L'assedio di Firenze

Part 73

Chapter 733,754 wordsPublic domain

E il ferro dell'assassino penetrò fino al manico nell'intemerato petto del prode Ferruccio.

Mentre, dibattendosi nella morte, solleva il Ferruccio le mani, incontra il lembo dello stendardo imperiale, — apre per l'ultima volta gli sguardi, lo ravvisa, — lo afferra nella convulsione dell'agonia e, fattolo cadere, vi si avviluppa le membra.

La bandiera nemica serve di lenzuolo funerario al Ferruccio... Egli lo vede... esulta e spira l'anima immortale.

Di che mai comporrebbe l'Eterno la corona dei suoi santi, se l'anima del Ferruccio non fosse cittadina nel cielo?

Dove riposa il suo corpo? S'ignora; — non pietra, — non segno, — non iscrizione accenna il luogo dov'ebbero ultima stanza le gloriose sue ossa. Nè ciò crediate per impedimento di governanti, ma per viltà, per ignoranza, per ignavia dei posteri. Oh Dio! simili cose scrivendo, io mi vergogno d'essere nato uomo.

Dicono fosse gittato lungo la grondaia della chiesa della Gavinana, e il manoscritto del capitano Cini racconta che, scavando ai suoi tempi presso le mura della chiesa, fu rinvenuto uno scheletro di grande ossatura corrispondente al corpo robusto che aveva il Ferruccio, siccome ci attestarono gli scrittori.

Certo coteste erano bene le ossa del Ferruccio, e lo argomento dall'averle tosto riposte sotto terra: anche le ossa del Ferruccio tornate alla faccia del sole dovevano mettere spavento[346].

I morti sommarono a numero infinito. Ricordansi fra gli altri Alessandro Orsini, cugino pel signor Giampagolo, Guccio Tolomei, Tomaso Lorenzi, Giovanni Arrighetti, Francesco Covoni, Michele Uberti, Paolo Bernardini e Francesco Moretti; pochi dei feriti sopravvissero, per essersi azzuffati in luoghi angusti, a corpo a corpo. Messer Giovan Carlo Saraceni non dubita affermare essere stata questa una delle più terribili e sanguinose battaglie che mai si sieno combattute in Italia. Non si andrebbe troppo lontani dal vero calcolando che Ferruccio ingaggiasse la giornata con forze otto volte minori di quelle dei nemici, tenuto conto della parte panciatica, che si aggiunse agl'imperiali. Nelle storie a questa battaglia rimase il nome di San Marcello, ma devesi chiamare della Gavinana.

La terra data in balía dei soldati; vi fu commesso quanto la vendetta sa suggerire di più truce, l'avidità di più rapace; nè cosa nè persona rimase intatta, — fino le campane rapirono e venderono a' Lucchesi. Da gran tempo noi miseri abitatori di questa contrada ci compriamo a vicenda i nostri brani che ci strappano dalle spalle gli stranieri. Un caso avvenuto dopo la preda delle campane fece pensare che Dio volesse vendicare l'insulto fatto alla sua casa. Mentre sopra la piazza della Gavinana attendevano certi soldati a votare i bariglioni della polvere, cadde per avventura di mano ad uno di loro la corda accesa, e l'incendio che ne seguì mandò a male meglio di trecento imperiali.

Avanti che io mi allontani da Gavinana mi giova ricordare due fatti i quali, comecchè di contraria natura fra loro, meritano di non passare obliati.

Il primo (e questo narrerò più brevemente perchè torna in oltraggio alla nostra natura), il primo fu di Amico Arsoli, quell'egregio conduttore di cavalli di cui sovente abbiamo esposte le geste. Odiato a morte da Marzio Colonna, fu da lui comprato e barbaramente messo a morte. Ripreso dai suoi compagni della perfida azione, allegava in iscusa la strage operata dall'Arsoli del suo cugino Scipione Colonna, come se l'Arsoli non lo avesse morto combattendo lealmente in battaglia, e come se, incrociate una volta le spade, il nemico non dovesse ingegnarsi con ogni suo sforzo di superare il nemico. Ma al Colonna pareva non dovesse siffatta scusa bastare; imperciocchè costumasse fra i Romani di cotesti tempi degenerati vendicarsi con quanta maggiore sicurezza potevano e fare le esequie ai parenti col sangue comprato dei nemici.

