Part 74
Furono per bene due volte udite le parole del Malatesta, e mentre tra il fremito universale tentava alcuno dei Signori proporre cosa che fosse buona, ecco apparire Cencio Guercio, il quale, pretermessa la debita reverenza, entrò nella sala del supremo magistrato della Repubblica, non altramente che fosse una taverna, e gittò sulla tavola un manifesto, che fu il terzo firmato da Malatesta e dal Colonna, nel quale in sostanza si replicavano con più diffuse parole i medesimi concetti.
Cencio, reso insolente dai casi, credendo ormai potergli essere lecito qualunque malefizio, alla indignazione suscitata da cotesta lettura aggiunse nuova esca, adoperando siffatto linguaggio:
«O mercadanti, sbrigatevi via: non vi par egli di avere fatto aspettare assai messer papa e messere lo imperatore, principi e baroni, di cui uno solo val meglio di tutti voi altri? I granchi mangeranno le balene? Avete per questa volta conchiuso un tristo negozio; — più che aspettate, e meno costate; — io, con buon rispetto parlando, dalla lana in fuori non darei di voi altri Signori due lire di piccioli; — la vostra testa è un'aia, — volendo ci metteremo fieno, — ma per cervello, ah! ci si potrebbe trarre d'arme da mattina a sera... Orsù via, sbrigatevi, tornate alle faccende, le botteghe vostre vi attendono; anche lì potete fare la guerra..., col braccio corto... e la menzogna lunga, alle borse degli avventori.»
Dante da Castiglione e Lionardo Bartolini si mossero concitati e levarono le mani per metterle addosso all'insolente soldato, ma al Gonfaloniere sembrando che ciò non sarebbe avvenuto senza notabile scapito della reputazione del governo, ordinò si rimanessero, e aggiunse:
«Costui certo è pazzo od ebbro: così essendo, non ci facciamo micidiali del suo sangue, quantunque l'oltraggio, per la parte del Malatesta, diventerebbe maggiore.».
«Venga il medico e il carnefice», ripresero varie voci, «ed il cagnotto vada all'ospedale o al supplizio.»
«Sentite, Signori», favella Cencio, ma sbaldanzito non poco e pur continuando nella sua procace natura, «se mi mandate all'inferno, vi scoperò le stanze...»
«Mazzieri», gridò Raffaello Girolami, «cacciate questo ebbro dal palazzo.»
E i mazzieri accorsero, e Cencio suo malgrado, spinto fuori di stanza in stanza, senza potere più oltre articolare parola, si trovò, quasi prima di accorgersene, cacciato in mezzo di piazza.
Il gonfaloniere Girolami in tanta urgenza di casi domandava consiglio; Dante da Castiglione, consultatosi prima con Francesco Carduccio, con Domenico Simoni ed altri della sua fazione, animosamente disse:
«I partiti audaci, siccome sempre dimostrano spirito sicuro, essere ancora il più delle volte favoriti dalla fortuna; per tanto consigliare l'arresto del traditore Baglioni; si adunassero di quieto le bande della milizia, stesse il Gonfaloniere in pronto a condurlo, si mandasse un uomo fidato al Monte per guadagnare in ogni maniera il signore Stefano, poi si scendesse con mille circa soldati, e si circondasse la casa Bini: preso Malatesta, con breve processo si condannasse nel capo, come i maggiori loro avevano adoperato con Giovampagolo Vitelli al tempo della guerra di Pisa, poi si rimettessero in tutto nelle braccia della fortuna sortendo a combattere, e così vincere, ovvero insieme con la vita perdere il tutto, determinando _che quelli i quali rimarranno a custodia delle porte e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta, abbiano con le mani loro subito a uccidere le donne ed i figliuoli, e porre fuoco alle case, e poi uscire alla stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che sieno d'immortale esempio a coloro che sono nati liberi e desiderano vivere liberamente_[349].»
