L'assedio di Firenze

Part 68

Chapter 683,786 wordsPublic domain

Si rammentano dunque Giampagolo Orsino, Vico Macchiavelli, Sprone e Balordo da Borgo San Sepolcro, Paolo, Giuliano, Francesco e Grigione Corsi, Capitanino da Montebuoni, Vaviges Francese, Antonio da Piombino, Nicolò Masi, Gigi Niccolini, Goro da Montebenichi, Bernardo Strozzi, Amico Arsoli, Alfonso da Stipicciano, il conte Carlo da Civitella, Carlo da Castro ed altri assai di cui non mi è avvenuto rintracciare memoria.

Papa Clemente, terminata la guerra, fece trasportare a Roma gran parte delle scritture concernenti l'assedio, e affermano le bruciasse. Forse un diligente esame nell'archivio delle riformagioni a Firenze potrebbe resuscitare alla fama nomi ignorati; ma cotesto archivio è diventato un altro Eden dopo il fallo di Adamo, e certo dopo la perdita del paradiso nessun'altra sventura può affliggere più crudelmente l'uomo della perdita della libertà, — un orto esperide col dragone che guarda i pomi d'oro. Bene sta; le polveri si tengono chiuse... badate alla favilla[309]!

Passati che furono davanti gli occhi del Ferruccio i soldati da lui raccolti, trovò essere, come abbiamo avvertito, in tutti tremila fanti e trecento cavalli; ondechè fidando nel fiero portamento di loro e nell'aspetto animoso, sorrise alquanto e soggiunse:

«Comunque pochi basteranno; perchè, vedete, figli miei, se incontriamo forze pari od anche una metà maggiori, noi le vinciamo di certo ed entriamo in Fiorenza: o ci muovono incontro grossi i nemici e sforniscono il campo, e allora escono i nostri e lo mettono in rotta. In ogni caso l'impresa è vinta; ma Orange si rimarrà al campo, perchè partirsene sarebbe troppo grave errore di guerra.

* * * * *

Era da circa mezz'ora suonata l'_Ave Maria_ della sera. Giovanni Bandini se ne stava pensoso, tuttavia sotto l'influenza di cotesto istante del giorno in cui la luce che muore ci ammonisce che tra poco anche la nostra vita passerà così: istante solenne che ci ritrae le passate vicende come un punto luminoso o come una nuvola nera in fondo all'orizzonte; — che ci schiude le labbia ad un mesto sorriso, o ci nasconde mezzo le pupille sotto le sopracciglia aggrottate, secondochè il pensiero evoca memorie di delitto o di virtù; — istante pieno della prossima eternità.

Gli occhi del Bandino non guardano il cielo; — quivi non isplende stella per lui, — non lo conosce per patria, — dal cielo non aspetta inspirazione, ma castigo. — Se gli fosse dato di aggiungere le dimore celesti, vorrebbe pervenirvi come Encelado, o vincitore, o fulminato. — Contempla la terra: che guarda egli sì intento? — Forse l'immaginazione gli mostra le sue colpe convertite nei vermi che dovranno divorare il suo corpo? — Nè rimorso nè passione possono mutare quel suo volto... — è diventato di pietra.

Un tocco sopra la spalla gli fece cambiare attitudine, quantunque a rilento e quasi suo malgrado, ch'egli si compiaceva a pregustare gli orrori dell'inferno; nè a prima giunta ravvisando il sopraggiunto, con voce pacata interrogò:

«Chi sei?»

«Messere Bandino, io sono Pirro Colonna.»

«O Stipicciano, che volete da me? Nulla di buono per certo...»

«Forse che sì; — io vengo da Roma.»

«Volete dire dal contado. Roma ha giudici che prima di pronunciare sentenze se la intendono col papa, — e Roma ha patiboli pel vostro collo, messer Pirro.»

«E nonostante questo io vengo proprio da Roma, dove fui a baciare i piedi santi del beatissimo padre.»

«Ma non vi ha egli scomunicato?... non vi pose addosso la taglia?»

