L'assedio di Firenze

Part 72

Chapter 723,810 wordsPublic domain

S'incontrarono sul piano di Doccia posto a mezzo cammino tra Gavinana e San Marcello. L'Orsino, considerando non potere resistere a tanta piena di nemici e difendere così gran numero di bagaglie, ordinò ai marraiuoli che aveva in copia il Ferruccio condotti da Pisa si affrettassero ad alzare un terrapieno formato a mezzo cerchio, il quale condussero maraviglioso e con incredibile celerità. Il viaggiatore che visita quel campo può anche oggi contemplarne i vestigi per un tratto di meglio che dugento braccia. Dietro al terrapieno si difende l'Orsino; il nemico grosso minaccia di prorompere, quasi un fiume appena contenuto dagli argini; qui si rinnuovano le ferite, il dolore, il pianto dei moribondi, la strage nefanda. Il mio spirito contristato non sa che cosa più oltre deve narrare di miserabile, la fantasia cade stanca di avvolgersi tra così moltiplici immagini di morte, e al mio lettore risparmio il fastidio di più oltre affliggersi sopra le sventure e le colpe degli uomini. Forse non rimaneva rotto l'Orsino; la fortuna gli concedeva ritirarsi incolume in Gavinana, se il malefico ingegno del Bracciolino non si fosse adoperato ai danni della patria; non furono mani straniere, ma per maggiore dolore italiane quelle che consumarono il sacrificio della più nobile repubblica di questa nostra contrada. Noi dobbiamo compiangere la battaglia della Gavinana non pure come sventura, ma altresì come delitto.

La discordia percorse veloce e continua sopra la faccia della misera Italia, dalle Alpi al mare ionio a guisa di spola nelle mani del tessitore; se pose l'orma su i monti, li compresse; se sopra le pianure, le inaridì; con un flagello di vipere percosse le generazioni e trasfuse nelle vene di loro il veleno e la rabbia. Ora i figli portano il peso delle paterne iniquità; — ma durezza di fato per sospiri non muta, e il cielo arride alle mani animose, — non agli occhi piangenti. Ora i figli stanno in pace tra loro; — imperciocchè come contenderebbero i bovi gravati dal medesimo giogo? In espiazione degli antichi delitti, una volta ogni anno nella festa dell'Ascensione i monti di Gavinana risuonano di canti lugubri: due processioni muovono, una da San Marcello, l'altra da Gavinana, verso la fonte dei Gorghi. Quando s'incontrano, i cantici si rinnuovano più alti, accostano gli stendardi e fanno toccare i crocifissi tra loro; ciò chiamano — il bacio dei Cristi. I discendenti dei truci faziosi s'impalmano mansueti, più voti ricambiano con gli animi pacati; simili alle regine della tragedia inglese[342], ora che giacciono sopra la terra, le ha fatte amiche il pianto. Se questi inni e questi gemiti hanno forza di rompere il vostro sonno secolare, ossa degli antichi defunti, oh come affannosamente dovete fremere dentro ai vostri sepolcri! — Venite e vedete; — per colpa vostra gli eredi del vostro sangue altro intelletto ed altra forza non serbano che per piangere e per pregare. — Io per me, quando considero come è tumida la fortuna e corriva agli oltraggi, e quanto all'opposto consigliera di pace la sventura, tremando m'interrogo se per caso la provvidenza commise alla miseria ordire il vincolo di concordia unicamente durevole tra gli uomini. — Ma io l'ho detto, affaticarci con domande a cui non sovviene la risposta è amaritudine di spirito; e tra queste bene spesso ne occorrono di tali che percuotono le orecchie, quasi una squilla che suoni a infortunio, o piuttosto feriscono il cuore dolorose a sentirsi quanto il dardo della vipera.

Nicolò Bracciolino, che co' suoi mille faziosi procede col Vitelli a modo di lancia franca, esperto del luogo, si stacca dai compagni e per certe vie oblique a lui note celandosi dietro ai tronchi dei castagni che spessissimi crescono in questo lato, in silenzio, co' passi del traditore, si avvicina al fianco della colonna dell'Orsino. Fu agevole cosa trucidare e disperdere i pochi e meno validi soldati che vi stavano a guardia, — scompigliare le bagaglie, mandare sottosopra some e carriaggi, — empire di spavento ogni cosa. Orsino, udendo rumore alle spalle, conobbe il caso e si tenne spacciato; tuttavolta, disposto a morire da valoroso, strinse intorno a sè i suoi, ne fece gomitolo, e così ordinato, non altramente che fosse un corpo solo armato di mille spade, si dispose ad aprirsi la strada camminando sul petto dei nemici.