Non così Giovanni di Mariotto Cellesi, il quale essendosi anch'egli partito da Pistola per comprare Nicolò Strozzi col proponimento di menarlo a mal termine, lo trovò ferito nello stinco e ridotto a tale che, mutatosi all'improvviso di animo e l'ira convertita in compassione, lo riscattò con mille ducati, lo trasportò con amorevole cura a Pistola e quivi, fattolo nella propria sua casa medicare, lo guarì, lo nudrì e, accomodatolo di danaro, con buona accompagnatura lo rese sano e salvo a Firenze.

E avverti che la ingiuria era per gli odierni costumi gravissima e deliberata; imperciocchè Nicolò insinuatosi nell'animo della moglie del Cellesi la persuadesse ad abbandonare il marito; ed ella lo fece, ma indi a breve venuta in fastidio all'adultero, si rimase con la vergogna e col danno. Bene a ragione il Cellesi pensò che per una rea femmina non dovesse mandarsi a male un uomo prode, chè tale si fu Nicolò, e, se togli questo peccato che ho detto, anche costumato cavaliere.

Durarono assai tempo i predicatori a citare dai pergami un simile atto nelle loro dicerie al popolo, favellando dell'amore del prossimo. E forse io penso che anche oggi non isdegnerebbero rammentarlo, se lo sapessero. Ma i predicatori non leggono più storie.

* * * * *

I giorni susseguenti alla battaglia, quando i vincitori si erano partiti trascinando i vinti, i feriti languivano lontani negli ospedali, e la terra aveva accolto i morti; — allorchè il silenzio e il terrore occupavano quei campi fatali, — fu vista aggirarsi per valli e per pendici una forma di donna palpitante, scapigliata, quasi menade ebbra di vino... Oh! ella era ebbra davvero, ma di dolore; — con la faccia ritta al cielo, battendo le palme rapida, a guisa di lingua di fuoco scorreva pei ciglioni dei precipizi, e l'aria forte percossa dal ventilare dalla sua veste bianca le fremeva dietro come persona commossa dal pericolo di qualche capo diletto. Il montanaro, la contemplando giù della forra o dalla balza vicina, chiudeva gli occhi pel terrore, e facendosi il segno della salute supplicava per l'anima di lei... se non che, sogguardando pauroso, la rimirava festante spaziare lontana dal dirupo, — quando ecco sottentra a perigliare su l'arduo sentiero altro e più compassionevole oggetto, — era un vecchio oppresso dagli anni e dalle sciagure, il quale, sebbene gli tremassero sotto le gambe, aveva ben saldo il cuore; ad ogni orma che stampa vacillante sul ciglione, scorre nell'anima di chi lo vede il ribrezzo, e la pelle rimane compresa da crispazione angosciosa..., pur nondimeno lo spirito governa il corpo, ed esce illeso dal mal passo.

La donna fuggendo e il vecchio inseguendo scorrono in piano di Doccia, rivedono la fonte dei Gorghi, il rivo delle Catinelle, si accostano a Gavinana, piegando a destra lungo le mura, e finalmente ansanti si fermano nel bosco delle Vergini a piè di un castagno.

In verità uno dei più belli che crescano in quel campo, dove ne vegetano dei bellissimi, e nel suo tronco, ad arte scortecciato, mostrava una croce.

Cadendovi davanti genuflessa, appoggiandovi le mani una sopra l'altra, e su le mani declinando la testa, stette la donna immobile, bianca e, dove il palpito del seno non l'avesse dimostrata viva, uguale in tutto a statua di marmo.

E il vecchio le veniva accanto piegando anch'egli i ginocchi e, come lei, le mani e il capo appoggiando al tronco del castagno, — senza parlarle, — senza consolarla, — senza pure toccarla; i suoi dolori erano di quelli che per parole non si placano; soltanto piangeva.

Immemore dapprima di ogni cosa terrena, la derelitta per quel pianto incessante si sentiva a mano a mano, dai truci fantasmi della immaginazione chiamata agli affanni della vita; allora si accorgeva del vecchio, che le plorava a canto e le si abbandonava nelle braccia, — con le sue guancie premeva le guancie di lui, — e confondevano insieme l'alito, i sospiri, le lagrime. — Quanta inenarrabile angoscia aveva accumulato il Signore sul capo di quelle due creature!