«Il cielo ei può serrare e disserrare. Sebbene quello che a me sopratutto premeva si era che non mi serrasse il collo. Non tolse il nome di Clemente in simbolo della clemenza e mansuetudine sua?»

«Ah! non ci pensava adesso.»

«Or bene, sappiate che siamo ridivenuti amici carissimi, se mai ne vissero altrettali al mondo: guardate questo segno... lo ravvisate? — Io devo conferire con voi cose che Sua Santità mi ha rivelato in arcanis. Siamo sicuri?

«Parmi di sì: favellate.»

«In qual concetto tenete il principe Orange?»

«Lo reputava meno francese: il suo cervello due terzi del giorno ha sommerso nel sonno e nel vino, l'altro terzo nel giuoco; animoso è molto, — io però ho veduto mastini molto più valorosi di lui.»

«Il papa crede diversamente, — lo reputa uomo da prendere la Toscana per sè, — da condurre in moglie la duchessina..., da lasciare insomma quel dabbene duca Alessandro come l'arme di casa Pucci, — un moro senza corona.»

«Chi disse al papa siffatte novelle?»

«Forse nessuno, — le avrà immaginate... sospettate...; or che mi ricordo, affermava essergli state riferite da tale che udì vantarsene l'Orange.»

«Il papa s'inganna.»

«Silenzio! Non vi preme ella l'anima vostra? Il papa è infallibile.»

«Orange non conserva un pensiero più di cinque minuti, per timore che non gli arrechi il dolore di testa.»

«Ma il papa non vorrebbe differirgli più di oltre il regno dei cieli: in questa faccenda ci guadagnano tutti, — l'Orange primo, che va in paradiso di volo, perchè il santo padre gli manda pel viaggio tre once di piombo e non so quante libbre d'indulgenze plenarie, — misura di carbone pesato alla stadera dell'Elba, che ha la prima tacca sul mille; ci guadagniamo noi che attrapperemo una diecina di prebende, — non furono istituite per darsi a coloro che recitano il breviario alla gloria di Dio? Noi serviamo a Dio ben altro che con uffizi. — Il papa si libera da' suoi timori; — povero vecchio! In verità abbisogna di spirito riposato per questi giorni che gli avanzano a vivere. Rimane il rimorso, ma il papa tiene i rimorsi in conto di zanzare; — con buone cortine se ne difende, e bisogna crederlo, perchè lo ha provato, povero vecchio! — Gli eredi acquistano più presto il retaggio; — gli scultori innalzano più presto il sepolcro; — i poeti percuotono la musa, come una moglie dopo dieci anni di matrimonio, per farla piangere lacrime di Elicona. Per me credo che, a dirlo allo stesso Orange, risponderebbe: Il papa ha ragione: — però il santo padre non desidera sia consultato, e afferma che quando si fa la cosa utile, non importa ottenere il consenso di colui in vantaggio del quale la operiamo.»

«Orange ha una spada... non basta... gli manca una testa, — peggio per lui; — non è vela acconcia per nessun vento, — morrà, — non mica perchè pericoloso, ma perchè a nulla buono; — per me poi... Ah! per me ormai corre buon tempo ch'io non conto più — colpa dei teologhi, i quali al primo delitto non dovevano comminare l'inferno per sempre; — ora, o dieci o mille, la eternità dura lo spazio medesimo. Orange è morto, — ho già trovato il modo. Quando giace morto qua dentro», e si toccò la testa, «poco può andare ch'egli si giaccia morto nel camposanto. — Messer Pirro, siate diligente a segnarvi con la vostra compagnia di qui a due ore tra le bande degli archibusieri che partiranno pel contado di Pistoia.»

«Ma, per quanto ho udito e vedo, — nessun si muove nel campo.»

«Buona notte, — tra due ore... intendete... anche una parola di più, sarebbe di troppo[310].»