Sovvengati, lettore, se mai fosti in riva al mare, di aver veduta una barca per forza dei rematori rompere le onde che incessanti si accumulino contro di lei e, come se avessero senso di rabbia, fremere riottose lungo i fianchi e subito chiudersi ribollenti dietro il timone; così la virtù dei soldati dell'Orsino supera il numero dei nemici, ma il suo drappello procedendo scema, mentre da ogni stilla di sangue avversario sembra che nascano nuovi guerrieri a combatterlo; — male incolse a cui volle inseguirlo troppo dappresso, perchè sovente rivolse la faccia e balestrò la morte nelle file dei cesarei; — venuto al rivo delle Catinelle si fermò di nuovo, e di nuovo quelle umili acque si tinsero di sangue umano; finalmente lacerato dalla testa, su i fianchi, dopo avere fatto quanto e più a forza umana era concesso, ripara in Gavinana; i terrazzani non ebbero tempo per chiudere le porte, — proruppero nel castello amici mescolati ai nemici.

Per altra parte Fabrizio Maramaldo fuggendo tutto pauroso s'imbatte nella banda della Forra Armata, la quale, e per essere posta in luogo riparato e per non avere ricevuto ordine alcuno, non erasi mossa; la reputando nemica, stava per gittare l'arme e raccomandare per misericordia la vita; se non che, ravvisando l'errore, riassunse presto la superba natura, e levata la voce comandò: si muovesse a salvare i compagni messi in rotta, si affrettasse; avrebbe vinto la impresa, se si fosse comportata col consueto valore.

Si agitarono i due mila, accelerarono i passi, vogliosi di mescolarsi in battaglia; appena usciti dalla Forra, i cesarei sbandati, vedendo una bandiera levata dove potere riannodarsi, cessarono la fuga ed ingrossarono la banda, in breve sommarono a meglio di quattro mila e tutti uniti s'indirizzarono impetuosi contro la Gavinana. In cotesto cumulo di gente, comecchè mosso da passioni diverse, ardeva immenso il desiderio di vincere; — gli uni per vendicare la vergogna, gli altri, quelli della Forra Armata, per orgoglio che fosse detto di loro: il colonnello di monsignore Ascalino salvò l'esercito imperiale a Gavinana.

Ferruccio brandiva la picca, la quale per essere adoperata dagli Stradiotti cavalleggeri greci si appellava _stradiotta_[343], e accompagnato dall'Orsino, da Amico e Alfonso Arsoli, dai conti di Castro e di Civitella, da Agostino Gaeta dall'uno e l'altro Strozzi, da Francesco Vivages francese, da Sprone di Borgo, da Paolo e Giuliano Corsi, da Antonio da Piombino, da Giovambattista Cambiaso e dagli altri valenti capitani, giù si scaglia contro il Bracciolini, il Colonna e il Vitelli, quando, udito rumore, si volge dal lato opposto e contempla inondato nuovamente di nemici il castello. Allora gli s'intenebrò l'intelletto, gli venne affatto meno la speranza, non l'ardire nè l'animo apparecchiato alla morte magnanima; supplica gli astanti tengano testa al Vitelli finchè ritorni, e rovina dove lo minaccia maggiore il pericolo. Quasi non avesse per sei intiere ore combattuto, quasi gran parte del suo inclito sangue non gli fosse sgorgata dalle vene, apparve terribile come il Dio di Moisè. La voce, il guardo, le mani, tutta la persona insomma spirava la distruzione: «e il fatto, racconta il Cini[344], si rinnuovò con tale e tanto strepito di archibusate e di picche ch'era cosa spaventevole a sentirsi e orribilissima a vedersi, giacchè fu sì crudele e disperata battaglia che appena si poteva passare nella piazza di Gavinana impedita per i corpi morti e feriti che dappertutto v'erano ammonticchiati.»

