premio da' tuoi simili, — se un impeto sublime ti sforza di compiacere all'alto proponimento di liberare la tua patria, — allora, — e da me impara, — ricórdati che, sguainata la spada contro il tiranno, vuolsi abbruciare il fodero; — tratta una volta, deve nascondersi o nelle sue o nelle tue viscere: prima di venire ai patti, vadano in rovina le case, in fiamme la città, a filo di spada i cittadini. Coteste rovine sono feconde, — lì nasce il grano di cui la libertà si fa pane; — la pace del tiranno è il camposanto. — Ramméntati la morte di Bruto, — non rammentare le sue estreme parole: — non è la virtù vile nè schiava della fortuna[366], se, presso al supplizio, col corpo intormentito da dolori acerbissimi, io posso la presente mia condizione anteporre a quella dei miei oppressori.»
Il cognato, tratto violentemente, abbandona il braccio del Carduccio, e la porta del carcere si richiuse davanti a questo. Tentoni al buio, egli riguadagna il lettuccio, dove ponendosi a giacere, esclamò:
«Oh come sono infelici i miei oppressori!»
E Dio consolatore mandò il riposo degli innocenti a quel travagliato.
Due ore innanzi giorno, buona schiera di armati precedendo e seguitando, da una parte il frate, dall'altra il carnefice, il Castiglione, il Carduccio, il Gherardi, il Soderini e il Cei erano condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi la morte. Il Cei scendendo pose il piede tra mezzo una fenditura degli scalini e se lo storse in isconcia maniera.
«Ci mancava anche questa!» esclamò crucciato; «io non so, messere Francesco, perchè, quando eravate gonfaloniere, non vi deste pensiero di fare accomodare questa scala.»
«Veramente, Giambattista, io non contava di averla a scendere mai.»
«Vedete! Bisogna porre buona avvertenza a tutto; e' pare ne sia stato architetto un cerusico.»
«Giambattista», riprese il Castiglione, «un romano avrebbe tolto in sinistro augurio il vostro inciampo e se ne sarebbe tornato indietro.»
«Ormai, Bernardo mio, non ne varrebbe il pregio. Messer Iacopo, a che pensate voi? Su, animo.»
«Eh! io penso non essere questo il miglior quarto d'ora della nostra vita...»
«Perchè no? Noi ci acquistiamo un tanto; — tolto che ci abbiano il capo, per esempio, non ci dorranno più i denti...»
«E poi andremo a vedere», interruppe il Soderino, «come si risolva il gran forse.»
«Come, messere Luigi, dubitereste di Dio?» domanda Giambattista.
«Io non credo e nè anche discredo; la fede non dipende da noi, non più che avere il naso lungo o corto. — I frati mi consigliavano a digiunare, ma siffatto argomento mi faceva venire fame, non fede; — sicchè all'ultimo, conoscendo ch'io non valeva a sciogliere il nodo, mi sono condotto nella vita come se Dio fosse. — Se Dio esiste, — ho detto, — per certo egli ha viscere di misericordia, e quante volte ho potuto ho soccorso i miei fratelli. In somma se il Creatore esiste, non vorrà rigettarmi dal suo seno, perchè il mio ingegno non seppe comprenderlo; — se poi...»
«Tacete», favellò il Carduccio, «l'altro supposto non possiamo concedervi or che tra l'ombre io scorgo il nostro letto di morte.»
«Anzi, appunto per questo lasciatemi proseguire; — se poi egli non è, io ho cercato mantenermi nella vita tale da accogliere la morte tranquillo come un sonno confortatore.»
«La scala è terminata, badate alle gambe», grida il Cei che camminava in capo alla comitiva.
«Ah!» sospirò profondamente il Gherardi.
«Gemete voi?» lo interrogarono gli altri affannosi; «deh! non vi manchi l'animo al maggiore uopo!»
«Ahimè! Mi duole partirmi da questa terra senza pure contemplare un'altra volta la luce divina...»
«Meglio così; — forse più forte ci stringerebbe l'angoscia se vedessimo la cara patria rallegrata dai raggi mattutini del sole...»
«Ahimè! ahimè! Carduccio mio, come lasciamo la patria!»
«Largo le lasciamo un retaggio di virtù e di sventura; noi pregheremo del continuo l'Eterno che le asciughi le lacrime e la renda alla sua prima bellezza...»