* * * * *

Forse due ore correvano dacchè aveva avuto luogo il colloquio riferito qui sopra, quando due uomini uscendo con molto riguardo fuori di Firenze dalla porta di San Pietro Gattolini, indirizzavano celeri i passi alla volta del campo. Percorsero un tratto di strada taciti e uniti; all'improvviso uno di loro si fermò e disse all'altro:

«Cencio, qui conviene separarci: siamo alla fine; ora sì che bisogna adoperare arte e destrezza, — è l'atto quinto; dopo di questo potremo volgerci al pubblico e comandargli, come i personaggi di Terenzio al termine della commedia, _Plaudite._»

«_Plaudite_! E se il mondo ci saluta con tale un fischio che l'eco ne rimbombi dentro l'inferno?»

«Ci consoleremo con l'antico detto del dio Momo: Nè anche Giove piace a tutti; — parteciperemo la sorte di tutti i grandi intelletti che in vita o furono calunniati o derisi o spenti, — in morte onorati come santi. Ai Fiorentini non piaceremo di certo, almeno io; ma vi sono apparecchiato, perchè Gesù Cristo lo ha detto: Nessuno è profeta in patria sua. Tu vedi che se ti danni, ciò non avviene senza buone autorità sacre e profane.»

«E sopratutto senza compagnia. Dio vi abbia nella sua santa guardia, messere Bandino.»

* * * * *

Fu cotesta una notte consacrata ai tradimenti. A quattro ore di notte Cencio Guercio ritornò a Firenze, e dopo breve spazio di tempo Malatesta Baglioni e il principe Orange, senza altra compagnia che di due uomini d'arme, s'incontrano presso la porta Romana[311].

«Messer lo principe», cominciò il Baglione, «tutta la fortuna della guerra si è ridotta sopra un trarre di dadi. Si accosta il commessario Ferruccio, capitano valoroso, fortunatissimo...»

«Capitano italiano, — soldato da insidie; — noi stiamo a buona guardia, ed egli non ardirà tentare l'assalto...»

«Signor vicerè, dov'io non fossi stato, a quest'ora avrebbero rotto quattro volte il vostro campo. Adesso non corre stagione di garrire fra noi, — lasciamo le parole, che menerebbero troppo in lungo il discorso. Ferruccio ha per avventura maggiore l'audacia che il senno; però senno ha molto. Ferruccio conduce gagliardissimo esercito, e se giunge ad entrare in Fiorenza, potete pensare a ripiegare le tende.»

«Mi hanno riportata la sua gente sommare appena a duemila fanti e a cento cavalli...»

«V'ingannarono. Dai ragguagli che egli, il Ferruccio, ha spedito ai signori Dieci risulta menare seco cinque mila fanti e mille cavalli almeno.»

«Ne siete sicuro, signor Malatesta? Egli è poi vero tutto quanto mi dite?»

«Vero come un giorno dovremo andare in luogo di salute.»

«Che fa quel Baccio Valori, che mi porta sempre notizie le une più fallaci delle altre? Veramente adesso è tempo di stare a sollazzarsi coi libri greci e latini! — Egli è mestieri ch'io vi pensi sopra...»

«E mentre pensate, l'occasione fugge. Urge adesso, messere lo principe, non mettere un momento fra mezzo. Togliete con voi il fiore dell'esercito, andategli incontro e opprimetelo nei monti di Pistoia.»

«E il campo me lo guardate voi, Malatesta?»

«Pur che andiate presto, io ve lo guarderò.»

«Sono io bene sveglio? Siete voi che mi parlate, Malatesta? O mi credete così semplice da intricarmi in siffatte reti? Ben altri ingegni che non sono i vostri si richieggono, o Malatesta, per ingannare un Orange.»

«Vicerè, io non inganno. Il papa mi assicura un guiderdone che non saprei sperare nè desiderare maggiore: — ponete gli occhi su questo breve.»

E tolta di mano la lanterna ad uno de' suoi uomini d'arme, presentò all'Orango la carta dei patti firmata dal papa; — quindi, ripostasela in seno, continuò:

«La parca Fiorenza non potrebbe, nè anche volendo, darmi tanto. Ora dunque vedete che preme a me consegnarvi la città per lo meno quanto a voi preme prenderla. Non dubitate: — io mi terrò fermo finchè non torniate vittorioso.»