Questi consigli estremi, comecchè accolti con molto favore, non sortirono effetto, sia perchè, secondo alcuni scrivono, il Gonfaloniere rifiutasse uscire armato, sia piuttosto, come sembra più vero, che Donato Giannotti, segretario delle tratte, spedito al signore Stefano, non giungesse a persuaderlo. Per il qual fatto, se il Malatesta si guadagnò fama di traditore operando contro la patria, il Colonna se la meritò per essersi astenuto dall'operare. E di questa sua mancanza parte fu colpa l'astio ch'egli conservava pur vivo della preferenza data a Malatesta nel capitanato generale della Repubblica, parte all'invidia della gloria del Ferruccio, il quale in breve tempo era giunto ad oscurare le vecchie reputazioni; e finalmente più che ad altro vuolsi attribuire all'ordine espresso mandatogli da Francesco I di Francia, col quale s'ingiungeva partirsi dagli stipendi di Firenze quando prima, senza scapito del suo onore, il potesse.
Riuscito questo provvedimento invano, Francesco Carduccio, sebbene scorgesse la perdita della Repubblica ormai sicura, non perciò abbandonava il timone, continuando a lottare contro la fortuna, che ad ogni istante diventava più burrascosa. Egli dunque propose, poichè Zanobi Bartolini di commessario della Repubblica era diventato consigliere del Malatesta, Tomaso Soderini e Antonio Giugni andavano navigando per perduti, i quattro commessari si cassassero, ed altri più fedeli e più acconci ai tempi presenti si sostituissero. La quale proposizione venendo accolta con molto favore, in luogo dei tre mentovati elessero Luigi Soderini, Francesco Zati, Francesco Carduccio, e per quarto Andreuolo Niccolini confermarono.
Un altro provvedimento notabile e del pari promosso dal Carduccio, il quale, preso in tempi opportuni, non è da dubitarsi che avrebbe la salute della Repubblica partorito, fu questo. A ciascheduno dei settantadue capitani stipendiati confermarono la provvisione loro vita naturale durante, ancora in tempo di pace e militando ai servizi altrui, purchè non fosse contro alla Repubblica. Comecchè simile liberalità con animo grato accogliessero i capitani, i quali nell'udirla pubblicare presi da entusiasmo giurarono di nuovo difendere fino all'estremo Firenze, tuttavolta non ebbe tempo di mettere radice, e la procella dei casi sorvegnenti ne disperse, per così dire, il seme appena gittato.
Restava il danno a riparare peggiore, voglio dire il Malatesta. Francesco Carduccio esponendo per la parte dei Piagnoni, sosteneva la proposta di Dante non doversi mutare per la sostanza in nulla, soltanto andare sottoposta ad alcune modificazioni rispetto all'eseguimento per il mancato sussidio del signore Stefano Colonna; si adunasse pertanto la milizia, il palazzo del Baglione s'investisse, lui al meritato supplizio si strascinasse. Alla quale sentenza la maggior parte degli adunati, in cui assai più della speranza preponderava la paura, obiettavano immane cosa essere non pure tra popolo civile, ma eziandio presso quelli che fama hanno ed ingegno di barbari, la sorpresa armata, il violato domicilio, la strage nei moti delle scomposte passioni; potersi molto bene provvedere a tutto accommiatando Malatesta, il quale volentieri avrebbe aderito a siffatto provvedimento, imperciocchè egli medesimo aveva chiesto licenza. Dall'altra parte il Carduccio, insistendo sempre nei suoi primi raziocinii, aggiungeva: quel domandare congedo essere nel Malatesta mera apparenza, chiederlo non dato, dato poi lo ricuserebbe, e il vedrebbero; non parergli uomo il Baglione da lasciare la vendemmia quando i grappoli stavano nel tino; la milizia, pronta e vogliosa adesso, forse tra mezz'ora rifiuterebbe adunarsi; fugace l'occasione e irrevocabile; pensassero andarne grossa posta, la libertà della patria, forse anche la vita.
Orò con grande eloquenza il Carduccio, e se non avesse avuto per contradittore la paura, che, rubata la maschera alla prudenza sotto il velame della temperanza sempre e poi sempre nasconde la eterna viltà, non è a dubitarsi avrebbe prevalso il suo consiglio; statuirono invece concedere licenza al Malatesta, che in termini quanto bugiardi altrettanto magnifici compilarono amplissima e codardissima. Compilata che fu, intesero affidarla al Carduccio, onde in compagnia di altro commessario gliela recasse; ma egli da quell'uomo astuto che era, presago ormai del futuro, si cansava fuori della sala, aprendo l'animo suo al Castiglione con questo proverbio fiorentino:
«Chi ha il lupo per compare, porti il cane sotto il mantello; — e questi stati mi manderebbero a lui con la pecora.»