I montanari, indovinando la causa per cui eglino non potevano abbandonare coteste rupi, li compassionavano, ed anzi anch'essi, miti sotto il flagello di Dio, con ossequio religioso li proseguivano.

Allo approssimarsi del verno, più che altrove, diviene squallida la natura su i monti, — il vento si agita inquieto giù per le valli, — lungo le forre, e il mormorio che nasce dalle foglie cadute menate in volta e diffondentesi per tanto spazio di paese, rassembra un lamento che mandino gli alberi e la terra nel vedersi rapire la bella veste di cui andarono superbi nelle migliori stagioni dell'anno.

Una sera dei primi giorni del verno, all'ora del crepuscolo, — in quel momento in cui la luce e le tenebre si contendono il cielo, — e l'anima umana vacilla tra le cure della vita e i pensieri della eternità, — in cotesto istante, che anche all'assassino viene involontaria una preghiera della infanzia su i labbri, e nel cuore un pensiero per la madre che lo amò tanto, — in quell'ora di mestizia e di pace, Lucantonio si presentò al _metato_[347] della casa nuova. Teneva in collo, sorreggendola col braccio destro, Annalena, che dalla pieghevolezza dei contorni sembrava addormentata, se non che la destra le pendeva inerte lungo il fianco, la manca dietro il dorso del vecchio, — e questi si aiutava sorreggendosi forte al bastone, — il capo aveva scoperto, — i suoi capelli bianchissimi si disegnavano nella porpora del crepuscolo, gli avresti detti tinti nel sangue.

Giunto in mezzo al metato, volgendosi ai montanari quivi raccolti, con ferma voce e non pertanto sinistra domandò se alcuno di loro per amore della Madonna e per i suoi danari avesse voluto accompagnarlo al piano delle Vergini con palo e zappa, onde assisterlo in un'opera pia.

«Per amore della Vergine e vostro senz'altro», risposero i montanari, «noi vi accompagneremo»; — e le loro donne, mogli e figlie, fosse pietà, fosse voglia curiosa, o l'una cosa e l'altra, vollero ad ogni patto seguitarli.

Procederono a due a due come in processione silenziosi-; — veniva ultimo il vecchio; — egli non aveva permesso a nessuno di toccare Annalena; — e sì che quel peso doveva gravarlo, e ad ogni passo che mutava, pareva accostarsi di un anno al sepolcro.

Ad un tratto il vecchio proruppe nel cantico dei morti e supplicò al Signore perchè nella sua immensa misericordia avesse compassione di lui.

E gli altri vennero ad ogni verso rispondendogli, sebbene ignorassero chi e dove fosse il defunto.

Lucantonio gli fece fermare nel bosco delle Vergini, a piè di un castagno, ordinando scavassero colà dove additava.

Tolta alcun poco di terra, la vanga incontra stritolando ossa umane; il montanaro lascia l'arnese ficcato nella terra e rifugge inorridito.

«Continua l'opera, montanaro», con voce solenne riprende Lucantonio, «tu non profani le ossa dei morti, — io riunisco la moglie al marito, — questa ch'io tengo su le braccia è la sposa, — lo sposo giace là dentro, — il sepolcro sia il talamo di ambedue. Ieri all'alba ella svenne e diventò fredda... io la esposi al sole... l'avviluppai in caldi pannilini... col mio fiato mi sono ingegnato riscaldarle le mani, ma ella si è fatta sempre più fredda... l'ho chiamata co' nomi più cari... Vieni, le ho detto, sebbene questo pellegrinaggio mi avvelenasse il sangue, vieni, andiamo a visitare la fossa di Vico. — Non mi ha risposto... Io l'ho tenuta per morta: ella difatti è morta...»

Il montanaro continua a scavare la fossa, — e il vecchio soggiunge favellando ai circostanti:

«O madri! — questa povera creatura non conobbe sua madre: — o padri!... ella non ebbe le paterne carezze... La sua anima fu tesoro di amore... e per lungo tempo la sventura si appigliava ai lembi di questo e di quello, interrogando: Chi devo amare? — Imperciocchè io l'era servo, — e quando ella ebbe trovato un gentile garzone, prode e dabbene, Dio glielo ha tolto. — Questi giovani appena si conobbero nella vita, — ora staranno insieme una eternità. Lode al Signore!»

