Part 70
Ridotti così a segreto colloquio, il Ferruccio mostrava loro la commissione dei Dieci, i quali gli ordinavano valersi dell'opera e del consiglio di Baldassare Melocchi detto il Bravotto, del capitano Guidotto Pazzaglia e del capitano Domenico Belli, chè tale era il nome dei chiamati: diceva intendimento della Repubblica essere ch'egli prendesse la strada per Calamecca, Monte Berzano e Prunetta e quinci gittarsi nella valle di ponente, tra la Panche e Pontepetri, donde risalendo i Lagoni, indirizzarsi alla Badia Toana e scendere poi, come meglio gliene venisse il taglio, per Montale o per la contea del Vernio: ma la seconda, potendo, alla prima strada anteponesse, imperciocchè i conti Bardi di Vernio si erano profferti in simil caso di fare quanto spettava a cittadini amorevoli della Repubblica; finalmente a loro con tutte le viscere si raccomandava, nelle braccia loro si riponeva, dipendere da essi la salute di Firenze o la sua distruzione, e con l'abbattimento di Firenze la morte vera di qualsivoglia libertà in Italia.
Il Bravotto e il Pazzaglia con dimostrazioni infinite di benevolenza risposero — non dubitasse, avrebber eglino medesimi condotto l'esercito così sicuro come se avessero dovuto menarlo traverso i poderi; penetrato più addentro nella montagna pistoiese, non gli sarebbe venuta meno le vittovaglia, povera, ma sana e copiosa; e poi tutta la parte cancelliera, in numero da uguagliare se non da vincere, l'esercito fiorentino, si sarebbe levata in arme e lo avrebbe seguito finchè non lo avesse riposto trionfante in Firenze. — E qui non rifinivano dagli abbracciari, dalle iattanze, dalle manifestazioni di smodata allegrezza.
Intanto il Ferruccio notava che il capitano Domenico Belli, dopo le prime accoglienze, si era imbrunito del volto e, le braccia piegate sul petto, non aveva più aperto bocca. Andatogli dappresso e postegli domesticamente le mani sopra le spalle, quasi motteggiando gli diceva:
«Ora perchè tacete, capitano Domenico? Voi ci diventereste per avventura nemico?»
«Nemico no, — ma amico non posso.»
«E come non potete voi?»
«Ho dubitato della mia parte, disperai della Repubblica fiorentina e della fazione cancelliera, lo scoperto ed impunito tradimento di Malatesta mi spaventava, la discordia dei cittadini mi tolse l'animo, la imbecillità dei capi mi abbatteva del tutto; — allora pensai provvedere a me stesso. I Panciatici, mi offersero comporre le antiche inimicizie, facemmo pace obbligandoci con sagramento di non apportarci più oltre molestia...»
«Ed è ciò che vi trattiene?» lo interruppe il Bravotto.
«Null'altro...»
«E credete voi da senno che, quando saranno diventati superiori, i Panciatici vi manterranno i patti?»
«Non so di loro; io so soltanto che debbo mantenere i miei.»
«Dunque voi», riprese il Ferruccio, «mancate alla patria nel suo maggior bisogno?»
«O alla patria, o alla coscienza, — e la mia prima patria mi sta qui dentro», risponde il Belli percotendosi il seno; — «messere commessario, sull'anima di vostra padre, che fareste voi?»
«Io! — ma parmi che l'uomo debba distinguere su le cagioni per le quali è condotto a rompere la fede.... Forse talvolta dimostra maggiore magnanimità colui che la rompe che quegli che la mantiene.»
«Voi non dite la verità. Lasciate l'uomo arbitro di giudicare i casi secondo i quali deve o no mantenere la fede, ed egli vi proverà ch'ebbe sempre ragione. — Rispondete, vi prego, messere commessario, alla mia domanda; che fareste voi?»
«Io! — manterrei la fede data e mi romperei il cuore.»
«Ed io serberò la fede, e, senza pure rivedere la faccia de' miei in questa stessa notte, con le armi ed il danaro che mi trovo addosso, me ne vado in Ungheria per combattere contro il Turco e spendere la vita in favore della cristianità[327].»
