L'assedio di Firenze

Part 76

Chapter 763,773 wordsPublic domain

La pecunia spremuta dai cittadini sommava a inestimabile quantità: ora forte incresceva di spenderla al papa; l'esercito o piuttosto quattro eserciti, cioè i Tedeschi, gli Spagnuoli e gl'Italiani che militavano per lui e la gente condotta agli stipendi della repubblica minacciavano divorarsela; deliberò serbarsene per sè quella parte che potesse maggiore, e affinchè chi legge conosca di che tiri sieno capaci i vicari di Gesù Cristo, non mi sarà grave raccontarne il come. Papa Clemente, chiamato a sè quel Pirro Stipicciano che di nemico gli si era fatto esecutore dei più riposti pensieri, epperò de' più scellerati, statuì la maniera, la quale fa questa. Alcuni soldati del signor Pirro dal medesimo aizzati uccisero due Spagnuoli, allegando che quelli delle bande loro avevano messo in pezzi due Italiani e poi gettati dentro ad un pozzo. Per il qual fatto essendosi levato il rumore grande, gli Spagnuoli si armarono per vendicare i compagni; se non che, frapponendosi i capitani in quel giorno, si acquetarono, nè ebbero altro seguito le cose. Il giorno appresso gl'Italiani, avuta prima la fede dei Tedeschi che non si sarebbero mossi, ingaggiarono una terribile battaglia con gli Spagnuoli, gridando: Italia! Italia! — Prevalse la virtù dei nostri, rimasero rotti gli Spagnuoli, e tuttavia incalzando gli avrebbero del tutto oppressi, se quel malefico Pirro, di concerto con don Ferrante, non avesse con inganno persuaso Tanusio, capitano dei Tedeschi, gl'Italiani del campo procedere d'accordo co' Fiorentini; rotti una volta gli Spagnuoli, sarebbero corsi addosso ai Tedeschi — avere giurato liberare Italia dai barbari. Il Tedesco, porgendo fede alla menzogna, provvido di sè e de' suoi, assalse gli Italiani quando meno se lo aspettavano. Gli Spagnuoli, che stanziavano a San Donato in Polverosa, guazzarono il fiume e si unirono con loro. Gli Spagnuoli dispersi, si accorgendo essere così efficacemente sostenuti, fecero testa e tornarono alla zuffa. Allora agl'Italiani non valse l'ardire. Percossi da ogni lato con forze di troppo superiori alle loro, ebbero a dare volta non senza avere prima rilevata una grande uccisione. Morirono da una parte e dall'altra meglio di ottocento[357] uomini, computati anche quelli i quali per conseguenza delle ferite rimasero spenti; tra essi capitani e gente di maggior conto non piccolo numero. Così papa Clemente venne a risparmiare ottocento paghe! E forse anche più, perchè gl'Italiani andarono dispersi e, non che pensare alle paghe, si tennero avventurosi di salvare la vita. Strana infelicità del nostro paese, o piuttosto insuperabile perfidia di papa Clemente, che qualunque consiglio gli suggeriva il demonio riusciva ad un tempo stesso funesto al genere umano ed esiziale alla Italia. Dovendo conseguire con la strage il risparmio del denaro, papa Clemente, invece di procurarla ai danni dei Tedeschi o degli Spagnuoli, la volle effettuata sopra coloro che la stessa sua patria avea nudrito, che il linguaggio medesimo di lui favellavano. Ma per altra parte è giusto che quale più pecca maggior pena paghi; e forse fu disegno della provvidenza che tale riscotessero premio cotesti snaturati Italiani.

Quasi si fosse instituita tra loro gara di tradimenti, e come se il cuore non consentisse al Malatesta di rimanere in questa parte a veruno secondo, considerando ormai che se di per sè stesso non si procurava la preda il papa gliel'avrebbe data tardi e poca, ordinò ai suoi soldati, pressochè tutti Côrsi e Perugini, a fingere di ammotinarsi: e così fecero; percorrendo le vie della città tra lo spavento della cittadinanza universale gridavano: Sacco! — sacco! — Trassero a furia sopra la piazza di Santa Croce. Malatesta, simulando turbamento per quel fatto, salito sopra il suo muletto, si affrettò a quietare il tumulto; ma giunto appena, gli ammotinati lo fecero prigioniero. Di tutta quella turpe commedia il fine fu, che Malatesta disse ai cittadini che, se volevano salvarsi dall'andare a fuoco e a sangue, bisognava pagare, e subito; diecimila ducati in contanti...