Allora la Signoria ne commise lo incarico a Francesco Zati ed a Andreuolo Niccolini, i quali, comecchè a malincuore, andarono vestiti in abito magistrale, montati sopra due bellissime mule, preceduti da due mazzieri del comune e seguitati dal notaro ser Paolo da Cutignano, affinchè rendesse pubblica testimonianza del fatto.
Pervenuti al palazzo del Bini, assai facilmente ottennero l'ingresso, se non che, appena entrati, vennero loro dietro chiuse le porte, e si trovarono in mezzo ad una frotta licenziosa di soldati. Dopo un attender lungo, durante il quale ebbero a soffrire gli ammicchi, i sorrisi beffardi e le minacce mezzo susurrate dei cagnotti del Malatesta, scese il comando che proseguissero. Andarono con miglior volto che animo, tanto più che salendo le scale si accorsero siccome avessero trattenuto dal seguitarli il notaio e i mazzieri.
Nel porre il piede nelle prime sale occorse loro una quantità di giovani nobili, i quali, ormai apertamente ribellati alla patria, tenevano pel Malatesta. I commessari e i giovani abbassarono gli sguardi, i primi per l'amarezza che sentivano del misero stato a cui si trovava ridotta la patria, gli altri per rimorso di tale un'azione intorno alla quale si sforzavano invano acquietare la coscienza col dire che tornava in vantaggio manifesto del proprio paese.
La stanza del Baglione era ingombra di gente. Cencio, prossimo al suo orecchio, gli versava nell'anima il fiele concepito pel severo rabbuffo e pel pericolo sofferto poco anzi dalla Signoria. Biagio Stella, Margutte da Perugia, Pasquino Côrso ed altri più assai fidati di lui davano delle giravolte intorno ai commessari investigando sottilmente se sotto le vesti portassero armi da offendere e porgendo attentissimi gli occhi alle mani. Quivi pure incontrarono Zanobi Bartolini, il quale, ormai strascinato dagli eventi e costretto (come per ordinario avviene a cui si mette sopra mal pendío) a fare più di quello che si era da prima proposto, non pensava essere sicuro, se non se nella casa del traditore della patria; e Ormanozzo Dati e Alamanno dei Pazzi con altri molti di quei giovani che furono dei primi nel ventisette a prendere le armi contro i Medici e a trascorrere in atti disordinati, come sfregiarne gli stemmi, arderli in simulacro, rimoverne le statue dalle chiese, incendiarne le case.
Malatesta se ne sta seduto in fondo della stanza sopra un lettuccio, attrappito nelle membra, con occhi viperini, di sembianze più gialle, più triste del solito, che in quel giorno un fiero dolore nelle ossa aggiungeva infinita malignità alla naturale scelleratezza della sua indole. All'apparire improvviso che fecero i commissari, un tremito gl'invase la persona, però che ebbe a prorompere in un acerbissimo ahi! — ma subito dopo, vedendo come nessuno gli seguitasse, si assicurò, cupo aspettando e silenzioso che profferissero parola.
Andreuolo Niccolini gli si accosta con atti ossequiosi, e la favella componendo al suono più dolce che per lui si potesse,
«Magnifico signore Malatesta Baglioni», incomincia cavandosi dal seno la carta della licenza e presentandogliela con bel garbo, «gli eccelsi Signori, i venerabili Collegi, il consiglio degli Ottanta e Pratica, considerando gli alti meriti vostri e il valore e la fede con la quale avete saputo difendere fin qui la nostra patria da due potentissimi eserciti, con acerbità inestimabile di animo si piegano a darvi quella che con tanta istanza domandate vostra licenza; — però i meriti vostri appunto e le infermità che vi affliggono, li consigliano ad essere discreti e non volere...»
