L'assedio di Firenze

Part 69

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Michelangelo Buonarroti, levandosi in piedi ed ambe le braccia stendendo verso il Baglione, profferì queste solenni parole:

«I codardi non lasciano eredità di odio o di amore. Noi vinceremo; e quando pure rimanessimo morti, sappiate che co' vermi nati dai cadaveri dei martiri della libertà le furie compongono il flagello di rimorso e di terrore col quale percuotono eternamente i tiranni.»

«Posciachè fato comune è morire», aggiunse Dante, «una palla, una piccata nelle viscere sono bene spesso infermità meno dolenti delle altre, — sempre più gloriose.»

[Illustrazione: «... Menatelo via dal campo, conservatelo all'onore della milizia italiana.» _Cap. XXVII, pag. 306._]

Ma il petulante Malatesta riprende: — «Questo è il parer vostro, nè, comunque vaghi, due fiori fanno la corona: or via, adunate il vostro consiglio generale; io esporrò le mie, voi le vostre ragioni, e stiamoci a quello deciderà il popolo chiamato a parlamento.»

Questo fu, come narrano gli storici, il colpo maestro del Bartolino. Egli sperò, acconsentendo i padri, suscitare le cupide passioni della plebe o sbigottirla col terrore. Pessime sempre vedemmo riuscire alla libertà della patria le deliberazioni prese in piazza: abbandonato il governo, vi avrebbe steso la mano il Bartolino, Malatesta doveva appoggiare la usurpazione con le armi; così di leggieri si conseguiva lo scopo, le palle senza resistenza si ristauravano: se poi i padri negavano, si screditava lo stato; non era il bene generale a cui miravano, bensì piuttosto la ostinazione di pochi arrabbiati; diversamente, perchè non consultare la mente degli universi cittadini? Temevano il pubblico suffragio? il popolo è ottimo conoscitore di quanto o come dannoso deve fuggire, o come giovevole seguitare.

Così colui che in tutta la sua vita non seppe rivestire un fiasco, eccolo ad un tratto sapientissimo a reggere gli stati in tempi difficili: pazze cose! ma la gente per avventatezza di sangue cieca, o per cupidità traditrice, non argomentò mai più acconciamente; e lo vedemmo pur troppo.

Però conobbero la insidia latente; composta appena l'agitazione, si scompigliò di nuovo l'assemblea, diverse voci si fecero sentire soperchiando il trambusto: Siamo dunque venuti a questo? — Il parlamento — la balìa, — questo è un volere mutare lo stato. — Non ci par farina del suo sacco. — Io ben conosco chi fa fuoco nell'orcio. — Si udì mai maggiore impudenza di questa? — Forse non costituiva il popolo questo libero reggimento, — non elegge egli i maestrati? — Guai se piegano a siffatte enormità! — la patria sarebbe perduta.

Rafaello Girolami, quando prima potè farsi ascoltare, favellò:

«Signor Malatesta, voi non siete chiamato qui come consultore, molto meno come ordinatore; voi ci dovete la fede vostra. Da voi non desideriamo sapere se dobbiamo fare o non fare una cosa, sibbene il modo di farla. Se nei momenti di maggiore urgenza, i maestrati dovessero aspettare per risolversi il consiglio di tutti i cittadini, nessun governo potrebbe rimanere in piedi tre mesi. Inoltre Fiorenza aduna il parlamento quando muta stato. Intendereste voi forse rovinare questo reggimento? Non lo crediamo. Voi tutti uomini di guerra qua dentro raccolti, vi pare egli possibile l'assalto del campo con speranza di riuscita?»

I capitani, specialmente i Guasconi, con i gonfalonieri, risposero tutti ad una voce altro non desiderare che venire alle mani con quei di fuori; essere dispostissimi a vincere con onore, o a morire senza vergogna; potersi assaltare il campo scemato com'era del fiore dei combattenti, potersi ancora, come spesso avevano provato, assaltare pieno di gente, purchè i Signori li badassero alle spalle, nè, mentre presentavano il petto al nemico, il traditore tagliasse loro per di dietro i garretti.