«Andrò — ma farò spargere voce ch'io non mi allontano; sia vostra cura confermarla; — ritornerò tra poco: — mi basta la vista, — due giorni o al più tre. Però in ogni caso fatemi una polizza con la quale con sacramento vi obbligherete a non uscire di Fiorenza finchè io non torni, — altramente non avrei scusa. — Rodolfo, andate a procurare una penna e una carta.»

«Lasciate la polizza. Non basta a voi quello che basta al pontefice?»

«Non basta.»

«Ma sentite: la carta non ha mai trattenuto nessuno; — voi capite lei essere tanto fragile cosa che non resiste alla pressione di un dito.»

«Non importa. Io la pretendo ad ogni modo.»

«Ed io la farò.»

«Scrivete. Noi, Malatesta Baglioni, sotto sacramento ci obblighiamo e promettiamo di non uscire nè lasciare che altri esca di Fiorenza prima del ritorno nel campo...»

«Ritorno nel campo...»

«Del principe Orange. In fede. — Apponete il vostro nome.»

«Dunque siete sicuro di ritornare...?»

«Al più lungo fra tre giorni.»

«Addio. Lasciate ch'io vi stringa la invitta destra. Vi accompagni la fortuna. Buon viaggio!»

«Apparecchiate le feste: ci rivedremo fra tre giorni.»

«Quando mi sono fregato la bocca, chi potrà accusarmi di aver bevuto del vino? — Buon viaggio! — Va'; — nel viaggio che imprendi nè ti si stancheranno le piante, nè ti rovescerà il palafreno. — E poi vi ha chi cerca le lame di Brescia o di Damasco! — Stolti! — La intenzione dell'uomo taglia meglio di qualunque acciaro. Qual pugnale potrebbe vantarsi di ferire più giusto delle mie parole? Tornerà fra tre giorni... ed io non devo uscire finchè ei non rivenga in campo... per Dio! ciò mi obbliga a starmi in Fiorenza per una eternità... e quello ch'è peggio, l'ho promesso con giuramento... basta, il papa mi acconcerà con Cristo. — O Cristo, tu pure per la tua parte dovresti sovvenire la giusta causa! Deh! pensa tu a far morire il Ferruccio, come io ho pensato a far morire l'Orange! Allora comincerò davvero a conoscere che ti sta a cuore la Chiesa, ed io andrò persuaso di essere accolto fra gli eletti in paradiso, alla tua delira, _Amen._»

Così l'empio Malatesta scherza col delitto e con l'inferno. Dio non paga il sabbato.

* * * * *

Vedeste mai più immobile cosa delle arene del deserto finchè il vento tace? Le sferza il sole co' suoi raggi, — le pestano le piante dei dromedari e dei cammelli, — la caravana vi procede sopra spensierata come sul cimitero della natura: all'improvviso ecco comparisce una nuvola infuocata, — subito dopo il soffio sterminatore; e la bufera del deserto rugge più terribile della procella del mare; — qui arte di nocchiero non giova, — ogni argomento umano vien meno, — quasi serpente inferocito ravvolge la sabbia nelle sue interminabili spire uomini e animali: — dov'è la caravana? Tra un centinaio di secoli una mummia d'uomo, un osso fossile di dromedario o di cammello faranno testimonianza che un giorno fu calpestato il deserto. — Così il popolo.

Il due di agosto corre una voce, il principe Orange, lasciato il campo, aver mosso contro al Ferruccio; il fiore dell'esercito accompagnarlo; la fama, esitante dapprima, si difinisce e conferma, siccome avviene quantunque volte precorre la verità. Il popolo solleva la faccia contristata per vedere se alcuno viene a sovvenirlo di consigli o di comandi. Gli uni non mancarono nè gli altri. I giovani della milizia, e sopra tutti Dante da Castiglione, presero a dire essere venuto il tempo di combattere, porgere Dio nella sua misericordia l'occasione per liberare la città: il popolo s'infiamma, la parte migliore dei magistrati acconsente, il gonfaloniere esulta ancora egli e promette in tanto stremo non si rimarrà neghittoso a vedere.

