L'assedio di Firenze

Part 71

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Subito dopo il Ferruccio, raccolti i capitani, esponeva: stargli di fronte il nemico, il quale bene si avvisava incontrare, ma non già in sì gran numero, nè il principe stesso, nè così subito alle spalle; argomentare dallo stormo, essere inseguito; dicessero essi quello che in tanto estremo intendevano imprendere. — Risposero tutti: quanto a lui piacesse a loro piaceva, essere parati a mettere la vita nella imminente battaglia. — In mezzo a tanto consenso per combattere, Giampagolo Orsino, comecchè sentisse sarebbero tornate malgradite le sue parole, pure non volle mancare al debito di leale soldato, aprendo francamente il parer suo. Egli fece notare il fine di ogni loro sforzo essere la liberazione di Firenze e la salute della Repubblica; quindi ogni ingegno doversi porre a entrare sani e salvi in patria; potere questo di leggeri venir fatto seguitando su pei monti la strada tenuta dalle femmine fuggenti da San Marcello, e procedendo per gli Appennini riuscire in Mugello, donde calati a Scarperia, sarebbero venuti quasi su le porte di Firenze. — Ai quali consigli il Ferruccio oppose: che per fuggire bisognava lasciarsi dietro carriaggi e vettovaglie, sicchè non sapea di che avrebbe nudrito i soldati per quelle aspre giogaie; ancora, i nemici avere gambe pronte quanto le loro, per lo che gli avrebbe incontrati in ogni luogo forti come ora, più baldanzosi di ora, entrando in concetto di seguitare gente schiva di venire alle mani: e messo da banda il sospetto di essere perseguitato, quello che punto maggiormente aveva a temere era, che, precorrendolo nel piano di Mugello, quivi i nemici lo aspettassero e, come quelli che troppo, in ispecie cavalli, lo superavano, a mano salva l'opprimessero[337]; finalmente conchiudeva con la proposta altre volte avanzata da lui, cioè che se il nemico cui andava incontro fosse di poco od anche una metà superiore al suo esercito, egli lo avrebbe vinto di certo; oppure lo superava di sette od otto volte, ed allora i cittadini di Firenze avrebbero assalito il campo vuoto di soldati e così liberato in altro modo la patria. In ogni caso avere veduto sempre nascere pessimi effetti dalla fuga; ma la morte stessa, quando generosa, essere stata feconda. Gli audaci sforzano la fortuna. L'Orsino, persuaso dalle ragioni del Ferruccio, lo supplicava preporlo al posto più pericoloso della battaglia[338].

Il Ferruccio, uscito all'aperto, di slancio saltò in sella al suo buon cavallo e, levatosi l'elmo di testa, all'esercito, che gli stava schierato davanti come in anfiteatro, rivolse queste nobilissime parole, conservateci da Bernardo Segni al quarto libro delle sue Storie:

«So per esperienza, soldati fortissimi, che le parole non aggiungono gagliardia nei cuori generosi, ma sì bene che quella virtù che vi è dentro rinchiusa, allora si mostra più viva che l'occasione o la necessità la costringe a far prova di sè. Siamo in termine dove l'una e l'altra cosa ci si apparecchia per fare al mondo più chiara e più bella la costanza e la fortezza degli animi nostri; l'occasione vedete bellissima e sopra ogni altra onoratissima che ci si mostra difendendo con giusto petto l'onore delle armi italiane e la libertà della nobilissima patria nostra, per farvi risplendere per tutti i secoli di chiara luce; la necessità ci è presente e davanti agli occhi, che ci fa certi che ritirandoci saremmo raggiunti dalla cavalleria nemica, e che stando fermi non avremmo luogo forte da poter difenderci nè vettovaglia da poter vivere, quando bene prima entrassimo in quelle mura. Restaci adunque solo una speranza, e questa è la disperazione di ogni altro soccorso infuorchè di quello che dalla virtù delle vostre destre infino a questo giorno state invittissime e dal vostro animoso spirito procede. Questo ci farà in ogni modo vincere; nè, benchè siamo meno per numero, ci dobbiamo diffidare, per la speranza, oltre a quella della virtù vostra, maggiormente in Dio ottimo massimo; che, giustissimo e conoscitore del nostro buon fine, supplirà con la sua potenza dove mancasse la forza nostra.»