I montanari mal sapendo se quella lode al Signore uscisse sincera dal labbro del vecchio, o in fondo a quel discorso sonasse accento di disperazione, scherno o rampogna, — piansero, — calarono il corpo di Annalena nella fossa — e le pregarono pace.

La notte diventò profonda, i montanari tolsero commiato; Lucantonio voleva pagarli, ma si ristette, perchè le lacrime non si pagano. Il vecchio cortese chiamò un fanciullino che gli era stato sempre al fianco e, postogli nelle mani quanto si trovava a possedere di danaro, gli parlò sommesso: Quando tuo padre avrà fame, — e tu dagli questo.

Rimasto solo, così al buio incise sul tronco del castagno il nome di Annalena sotto quello di Vico, poi si accomodò a sedere con le spalle appoggiate al tronco, le mani conserte e abbandonate nel grembo, le gambe tese, il capo chino sul seno.

Il montanaro a cui il figlioletto aveva dato il danaro del vecchio, cercandolo il giorno appresso, lo rinvenne seduto a piè del castagno; lo reputando addormentato, aspettò gran tempo perchè si svegliasse, poi lo tentò per le braccia... Non si scosse, perchè era morto.

Raccontano che quel bosco si chiamasse prima della _Vergine_ in onore della Madonna, ma dopo quel caso lo dicessero delle _Vergini_, in memoria ancora di Annalena quivi sepolta.

Ho cercato il castagno che protegge con le sue ombre il sepolcro di quei tre miseri, e non l'ho trovato; ma se, come assicurano, gli alberi crescono di diametro strato sovrapponendo a strato senza cancellare le incisioni del coperto, è da sperarsi che, abbattendo talvolta qualche castagno del bosco delle Vergini, il bottaio che ne farà caratelli trovi quel tronco consacrato dalla sventura[348].

CAPITOLO TRENTESIMO

LA VENDETTA DEGLI UOMINI E IL CASTIGO DI DIO

La infamia seguirà la parte offensa In grido, come suol, — ma la vendetta Fia testimonio al vero.

DANTE.

Ahi fortuna! Ci vien meno sotto i piedi la terra. Dove precipitiamo, o Cencio?» disfatto dal terrore esclamava Malatesta Baglioni, a cui Cencio riferiva rotto l'esercito imperiale, morto l'Orange, Ferruccio vincitore accostarsi a Firenze, il destino della Repubblica prevalso; — alle quali parole Cencio rispondeva:

«Ch'è questo, signor Baglione? Non dubitate; un sostegno non sarà per mancarvi giammai: se vi fugge dalla parte dei piedi, la Repubblica sta apparecchiandovene un altro dalla parte del collo.»

«Maledetto quando mi apparisti davanti! Possa la tua anima traboccare dal patibolo nell'inferno! Ma ti par ora questa da motteggiare, Cencio? Vien qua, Cencio, senti: vediamo se vi ha mezzo di salvarci la vita... la vita! e che devo farmi della vita senza la potenza, senza le dovizie... senza...?»

«Senza il sangue dei nemici?»

«Lo hai detto. — Costoro non mi uccideranno, anzi diranno al valletto: Prima che quella vivanda passi al cane, datela a Malatesta che sta di fuori seduto sopra i gradini del nostro palazzo.»

«Addio Chiusi, addio duchea di Bevagna e Tunigiana.»

«Il figlio che doveva essere orgoglio dei miei tardi anni, che stava per condurmi regal donna in casa!»

«Non che il duca di Camerino, ma il più povero artigiano non si vorrebbe mescolare con lui; voi non avrete da sodare la dota nè anco il cento ducati...»

«E il nipote, cui già immaginava ammantato della porpora cardinalizia...»

«Diventerà dopo dieci anni curato di campagna...»

«Potessi fare un patto col diavolo! Ah!...»

E gettò un grido di spavento, chè in questo punto si udì forte un rumore di uomini accorrenti, e subito dopo tutto affannoso comparve nella stanza Biagio Stella, il quale espose: la prima nuova della battaglia falsa, vera la morte dell'Orange, ma esservi pur morto il Ferruccio, e il suo piccolo esercito andare disperso pel contado toscano.