Tra tanto consenso di uomini di guerra, Pastrano Corso, Cencio Guercio, Biagio Stella, Margutte da Perugia ed altri tra Côrsi e Perugini fidati del Baglioni risposero essere stoltezza combattere, andare incontro a certissima morte; ne avrebbero acquistato biasimo presso il mondo, castigo presso Dio.

«No, no», proruppe Dante, «il mondo può non imitare quelli che si sacrificano, comecchè inutilmente, in favore della libertà, ma per certo li loda.»

«Che dite voi?» tonava il divino Michelangelo, «che si farebbe Dio delle sue stelle, se non le adoperasse a coronarne la fronte degl'incliti che morirono combattendo la tirannide?»

E i capitani generosi volgendosi con mal piglio ai satelliti del Malatesta:

«Al canto si ravvisa l'uccello. Avete paura? Restatevi; — noi andremo senza di voi.»

«Noi!» quasi disperati urlarono i Perugini e i Côrsi, cui morse acerba la rampogna, e comecchè corrotto, una stilla di buon sangue italiano bolliva loro dentro le vene; — si voltarono al Malatesta per conoscere dal suo viso se dovessero o no rispondere all'invito. Malatesta immobile come un faro in mezzo a mare in burrasca, non muta sembiante, o atteggia la persona a moto generoso o di rabbia.

«Noi andremo senza di voi», replicarono i capitani fedeli, «e ne facciamo sacramento sopra gli evangeli santissimi.»

E mossi da un medesimo impulso si affollarono all'altare in fondo della sala, dove stese le mani giurarono con grande effusione di cuore avrebbero difeso Firenze finchè bastasse loro la vita.

«Vieni», disse Lionardo Bartolini, gonfaloniere dell'Unicorno, a Dante da Castiglione, gonfaloniere del Vaio; «forse tu non vorresti giurare?»

«Lionardo mio, chi rinnuova non mantiene; chi giura più spesso delle femmine?»

«Certo di' bene. Quando esse giurano amarti per una eternità, — ciò si deve intendere per una settimana, con un poco del lunedì veniente, — ma poco...»

«Ho giurato una volta, e basta.»

Intanto Rafaello Girolami, guardando fissamente il cielo con le braccia aperte, non senza molto pianto e singulti esclamava:

«Invitto Malatesta Baglioni, capitani valentissimi, vi prenda amore della vostra fama, pietà di noi; non consentite che il patrio fiume e le strade di questa città nobilissima corrano sangue cittadino, — le strida degli uomini e delle donne desolate feriscano il cielo, si ardano i palazzi, si contaminino i tempii di Dio, si commettano infine quelle nefande abbominazioni le quali siccome aprono l'inferno a chi le commette, non sono meno incomportabili per chi le sopporta. Non vi diede la madre vostra viscere umane? Cristo nostro Signore non v'insegnò carità? sono le orecchie vostre di granito pel nome santo di patria?»

I fidati di Malatesta mormoravano, — non si movevano, — pure accennavano vacillare. — Tristi tutti!... ma il momento solenne, l'esempio della virtù, il pensiero della perfidia ch'esita sempre, finchè non sia irrevocabilmente consumata, e l'appello non mai del tutto rivolto invano alla particola eterea dell'uomo, gli soverchiava più poderoso di loro medesimi. Li vide il Baglioni li vide e sorrise, e con suono benigno, guardando il gonfaloniere, favellò:

«Si abbiano per non profferite le mie parole. Anche quando vi piacesse il fato dei Saguntini, la fama loro splende assai luminosa nelle storie, onde io non debba rifiutarmi parteciparla con voi. E però, quantunque volto dalle magnificenze vostre ci sarà comandato e per la parte dell'eccelso signor gonfaloniere mantenuto quanto ne fu promesso, sono disposto a mettermi _a qualsivoglia manifesto pericolo, come manifestamente vedranno_[317].

«Dio vi benedica!» riprese il gonfaloniere esaltato, «io verrò con esso voi armato di corsaletto e di picca.»

Il Carduccio, declinato il volto, gemeva.