* * * * *
Il due di agosto riprese l'esercito fiorentino il sentiero per le aspre giogaie di quei monti, ed affrettando, quanto meglio poteva, il passo, arrivò a notte fitta in Calamecca, castello della montagna pistoiese, di fazione cancelliera. Ferruccio considerata la stanchezza de' suoi e il bisogno di averli ben validi nello scontro, che aspettava imminente, dell'esercito nemico, ordinò nuova posa.
Percorsa l'alba del giorno tre di agosto, che fu festa di santo Stefano, l'esercito della Repubblica continua la via. L'aria uliginosa, sollevandosi dalle valli, ingombra il cielo d'intorno, sicchè poco vi si addentra lo sguardo. Il sole quando si levò, pallido e privo di raggi, parve un occhio senza palpebra. Nessuno avrebbe ardito innoltrarsi senza la fidanza che avevano nelle pratiche guide.
In silenzio procedendo e ordinato il esercito condotto dal Bravotto e dal Pazzaglia, giunge a quella parte del colle di Prunetta che ha nome la _Croce delle Lari._ Qui sotto giace la terra di San Marcello, principalissima della montagna pistoiese e, come panciatica, parteggiante dei Medici. — Ella se ne sta improvvida, chè la nebbia fitta le cela qual turbine di guerra si addensi sopra di lei, quasi colomba che intenta ai dolci nati non vede il falco il quale chiuse le ali si lascia piombare sopra il suo nido. Ora tra il Melocchi e il Pazzaglia comincia il seguente colloquio.
«Bravotto», dice il Pazzaglia, «quinci poc'oltre giace il castello che alberga i nostri nemici...»
«Che così spesso ci hanno arse le case...»
«Rubato i campi...»
«E noi tante volte offeso nella persona...»
«Fatto scempio de' nostri più cari...»
«Ci verrebbe pur bene il destro di distruggere quel nido di vipere...»
«E perchè nol facciamo?»
«Ma... il commessario lo vieta; c'indicava la strada da tenersi.., e tu ricordi con quante maniere di scongiuri ne supplicava a non deviarne pure di un passo.»
«In meno di un'ora noi riduciamo San Marcello a tale che il viandante non ne ravvisi più traccia, — distruggiamo una gente che lasciata dietro di noi potrebbe molto agevolmente riuscirci molesta, diamo spirito agli amici di mostrarsi per noi, — ingrossiamo l'esercito, — spaventiamo il nemico, — e noi ci laviamo le mani nel sangue degli odiati avversari.»
E così favellando erano già scesi verso la valle di San Marcello, — l'opposta a quella che avrebbero dovuto percorrere.
Se nella rimanente Italia, con vergogna dei padri e danno diuturno di noi, la vendetta si manifestò come passione, in Pistoia fu rabbia. L'animo contristato rifugge dall'udire i fatti trucissimi che desolarono la infelice contrada, nè fu certo carità patria rendere con moderna edizione comuni le _Storie pistolesi_[328], che per lo innanzi occorrevano di rado. Era vanto tra i Pistoiesi offendere non il colpevole, sibbene il più reputato personaggio della famiglia di lui, il quale spesse volte mansueto in mezzo alla ferocia de' suoi deplorava l'iniquo talento. Non impietosirono i duri petti le preghiere dell'età vetusta, non i gridi delle madri, non i vagiti degl'infanti; invano i sacerdoti dai pergami esclamavano: Pace, — pace! — Segno della bestiale ira erano perfino le cose inanimate; sovente gentildonne d'inclito lignaggio congiunte agli offensori, a piedi nudi, coperte della sola camicia, col pargolo al collo, dovettero fuggire dalla casa in fiamme; e dall'alto delle torri il nipote, anzichè arrendersi nelle mani dello zio, lasciò cadersi capovolto a infrangersi l'ossa sopra la selci; ogni vincolo