In questa maniera si adempiva ad uno dei patti della capitolazione poc'anzi riferiti, cioè che la città non fosse tenuta a sborsare oltre a scudi ottantamila, per le paghe dell'esercito. Almeno era sincero lo Stufa!

Rimane il sangue. Pierodoardo Giachinotti, commessario di Pisa, dove si era condotto con rarissima fede, ebbe ordine di consegnare la città a Luigi Guicciardini; ossequente al comando, improvvido della insidia, egli la consegnò al nuovo commessario, e questi, con lusinghevoli parole assicurandolo, licenziata prima la gente della repubblica, gli pose all'improvviso le mani addosso e, gittatolo in prigione, lo martoriò con crudelissimi tormenti. Già non adoperò costui la corda, l'eculeo e gli altri strazi per fargli confessare un delitto qualunque, imperciocchè egli troppo bene sapesse non essere colpa in lui, ma perchè togliendolo subito di vita non gli sembrasse troppo mite la morte: quando poi vide non avere parte del corpo dove non fosse piaga, gli fece mozzare la testa. A papa Clemente bastava che fosse spento; Luigi vi aggiunse di suo gli strazi, e ciò per la ragione, che, essendo stato partigiano del vivere libero il gonfaloniere della Repubblica, immaginò riacquistare fede presso i Medici ostentando ferocia. I rinnegati di ogni tempo si rassomigliano tutti. Clemente papa nel suo segreto esultava, chè a lui non sarebbe sembrato aver vinto, se non giungeva ad avvilire la umana natura e rompere quel vincolo di confidenza e di amore senza del quale le compagnie, le famiglie e le cittadinanze si scompongono. I suoi nemici distruggeva nei rami e nella radice.

* * * * *

Frate Benedetto da Foiano, udendo che cercavano di lui per farlo morire, non gli occorrendo partito altro migliore, si fidò ad un soldato perugino il quale promise di mettere in salvo lui e le sue robe, ma egli, che della natura del suo capitano partecipava pur troppo, tolte per sè le robe consegnò il miserando frate al Malatesta, e il Malatesta alla trista derrata del tradimento aggiungendo, come bene avverte uno storico, una pessima giunta, dopo averlo martoriato prima per conto suo, con le mani e coi piedi incatenati lo mandò a Roma. Papa Clemente ordinò lo carcerassero in Sant'Angiolo, e nel consegnarlo a Guido dei Medici, che v'era per castellano, fece avvertirlo ne avesse cura secondo i suoi meriti; badasse a questo, che la sua lingua gli aveva di più aspre trafitte inacerbito l'animo che non le picche degli altri suoi nemici. Guido, di facile natura, innamorato delle virtù del Foiano e pensando la sua molta dottrina potesse avvantaggiare la Chiesa in quei tempi calamitosi, molto più che gli aveva promesso, se Dio gli concedesse vita, volere scrivere un'opera dove coi passi della Scrittura intendeva confutare l'eresie luterane, ne prese buona cura e attese a provvederlo di quanto è al vivere necessario. Così procederono per non breve spazio di tempo le cose, finchè, udendo che il papa veniva a visitare il castello, fidando placare il suo sdegno, gli pose su la via il frate, il quale prosteso, col capo chino al pavimento, le mani composte a misericordia, lo supplicava pel sangue preziosissimo di Gesù Cristo a compartirgli il perdono. I piedi del papa pestarono la barba del frate, il volume delle sue vesti pontificali s'intricò alle membra di quello, ma egli continuò il suo cammino senza badarlo, senza pur fare sembiante di vederlo, senza movere parola di lui. Terminata la visita del castello, e pervenuto sopra la soglia della porta, sul punto di prendere commiato da Guido, accostandogli le labbra all'orecchio, gli susurrò:

«Benedetto da Foiano è passato a vita migliore: monsignor vescovo, di qui a cinque giorni voi gli direte o farete celebrare l'ufficio dei morti.»

«Mai no, Santità, riprese Guido, che il Foiano vive, ed io ve l'ho posto sul vostro cammino perchè lo vedeste e gli usaste misericordia...»