Due dei Dieci andarono in gran fretta a trovare Malatesta Baglioni e Stefano Colonna, e a pregarli che volessero rendersi al palazzo per consultare; ambidue si mostrano rilenti a obbedire, pur vanno, — il primo in compagnia di cinquecento soldati, armato di corsaletto e di celata.

Per le scale del palazzo Zanobi Bartolino ricambia una parola col Malatesta, e con quella parola gli pone in mano il pugnale per trucidare la patria.

Stavano adunati la Signoria, i Collegi, i Dieci, i Nove e i gonfalonieri dei sedici gonfaloni. Quivi con acconce parole Rafaello Girolami espose; la mente del governo essere di rassegnare l'esercito e poi rimettersi in tutto all'arbitrio della fortuna e combattere. Malatesta a siffatta proposta rispose le seguenti parole riferite da Giovambattista Busini[312].

«Signori, io sono venuto a farvi reverenza ed ho indugiato sino ad ora perchè mi era detto che le Signorie Vostre mi volevano gettare a terra di questo palazzo; tal vedo tra voi che mi mostrò sempre aperta, la finestra dalla quale fu precipitato Baldaccio; — e pur ora, salendo, udii dire da uno dei vostri cittadini: Va' pur su, va' pur su; tu non uscirai. Io non sono traditore, ma vi affermo che poco più avete rimedio a salvarvi.»

«Noi non vi chiamiamo», riprese il gonfaloniere, «per udire discolpe, — conosciamo a prova la fede e prodezza vostre, e in queste intieramente noi confidiamo. Nei liberi reggimenti non è da farsi conto delle parole che si vanno ad ogni ora spargendo dintorno dai malcontenti e più spesso dai tristi; a voi basti possedere la fidanza della Signoria. Noi vi chiamiamo per sapere quanta gente abbiamo e per fare la rassegna[313].

«Voi avetene poca.»

«Quanta poca? Non paghiamo dodicimila paghe? Che dite voi? Perchè ci fate pagare tanti danari non avendo gente?»

«Per mantenere la reputazione a voi e a me; perchè se i nemici sapessero che noi abbiamo così poca gente, darebbero l'assalto alla nostra città.»

«Noi vogliamo ad ogni modo rassegnare la gente.»

«E come? Non c'è una picca tra' soldati.»

«E dove sono quelle di cui li provvedemmo?»

«Ne hanno fatto fuoco per cuocere pesciduovi.»

«Quante ne manca?»

«Ne mancano seimila.»

«Saranno provvedute domani.»

«Mancano gli arnesi ai cavalli per trainare le artiglierie.»

«Abbiamo gli arnesi.»

«Mancano i cavalli.»

«Abbiamo i cavalli.»

«Dunque i traditori siete voi», rispose alterato il Malatesta, «che tutte queste cose avete provveduto e meco non ne teneste parola.»

«Malatesta, a mani giunte vi supplichiamo ad assaltare il campo.»

«Questo non è possibile.»

«L'esercito è scemato, il capitano lontano.»

«Eccelsi signori, v'ingannano; poche genti mossero contro al Ferruccio. Fabrizio Maramaldo e Alessandro Vitelli lo stringono su quel di Pistoia con due eserciti due volte maggiori di quello che farebbe mestieri per opprimerlo. Qui sta il principe, e veglia attentissimo per ributtare chiunque esca.»

«No, le nostre spie non c'ingannano; sappiamo tutto: il principe ha mosso contra il Ferruccio con la gente più valorosa del campo, nove o diecimila tra fanti e cavalli; a guardare il campo rimasero da quattromila e dei peggiori; sappiamo avere ordine di non uscire a fare giornata, bensì in caso di difficoltà ridursi nel forte della piazza abbandonando il Sassetto, Musciano, Giramonte, il Gallo e gli altri luoghi forti; noi abbiamo seimila ducento settanta soldati in punto da combattere, ottomila della milizia cittadina; allestimmo ventidue pezzi di artiglierie da campo: voi lo vedete, sappiamo questo ed altro ancora[314].»