rotto, ogni senso di carità e di amore affatto spento; il petto più duro del ferro che fasciava i corpi loro. Quando una parte cacciava l'altra, ecco la fazione vincente scindersi anch'essa per la preda sanguinosa, e sorgerne una rete interminabile di omicidii e di rapine. Così prima i Cancellieri si divisero in Bianchi e in Neri; quindi i Bianchi in Vergiolesi e gli altri della sua parte; poi i Neri in Traviani, Ricciardi, Lazzari, Tedici, Rossi e Sinibaldi; nè qui si stette la infame rete di uccisioni, di scisme e di rapine, ma anzi si moltiplicò per modo che come mi strinse il dolore a pensarvi, così mi assale vergogna a raccontarle. E l'antico cronista fiorentino[329], il quale percosso da tanta immanità, si avvisò specularne le cause, non seppe trovare argomento altro migliore se non questo uno, che i superstiti della strage catilinaria fermandosi in cotesta contrada vi togliessero donna e di generazione in generazione il truce sangue e le furie loro senza tralignamento ai più tardi nepoti tramandassero. La quale opinione non solo deve rigettarsi come falsa, ma ed anche biasimarsi come trovata ad arte per adombrare la vera. Gran parte di colpa vuolsi attribuire ai Fiorentini, i quali, mirando al dominio della Toscana e forse della universa Italia, ebbero per accorgimento di stato tenere Pistoia con le parti, Arezzo con le armi[330]; onde, non che si dessero pensiero a sopire le antiche discordie ne suscitavano sempre delle nuove. Ma il mal seme partorì pur troppo la mala pianta; chè quinci mosse la favilla che accese sì gran fiamma in Firenze ai tempi di Corso Donati, e adesso vedremo che fu causa della rovina della repubblica. Onde quanto meglio considero la ragione delle umane vicende, tanto più mi confermo della sentenza di Focione, che la politica degli stati non deve andare disgiunta da buona morale. Un popolo nella lunga giornata dei secoli non è crudele e perfido impunemente a danno di un altro popolo.
L'avantiguardia fiorentina, scesa in fondo della valle, piegò alla volta di San Marcello, là dove anche ai giorni nostri occorre una cappella di pietra grigia dedicata alla Vergine, posta lungo la strada che da Pistoia conduce a Modena. I terrazzani non conobbero il pericolo prima che sel vedessero irreparabilmente caduto addosso; la nebbia fitta impedì loro pensassero ai ripari. Irruppe pertanto nel castello la piena dei nemici: ben s'ingegnarono chiudere le porte della Fornace e del Poggiuolo, ma non poterono; — chiusero quella del Borgo, e a nulla valse, imperciocchè gli assalitori accatastandovi davanti copia di legna suscitassero tale un incendio di cui anche ai tempi presenti occorrono vestigi. Dopo quel caso mutarono nome alla porta, e di porta del Borgo lo chiamarono porta Arsa, che tuttavia le dura. Le stragi, le rapine, i turpi fatti che così spesso e con tanto fastidio tocca riferire allo espositore delle storie umane qui si rinnovarono e più crudelmente che altrove; uccisero i vecchi, perchè avevano offeso; le donne, perchè i figli avevano nudrito alla offesa; i fanciulli, perchè crescevano a offendere; le masserizie distrussero, le case rovinarono, i ricolti serbati a mantenere la vita dispersero, pochi fuggirono, e recatisi in collo i cari figlioletti, si dettero a cercare riparo arrampicandosi su per l'ardua montagna detta la Serra o il Partitoio; alcuni si chiusero nel campanile, dove disperati di scampo attendevano, come meglio potevano, a difendersi. Poco però avrebbero potuto sostenersi, che il