«Chi sa quanti secoli si volgeranno invano?»
«Consólati, — noi stiamo per andare in parte dove lo spazio non si misura col tempo...»
«Non penso a me, ma a' miei figliuoli...»
«Riconciliatevi con Dio», interruppe il frate, «onorandi messeri; l'ora della vostra morte è arrivata.»
«Senti, frate», parlò gravemente il Carduccio: «noi non abbiamo mestieri riconciliarci con Dio, perchè non lo abbiamo offeso mai; e quando pure, senza volerlo, lo avessimo offeso, confidiamo non essere di bisogno il tuo ufficio ond'ei ci ascolti; próstrati con noi e adoralo: chi sei tu che ti poni tra il Creatore e la creatura? A che vesti di sacco, se la superbia ti sta fitta nel cuore? Polvere, come noi, umiliati... e prega.»
Pregarono; — nessuno ardiva sturbarli, — e quando si rilevarono, il Carduccio parlò:
«Prima di partire salutiamo le nostre dimore. Frate, in carità, porgi la tazza piena del vino dei condannati; — amici, possa io abbracciarvi tra poco alla presenza di Dio. — Ecco io propino, con l'ultimo sorso che beveranno le mie labbra mortali, alla libertà della patria!»
«Dio salvi la libertà!» risposero gli altri e s'impalmarono a vicenda.
Alcuni dei soldati, mossi da irresistibile impeto, gridarono anch'essi: «Dio salvi la patria!»
E il carnefice stese la mano, ma subito la ritrasse mormorando: «Io sono un abbietto... devo privarli del capo, ma non mi è dato toccarne la destra.»
L'occhio del capitano sfolgorò alla vampa delle torcie a vento e valse a impietrire di paura gl'incauti soldati.
Il Gherardi tremava; se gli accosta il Carduccio e gli favella:
«Iacopo mio, raccogli tutta la tua virtù... siamo soli, ne circondano le tenebre, e nonpertanto tutto l'universo ci guarda. — Va' tu primo, chè troppo ti recherebbe dolore la vista della strage de' tuoi compagni... mi aspetti la tua anima, chè moveremo compagni al paradiso... va'... va', Iacopo... In questa vita tu lasci gloria immortale... lassù ti aspetta eterna esultanza.»
Iacopo Gherardi, infiammato dall'ardente parola, si accosta animoso al ceppo, — si prostra, — vi accomoda sopra la testa.
Il carnefice gli viene attorno dicendo:
«No, messere; così male acconsentirebbe la scure, e voi soffrireste troppo.» — E con ambe le mani gli aggiusta il collo sul tronco: pietà di carnefice!
«Dio!... Libertà!...»
Del capo di Iacopo, erano rimaste sul ceppo alcune scheggiature dell'osso del collo e le cime della sua barba.
«Bravo Iacopo!» esclamarono ad una voce i compagni.
In breve ora fu consumata la strage.
Il papa, quando n'ebbe notizia, versò più di una lacrima ed ordinò un solenne ufficio di requie per l'anima di cotesti poveri defunti. — Che Dio faccia pace a quel buon papa!
* * * * *
E ormai insaniva la belva inebbriata di sangue: molte altre morti funestarono la città. Lionardi Sacchetti avvelenato periva, al Ciofi mozzarono il capo. Non poche condanne però riuscirono invano, come quelle di Dante da Castiglione e di Lionardi Bartolini, perchè si posero in salvo; notabilissimi cittadini stettero imprigionati nella cittadella di Pisa, nella rôcca di Volterra o nelle Stinche a Firenze; sommò a numero inestimabile la quantità dei banditi. In ogni città, in ogni castello d'Italia e qualche volta in terre straniere lasciava Firenze miserevoli brani della sua bella cittadinanza; ne confinarono su le Alpi, a Malta, nei borghi più remoti ed inospitali della Sicilia; e quello che fa maggior compassione a considerare si è questo, che molti furono o di così poca mente o di cuore tanto codardo che con disagio e spesa infinita mantennero i confini, pur confidando che la persecuzione avrebbe tregua una volta; decorso il termine del primo confine, li condannarono ad un altro più aspro; e morirono rovinati nelle sostanze, scherniti dal mondo, senza nè anche il conforto che nasce dal sentirsi incontaminati.