* * * * *

Il giorno appresso Malatesta avendo sentito per fedeli ragguagli la pubblica esaltazione giunta al suo colmo, stimò bene maneggiarsi in maniera da godere il benefizio del tempo. La Signoria per tempissimo in compagnia di tutti i magistrati si recò in Santa Maria del Fiore, dove si comunicò; poscia andarono a processione per quelle medesime strade e con le reliquie medesime che sogliono portare per la festa di San Giovanni. Intanto si ragunarono i gonfalonieri, cittadini pieni di ardire e con esso loro buona parte dei soldati pagati, ai quali pareva mille anni di venire alle mani col nemico; pronti erano i Signori, pronto ed armato il gonfaloniere, disposto, secondo la sua promessa, ad uscire ancora egli.

Ad accrescere l'ardimento universale, si aggiunse un segno che, comunque naturale, nondimeno anche ai nostri tempi, in cui tanto lume di esperienza o abbiamo o vantiamo, riuscirebbe di maraviglioso vantaggio in casi difficili. Un'aquila ferita in un'ala, aiutandosi come meglio poteva, lungo il corso del fiume si rifuggì in Firenze, dove presa da un pescatore e da questo presentata al capitano Ridolfo di Ascesi, che stava di guardia alla porta San Friano, egli, ritenuto per sè il corpo, mandò per un suo soldato la testa alla Signoria. I signori, tenendo o fingendo tenere simile accidente come augurio favorevole a sè, funesto agli imperiali, ne fecero grandissima festa e al soldato, che fu Cristofano da Santa Maria in Bagno, donarono quattro ducati d'oro. E tanto più ebbero accetto siffatto presagio in quanto pochi giorni innanzi il vento aveva staccato una bandiera dalle finestre del palazzo, dove era scritto LIBERTAS, e travoltala per certe corti prossime al Baldracca, dove si durò fatiche assai per riaverla. Pareva anche il cielo volesse per questa volta intervenire per tutelare la innocente città dalla truce cupidigia del papa.

Comparve finalmente Malatesta, ma tardi, e dopo molte cerimonie cominciò a squadronare i soldati per passarli in rassegna. Il Busini, testimone oculare, racconta come Malatesta, per avvilire l'animo dei Fiorentini, adoperasse una astuzia onde i soldati apparissero pochi, e fu, che dove le file si componevano di cinque e sette uomini, egli le istituì di sette e di nove. Il quale accorgimento, non che sortisse l'effetto divisato dal Malatesta, ne sortiva uno del tutto contrario; imperciocchè i Signori ponessero in diversi luoghi molti cittadini, che annoverando uomo per uomo e fattane somma, trovarono avere nove mila soldati pagati in punto di combattere, di seimila e tanti che gli estimavano prima[318]. A tale erano ridotte le cose nella infelice Firenze.

Fornita la rassegna, che portò via buon tratto della giornata, prese il Baglione ad arringare con sì lunga diceria presso la quale le prediche di fra' Benedetto sarieno parse epigrammi; poi dispensò copia di munizioni ai soldati; chiamati in cerchio attorno a sè i capitani, molti ordini distribuì, molte diligenze raccomandò, infiniti uffici commise; — una operazione dopo l'altra, e a suo grandissimo agio. Il giorno se ne andava, e non è da dirsi con quanta passione vedessero i più animosi accostarsi il sole al tramonto. Allora Malatesta, per isfuggire il mormorio che udiva a mano a mano andare crescendo, quantunque i soldati conservassero le ordinanze, nella stessa guisa che il mare gorgoglia innanzi che il vento soffi ad agitare le sue onde, si cansò andandosene verso porta San Nicolò. Colà giunto, spedì Cencio Guercio con altri suoi fidati incombenzandoli di andare a riconoscere il sito e i forti degli imperiali; tornassero tosto per quanto avevano grata la sua grazia; capirono, come doverono comprendere, e si affrettarono co' passi della testuggine. Così il subdolo Malatesta, baloccandosi ora intorno ad una cosa, ora intorno ad un'altra, pervenne a sera. Rimanendo spazio breve di giorno, quinci egli si tolse all'improvviso, e con lui tutti i Perugini e tutti i Corsi, raccolte prima le bagaglie, onde le compagnie ne rimasero disordinate. La notte sopraggiunta non concesse luogo di abbracciare prontamente altro partito, — all'opposto nacque confusione e terrore: — temerono che i soldati del Malatesta, aperte le porte, lasciassero il nemico irrompere nella città e mandarla a ruba: i giovani della ordinanza, ancora efficacissima nelle estremità della cadente repubblica, stettero tutta la notte vigilantissimi, guardando le strade e le piazze con amorevole diligenza. — Questo stato non può durare; gli eventi precipitano al fine; egli fu deplorabile, — ma pieno di onore, di compassione e di germi di futura vendetta.