E ricopertosi il capo, con feroce sembianza brandita la spada, riprese:

«Soldati, non mi vogliate abbandonare in questo giorno.»

Carlo conte di Civitella e Amico Arsoli condottieri dei cavalleggeri spedisce innanzi, affinchè trascorrendo velocemente occupino Gavinana; seguita egli con la battaglia composta di quattordici bandiere; pone quindi le bagaglie, e la dietroguardia, ch'erano quindici insegne, commette alla fede di Giampagolo Orsino.

I cavalieri imperiali, sospettando ormai la malizia dei Gavinanesi e già vedendo apparire le insegne fiorentine, non si tennero più in freno, ma, trascorrendo a mano diritta lungo le mura di Gavinana, si fecero animosamente ad incontrare il nemico.

Il primo colpo è percosso, — ne succedono mille; uomini, cielo e campo di battaglia, tutto si presenta terribile. La strada sopra la quale combattono serpeggia a mezza costa del monte. — Da un lato il dirupo, — dall'altro l'erta scoscesa. In quelle angustie pochi prendevano parte alla battaglia, ma, sospinti dai sorvegnenti, quei pochi così si stringevano che, diventata inutile la spada e la lancia, si finivano a pugnalate, e i cavalli medesimi partecipando il furore dei combattenti si laceravano a morsi. Armi, cavalli e cavalieri precipitavano giù nel burrone, lasciando sulla schiena del monte spaventevole striscia di sangue; ed è fama che in quel giorno, l'umile rio delle _Catinelle_ menasse giù alla valle più sangue che acqua, e la Vergine, che anche ai dì nostri scorgiamo posta a custodia della fontana dei _Gorghi_, vide in cotesto memorabile caso di sangue umano contaminate le caste sue linfe.

Nessuno vinceva, e si distruggevano tutti. Alcuni cavalieri fiorentini, o trasportati dall'estro della strage, o sia piuttosto, come crediamo, desiderosi col sacrificio delle proprie persone assicurare la salute della patria, scorgendo un calle su per la costa del monte, vi salirono a stento, e quando furono giunti a conveniente altezza, gridarono: «Viva la Repubblica!» — poi spinsero giù alla dirotta i cavalli, cacciando loro nel ventre intieri gli sproni. Quando eglino percossero i fianchi dei nemici, alcuni dei nostri rimbalzati dall'urto oltrepassarono volando sopra di loro e andarono capovolti ad incontrare la morte giù nel dirupo; altri caddero infranti tra le zampe dei cavalli: nondimeno così irresistibile fu l'impeto che la schiera si ruppe, e con eccidio miserabile ben molti tennero dietro nel precipizio ai nostri che tanto nobilmente si erano sagrificati. Allora crebbe il cuore ai Fiorentini: i capitani sopra gli altri volevano essere, siccome maggiori nel comando, così primi nel pericolo; sorse stupenda una gara di affrontare la morte; incalzano i Ferrucciani, piegano gli Orangeschi; indi a poco i cavalli, trovando dietro a sè bastevole spazio, si volgono e si danno alla fuga. Rifecero con veloci passi la via, piegarono di nuovo a destra di Gavinana e s'internarono nel bosco dei castagni, detto Vecchieto, sperando mantenervisi per virtù degli archibusieri appostati dietro i tronchi degli alberi. Ma nè per questo si rimase punto l'ardore dei nostri, che, scesi da cavallo, con in mano la picca conquistarono albero per albero e a palmo a palmo il terreno, sicchè pervennero a ributtarli fuori del bosco, cacciandoli oltre la fonte delle Vergini.

Il Ferruccio, trovata sgombra la via, accorre frettoloso e tra gli applausi dei terrazzani entra in Gavinana per la porta Papinia. Trasportato a festa sopra la piazza, mentre alzata la mano impetra silenzio per manifestare la gratitudine che serberebbe eterna la Fiorentina Repubblica per la divozione del popolo egregio di Gavinana, ecco volge lo sguardo alla contrada che mette capo alla porta Apiciana, e vede maravigliando comparirsi davanti la bandiera imperiale.