E perchè forse terranno alcune genti il mio racconto sospetto e lo reputeranno fatto ad arte per vituperare chi primo instituì la tirannide nella Toscana, valgami la testimonianza di Benedetto Varchi, il quale, come spesso sono venuto rammentando, scriveva storie per commessione di Cosimo I. Costui, e comecchè nè grande cuore nè peregrino ingegno si fosse, costui tuttavolta, più che al tiranno compiacendo al vero, con eterna sua lode, sposta prima la infame proscrizione, dettava la seguente pagina: «Io non so quello che a coloro i quali queste cose leggeranno sia per dovere avvenire; so bene che a me hanno elleno tanto arrecato in iscrivendole non pure di rincrescimento e compassione, ma d'indignazione e sbigottimento, che io, se le leggi della storia, le quali io, giusta mia possa, non intendo di trapassare ritenuto non mi avessino, arei in così larga occasione lungamente deplorato non meno la miseria e infelicità della natura umana che la perfidia degli uomini; conciossiacosachè queste cose fussono fatte tutte quante direttamente contro la forma della capitulazione, nella quale si perdonava liberamente a tutti coloro che in qualunche modo e per qualunche cagione avessono o detto o fatto o contra la casa dei Medici, o contra alcuni de' parenti e seguaci loro: — e con tutto questo si ritrovano al presente di coloro i quali hanno o l'animo così efferato o la lingua tanto adulatrice o la mano cotanto ingorda che, lontanissimi così da ogni umanità come da ogni verità, scrissono nelle storie loro che papa Clemente, troppo temperato in tutte le sue azioni, parendogli che fosse uficio di reputazione e pietà sua mantenere il nome il quale s'aveva preso, usando moderata vendetta, fu contento della pena di pochissimi. Del che tante più si dovrà o maravigliare o stomacare chiunche saperrà che la volontà di Clemente era che per più tempo ad ogni mano d'Otto si seguitasse di confinarne degli altri: ma le grida che si sentivano per tutta Italia e fuori, non senza grandissimo carico di don Ferrante, giunsero all'orecchie di Cesare, e questo cagionò che in confinando non si procedette più oltre[367].»
Questo era il perdono di papa Clemente!
In qual modo si adempisse il patto sostanziale, _salva sempre la libertà_, adesso e più brevemente esporremo.
Un Giovannantonio Mussetola venne a Firenze con certa carta che fu detta _bolla d'oro_, fatta da Carlo V in Augusta a' 21 ottobre l'anno 1530, e visitata prima la santissima Nunziata dei Servi, secondo la vecchia arte di regno con la quale si tenta chiamare la Divinità a parte delle tristizie dei potenti, andò in palazzo seguito da moltitudine di popolo gridante: Palle, — Medici, — Carlo, ed altre simili voci. La Signoria gli andò incontra fino alla scala; egli entrato nella sala dei Dugento salì sopra un rialto tenendo a mano dritta il duca Alessandro, a manca il gonfaloniere con quattro signori per parte; drizzatosi in piedi, con reverenza lesse la bolla.
Diceva in sostanza il foglio: essere Firenze decaduta dai suoi privilegi per la temeraria guerra impresa contro lo imperatore; averla però di nuovo tolta in grazia per la clemenza propria e ai preghi di papa Clemente; ordinare che la famiglia dei Medici e conseguentemente Alessandro, duca di Civita di Penna, suo genero, si ricevessero e accettassero con quella stessa maggioranza la quale vi avevano innanzi che cacciati ne fossero, e, riformandosi lo stato come avanti il 1527, il detto duca fosse capo di tal reggimento in tutti gli uffici e magistrati, finchè durava la vita sua; e lui morto, i suoi legittimi figliuoli ed eredi e successori maschi discendenti del corpo suo; e mancata la linea legittima di Alessandro, succedesse in quella maggioranza il più propinquo parente della medesima casa.
Troppo grave offesa era questa alla libertà della Repubblica, e nonpertanto poca alla cupa libidine di Clemente. Nè già era costui ardito, come il Valentino, da porre la fortuna sopra un dado e trarne fuora _Cesare, o nulla_, bensì tale, conservato prima il mal tolto, da condursi per via di avvolgimenti a nuove rapine, — e nemmeno apertamente iniquo, come il conte Francesco Sforza, sibbene, il costume de' suoi maggiori seguitando, tale da mettere con arte altri innanzi, corrompere, tentare il terreno, fingere insomma d'indursi con mala voglia e richiesto a fare quello che, se meno era codardo, avrebbe a forza voluto e acquistato. — Cominciò ad usare suoi ingegni con Baccio Valori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Marco Strozzi; se non che questi, non meno tristi di lui, e più di lui astuti, quantunque indovinata la sua mente, fingevano di non intenderlo, parendo a loro esorbitanza degna di eterna infamia privare affatto la patria di ogni simulacro di libertà.