Bravotto co' suoi compagni sfidando la pioggia delle pietre erasi spinto a piè della torre e quivi con suoi arnesi s'ingegnava tagliarla, se non sopraggiungeva il Ferruccio. Nel contemplare la strage e l'incendio arse di sdegno, e per poco stette che, pretermessa ogni ragione di stato, non facesse lì per lì appiccare il Pazzaglia, il Bravotto e quanti si trovavano seco partigiani Cancellieri; pure compresse l'acerbità del dolore ed ordinò, pena la vita, cessasse l'infame uccisione, si spegnesse la fiamma; il vigore de' suoi si logorava non mica trucidando i nemici, bensì spargendo sangue italiano. Chiamati sotto le insegne i soldati, li trasse fuori della terra e gli stanziò sopra certa eminenza la quale e per la sua situazione e per avere prossime le mura gli parve opportuna a respingere qualunque assalto improvviso. Al tratto di terreno occupato dall'esercito del Ferruccio rimase il nome di _Campo di ferro_, come ne fa fede il seguente distico riportato nel manoscritto del capitano Domenico Cini:
_Ferreus hic ager est, ex quo Ferrucius olim_ _Sive hostem statuit vincere, sive mori._
Al punto in cui il pendio cessa e la pianura incomincia, il viandante che si avvisasse entrare in San Marcello per la porta del Borgo, oggi porta Arsa, incontrava e tuttavia incontra una casa sopra le altre notabile. Vi abitava in quel tempo Antonio Albumenti Mezzalancia di Pippo Calestrini, capitano di parte Panciatica, sopra ogni altro della sua fazione temuto ed odiato; — ma egli, come colui che ardimento aveva troppo e senno poco, toglieva ad abitare quella casa fuori della mura del castello, volendo mostrare che non aveva bisogno di ripari e sapersi molto bene difendere da sè stesso.
Quando la gente del Bravotto e del Pazzaglia investirono la sua casa, ed egli, tratto dal rumore, fattosi al balcone conobbe questi suoi feroci nemici, si tenne spacciato; ma accennando nel volto quella speranza che non aveva nel cuore, vedendo ormai ingombro il terreno della casa, ordinò che la moglie, i figli, insomma tutta la famiglia si ragunasse dentro una stanza, ed egli afferrata una spada a due mani si piantò sul limitare minacciando sicurissima morte a chiunque attentasse inoltrarsi: poco gli valse cotesto disegno, chè il Bravotto, impaziente del fine, scese nella strada e, appoggiata una scala alla finestra, gli riuscì, quando meno sel pensava, alle spalle. Mentre quella stanza si empiva di urla e di strage, il prete Nanni di Pippo, fratello del misero Mezzalancia, si precipita dalla finestra opposta a quella per la quale era entrato il Bravotto e, lo secondando la fortuna, casca senza offendersi in terra: si rileva trepidante e prorompe in fuga precipitosa. Ben se ne accorsero i suoi nemici e gli spararono dietro moltissime archibugiate; non lo coglievano: alcuni cavalli lo inseguirono, e il caso (poichè la paura gli aveva rapito il lume dell'intelletto) così bene lo diresse nella fuga che i cavalieri, impediti dal cammino sdrucciolevole, trattenuti dalle molte asperità del terreno, dopo una lunga caccia dovettero rimanersi del seguitarlo. Di questo prete tra poco. — Il Ferruccio, ignaro che sopra il suo capo si era commessa tanto nefanda tragedia, co' principali dell'esercito si ferma nelle stanze terrene della casa del trucidato Mezzalancia.
Il cielo presago della sventura che stava per avvenire incupì maggiormente la sua faccia, — di grigio diventò nero e parve assumere gramaglie pel prossimo lutto. — La pioggia dirotta allaga d'improvviso la terra.