Addio, Firenze, — tornerò per vederti agonizzare, verrò per darti un viatico di lacrime prima che tu vada dove Atene e Sparta andarono, dove la romana libertà precipitava, dove tutte le tue sorelle ti precederono. Ultima stella del cielo d'Ausonia.

Perchè piangete? Arduo è bene revocarci passi dall'inferno, ma non impossibile. — Volete, e sarete.

Mi volgo al campo della Gavinana.

CAPITOLO VENTESIMONONO

LA BATTAGLIA DELLA GAVINANA

Or chi ti può guardare, Infelice castello, che non pianga?

PIETRO RICCIARDI, _Sonetto sopra Gavinana._

Fra le alpi medie che Toscana partiscono dal Modanese, superati alquanti meno ardui gioghi, ti occorre il colle di Prunetta. Quasi penisola, questo monte s'inoltra da mezzogiorno a tramontana e nasconde la valle ov'ebbe sepoltura la Repubblica Fiorentina. Il tuo petto affannato, pervenuto una volta alla sua radice, non domanda riposo; se i tuoi occhi si volgono a misurarne l'altezza, al tuo spirito non ne deriva sconforto, bensì desiderio irresistibile di pareggiare col rimanente del corpo la velocità dello sguardo per attingerne la cima.

E quando, palpitante, il volto bagnato di sudore, tu giungi a toccarne la sommità, che chiamano le _Lari_, tu lanci giù nella convalle quanto hai di virtù visiva nella testa, di anelito nel cuore, e la verità non impallidisce davanti l'aspettativa; imperciocchè le magnificenze della natura sieno le sole che la umana immaginazione non possa superare giammai.

Se rialzando lo sguardo dalla valle ti venga fatto girarlo attorno, ti si presentano monti sopra monti, e parte di questi ti ricordano memorie che il tempo non ha per anche corroso dalle tavole della storia, o ti accennano col nome sventure e fatti che hanno stancata la tradizione. Da una banda sorge il colle di _Mal Consiglio_, dove è voce Catilina statuisse scendere a tentare la fortuna delle armi contro Quinto Metello, — e poco sotto il piano di _Mal Arme_, ove fu combattuto l'aspro conflitto. Vi perdeva Catilina la fama e la vita; — guai ai vinti! Se egli sforzava il destino, forse Sallustio lo avrebbe celebrato vendicatore del popolo contro la tirannide dei patrizi. — Quinci ti accennano la _Selva Litana_, di cui la terra nascose le ossa di una legione romana uccisa dai Galli Boi. Il giogo del _Mal Passo_ va nomato per più recente dolore; — egli ha fatto piangere per tutta la durata della vita una madre, chè tra le balze di lui rimase miseramente infranto il figliuolo della sua tenerezza. Il _Libro Aperto_, i _Sassi Scritti_, la _Croce Arcana_, la _Tana dei Termini_, le _Torri di Pompilio_, sono i nomi dei monti che circondano la valle e dei quali invano tu cerchi la origine remota.

Per poco che Dio abbia benedetto la tua anima di poesia, l'aria che spira vivida su questi monti ti suscita alle visioni dei tempi trascorsi e dei futuri. Il passato è coperto di velo nero, l'avvenire di velo colore di rosa, perchè il primo lo ha tessuto l'esperienza, il secondo la speranza; ma all'occhio del poeta, come a quello di Dio, la eternità si offre intera, quasi circolo luminoso di cui i secoli compongono i punti. Al cospetto di Dio e del poeta ogni cosa sta presente. Però i grandi poeti sopra la terra si annoverano più rari dei giorni della creazione; — parte maggiore di Dio conteneva il cranio di Dante che non il giro dell'emisfero celeste.