«Tacete; — io vi dico ch'è morto, — e voi procurate di celebrargli l'ufficio.»

E siccome il vescovo di Civita se ne stava a guisa di smemorato, papa Clemente scotendogli il braccio con giovanile gagliardia, replicò cupamente:

«Non intendi, stolto? — egli deve morire.»

Venne l'ora consueta in cui solevano apportare al Foiano il cibo e la bevanda, ma egli attese invano gli alimenti; — pensò se ne fossero dimenticati e si pose pazientemente ad aspettare. Intanto il digiuno si prolungava, e lo stimolo della fame cominciava a tormentarlo; — si affacciò alle ferrate guatando bramoso se gli occorresse anima viva; — alla fine vide un soldato e lo scongiurò andasse dal monsignor Guido ad avvisarlo che non gli avevano portato il pane e che si sentiva fame; il soldato scosse la testa e si allontanò silenzioso. — Dopo lungo tempo ne comparve un altro, ed egli, «Fratello, in carità, si pose a gridare, — porgimi un poco di acqua, — le mie viscere ardono.» E il soldato: «Raccomandatevi a Dio; se io ve la porgessi, perderei la testa.» — Allora si rimase stupidito; poi dopo, tanta ira lo assalse per la disonesta morte a cui si vedeva condannato che a capo basso corse contro la parete per ispezzarvelo dentro, — e lo faceva; — ma il pensiero della eterna salute lo trattenne. Adesso l'istinto potentissimo della propria conservazione, l'acerbità del fine, l'occupano intero per tentare mezzo alcuno di scampo; — abbranca con ambe le mani la ferrata e la scuote cento e più volte, — e sempre invano; — allora col medesimo impeto si volge alla porta squassandola, scrollandola con quanto aveva di forza nei bracci, — e non consegue intento migliore. — Le sbarre di ferro si macchiano di sangue, — brani di pelle rimangono appesi agli arpioni della porta, — le mani ha impiagate, piene di schegge, le unghie rovesciate, — e pure non si arresta; — poi alla furia successe la quiete, e si pose sottilmente a investigare se vi fosse modo di venirne a capo con la industria. La pacatezza considerata inutile, tornò a crucciarsi; quindi di nuovo alle tranquille indagini, finchè, finita affatto la lena, gli si spense a un punto la speranza, e si tenne spacciato; si trasse verso il letto e vi cadde sopra bocconi gridando con voci di pianto: «Ahimè! questa non è morte da cristiani, e me la dà il papa!...Nei tempi andati un arcivescovo ci condannò il conte Ugolino..., ma io non gli ho ucciso i nepoti... La pena eterna dell'arcivescovo non ispaventa dunque papa Clemente? Oh! possa prima di morire il pentimento ottenergli la pace del paradiso.» — Questo pensiero di perdono volse lo spirito dell'Eterno in sollievo del derelitto; ond'egli drizzando gli occhi in alto non vide più le volte della prigione, sibbene la gloria degli angioli, il tripudio delle creature celesti intorno al trono del Rimuneratore, mentre gli apprestavano la palma dei martiri. Il frate si compose sul letto, come il morto sopra la bara, e si rimase con intenti sguardi a contemplare la visione di tanta beatitudine; — l'angiolo della consolazione gli si pose a canto del letto e col ventilare dell'ale bianche temperava l'ardore della fronte febbricitante; — assorte tutte le sue facoltà nel divino cospetto, non sente i dolori mediante i quali il corpo si avvicina alla estinzione; — non lo travagliano strette convulse, i precordi non gli straziano le trafitte della fame, — egli davvero a poco a poco manca, come lampada a cui venga meno l'alimento.

L'anima, pregustando le celesti dolcezze, non si curava affrettarsi ad abbandonare la sua terrestre dimora; imperciocchè dopo cinque giorni andando per trasportarlo al camposanto non lo trovarono, come credevano, cadavere, ma vivo e col volto pieno d'una quiete stanca, — della soavità dei santi. — «Figli miei, egli favellò con piccola voce ai sorvegnenti, — andate in carità da monsignor Guido e ditegli da parte mia ch'io sono, come vedete, in procinto dell'eterno viaggio, e che io perdono a lui e agli altri il difetto del pane corporale, solo che non mi privi del pane degli angioli, — del santissimo viatico...» — Monsignor Guido, temendo il papa non si crucciasse, mandò in fretta il suo cappellano a Clemente per sapere se dovesse concedergli i sacramenti.