«O santo Pietro!» favella Malatesta levando le mani al cielo e poi come spossato declinandole al pavimento, «o santo Pietro! Queste due morti giovano meglio al pontefice che le tue chiavi d'oro e d'argento. Dopo tanti anni di matrimonio io dubitava a Cristo non fosse diventata incresciosa la Chiesa sua moglie; ora poi conosco a prova cotesti sponsali rimanersi pur sempre sotto l'influsso della luna del miele. Io comincio a credere in Dio... Biagio, un abbraccio; — Cencio, un bacio; — figli miei, questa è l'ultima nostra fatica; — anche il grappolo di Perugia produce vino generoso, — e la vendemmia ci aspetta. Cencio, torna la speranza del sangue nemico assai più soave del vino. Biagio, comunque adesso mi travagli il caldo, parmi rinfrescarmi all'ombra dei platani di Tunigiana, sotto i gelsi della valle Topina; — i miei occhi, Cencio, sono inebbriati di rosso, il vermiglio mi lusinga intero... rosso il sangue di Sforza, — rossa la porpora di Ridolfo, — rosso il manto ducale del figliuol mio: Cencio, Biagio, — mi sento l'uomo più avventurato del mondo; — andate per sonatori, per femmine, — oggi è un bel giorno...

«È il giorno di morte della libertà italiana!!!...»

«Magnifico messere capitano, — due magistrati che si dicono dei Dieci della guerra fanno istanza di favellarvi.»

[Illustrazione: La voce, il guardo, le mani, tutta la persona, insomma spirava la distruzione... _Cap. XXIX, pag. 698._]

«I signori Dieci! I magnifici signori Dieci di libertà e pace! Che vengano tosto, in miglior punto non potevano arrivare i messaggeri dei magnifici signori Dieci. Cencio, Biagio, rimanete con me, affinchè non abbiano a camminare troppo per rinvenire medico, confessore e notaio per la Repubblica che muore; o piuttosto sentite: noi rappresenteremo i tre sacramenti: io la Penitenza, Biagio l'Eucarestia, e tu, Cencio, la Estrema Unzione; — guarda mo', Biagio, non ti par egli che abbia Cencio una faccia di olio santo? E per questa volta tu l'ungerai proprio all'agonia, come raccomanda l'apostolo santo Iacopo, — la Estrema Unzione non si dovrebbe replicare una seconda volta, — ciò sta contro le regole. — Ecco i Dieci. — Ben vengano i magnifici signori Dieci. — In che e dove posso spendere l'opera mia? Cencio, porgete sgabelli. — State a vostro agio, come a casa vostra. Ci avanza ancora qualche poco di vino; vorreste saggiarne? — Vino d'assedio... ma vi do quello che ho, e di cuore...»

E tutte queste parole erano profferite con procacia e petulanza tali da movere a sdegno i più mansueti.

I Dieci però o non si sdegnarono o molto bene dissimularono l'ira concetta; onde mansueti risposero:

«Gran mercè, signor capitano generale, — noi ci staremo in piedi; la urgenza del caso è tale che non concede la perdita di un momento di tempo.»

«Orsù dunque dite: io tutto orecchie vi ascolto.»

«Malatesta, — voi siete cristiano, e vi supplichiamo per Dio; — voi siete soldato, e vi supplichiamo per l'onor vostro; — voi siete padre, e per l'amore dei vostri figliuoli vi scongiuriamo a prendere pietà del nostro infelice paese. Voi lo sapete, Orange è morto, — morto pur anche il valoroso Ferruccio; — il nostro esercito rimase rotto, ma la vittoria del nemico si assomiglia alla sconfitta; possiamo anche vincere, conduceteci all'assalto del campo, — noi confidiamo sia per riuscirci agevole opprimerlo; — vuoto dei migliori soldati, sbigottito, diviso di voglie, forse mai come ora ci stette in pugno la vittoria. L'ordinanza della milizia ad alta voce domanda mescolarsi col nemico.»

«Ordinanza! Poveri folli! Ma che? credete voi che ordinare una battaglia, esercitare il mestiere del soldato sia come cimare panni, tignere sete e sedersi in banco a dare a prestanza sul pegno al venti per cento d'interesse? Chi vi ha contato tante novelle? Così foss'io sano, com'è Orange! — Così...»

«Signor Malatesta, noi ne abbiamo sicurissimo ragguaglio.»

«Ed io vi dico che vi hanno ingannato. Voi non avete più speranza di vincere, e credetelo a me, che sono uomo di guerra: abbandonatevi nelle mie braccia; _sutor ne ultra crepidam_, — a voi i negozi, la spada a me. — L'ordinanza!... Voi avreste fatto un gran bene a lasciare cotesta gioventù ai suoi fondachi, che le bisogne sarieno state assai meglio amministrate...»