[Illustrazione: ... al cavaliere che si vide più prossimo, e fu il valoroso Masi,... _Cap. XXIX, pag. 694._]

E fu questa battaglia degna di Omero, — ma noi non possiamo avere un Omero. Egli cantava all'ombra dei laureti cresciuti a coronare la fronte degli eroi che ascoltavano, — noi seduti sopra un sepolcro narriamo storie alle ossa inaridite; — la traccia di quel divino sopra la terra greca assomigliava alla carriera del sole nel firmamento, splendida e sublime; — non che le case, gli schiudevano i tempii, ond'egli si santificasse col canto. — Poco gli nocque essere cieco degli occhi del corpo, dacchè le muse lo guidavano e la gloria gli rischiarava l'intelletto. — Quando le labbra frementi susurravano l'ultimo verso del canto, e la corda vibrava l'estremo tocco, egli sentiva distinto l'alitare dei petti ai circostanti, e il suo cuore si empiva di nuovo sangue e di nuova poesia, argomento di forza alle immagini future. — La vergine greca colla mano e la guancia appoggiate alla spalla del garzone, come la Psiche di Canova su quella di Amore, udendo le miserie di Andromaca, obliò un istante il suo affetto e gemè per la sconsolata regina; — la madre argiva, al racconto delle stragi di Ettore Priamide, si strinse più forte il pargoletto al seno ed abborrì la guerra, — ma quando le furono rivelate le mirabili prove di Achille, le s'infiammarono le guance, e l'entusiasmo della patria la inebriò; allora guardando con occhio scintillante il suo figlio, esclamava: Abbi la fama di Achille, — e con voce più bassa aggiunse: più provvida di Tetide, io guarderò a tuffarti interamente in Lete. — E quando un fatto comune chiamò la grande anima di Omero nel regno delle ombre, i Greci lo assunsero in cielo, are gl'innalzarono e voti, come a Dio, — sette città se ne contesero la nascita; — i sapienti loro ne derivarono leggi, politica, morale e quanto abbisogna al retto ordinamento della umana società; — lo consultarono come oracolo, ne trassero responsi. — La Grecia tutta tolse per simbolo Omero.

Male arrivato poeta nelle terre d'Italia! Alle generazioni che ti scorrono davanti pallide e vuote, siccome larve, parla di gloria, e ti risponderanno: usura; — guai a te, se ti esce incauto dalle labbra il nome santo di patria! Ti aspetta il luogo infame dove avrai per compagni la meretrice e il ladro... perchè l'amore di patria in questa terra è delitto; in verità, vi dico, delitto ricercato e punito più gravemente assai del latrocinio. — Certo il tuo nobile cuore, o poeta, non verrà meno per questo, — ma rimarrai contristato profondamente per le turpitudini dei tuoi fratelli, — la parola ti spirerà sopra le smorte labbra, e non potrai essere Omero.

Ferruccio respinge dalla Gavinana il nemico, lo disperde per la campagna, e dubbioso sia per tornargli addosso da capo, non si ferma finchè vede persona davanti a sè; allora fece sosta, ed accorgendosi che la punta della stradiotta per lo spesso ferire erasi storta, si chinò e raccolse da terra uno spadone a due mani di quelli che usavano i lanzichenecchi; poi, ordinati i superstiti a chiocciola, s'incammina al castello in soccorso di quelli che vi aveva lasciato. Le torme dei cesarei intanto si erano chiuse dentro di lui e avevano invaso tutte le strade della Gavinana: i suoi ben tuttavia vi stavano dentro, ma diventati cadaveri. In quel momento il Ferruccio alzò la voce e chiamò a nome i suoi più valorosi compagni; nessuno gli risponde; la morte aveva loro resa inerte la lingua.

Ora, mentre la sua anima pensando al fato di tanti prodi sospira, due grosse bande di nemici, imbaldanziti dalla vittoria e disposti ad abusarne quanto più furono immeritevoli di conseguirla, con minacce barbariche gl'intimano da lontano la resa.

Giampagolo Orsino, ormai disperato, si accosta al Ferruccio e gli domanda:

«Signor commessario, vogliamo noi arrenderci?»

«No», gli risponde con forza il Ferruccio; e piegata secondo il suo costume la testa, si avventa primo contro i sorvegnenti imperiali.

Nicolò Strozzi, considerando come quel valoroso, più che a mezzo morto, potesse appena reggere la spada, non volle si esponesse a sicurissimo eccidio; onde presto si pose tra il nemico e lui, riparandogli col proprio corpo le ferite.