[Illustrazione: ... presentò all'Orange la carta dei patti firmata dal papa;... _Cap. XXVIII, pag. 664._]
Per altra parte il principe di Orange, pervenuto il due agosto a Pistoia, vi si fermò tutta la giornata attendendo ad ascoltare gli esploratori e spedire di ora in ora ordini e messi a Fabrizio Maramaldo e ad Alessandro Vitelli, affinchè si stringessero alle spalle del Ferruccio senza lasciargli campo a ritirarsi; la qual cosa gli sembrò avere molto bene conseguita quando gli fu riportato che il capitano Cuviero con gli Spagnuoli ribelli di Altopascio, chiesto ed ottenuto perdono, si era congiunto con lui, e che Nicolò Bracciolino con mille armati di parte panciatica lo sosteneva e guidava. A ora di vespro, il principe, salito in cima del campanile del duomo, domandò ai cittadini pistoiesi che lo circondavano gl'indicassero la strada da tenersi fra i monti; della qual cosa, secondo che i ricordi dei tempi ci fanno fede, fu pienamente istruito da Bastiano Brunozzi[331]. Appressandosi la sera, dietro la scorta di Bastiano Chiti[332], uomo pratico del paese, si pose in via e camminando tutta la notte si condusse la mattina sotto i Lagoni, luogo quasi ugualmente distante da Gavinana e Pistoia, e si accampò in certo piano tutto ingombro di castagni che torna sopra a San Mommè, ricoperto dal poggio che riguarda Pontepetri e le Panche, adattissimo alle insidie e tale da sorprendere senza essere scoperto il Ferruccio, quando si fosse inoltrato, per la strada ch'egli disegnava tenere.
Mentre l'Orange, in questo luogo fermando l'esercito, attendeva a riconfortare gli spiriti, ecco arrivare affannoso da capo alle piante contaminato di fango un sacerdote; dalla paura turbato e dalla agonia della vendetta, trafelato di stanchezza, non trovava parole intiere; — si aiutava col gesto nè giungeva a farsi intendere meglio; — lo consigliarono a riprendere lena, lo ristorarono con vino generoso, sicchè, tornatogli l'animo, cominciò a dire: «Ferruccio, si trova a San Marcello; — la terra ormai è stata ridotta in cenere, i popoli sepolti nelle rovine... io, per la grazia di Dio appena salvo, ho veduto con questi miei occhi trucidata tutta la mia famiglia; — a che tardate? Muovetevi, se volete sorprendere il nemico come dentro una fossa[333].
Di ciò tanto opportunamente avvertito l'Orange dispose muoversi, molto più che conobbe a prova il breve riposo dopo la notte perduta sgagliardire piuttosto che afforzare il corpo; per lo che, recatosi in mezzo all'esercito accompagnato dai principali capitani, salì sopra un monticello e con lieto sembiante rivolto ai soldati disse loro:
«Soldati, si avvicina il termine dei comuni nostri fastidi. Vinta questa battaglia, torneremo a casa onorati ed anche doviziosi. Il papa, come uomo che si fida poco di voi e meno di me, non vuol pagarci, se prima non vinciamo. Vinciamo dunque; se non per volere, mostriamoci eroi per necessità. Della vittoria sarebbe piuttosto follia disperare che sperare baldanza. In ciò mi affida la prodezza vostra in tante venture provata, la dappocaggine dei Fiorentini...»
«E sopra tutto il vostro numero, sette volte maggiore di quello del Ferruccio», interruppe con gran voce il Bandini[334].
Orange abbassò arrossendo la faccia e, subito dopo rialzandola ridente, soggiunse:
«Non saremo poi tanti, Bandino. In ogni caso, anche per questa parte possiamo star certi della vittoria. Non pertanto mal ti avvenga, Bandino; interrompendomi tu hai tolto alla storia la più bella arringa che mai siasi avvisato di fare un capitano di esercito da mille anni a questa parte. Adesso non mi riesce riprendere il filo degli argomenti... Oh Dio! mi stanca tanto pensare. Meglio così, imperciocchè se ci scapita la storia, ci guadagnate un tanto voi altri soldati; — io vengo subito alla conclusione, ed è questa, — beviamo[335].»
Non aspettarono i soldati a sentirselo dire due volte. Messa mano ai barili, ne empirono capacissime tazze e le mandarono in volta alternando risi, motteggi ed augurii per la vicina battaglia.
Il principe, bevuta prima una ed un'altra tazza, n'empì la terza, e considerando che il Bandino, assorto nella sua cupezza, non domandava da bere, gli porse la propria tazza dicendo:
«Bevi, Bandino, perchè potrebbe darsi che il fato ci contendesse bagnare un'altra volta le labbra nel divino liquore.»
Il Bandino, accostatasi appena la tazza alla bocca, la consegnava ad un paggio, — il poco vino libato sparse per terra; — gli parve avesse sapore di sangue.