«L'ordinanza, messere...»

«L'ordinanza, messeri, ha fatto più male che bene, e adesso non potrebbe fare più nulla. Sentite, io vi amo, e perchè vi amo vi consiglio ad accordare: — ho già consultato don Ferrante... voleva dire il principe Orange, e promette buoni patti...»

«Chi ve ne dava la commissione?...»

«Me la sono tolta da me; io faccio la cosa utile, mi vesto da gestore di negozi, come dicono i giureconsulti... appunto perchè sono cristiano e temo Dio, voglio risparmiare la effusione del sangue e conseguire con parole di pace quello che ormai non potreste ottenere con la guerra; appunto perchè intendo l'onore, mi piace guadagnarmi la fama che nasce da salvare una città nobilissima, qual'è questa vostra; pur troppo accolgo viscere di padre, e come padre sento qual debito avrei presso gli uomini e presso Dio, se compiacendo ad alcuni Piagnoni io lasciassi andare a fuoco tanti magnifici ostelli, a sangue tanti incliti cittadini; se nulla mi premesse il decoro di tante vergini e di tante gentildonne. Io dunque ho già convenuto su i patti meglio importanti con don..., col principe di Orange...»

«Chi ve ne conferiva il mandato?»

«Continuerete voi ingrati a maledire la luce che v'illumina? Già comincia a pesarmi questa diuturna pazienza. Credete voi che ignori le vostre vociferazioni? Forse io non so che mi andate vituperando come traditore? Non conosco io che voi, in premio dei patiti travagli in pro vostro, mi torreste la testa? E non pertanto dissimulo e perdono come Cristo perdonò, e ai vostri vantaggi mi affatico dicendo, com'egli disse: io li perdono, perchè non sanno quello che si fanno. — Certo i posteri quando apprenderanno questa mia longanimità mi estimeranno codardo; avrei dovuto abbandonarvi, lasciarvi in balia del nemico, ma non me lo concede la mia natura. Io restringo molte cose in una: speranze non ve ne rimangono, io accorderò per voi; e se ostinati volete ad ogni modo combattere, datemi licenza di ricondurmi alle mie case..., dove forse mi attende la morte a cagione dell'ira del pontefice ch'io mi sono provocato contro per voi..»

«Voi dunque non volete combattere?»

«Non voglio condurre a perdizione la vostra patria...»

«E desiderate la licenza...»

«La licenza! Portatemela e vedrete.»

«Malatesta, l'avrete.»

E crucciosi abbandonarono le case di lui. Allora Cencio, volgendosi al Baglioni, favellò:

«Voi siete il libro della Sibilla: e se vengono con la licenza?»

«Non verranno.»

«Ma se venissero?»

«Al papa certa volta prese talento di scomunicare non so quale dei Visconti e gli mandò ambasciatori: questi lo incontrarono sopra un ponte del naviglio grande e gli esposero la scomunica. Udita ch'ebbe leggere la sentenza il Visconti, Messeri, disse agli ambasciatori, ora vi conviene o bevere, gittati capovolti dal ponte, l'acqua del canale, o mangiare cotesta condanna. Scelsero mangiare, e ben per loro, che avevano denti buoni e stomaco migliore, perchè il Visconti quinci non si rimosse, finchè non ebbero trangugiato l'ultimo pezzo di carta pecora, e l'ultimo frammento di piombo del suggello _sub annulo piscatoris._ — Mi manca l'acqua: pur tanto è alta questa magione da fare preferire il pasto della licenza al volo dalle finestre.»

Nelle insolite commozioni dell'animo di gioja o di dolore, gli uomini abbisognano mescolarsi tra loro; quindi vedevi al palazzo della Signoria un brulichío di persone, un andare e un venire, un domandare l'un l'altro; se non che scomposta appariva cotesta frequenza, paurosi i moti, inquieti i sembianti, nè v'era mestieri di lungo esame per conoscere che per questa volta l'afflizione raccoglieva la gente; il passo stesso accenna la passione dell'uomo che cammina; rimossa ogni luce, io credo che di leggieri possa indovinarsi s'egli muova ad un festino, o piuttosto ad un mortorio.