Ma il Ferruccio, brontolando, lo trasse in disparte e in ogni modo volle pel primo affrontare il nemico[345]. Cessata la speranza di vincere, combattono per non morire invendicati. Gl'imperiali abborrenti di sostenere l'estreme ire di quei terribili uomini, si allargano e li bersagliano con gli archibusi da lontano. Ad ogni momento ne cadeva uno per non più rilevarsi, — nè i superstiti pensano ad arrendersi. Anche la Toscana ebbe i suoi Trecento e Leonida.

«Il gonfalone di Fiorenza! Gli angioli scendono a difenderlo: viva la Repubblica!»

Questo grido mandarono il Ferruccio e i suoi compagni, allorchè, alzando all'improvviso lo sguardo, videro sventolare al balcone di un castelletto posto sopra certa eminenza accanto le mura di Gavinana la bandiera del comune.

E al balcone si affacciò Vico Machiavelli, che con la voce e col cenno chiamava i compagni a riparare in cotesto estremo propugnacolo.

Non senza nuove perdite colà si condussero; stremati com'erano di forze e di sangue, quella breve erta parve loro infinita.

Sbarrarono le porte, come meglio poterono si afforzarono e dai balconi, dalle feritoie, che anche in oggi si vedono, presero a bersagliare il nemico. Gl'imperiali, sospinti dalle minacce dei capitani, che dietro loro incalzavano con la spada nuda, molte volte salirono all'assalto, e sempre sopraffatti dalla tempesta delle palle piegarono. Maramaldo, rimasto in Gavinana, sentendo riuscire i conati invano, spumava di rabbia, e all'ultimo mandò a dire che se in mezz'ora non superavano il castello, gli avrebbe appiccati quanti erano.

Si accingono all'ultima prova; — le palle vengono più rare; — arrivati a mezza costa scemano ancora; — a piè del muro cessano affatto, — stanno immobili alquanto di tempo paurosi di sorpresa, — non offesi si rinfrancano, i più timidi saliscono a gara, — insieme uniti si sforzano a rompere le imposte, a scalare i balconi.

I nostri non hanno più polvere, — non palle, e dimentichi dei pericoli e dei propri dolori, contemplano l'agonia di un valoroso.

Ferruccio giace sopra un letto di foglie castagnine; — non ha parte di corpo illesa; — invano tentarono arrestargli il sangue, — prorompe dagli orli delle fasciature, distilla dai lini temprati. — Genuflesso a destra, gli sorregge il capo Vico Machiavelli, il quale forte si abbranca il petto sotto la mammella sinistra per impedire anch'egli lo sgorgo del sangue da una ferita ricevuta in quella parte, — e dalla manca simile cura gli rende Annalena, anch'ella genuflessa.

Ardono in terra alcune lampade, le quali quando il sole illumina il nostro emisfero partoriscono effetto sempre solenne nell'uomo, imperciocchè accennino la presenza della morte — o Dio.

E intorno intorno genuflessi i pochi compagni superstiti, comecchè laceri, spicciando sangue dalle aperte piaghe, supplicano per l'anima dell'uomo forte che trapassa: Amico Arsoli percosso da tre punte nel fianco, Bernardo Strozzi sconciamente ferito nello stinco sinistro, Giampagolo Orsino, il prode Masi ed altri che non ricorda la storia.

La morte con la mano grave chiudeva gli occhi al Ferruccio, ma l'animoso, sforzandosi scoterne il peso, avventava la pupilla coruscante a modo di baleno verso il balcone.

Colà il vessillo della Repubblica, come se avesse senso d'intelletto, tentava svolgere le sue pieghe, che si ostinavano a rimanersi rigide a guisa di pietra; — il giglio se ne stava chiuso in mezzo di quelle non altrimenti che dentro un sepolcro, — lui pure opprimeva la inerzia della morte.

Fatto segno alle archibusate ed ai sassi del nemico, — ecco finalmente cade anch'egli percosso per non rilevarsi mai più.

Allora il Ferruccio non contese più oltre la potenza della morte, lasciò abbassata la palpebra e sospirò con mestissimo accento:

«È caduto! È caduto!»

All'improvviso le porte sfasciate si disfanno, — irrompe il nemico nelle sale del castello.

Di stanza propagato in istanza, ecco percuote le orecchie del nemico una cantilena di sacre preci, un singhiozzare sommesso; un suono di pianto, siccome avviene nelle case che sta per visitare la morte.