Fabrizio Maramaldo, il quale, come avvertimmo, aveva ricevuta commessione dall'Orange di tenere dietro al Ferruccio, giunto anch'egli sopra le Lari di Prunetti e quivi avvisato della scesa dei Fiorentini nella valle di San Marcello, piegò a mano sinistra al ponte di Mammiano, e scortato da buone guide, tenendo il cammino verso i monti che sovrastano a San Marcello, per la via sotto al _Piano dei Termini_, riuscì presso le mura di Gavinana dalla parte di levante. I terrazzani, accorsi ad incontrare il Ferruccio, nè da questa banda temendo l'offesa, l'avevano lasciata scoperta. Maramaldo, tentata la porta e la trovando salda, si pose a speculare la muraglia; ella era, siccome composta di muro a secco, debolissima; in breve tempo e con molta agevolezza gli riuscì atterrarne tanto spazio quanto bastasse a passarlo due uomini; un soldato, il più animoso, si provò ad entrare; non gli si opponendo nessuno, si assicurarono gli altri del sospetto d'insidia e a calca vi si affollarono. Così Fabrizio Maramaldo entrava in Gavinana da levante nel punto stesso in cui vi penetrava Ferruccio dalla parte di settentrione.

Il Ferruccio non profferì parola, ma a corsa si spinse incontro al nemico sbarrandogli lo sbocco alla piazza; gli tennero dietro Vico Machiavelli, Nicolò Strozzi, Goro da Montebenichi e molti altri dei valenti uomini che rammentammo di sopra, — oppongono una muraglia di ferro; adesso coloro che tra i nemici si mostrano più volonterosi vorrebbero ritirarsi, ma sospinti dalla piena dei sorvegnenti vanno a trafiggersi sopra le picche dei nostri; alcuni, tolto coraggio dalla disperazione, menarono orribili colpi, ma alla fine furono spenti; già d'intorno al Ferruccio si era innalzato un riparo di morti e di moribondi, sicchè gli convenne per mantenere la terribile zuffa calpestare quel baluardo di carne umana. Ad accrescere l'eccidio, uomini e donne lanciavano dalle finestre e dai tetti sassi, tegoli e di ogni maniera masserizie su le teste degl'imperiali, che vedute dall'alto avevano sembianza di palle da artiglieria disposte per entro un quadrato. Durò gran pezza la mischia, e il Ferruccio si sentiva stanco, non sazio di uccidere; l'armatura, già brunita splendidamente, appariva adesso vermiglia dal cimiero agli sproni, qua e là ammaccata, in parte fessa; pensò nuovo modo di strage, si risovvenne delle trombe di fuoco, e mandò Vico a vedere se la pioggia ne avesse lasciata illesa qualcheduna; ne rinvenne tre buone a farne uso, le portò frettoloso, le dispose con diligenza e, avvertiti i compagni affinchè si cansassero, appiccò loro il fuoco: prorompe una tempesta di palle, di scheggie, di vetri e di simili altri proietti di cui solevano i nostri antichi riempire le macchine di guerra; — la strada rimase sgombra; — di tanta gente stipata avanza un mucchio informe di membra lacere, e su le pareti delle case appaiono attaccali frantumi di cervelli umani, o impresse col sangue le forme dei corpi quivi schiacciati; l'impeto della vittoria non concesse ai nostri osservare per quale orribile rivo cacciavano le gambe, si spinsero oltre sguazzando nel sangue allo esterminio nemico[339].

Ecco arriva l'Orange, a vedersi mirabile per l'armatura fregiata di oro e di argento con sottile lavoro, pel cimiero piumato, egregia opera dell'arte, ed anche pel poderoso cavallo pure egli adorno di pennacchi e di ricca gualdrappa; il superbo animale, quasi consapevole di portare così grande barone, scalpita, sopra sè stesso si ripiega, si compiace in somma nei moti smoderati che in un cavallo comune di ordinanza sarebbero stati puniti con acerba ferita degli sproni.