Ora in quel luogo accadde ciò che nel medesimo punto avveniva a San Marcello. Il cielo si annuvolò ad un tratto e rovesciò sopra la terra grossissima pioggia. Orange e l'esercito stando fuori allo scoperto, ne rimasero bagnati fino alle più riparate parti del corpo; nè di questa avventura rimase per nulla sbigottito il capitano cesareo, ma anzi traendone favorevole auspicio, non senza molto riso così favello:
«Soldati! Noi non anderemo punto imbriachi alla guerra contro i nemici, poichè con tanto favore Iddio ci adacqua con le sue sante mani il vino[336].»
Ciò detto, con prontezza non meno che con savio intendimento dispose l'ordine della battaglia, il quale fu questo. Mandò innanzi Teodoro Becherini, Zucchero Albanese, Rossale, Francesco da Prato e Antonio da Herrera con i cavalleggeri, e per difesa maggiore diede loro in compagnia trecento veloci archibugieri, imperando che dovunque incontrassero per la via luoghi angusti pei quali con difficoltà passasse la cavalleria, quivi ponessero certe squadre di archibugieri; onde se a caso, abbattendosi nei nemici grossi, avessero dovuto retrocedere da queste squadre appostate su i poggi, ciò potessero fare a poco a poco senza sbandarsi; e se invece il nemico fosse venuto loro sopra in luoghi piani dove scorgessero la cavalleria agevolmente adoperarsi, allora si spingessero innanzi e facessero ogni sforzo di entrare in Gavinana prima del Ferruccio, avendo avuto dagli esploratori ragguaglio il capitano fiorentino intendere ad occupare Gavinana e quivi afforzarsi contro di loro, unendosi a quanti per quella montagna parteggiavano per la fazione guelfa o cancelliera, ed erano amici alla Repubblica Fiorentina. Avrebbe seguitato l'Orange con gli uomini d'arme, i corazzieri e le fanterie.
Affrettando il passo, i cavalleggeri imperiali si accostano a Gavinana e ricercano i terrazzani aprissero le porte a nome dell'imperatore e del papa.
I principali del castello, recatisi sul ballatojo di porta Piovana, rispondono alla intimazione: aprirebbero volentieri, purchè avessero fede che sarebbero lor salve le sostanze e le vite.
I capitani dei cavalleggeri soggiungono; «Aprite tosto; di ciò vi malleviamo sotto parola del principe Filiberto di Orange capitano cesareo, che di poco tratto ci seguita.»
E i terrazzani da capo: «Di voi punto non ci fidiamo; aspettate che venga il principe, e quando egli proprio ci assicuri, vi apriremo le porte; nè l'esitanza nostra deve adontarvi, imperciocchè essendo Gavinana _ab antiquo_ di parte cancelliera, e occorrendoci tra voi non pochi panciatici, crudelissimi nemici nostri, meno di voi sospettiamo che di loro.»
Tutte queste parole mettevano innanzi i Gavinanesi non per voglia che avessero di arrendersi, ma per dar tempo di arrivare al Ferruccio, a cui avevano mandato celerissimi messi, ed ora, per sempre più affrettarlo, si posero a suonare furiosamente le campane a martello.
I messi di Gavinana incontrano il Ferruccio nella casa del Mezzalancia.
«Affrettate i passi, per Dio! messere lo commessario; Gavinana appena si tiene, tanto l'assalgono grossi i nemici d'intorno; ma per poco che tardiate, voi troverete un mucchio di rovine. Il principe d'Orange in persona comanda all'esercito.»
«Maledetta sia la paura che vi fa vedere da per tutto il principe di Orange come se fosse il trentadiavoli e la versiera! Vi pare egli che esso avrebbe voluto o potuto abbandonare il campo sotto Fiorenza?»
«Io vi giuro pel corpo di Cristo, messere Ferruccio, che Orange vi sta incontro; molti dei nostri lo hanno veduto.»
Allora il Ferruccio trasse un sospiro e tra i denti mormorò: «_Ahi! traditore Malatesta_!»