Considerato allora Clemente che quel battere delle buche non faceva saltare fuori la lepre, deliberò vincere la ipocrisia e mostrare aperta la sua intenzione; cosa, la quale sebbene apparisca dovere essere agevole a cui abbia ormai conculcato la virtù, vediamo all'opposto riuscire ardua a praticarsi, certamente perchè quanto più l'uomo abbandona la sostanza, tanto maggiore sente il bisogno di attenersi alle apparenze. — Chiamava pertanto a Roma Filippo Strozzi, disegnando adoperarlo per mandare a fine il suo proponimento.
Era Filippo uomo di arguto intelletto, di modi cortigianeschi e magnifici, vago di conviti, di caccie e di ogni maniera signorili sollazzi; nelle cose di amore intemperantissimo senza considerare nè sesso nè età; d'indole varia, versatile; di principe o di repubblica poco curante, moltissimo di sè; nè tutto al vizio, nè alla virtù tutto; sebbene sul principio della sua vita più di quello studioso che di questa, all'ultimo poi più di questa che di quello, onde con la morte generosa seppe redimere molte, se non tutte le colpe commesse durante la vita. Adesso compariva ed era strumento efficacissimo di servitù. I giovani nobili rimasti a Firenze, avendo preso a schifo la parsimonia del vivere repubblicano, pur troppo si mostravano vogliosi a seguitare gli esempi di Filippo, e così con la rovina delle virtù civili si apparecchiava la morte di ogni magnanimo spirito, o vogliamo dire la vita del buon ordine del principato. Ciò che apporta non poca gravezza nel considerare la ragione delle vicissitudini umane si è questo, che la corruzione, madre sempre di tirannide, suole precederla, accompagnarla ed anche seguitarla; mentre la virtù, senza di cui ogni argomento a migliorare le nostre sorti è novella, di rado accompagna e non precorre mai la repubblica: onde Vittorio Alfieri scrisse la virtù parergli piuttosto figlia che madre di liberi stati. La quale opinione mi è piaciuto accennare non già perchè nessuno deponga la speranza, ma all'opposto per la ragione che se talora gli eventi non vanno a seconda dei desiderii, i troppo vogliosi témperino i smoderati e gli accomodino ai tempi, ai casi e all'indole di questa nostra stirpe, più assai infelice di quello che in generale noi non supponiamo.
Giunto Filippo in Roma, Benedetto Buondelmonti in nome del papa si fece ad incontrarlo e gli disse essere giunto il tempo di ricuperare la grazia del pontefice smarrita e cancellare i sospetti passati, assentendo o tutte le cose che gli verrebbero proposte, ossivero di contradirle senza profitto della città e con suo pericolo estremo. Filippo prontamente si offerse qual più lo volessero, consigliere o cooperatore. Cominciarono i segreti colloqui col papa, dove, oltre lo Strozzi e il Buondelmonti, egli raccolse Iacopo Salviati, Roberto Pucci, Bartolomeo Lanfredini ed altri pochi della casa Medici svisceratissimi. Il papa espose che, essendo in là con gli anni, voleva scendere nel sepolcro sicuro che la signoria di Firenze si mantenesse nella sua famiglia, la quale a lui pareva che bene la meritasse per gli amplissimi beneficii, così in pace come in guerra, procurati a suo vantaggio. E Filippo tosto chiosava il testo dimostrando con mirabile eloquenza tempestoso il vivere nelle repubbliche; doversi ai grandi corpi politici dare un capo, una forza unica, una rappresentanza alla quale i cittadini, non potendo pervenire, cessino d'invidiare, il governo assoluto in somma; consiglio non meno pernicioso che stolto parergli quello di lasciare a governo di Firenze, siccome era al presente, due teste, il duca e la Signoria; ciò partorire pessimi effetti e mostruosi non meno nei corpi morali che nei fisici; chiamarci alla unità la natura, con splendidi esempi manifestarcela, Dio ottimo massimo esistere solo.