A questa parte del discorso di messere Andreuolo, Malatesta, gittato l'argine della bestiale sua ira, strappa fremendo dalle mani di lui la licenza, la mette in brani e poi urla con ingegno plebeo:
«Figli di malvage femmine! — La licenza a me? Mi avete voi tolto per un corpo fradicio da mandarsi alla _Sardigna_[350]? — Io vi so dire che vivo e penso e opero, e ve ne accorgerete ben voi. — Traditori!... scellerati!... voi mi vorreste con coteste vostre parolone lunghe un miglio cacciare via per governare le cose a vostro senno. — V'ingannate a partito; ho giurato salvare Fiorenza, e la salverò in dispetto dei tristi; e tu, iniquo ambasciatore di una sinagoga di farisei, prendi la mercede che si conviene al tuo inverecondo ministero...»
Prima che il mal giunto Andreuolo se ne potesse accorgere, Malatesta, cacciato fuori un pugnale, gli tirò presto tre colpi, di cui uno solo avrebbe certamente apportata la morte al Niccolino, dove la infermità non gli avesse tenuto in quel giorno più che negli altri attrappite le braccia. Tuttavolta Andreuolo, tra lo stupore e lo spavento, non sapeva muover passo o sciogliere la lingua; sicchè il Baglione, nonostante storpio com'era, lo avrebbe finito, se Alamanno e Zanobi, forse tardi scorgendo l'inganno, non accorrevano a levarglielo di sotto.
Francesco Zati, pensando sovrastargli il suo ultimo giorno, caduto ai piedi del Malatesta, lo scongiurava a salvargli la vita; ed egli sdegnoso gli rispondeva:
«Va al diavolo! — _io non voleva te, ma quel tristaccio del Carduccio_[351].»
Intanto nel palazzo si era levato rumore grande. I soldati, le barbarie del capo superando, gittatosi in folla sopra al mazziere e al notaro, li percuotono turpemente, tolgono loro il danaro e perfino le vesti di dosso, le mazze di argento involano, le mule dei commessari non rispettano meglio: che più? Gli stessi commessari, quantunque difesi dai giovani fiorentini, non andarono illesi dalla rapacia e dalla brutalità di costoro; toccarono percosse da vicino e da lontano, a brani a brani furono loro strappate le cappe di dosso, e non senza sforzi gagliardi poterono uscire salvi dalle mani di quei masnadieri.
Pervenuto l'osceno fatto a notizia della Signoria, commossa da immensa passione, delibera adesse per isdegno praticare il partito che avrebbe dovuto mettere in opera dianzi con prudenza ed auspicii migliori: per la qual cosa comandò si adunassero subitamente in piazza tutti i gonfaloni armati e pronti a combattere; ed avendo udito come quattrocento giovani fiorentini, sprezzata la religione del giuramento, raccolti sopra la piazza di Santo Spirito si fossero dichiarati che in caso di contesa avrebbero sostenute le parti del Malatesta, come quello che nella rovina della patria gli assicurava di oneste condizioni, mandò alla volta loro Dante da Castiglione e Bernardo da Verazzano, onde si affaticassero a ritrarli dall'esiziale proponimento. Andarono, il primo pur sempre fidente di sovvenire la patria moribonda, l'altro sfiduciato dell'esito, ma pronto in qualsivoglia ventura a soddisfare il suo debito di cittadino, — con diverso concetto egregi spiriti entrambi.