Il pontefice recitava il suo breviario quando giunse il cappellano; udito che l'ebbe, rispose:

«Dunque non è anche morto colui? — Quanto tarda a morire!»

«Pochi altri momenti gli rimangono di vita; sicchè se la Santità Vostra volesse consolare cotesta anima, non può fare troppo presto a rimandarmi... pochi momenti, io vi ripeto, ha da vivere...»

«Quanti pochi?»

«Forse due ore.»

«Alla favella voi mi parete di Como.»

«Santità, sono Cremasco.»

«E come state a prebenda?»

«Santità, se non mi date commiato, io non giungo a tempo pel Foiano...»

«Voi mi parete un dabben uomo; — s'io vi creassi prelato di camera, vi piacerebb'egli?»

«Piacerebbemi, — ma adesso nulla più mi talenterebbe che giungere a tempo per consolare il frate.»

«Andate dunque, proruppe Clemente, dacchè questo frate vi preme cotanto; — non gli si amministri il viatico; — noi lo assolviamo da ogni peccato _in articulo mortis._»

Il cappellano, appena simulando l'orrore che sentiva, inchinata la persona, si allontanava.

Il papa svolgendo le pagine del breviario mormora tra i denti:

«L'assoluzione plenaria anche dei casi riserbati a noi deve bastargli, l'attrizione è sufficiente a salvarci; — s'ei non si pente davvero, la colpa è sua; per me non lo impedisco d'andare in paradiso, — anzi ci ho gusto; vada pur dove vuole, purchè non si trattenga in questo mondo. — La Eucaristia non importa poi assolutamente..., la particola... ella è poca cosa... un pugillo di farina, — e non pertanto basterebbe a mantenerlo in vita anche un'ora: che cos'è mai un'ora? Quando il tempo si misura col terrore e con la sete della vendetta, un'ora è la eternità..., ed io, mi sento vecchio... e ragion vuole ch'io mi tolga affatto d'intorno le cure, e non potendo levarmele, le abbrevii. Ricevi in pace, o Signore, l'anima di frate Benedetto da Foiano...»

Frate Benedetto morì pertanto senza il pane eucaristico: non mi fa cuore tornare col pensiero intorno al letto di lui. Intanto si rammentino i cristiani che tre frati, Arnaldo da Brescia, Girolamo Savonarola e Benedetto da Foiano furono, il primo, per comandamento di papa Adriano IV, arso vivo; il secondo, papa Alessandro VI ordinandolo, impiccato e abbruciato; il terzo, papa Clemente VII imponendolo, fatto morir di fame. — O pontefici, cosa sarà di voi quando Cristo vi domanderà ragione del sangue dei suoi martiri[358]?

* * * * *

Pareva alla nuova tirannide, ed era vero, che sarebbe sembrata al mondo sempre bella ed egregia la impresa per la quale aveva combattuto Michelangiolo Buonarroti; e poichè troppo bene sapeva avrebbe gittato l'opera invano tentando guadagnare quello austero intelletto, così deliberò mettergli in ogni modo le mani addosso e spegnerlo. In ciò sopra gli altri si moveva ardentissimo Francesco Guicciardini, lo storico, che fu a bella posta mandato da papa Clemente, conoscendolo di aspra natura e capace di fare più e meglio di quello non gli fosse comandato. Arte vecchia di regno è questa, mandare gli Orchi Ramiri a inferocire con le rapine e le scuri nella contrada ove s'intende piantare la tirannide, — dissodare in somma col terrore la terra destinata a raccogliere quel tristo germe. Ai tempi però del Valentino, la tirannide ingenua, adoperato lo strumento, lo infrangeva, ed Orco Ramiro compariva in piazza squartato[359], — refrigerio al popolo e risparmio di mercede al principe; all'epoca di cui favelliamo adoperavansi gli istrumenti e poi si disprezzavano e lasciavano morire nella media; ai giorni nostri si usano o si disprezzano, ma si butta loro qualche brano della provincia desolata a divorare; così il lione abbandona parte della sua preda alla iena. Credono alcuni che ciò muova dall'ingentilita tirannide e da quella rilassatezza che ormai corre in andazzo appellare civiltà; ma io sostengo che nasce piuttosto dalla decadenza a cui tendono tutte le umane cose, e spero ed auguro che abbiano a ritornare i giorni avventurosi pel principe, l'età dell'oro della tirannide schietta! in cui egli poteva torsi dagli occhi un servo che aveva ben meritato dell'inferno e di lui, come usò il Valentino contro Orco Ramiro.