Entrarono e videro l'agonia del campione della Repubblica, — o piuttosto dell'ultimo fra i grandi Italiani.

Gli Spagnuoli, — nei quali gli orrori della superstizione non erano giunti a spegnere tutto sentimento di carità e di religione, nè il truce pensiero di Carlo V, che tormentandoli con la gloria e la rapina gli aveva sguinzagliati a mo' di veltri sopra l'Europa, poteva snaturare affatto il gentil sangue che trassero dai cavalieri antichi, a cotesta vista declinarono i ferri, l'ira deposero dai cuori, la iattanza dai labbri, e piegando i ginocchi trassero i rosarii e si unirono a pregare pace per l'anima del forte.

I Tedeschi sfilarono lungo i muri e colà si fermarono immobili così che apparvero panoplie poste a decoro delle pareti nelle sale dei castelli feudali; — nè ciò nacque in essi da pietà o da religione, ma dal non sapere che cosa si avessero a fare, imperciocchè fosse stato lor detto: Andate ed uccidete il nemico, — ed ora, trovando invece di nemico un uomo morto, non sembrava a costoro cosa buona uccidere chi già stava per trapassare.

Maramaldo, a cui durava tuttavia nel cuore la paura, impaziente degl'indugi, mandava speditissimi messi a incitare la strage e a riportargli novelle. Appena conobbe a qual punto fossero ridotti gli eventi, egli scelse tra i suoi colui che a prova sapeva più iniquo, e lo mandò con espresso comandamento di portargli morto o vivo il Ferruccio davanti.

«Su, figli di triste femmine», favella procace il messo del Maramaldo, che si chiamò Sciarra e fu di Calabria, «su, che Cristo vi mandi il malgiorno e il malanno; pare a voi che ve ne abbia date poche per pregare alla salute di costui? Se rialza le braccia, certo non lo farà per benedirvi.»

E poichè sentiva un mormorio di rimprovero, si affrettò a presto soggiungere:

«E poi voi preghereste invano; egli muore scomunicato, e qui non v'ha confessore che valga ad assolverlo.»

Moreno, il soldato spagnuolo di nostra antica conoscenza, cessò le preghiere ed accostatosi in atto solenne al moribondo,

«Io lo confesserò», disse, «perchè tutto buon cristiano può assolvere _in articulo mortis_, e Dio confermerà l'assoluzione del soldato che non ha mai rapito il pane dell'orfano, nè messo le mani nel sangue dell'infante e del vecchio. — Su parla, uomo prode, e non isdegnarmi, dacchè io per me sono umile cosa, ma l'ufficio che ministro presso di te è santo.»

Il Ferruccio stese, quantunque a fatica, la mano al soldato e con piccola voce rispose:

«Se alcuno io mai avessi voluto scegliere onde portasse la mia preghiera al trono dell'Eterno, sareste voi, generoso nemico... Però non ho mestieri di ministri tra me e il mio Creatore: — io favello da faccia a faccia con lui. Che parlate voi di umiltà? Davanti la spada... davanti la morte siamo uguali, soldato..., e voi non sapreste immaginare, non dico più umile, ma più miserabile condizione di me che sento portar meco nel sepolcro il destino della mia patria...»

«Tregua alle parole!» interrompe lo Sciarra, «monsignor Fabbrizio Maramaldo comanda che, ad ogni patto, morto o vivo gli si meni davanti costui; unite l'aste delle picche, adagiatevelo sopra, recatevelo in ispalla e andiamo.»

Ciò dicendo mosse per aggiungere alle parole l'esempio e già stendeva le mani su quelle sacre membra, quando Vico Machiavelli saltando all'improvviso in piedi lo respinse lontano, poi levatasi la destra dalla ferita strinse la spada ottusa nel taglio, troncata nella punta, e l'alzò per percuoterlo. Ahimè! Il sangue spiccia a zampilli fuori della ferita, egli vacilla com'ebbro e, dopo alcuni vani conati per sostenersi, stramazza duramente per terra.

Annalena gittando un urlo disperato abbandona il capo del Ferruccio e si protende smaniosa sul corpo del marito.

* * * * *

Dirimpetto alla chiesa della Gavinana sorge una casa, una volta Battistini, oggi appartenente ai Traversari. La porta principale essendo elevata assai dal terreno, vi si salisce mediante una scala a due branche che lasciano uno spazio di alquante braccia quadrate davanti la porta.