Quale impeto di cieca ira agitasse il capitano imperiale contemplando scomposte le squadre dei cavalleggeri, non è da dirsi; si avvolgeva furente pel campo gridando: «Dove siete, miei cavalleggeri?» E i suoi cavalleggeri erano polvere. Ad un tratto si accorge di un alfiere che malamente ferito se ne stava acquattato dietro un castagno; — gli corre sopra, gli strappa di mano la bandiera e, dandogli dell'asta traverso la faccia, lo manda tutto pesto a rotolarsi nel fango. Sventolando poi la insegna, continua a imperversare pel campo; non mica supplichevole, ma invece garrendo i soldati con parole di contumelia gridava:

«Marrani, cani senza fede, tornate in battaglia! ringraziate Dio essere sortiti all'onore di farvi ammazzare per sua maestà l'imperatore; tornate in battaglia, o, alla croce del vero Cristo, vi faccio sterminare dalla mia gente di arme!»

In questo modo favellando, egli primo precipita giù per la china del campo delle Vergini.

Sorgono due collinette, una di faccia all'altra, fuori della porta Piovana, e con le coste presentano due piani inclinati acconci a difendersi, malagevoli ad assalirsi; quello che rimane a destra di chi entra in Gavinana si appella piano delle Vergini, l'altro che giace a manca chiamano Vecchieto. I nostri, diloggiati i nemici, stanziavano nel campo di Vecchieto, e ottimamente riparati dai castagni, che quivi anche ai dì nostri vediamo più grossi che altrove, dirigevano contro ai nemici disposti allo scoperto sul piano delle Vergini una tempesta di palle spessa e fragorosa come grandine. Pieno di pericolo l'inoltrarsi, ma l'Orange credeva che palla plebea non valesse a forare il corpo di un principe.

Tra il piano delle Vergini e Vecchieto havvi una via alpestre, e in questa strada, ma più vicina al primo campo che a quello di Vecchieto, occorre una fontana con la immagine della Madonna; ella se ne sta in mezzo a tanta rabbia di uomini, quasi colomba posata sul margine del vulcano. Perchè non placa ella i feroci? Perchè sensi mansueti non diffonde nel cuore degli omicidi? I ferri si inchinano davanti il seno delle femmine, — l'istrumento della morte rifugge dal seno onde traggono il primo alimento le creature umane. Avevano il cuore aspro come pietra i Romani e i Sabini, e non pertanto diventarono miti alle supplicazioni delle donne imploranti pace. Ma cotesti non erano figli di una medesima terra; nessuno oltraggio avevano agli assalitori arrecato i Fiorentini; essi lasciarono derelitte le mogli e le madri a casa per disertare altre madri, altre mogli; i campi abbandonarono incolti per devastare altre campagne: male dunque a loro avvenga, abbiano la tomba che si sono meritata, sieno scordati dalle mogli lontane, le quali l'annunzio della morte loro sentiranno come si ascolta la nuova delle fortune insperate. E tuttavolta, se alla Vergine non piacque separare la mischia, s'ella conobbe la giustizia della causa della Repubblica, perchè non ottenne la vittoria ai Fiorentini? Perchè con esempio memorando non dimostrò in conforto della virtù infelice prendersi su nei cieli cura e difesa della innocenza dei popoli? — Vana cosa fu sempre affaticarci la mente con domande alle quali non sappiamo trovare risposta.

Prima che il principe si avventurasse nella impresa rischiosa, monsignore Ascalino, dubitando di male, come prudente capitano pensò alla ritirata e dispose una banda di due mila tra Tedeschi e Spagnuoli in certa forra che giace tra Gavinana e il prossimo castello di Maresca; per questo caso di ora in poi la chiamarono la _Forra Armata._

L'Orange muove imperversato giù sul pendio, così saldo si mantiene sopra l'arcione, così facile acconsente con la persona ai moti del cavallo che pare comporre una stessa forma con lui, — un mostro creato alla distruzione della specie umana.