Dall'aria che spira su i colli emanano effluvii vitali, chè di lei si nudriva la libertà infante, e di lei si compiace allorquando, cacciata meno dall'odio dei tiranni che sbigottita dalle turpi frivolezze di coloro che si dicono suoi amici, abbandona i piani per approssimarsi alla sua patria, ch'è il paradiso.

La luna sorta dall'opposto monte del Crocicchio balza impetuosa di nuvola in nuvola; e ricorda la credenza indiana che immaginò la fuga dell'astro della notte traverso i cieli per sottrarsi alle persecuzioni del serpente che la insegue per divorarla.

Da cotesto alternare di tenebre e di luce sorgevano spaventosi fantasmi.

In verità nella magnifica valle io vedeva una tomba scoperchiata dove giacesse l'immane scheletro della Repubblica; posava il suo teschio sopra di un colle, e l'altro ossame si perdeva protendendosi lontano lontano lungo la forra tenebrosa che si sprolunga dalla parte di mezzogiorno.

E nelle nere masse dei castagni secolari immaginava contemplare gli spettri degl'illustri defunti i quali traessero a lamentarsi sopra la fossa della Repubblica defunta.

Il vento cacciava zufolando giù pei declivi le foglie di castagno cadute, e gli echi dei monti ripetevano un suono somiglievole al canto dei trapassati.

Allora spontanea mi si affacciò alla mente la visione del profeta Ezechiel, — la visione delle ossa inarridite[319].

E gridai con gran voce: «Potrebbero queste ossa rivivere?»

Te avventuroso, o profeta, a cui promise il Signore di ricoprire coteste ossa di nervi di carne e di pelle, e mandare lo spirito dai quattro venti che soffiasse sopra gli uccisi, e rivivessero!

I morti dicevano: «Le nostre ossa sono secche, — la nostra speranza è perita, — e in quanto a noi siamo sterminati.»

Ma il Signore rispose: «Ecco, io apro, o popolo mio, i tuoi sepolcri, io ti traggo fuori delle tue sepolture, e ne compongo una sola nazione sopra la terra. — Io prendo la verga dove sta scritto Josef, che è in mano di Efraim, e quella della tribù d'Israel sue congiunte, e le metterò sopra la verga di Giuda e ne farò un medesimo fascio, e saranno una stessa cosa nella mia mano.»

Alla voce di Dio le ossa si accostarono ciascuno al suo osso, lo spirito entrò in loro, ritornarono in vita, si rizzarono in piedi e furono un grandissimo esercito.

Oh! perchè mi manca la fede del profeta! Qui si vuole la mano di Dio, ed io non ardisco sperare nel miracolo.

Se io esclamassi sopra i vostri sepolcri: «Sorgete!» la mia voce spirerebbe prima di giungere alle soglie della morte.

E l'eco me la rimanderebbe come uno scherno.

Almeno, poichè io vi evocava dal vostro riposo, potessi, o sacri spettri, diffondere sopra di voi la luce del canto, rivendicare il vostro nome all'oblio dei secoli ed alla ingratitudine degli uomini!

Ma di ciò degno nè altri mi crede nè io stesso; — porto le pene della mia audacia, perchè i rimorsi mi travagliano e la paura.

E sì che io visitai i luoghi dove combatteste, o miei padri, con religione pari a quella del pellegrino che muove al sepolcro di Cristo, — toccai le armi che stringeste nel conflitto[320], — bagnai la bocca alla medesima fontana dove dissetaste le labbra riarse dall'ardore della battaglia, — tolsi un pugno della terra delle vostre sepolture e me lo accostai al cuore perchè mi s'infiammasse e sapesse dire.

I raggi del sole possono trarre un suono dal granito[321]; — il cuore esulcerato dallo infortunio diventerebbe per avventura più duro della pietra!

Ma ormai quello che è scritto è scritto; giunge troppo tardi il pentimento. Se adesso io mi abbandonassi spossato, sarei meno degno di compassione che di vituperio. Dio mi sovverrà nella estrema fatica. I fatti con tanto amore raccolti non devono rimanere occultati; io gli narrerò con fedeltà di storico, invocando che nasca il poeta il quale gli sublimi del canto.