Michelangiolo, in buon tempo avvertito, si cansò ricovrandosi nella casa di un suo fidato, nè poi parendogli cotesto asilo sicuro, si nascose entro il campanile di San Nicolò. Ben gli valse esser pronto, chè gli otto, il bargello e i famigli si condussero nelle sue case e su pei camini e negli agiamenti perfino esaminarono minutamente ogni luogo. Il bargello e i famigli che adesso si assottigliavano l'ingegno per arrestare i partigiani della repubblica erano quei dessi che or dianzi si sbracciavano a legare gli amorevoli del principato. Alfonso re di Castiglia costumava dire che se il Creatore lo avesse avuto per consigliere nella settimana della creazione, gli avrebbe suggerito di far certe cose assai meglio di quello che egli abbia creato; — io, che non sono re, gliene avrei proposta sol una e gli avrei detto: Signore, un giorno dovranno per colpa degli uomini o per effetto della tua maledizione comparire nel mondo commissari di polizia, bargelli, sbirri, procuratori generali, giudici criminali ed altri simili che mi prende vergogna a rammentare; del peggior limo fabbrica una specie di animali, tra il rospo lo scorpione e il serpente a sonagli, o piuttosto un miscuglio di tutti questi rettili, e fino d'ora destinati ad esercitare cotesti uffici nel mondo; distruggi quando vuoi la umana stirpe, ma non la degradare poi tanto; e fallo ancora per onor tuo, dacchè l'uomo sosterrà lui essere creato ad immagine tua; e il pensiero che un commissario di polizia, uno sbirro, un accusatore e di tal risma animali possano vantarsi simili a te non ti fa drizzare le chiome immortali sul divino capo? — Il bargello non lo trovò e si morse le dita.

Intanto Clemente, sia per superbia di principe, sia per mantenere alla casa dei Medici l'antica fama di proteggitrice munificentissima delle arti, o perchè sentisse che la morte di Michelangiolo gli avrebbe concitato contro la indignazione dell'universo; sia finalmente (come altra volta Nicolò Machiavello insegnandolo lo avvertiva) — nessuno scellerato trovarsi così pienamente perfido che in sè non abbia parte alcuna di meno tristo, Clemente insomma spedì a Roma un cavallaro a posta a Firenze con ampio salvocondotto per Michelangiolo ed ordine espresso di non torcergli pure un capello. Michelangiolo, assecurato, uscì dal suo nascondiglio e salì al poggio di San Miniato per contemplare pure una volta la sua diletta Firenze; la fissò lunga pezza, e valse quella visione a stampargli sul volto i segni di dieci anni di vita consumata: scese chiuso nell'ira e nel dolore, e giunto a mezza costa percorse correndo e tempestando l'altra mezza, spesso borbottando tra i denti: Io la vendicherò; — e guardandosi le mani aggiungeva: Voi sole mi basterete allo intento.

Da quel momento non si lasciò più vedere, — si chiuse nella sua officina coi marmi, co' ferri e coi furori suoi; disse volere scolpire la tomba a due Medici, Lorenzo duca di Urbino e Giuliano duca di Nemours; cominciò il suo lavoro senz'altro modello che la idea che ne aveva concepita nella mente e con l'impeto per cui, secondo narra il Vasari, pareva che in breve ora dovesse sbrizzare masse enormi di marmo. Scolpì su quei sepolcri i crepuscoli, quasi per chiarire che i giorni nostri passano come ombra, e non pertanto quelli del tiranno, comunque brevi, si posano monumentali e solenni sopra una eternità d'infamia; scolpì Lorenzo profondamente pensieroso presso il sepolcro _perchè i pensieri del tiranno vicino alla tomba sono rimorsi._ Così illustrava questi avelli Giovanni Battista Niccolini; e quando egli non avesse scritto altro in onore della patria, meriterebbe che il suo nome durasse immortale quanto quei marmi; e poichè egli sortiva un'anima dai cieli capace di sentire Michelangiolo, gli fu dato ancora ascoltare la morte che da quell'arche aperte vi volgeva al tiranno _pieno ancora di vita_ e gli gridava: «Scendi ove comincia pei potenti la giustizia degli uomini e quella di Dio.»