Sceso in fondo del luogo ripidoso, trasse le briglie, e il buon destriero si fermò immobile. Il principe gira intorno la testa a speculare se alcuno avversario gli si presentasse davanti, ed ecco vede un cavaliere armato alla leggiera starsi presso la fontana delle Vergini senza fare atto di andargli incontro, ma ed anche disposto a non rimoversi da quel luogo. L'Orange, piegando a quella volta il cavallo e al comando della voce aggiungendo il gesto, gli grida da lontano:

«Non mi aspettare, soldato; sgombra, io ti concedo fuggire.»

Nicolò Masi di Romania, nel quale riviveva pure una scintilla di greco valore, non rispose e non si mosse. L'Orange stimolando il cavallo gli giunge appresso e rinnova la intimazione, e poichè la vide tornar di nuovo invano, gli si stringe addosso, animoso sollevando la spada.

Allora il Masi con stupenda celerità, prima che il colpo della spada calasse, si alzò su le staffe, con ambe le mani strinse la mazza di arme e ne percosse l'elmo del principe in modo che questi perdette la sinistra staffa e piegando il capo confuse i pennacchi del suo cimiero con quelli che fregiavano il frontale del cavallo. Comecchè intronato, l'Orange si rilevò furioso e menò sul Masi manrovesci e fendenti che certo gli avrebbero recato assai danno, se gli occhi abbarbagliati per entro vortici di fiamma gli avessero conceduto assestarli meglio, o se da meno fina armatura il Masi stato fosse difeso. L'astuto Greco però, seguitando il duello, a mano a mano si ritirava sperando di farlo prigione, cosa che avrebbe dato vinta l'impresa, e il principe ormai cieco della mente cadeva certo nella insidia, se il conte da San Secondo e Giovanni Bandini non avessero eccitato quanti stavano appresso di loro fanti ed uomini di arme a portare soccorso al capitano.

«Per poco che tardiamo», essi dicevano, «non saremo più in tempo. Avanti Herrera! Avanti Rossale! Dove non occorre pericolo non si acquista gloria; ove si avventura il capitano deve inoltrarsi anche il soldato.»

Herrera e Rossale si avanzano co' loro squadroni; il volto hanno pallido come codardi, e pure si mostrano animosi nei moti; passando a canto al Bandino, questi a voce sommessa dice all'Herrera:

«E bada a tirare giusto... un colpo, e basta.»

I cavalli si avventano, scomparisce lo spazio; all'improvviso s'innalza una densa nuvola di fumo; da una parte e dall'altra si sono mandati la morte scaricando gli archibusi. Chi rimase in sella? — chi ricoperse cadavere illacrimato il terreno? Non alitando soffio alcuno di vento, il fumo continua ad ingombrare il campo della zuffa. Di lì in breve però un magnifico cavallo ornato di piume galoppa, privo di cavaliere, di su di giù per le squadre dei soldati, empiendo il campo di tumulto e di spavento. È il cavallo del principe di Orange. Il suo signore giace spento nel fango trapassato da tre palle di archibuso, una nel petto, un'altra nel braccio sinistro, e la terza nel collo sotto la nuca[340].

E da un altro lato della nuvola del fumo sbucarono due cavalieri, gridando: «Salva! — salva!» — spingendo alla dirotta i cavalli. Erano Herrera e Rossale, cui la paura di comparire davanti al giudice supremo col sangue fresco di un assassinato sopra le mani rendeva codardi.

Tutta la gente di arme si disperse fuggendo, sicchè a Pistoia prima, poi a Firenze e al papa in Bologna corse la fama della disfatta e della morte del principe, sentendone, secondo i desiderii diversi, o immensa gioia, o infinita tristezza.

Per quello che abbiamo potuto indagare, sembra che da tre parti arrivasse sul principe la morte, dagli archibusieri appostati a Vecchieto, dai terrazzani schierati sulle mura della Gavinana e dagli assassini, ai quali in nome del papa era stato commesso il tradimento.

Tantavilla francese, paggio del principe, continuandogli in morte[341] quella fede di cui tante prove gli dava nella vita, malgrado la presenza del nemico e il pericolo che correva grandissimo, non volle lasciarlo, ma invece indirizzandosi al cavaliere che si vide più prossimo, e fu il valoroso Masi, lo pregò a porgergli aiuto onde caricarselo sopra le spalle.