Due cose nocquero principalmente al disegno del commessario Ferruccio di liberare la patria: la prima fu, che alle ferite non bene sanicate si aggiunse la febbre venutagli addosso un po' per la troppa fatica, un po' a cagione dello ammuttinamento dei Côrsi, i quali levarono tumulto per difetto di paga; di che il Ferruccio sentendo inestimabile ira e dolore, proruppe fuori della chiesa di Santa Caterina, dove alloggiava con la testa scoperta, in giubbone da niente altro riparato eccetto le lunette di maglia, ed avventatosi in mezzo ai sediziosi, con lo stocco alla mano tre uno dopo l'altro ne uccise, restando attonito tutto il resto[322]. La seconda, che sopramodo lo travagliò, fu non avere pecunia nè trovare via per farne; imperciocchè coi danari alla mano intendeva raccogliere gente che bastasse non solo per combattere meno disperata battaglia con gl'imperiali, ma lasciare Pisa e Livorno presidiati in guisa si potessero tenere anco quando Firenze, per diffalta di vettovaglia avesse dovuto capitolare, ed i suoi sforzi per soccorrerla fossero riusciti invano. Consiglio così magnanimo come arguto; avvegnadio finchè ci è fiato ci è speranza, e per esperienza lo provammo anche ai dì nostri; invero era a sperarsi allora su gli umori di Francia, voltabili sempre, sopra la morte del papa, che ormai non poteva troppo tardare, su le molestie del Turco nella Ungheria non meno che sul mareggiare delle coscienze alemanne divise dalla Riforma[323].

Fra queste angustie il nostro eroe tanto si tribolava che i commissari di Pisa scrivevano ai Dieci in data del 25 luglio esserglisi aggravato il male in modo che i medici concludevano per qualche dì non poterlo guarire... «e per essere la presenzia sua utilissima, e quanto sia necessario il farlo presto; dall'altro canto non potere esercitare la persona per qualche giorno; ci è parso spacciare di nuovo a Vostre Signorie; avvisando tutto, acciò quelle commettino quanto doviamo eseguire[324].»

I Dieci, pressurati dal popolo, il quale, non trovando più sozzure e schifezze da cibare, urlava con l'urlo della fame, scrissero al Ferruccio che per amore di Dio si avacciasse; che se non poteva andare egli, spedisse ad ogni modo tutta quella gente preponendole Giovanbatista Corsini detto lo Sporcaccino, o quale altro gli paresse più idoneo; nel qual caso davano a colui che mandasse la medesima autorità. — Presentata questa lettera al Ferruccio, dopo averla letta e poi ripiegata, tenendola in mano, la prese da un lato co' denti dicendo:

«_Andiamo a morire_[325].»

E siccome il signore Giampagolo gli veniva raccomandando di mettersi in lettiga e così farsi trasportare con manco suo travaglio[326], egli rispose mestamente:

«No, figliuolo mio, no, pel cammino che mi avanza a fare le mie gambe basteranno.»

E senz'altro indugio il Ferruccio si pose in via, lasciata Pisa il 1 agosto 1530 e movendo per la Valdinievole: chiesta e non ottenuta dai Pesciatini la vettovaglia, fatto mostra di prendere la via maestra e piana, prevalendosi dell'oscurità della notte, tralascia l'agevole sentiero e si getta tra i monti che gli sorgono a mano dritta nelle vicinanze di Collodi. Diventando la notte più nera, ed essendo ormai pervenuto a Medicina, castello del contado lucchese, gli parve di qui rimanersi, tanto più che in questo luogo aveva dato ritrovo a certi capi di parte cancelliera, per propria prestanza e più per le molte parentele ed amicizie a sostenere le cose della Repubblica pericolante adattissimi.

Disposti gli alloggiamenti, invigilato a che ognuno fosse provveduto del bisognevole, non potendo ormai più vincere la impazienza dello attendere, si cacciò fuori solo dal castello speculando se gli aspettati giungessero.

Nè stette guari che, udendo rumore, mosse il grido consueto del conoscimento; a cui venendo data la convenuta risposta, ravvisò gli amici e con gran cuore li condusse nella sua stanza.