Benedetto Varchi, storico di volgare intelletto, scrive che Michelangiolo, più per bella paura che per voglia che egli avesse di lavorare, si pose a scolpire questi monumenti[360]. La musa negava al Varchi mente arguta e cuor gentile, onde potè imprendere la storia d'una repubblica pei comandi del principe; quindi non gli era dato intendere Michelangiolo. Bene all'opposto lo intese Niccolini nostro, — per la qual cosa egli aggiunse: «ma, fra gli esilii e le morti dei suoi, vendicare tentava coll'ingegno quella patria che non poteva più difendere colle armi, e fare in quel marmo la sua vendetta immortale[361].»

Il qual concetto di Michelangiolo si ricava non mica da induzioni immaginose, sibbene pianamente dagli alti versi ch'ei scrisse in risposta a quelli di Alfonso Strozzi, che, nulla indovinando del pensiero di Michelangiolo e solo attendendo a lodarne l'ingegno, dettò la seguente quartina:

La Notte che tu vedi in sì dolci atti Dormire fu da un angiolo scolpita In questo sasso, e perchè dorme ha vita: Destala, se nol credi, e parleratti.

E quel magnanimo, abborrendo la lode, cruccioso che altri non sapesse indagare la riposta sua idea, sprezzato il pericolo, generosamente proruppe, e i suoi marmi dimostrò in questo modo:

Mi è grato il sonno e più l'esser di sasso INFIN CHE IL DANNO E LA VERGOGNA DURA; Non udir, non veder mi è gran ventura: Però non mi destar, deh! parla basso.

Alessandro dei Medici, tentando avvilirlo, allorchè divisò costruire in Firenze la fortezza di San Giovanni, la quale fosse come di freno in bocca ai cittadini vaghi di cose nuove, ordinò al Buonarroti con lui cavalcasse per iscegliere il luogo acconcio. Il Buonarroti rispose che ciò poteva molto ben fare da sè solo, e non volle andare. Biasimano molti questa azione di Michelangiolo, come quella che, senza provvedere a nessun benefizio della patria, a sè apportava danno: — biasimatori codardi, imperciocchè troppo bene l'uomo giovi alla patria quando le lascia un retaggio di esempi magnanimi che inciteranno i figliuoli, o che in ogni evento diletta la renderanno e onorata finchè la virtù abbia altare nel cuore degli uomini. — Venutagli meno la speranza di vedere la libertà restaurata in patria con ordinari argomenti, si ridusse a Roma e quivi attese a por fine al più magnifico tempio che abbiano le creature innalzato al Creatore, — e ciò forse egli fece perchè, Dio avendo tanto splendida dimora sopra la terra, lo prendesse qualche volta vaghezza di volgere gli occhi su di noi, e vedesse a quali termini si trovasse l'opera delle sue mani ridotta, e ne sentisse pietà.

Cosimo I, desideroso di fregiare la tirannide, lo richiamò da Roma, gli profferse onori e ricchezze, adoperò preghiere e di ogni ragione lusinghe; — nulla poterono sopra di lui siffatte istanze nè la pressa amichevole che ogni giorno gli moveva maggiore dintorno Giorgio Vasari. Stette incontaminato e fermo nel proponimento di non piegare mai il dorso alla tirannide. Ritornò il suo spirito al bacio di Dio così puro come già se n'era dipartito. Cosimo I allora s'impadronì del suo cadavere facendolo dentro una balla di mercanzie rapire da Roma, e quanto più seppe lo deturpò con onori principeschi; però, comunque s'ingegnasse, non giunse a profanare quella gloria solenne, imperciocchè lo spirito di lui ormai fosse fatto cittadino del cielo, e la sua fama avesse già aperto ale poderose da attingere, coll'avvicendarsi delle generazioni, la fine dei secoli[362].

* * * * *