E il Masi, magnanimo di cuore, come prode, commiserando al fato di tanto personaggio, scese da cavallo e sovvenne nel pietoso ufficio il servo fedele. Il Tantavilla, poichè si fu recato su le spalle il corpo dell'Orange, sorreggendolo con la mano manca, stese la destra al Masi e gli disse piangendo:

«Generoso cavaliere, se non vi sdegna la mano di un servo, me la stringete, vi supplico; ella è mano di servo fedele.»

«Di gran cuore», rispose Nicolò commosso, e gliela strinse con affetto; «se mai ti stringesse alcun tuo bisogno, sovvengati di Nicolò Masi. Ora parti, chè le parole sul campo di battaglia vogliono esser corte, e Dio ti tenga nella sua santa guardia.»

Il Tantavilla trasportò la spoglia del principe nella cappelletta poco lungi da Gavinana, a lato della via che mena ai Lagoni, e quivi, temendo non gli venisse tolta, l'avvolse entro una coperta di lana e la sotterrò in mezzo del pavimento, dove anche oggi si vede il segno dello scavo, benchè risarcito, per la lunghezza di un corpo umano. «E colà stette», narra il capitano Cini, «finchè, dopo acquistata la vittoria, fu da chi comandava mutato parere e considerato meglio levarlo da quel luogo ignoto e portarlo altrove; e così, quando si partì il vittorioso esercito imperiale, fu dissotterrato e involto nella stessa coperta, messo sopra un grosso cavallo. La spoglia mortale del principe, spenzolando di qua e di là le braccia e le gambe, e dimenando capo, lacrimoso spettacolo della miseria umana, giunse a Pistoia. Lo posarono prima fuori di porta al Borgo, donde il clero lo rimosse con pompa, e a grande onoranza lo trasportarono alla cattedrale. Quivi ebbe esequie solenni come vincitore. Poco dopo lo deposero alla certosa di Firenze, e quinci, dopo averlo imbalsamato, lo spedirono alla sua genitrice, che certo non si aspettava rivedere in questo modo il diletto suo figlio.»

«Vittoria! vittoria!» con immense strida gridavano i soldati del Ferruccio, respinti i nemici e dispersi per la campagna, rientrando nelle mura di Gavinana. I terrazzani dai balconi, dai tetti plaudivano battendo palma a palma e sventolando candidi pannilini. Le campane sonavano a gloria.

«Vittoria! vittoria!» rispondono i cavalleggeri fuori delle mura, i quali a posta loro, ributtati i cesarei, occupavano il piano delle Vergini. Dappertutto allegrezza. Il cielo stesso placato lasciava aperto tra le sue nuvole un adito al raggio del sole, — l'ultimo che salutasse il gonfalone della Repubblica Fiorentina.

E il prode Ferruccio, palpitante, bagnato di sangue nemico e de' suoi si appoggia all'asta della lancia sotto il magnifico castagno che sorgeva sopra la piazza della Gavinana. I suoi occhi stanno rivolti al firmamento porgendo col cuore grazie fervidissime a Dio; — non lo poteva con le labbra, chè lo impediva l'affanno.

Qui circondato dall'Arsoli, dal Masi, dai conti di Castro e Civitella, da ambedue gli Strozzi Nicolò e Bernardo, e da altri egregi difensori della Fiorentina Repubblica, udiva i vari casi della battaglia e la morte del principe.

«Dio faccia pace alla sua anima», favellò il Ferruccio, «egli è morto da valoroso. Se alcuno rinviene la sua spoglia mortale, si rammenti che il guerriero spento in battaglia è cosa sacra al guerriero. — Guai a chi l'oltraggia!»

Ahimè! Mentre si rallegrano della vittoria, ella apre l'ale per fuggire dalle loro bandiere.

Alessandro Vitelli e Mario Colonna con gl'Italiani, gli Spagnuoli ammottinati di Altopascio e il Bracciolino capo della fazione panciatica, inseguendo, secondo il comandamento ricevuto, l'esercito fiorentino, giunsero anch'essi alla Croce delle Lari. Tenne sentiero diverso il Maramaldo: piegò a mano diritta, passò il fiume Limestre e riuscì di faccia alla dietroguardia di Giampagolo Orsino.