Qui sta Maramaldo volgendo di tratto in tratto lo sguardo verso la porta Apiciana per vedere se il Ferruccio giungesse. Finalmente l'empia voglia gli rimase soddisfatta; — si apre la folla, e il Ferruccio, tratto a vituperio con ineffabile angoscia sopra i bastoni delle picche, si avvicina alla casa Battistini.

Maramaldo con subito alternare diventa in volto bianco e vermiglio, — vuole incitarsi a furore, siccome costumano le belve flagellandosi i fianchi con la coda; e non pertanto, malgrado che provocasse l'ingegno plebeo già troppo di per sè stesso corrivo all'ingiuria, non sapeva spingergli su i labbri una contumelia qualunque; la coscienza gli mormorava dentro: Codardo! egli vale troppo meglio di te.

Glielo distesero ai piedi, ed egli stette lungo tempo a guardarlo senza potere profferire parola, poi cominciò tra lo scherno e la rampogna:

«Infelice! Vedi a che ti ha ridotto il folle pensiero di resistere alle armi di sua maestà Carlo V imperatore e re, e del Beatissimo Padre? Vedi, sconsigliato, come in mala ora lasciavi il fondaco? Credevi forse che il combattere battaglia fosse così agevole che misurare panni? Stolto! Tu hai senza scopo empito i sepolcri di tuoi concittadini. Tu, alla vanità che ti rode compiacendo, hai sagrificato migliaia di uomini. Dio ti ha riprovato, — Dio ti confonde ai miei piedi; — io potrei calpestarti, e tu lo meriteresti; — ma rispetto in te il segno del cristiano — e ti risparmio. Il Signore nella sua misericordia ti concede spazio sufficiente di vita per riparare ai tuoi falli; — adempi al comando dell'Eterno e chiedi pubblica perdonanza all'imperatore...»

Il Ferruccio aperse gli occhi e gli levò al firmamento, quasi per richiamare la mente di Dio alla bestemmia che si faceva del suo santo nome, e quindi favellò queste poche parole:

«Soldato! Renditi meritevole della vittoria, usandone con modestia. Vedi, la terra intorno è tutta ingombra di morti... e la più parte imperiali...»

«Codardo! tu sei vinto, e minacci!»

«Non sei tu che favelli colui che vidi fuggire ben cinque volte davanti a me?»

«Rendimi ragione del sangue del mio trombetto, assassinato in Volterra.»

«Mal rammenti Volterra... ella pur vide la tua viltà...»

«Or via, dacchè la poca vita che ti rimane tu adopri ad aumentare le tue colpe, Sciarra, gli taglia la gola.»

Sopra il portico della casa si erano adunati i principali dell'esercito, e con gli altri un alfiere che teneva fermo lo stendardo imperiale quasi sul capo del Ferruccio. A tutti dolevano le svergognate parole del Maramaldo, ma nessuno ardiva fargliene dimostranze; quando poi videro lo Sciarra che, tratta la daga, si disponeva a mettere in esecuzione il comando del Maramaldo, proruppero in grido di orrore, e allo Sciarra mancò l'animo di farsi innanzi.

L'odio rese il Maramaldo ingegnoso. Afferrato lo Sciarra pel braccio e trattolo in disparte, esclamò:

«Valorosi guerrieri, vi chiamo in testimonio che ho riparato la colpa. Misero me e per sempre abborrito, se avessi ad altre mani commesso la vendetta dell'inclito vostro capitano generale Filiberto di Orange e dolcissimo amico mio, condotto a morte immatura da questo vile scherano. Io stesso placherò la tua anima, spargendo le ultime stille di questo sangue esecrato. Accetta questo estremo ufficio con quel cuore col quale te l'offriamo e che ci viene fatto meno tristo dal pensiero che sia per riuscirti gradito nel seggio glorioso a cui fosti assunto. Tedeschi... Spagnuoli... Italiani..., applaudite... all'anima del principe di Orange!»

E col volto colore di cenere, gli occhi stralunati, recatosi in mano il pugnale, si avvicina a gran passo verso il Ferruccio.

E questi vedendoselo ormai venire addosso, lo guarda in volto e sorridendo gli dice:

«Tu tremi! Ecco... tu ammazzi un uomo morto.»