Pur troppo la migliore gioventù del paese, uscita dal più inclito sangue, stava sopra la piazza di Santo Spirito accolta ai danni della patria, non però baldanzosa, ma dimessa in vista, mesta e pensosa più di altrui che di sè stessa; alcuni favellavano a mezza voce, — non era la speranza argomento dei loro colloqui, — con sofismi intendevano assicurarsi dei sinistri presagi; altri, ragunati a capannelli, non ardivano guardarsi in faccia e non aprivano labbro; un'aria greve sembrava che ingombrasse celesta piazza. Quasi brulichio di vermi sopra il cadavere di generoso animale, tu vedevi agitarsi per quella gente una mano di codardi, parte dei quali, lodatori esagerati della libertà pur dianzi, ora con vituperii di ogni maniera la laceravano, i Medici celebravano, i beneficii loro levavano a cielo; a sentirli, stava per rinnovarsi l'età dell'oro, l'Arno avrebbe menato miele, il Mugnone latte; niuna quiete sperabile, se non se sotto ai Medici; avere i Medici mandati alla terra nella sua misericordia Dio. — Vili ed infami di cui la razza si mantiene viva anche a' dì nostri! piaga perenne con la quale la provvidenza volle contristata la stirpe umana! Susurroni famelici, in perpetuo abbaianti per un pane che gli sfami, senza badare se questo pane getti loro davanti un santo o il carnefice, senza neppure curare s'egli sia composto col frumento della rapina o con le lagrime degli oppressi, — se temprato nel sangue d'illustri cittadini: — e l'altra parte si affaccendava, mossa da invidia, da vendetta, da superba viltà, da stolida arroganza e dall'altra famiglia di truci passioni piovute sopra di noi come il fuoco del cielo sopra Gomorra. Tra questi più degli altri si sbraccia Bono Boni, dottore di leggi, e salta e strilla a guisa di gazza; non lo badava nessuno, ma egli provoca, rampogna ed anche minaccia, prosuntuoso per l'appoggio, — lo credereste? — del Morticino degli Antinori. Siffatta compagnia denotava l'ultimo grado di decadenza in questo sciagurato. Bono Boni lo tiene per le braccia e ride di tale un riso che aggrinzisce con infinite rughe tutta la pelle del suo volto dove sta scritto: _forca_ a caratteri da speziale: certo così ride il demonio quando dopo i suoi perfidi avvolgimenti giunge a ghermire l'anima insidiata.
Maledizione e sventura! Talvolta sembra che la storia giustifichi le contumelie fulminate contro la gloria dagli infermi intelletti o dai maligni. I nomi dei generosi che si fecero compagni al Ferruccio nell'estremo tentativo di salvare la libertà della patria i ricordi del tempo non raccolsero interi, mentre all'opposto furono conservati i nomi di coloro che perfidi o traviati la impiagarono di ferita insanabile. Eravi Alamanno dei Pazzi, sangue degenere dei Pazzi, che congiuravano contro i Medici quando essi, deposta la lunga arte, si manifestarono tiranni alla ricisa; eranvi quattro dei Capponi, tralignati figli di tanta casa, i quali così illustre nome eredarono quasi peso che le forze loro non bastavano a sopportare; eravi...: ma la mente abborre l'ingrato ufficio, e la mano rifugge dal vergare cose nefande. O Memoria, quando ai lontani nepoti tramandi le geste degl'incliti avi, te meritamente salutarono i poeti genitrice delle muse; — ma quando narri la storia delle turpitudini antiche, io penso che dal tuo grembo traessero ben anco nascimento le Furie.
Il magnanimo Castiglione, percorso che ebbe col guardo la piazza di Santo Spirito, sentì mancarsi sotto le gambe, un freddo sudore gli si diffuse per la persona, ed accostandosi vacillante al Verrazzano gli disse:
«Bernardo, sostienmi...; mi cade l'anima e il coraggio; adesso conosco che la patria è perduta davvero.»
E il suo meno appassionato compagno rispondeva:
«Io lo sapeva anche prima; non pertanto proviamo.»
E Dante allora co' segni della più disperata desolazione, piangendo lacrime che lasciavano un vestigio ardente sopra le sue pallide guancie, — meglio che con le parole esprimendosi con singhiozzi, abbandonandosi nelle braccia di chi primo gli si parava davanti:
«Pazzi», diceva, «Capponi, Cavalcanti, — voi qui! Pazzi; adesso si fabbrica, non si distrugge un tiranno, — e voi qui, Capponi! — per Dio! non vi rammentate che i maggiori vostri con l'ingegno e col sangue difesero la Repubblica? — Cavalcanti... Baccio... unitevi a me... aspettate... io mi getterò a terra... calcatemi il corpo... servitevene come di bigoncia e tornate a recitare la bellissima vostra orazione composta in lode del vivere libero... io l'ho tutta a memoria... Se in parte vi fosse sfuggita di mente, io potrò suggerirvela intera... Ma che il mondo è sconvolto? Capponi, Pazzi e Cavalcanti promovitori e difensori dei Medici! Per certo si disfà la natura, ritornano le cose create alla pristina confusione. Quelli che narrano degli Abderitani, i quali per tre giorni durarono pazzi, non vuolsi ormai tenere più in conto di favola. Per Dio! vincete il veleno... quando risenserete vi starà davanti svenata la patria. Udite! la Signoria vi chiama... accorrete a sostenerla; — forse non è ancora tutto perduto, — forse può tuttora trovarsi via alcuna di salute... Se il gonfaloniere v'incresce, ci se ne andrà dal magistrato; se, non volendo, io vi offesi..., esulerò dalla patria... raggiungerò nel sepolcro i miei padri, — quanto vorrete faremo...:»
«No, Castiglione», risposero alquanti dei giovani, «la patria non può salvarsi intera; anzichè perdere tutto, noi ci affatichiamo a mantenere la libertà..., lasciamo l'addentellato per riprendere l'opera in giorni meno sinistri...»
«Ahi delusi! Quando non avrete più armi, chi vi manterrà la promessa? La mano disarmata se s'innalza verso il tiranno ad implorare cosa che non sia limosina, il carnefice la tronca: Per cui vi giureranno i Medici? — Su gli avelli dei padri? Essi hanno loro legato l'iniquo proponimento di assoggettare la patria. Sopra al capo dei figli? La lionessa educa i lioncelli alla preda; — essi crebbero nella vendetta, — le prime parole che proferirono le loro labbra infantili già non furono di padre o di madre; essi dissero al sangue: Tu sei mio padre, — e alla rapina: Tu sei la madre mia. — Vi giureranno sul Cristo? Chi, come Clemente, comprò la cattedra di san Pietro può bene anche ingannare, — può vendere Cristo. Sovvenite alla patria... o patria! o patria! Vedetela lacerata come la moglie del Levita...; e come della moglie del Levita furono mandati i brani alle tribù d'Israello, ecco io distribuisco tra voi le membra sanguinose della vostra Fiorenza. Le tribù, rammentatevi, vendicarono la donna trucidata... Nel nome santo di Dio, salvate la vostra genitrice che sta per essere manomessa...»
«Noi non possiamo.»
«Oh! come non potete? E chi vi contende morire? — Potè Leonida alle Termopili? E, più avventurosi di Leonida, poterono i Milanesi? Il barbaro ne distrusse la patria e ne seminò la nuda area di sale; ma la terra della libertà fece germogliare il seme infecondo: altre mura sorsero sopra le rovine, e Federigo le vide e non le superò... Venitemi appresso... da questo punto io vedo sopra la torre di San Miniato il gonfalone del comune svolgere il suo volume per l'aere sereno; — egli si compiace del bel cielo, — il cielo di lui, — entrambi trionfali; — venite, vedetelo; e' par che vi accenni, onde accorriate a difenderlo... vedetelo pure una volta e poi ditemi: Noi non possiamo!»
I meno inverecondi dei giovani non ardivano schiudere le labbra, — l'un l'altro mirava spiando nel volto del vicino la risposta da darsi. Allora i codardi, temendo le parole ardenti del Castiglione, proruppero in ischiamazzi plebei, col fango dell'anima loro pensarono contaminarlo dicendogli oscene ingiurie e contumelie di ogni maniera.
Boni Boni, curvandosi all'orecchio del Morticino, susurrava:
«E' farebbe mestieri cacciarlo via dalla piazza.»
«Certo che sì, — ma come?»
«Oh! non sapete che l'anima nostra fa più lungo cammino e più presto con una palla di piombo che non con sei mute di posta?»
Il Morticino declina l'archibuso, ne volge la bocca alla volta di Dante e accosta la corda accesa al focone; il colpo partiva[352].
Alamanno dei Pazzi con pronte mani strappa all'Antinori l'archibuso e, gittandoglielo a terra, così lo garrisce:
«E pârti poco quello che facciamo, onde tu vi aggiunga ancora il vanto di assassino?»
Però crebbero gli urli, e con gli urli furono lanciate pietre contro il Castiglione, il quale, conserte le braccia sul petto, sostenne l'infame oltraggio senza piegare il collo, senza stringere le ciglia; e comecchè i sassi in più parti gli rompessero la persona, i suoi labbri non si mossero ad accento che denotasse ira o dolore.
Poi all'improvviso scosse la testa ed esclamò:
«Uccidetemi, ma ascoltatemi.»
E si mescolò tra' suoi percuotitori, e quale abbraccia, qual bacia e quale strascina, pure pregando che vogliano affrettarsi in aiuto della patria.