«Voi non sapete nulla... voi non sapete nulla; vi mettono di mezzo, vogliono la vostra rovina..»

«Bene, sia, — noi vogliamo combattere; vostro ufficio è obbedirci.»

«Voi mi volete ammazzare, — ma ammazzerete un corpo fradicio.»

«Che parole, che pensieri sono questi vostri, messere Baglioni? Noi vi ripetiamo che vogliamo combattere.»

«Or da che parte intendete uscire, signori? Da San Friano no, perchè da Monte Oliveto ci sfolgoreggiano i nemici con le artiglierie fin sulla porta e impediscono attelarci in battaglia, e inoltre abbiamo i Tedeschi di San Donato in Polverosa alle spalle; non da San Pier Gattolino, perchè, come vedete, le batterie avversarie distano dalla città un tiro di archibuso appena. Da San Giorgio nemmeno, standoci di faccia il cavaliere del Barduccio. E quando pure potessimo stenderci in battaglia, affrontare i ripari e superarli, chi ci difenderà in quella disordinata zuffa da seimila fra Tedeschi e Spagnuoli che c'incalzeranno dietro nuovi della battaglia e composti? Uscendo dalla parte opposta dell'Arno ci mancano le forze, perchè dobbiamo tenere guardato il monte e sostenere la cavalleria, alla quale dal nostro canto non possiamo opporre cavalli. — Ora pensate voi se io, od altri v'inganna[315].»

«Messere Malatesta», notò Michelangiolo Buonarroti, «non ha osservato che l'Arno è gonfio, nè così di leggeri potranno aiutarsi i nemici delle due sponde del fiume[316]. Messere Malatesta ha lasciato eziandio inosservato che per la via di Rusciano e per la valle verso il Gallo può molto bene avanzare la gente senza timore d'impedimento per le artiglierie nemiche.»

«Il signor Malatesta», riprese Francesco Carduccio, «ha pur anche dimenticato che quantunque volte i Fiorentini assaltarono il campo, stettero a un pelo di metterlo in rotta... La causa poi per cui mancammo il fine, se si partisse dalla fortuna o da che muovesse, — meglio di tutti può dirvi qui Malatesta Baglioni.»

«Carduccio, Carduccio, la vostra lingua ferisce velenosa quanto quella della vipera.»

«Piuttosto le vostre orecchie stanno tese con più paura che quelle della lepre.»

«Voi mi portate rancore, voi vorreste farmi capitare male, — un giorno verrà in cui i Fiorentini si accorgeranno chi di noi due fu traditore.»

«Ma io credo che, per saper questo, i Fiorentini non abbisognino aspettare pure un istante.»

«O signore Stefano», interruppe il gonfaloniere, «perchè non ci aprite la mente vostra? In negozio di tanta importanza certo il vostro consiglio varrebbe a farci deporre o confermare la opinione nostra; — in nome di Dio, favellate.»

«Onorando messere Rafaello, questa eccelsa repubblica possiede copia di capitani, come il signor Malatesta e il commessario Ferruccio, i quali assai meglio di me varranno a torvi d'impaccio; pure, dacchè così volete, vi dirò schiettamente il parer mio. Nei termini ai quali vi veggo ridotti, vi consiglierei ad accordare; nonpertanto io vi ho promesso difendere il poggio, e sia che si voglia, — vi terrò fede: se delibererete uscire, uscirò anch'io, non degli ultimi, ma nè anche dei primi! — è tempo che il signor Malatesta assuma questo principalissimo ufficio di capitano generale.»

«Prodi uomini», si volge il Carduccio ai capitani chiamati nella consulta, «pare a voi potersi assalire il campo con buona speranza?. Siamo da quindicimila contro quattromila, nè l'animo ci manca.»

«Non è vero... e' v'inganna», grida Malatesta.

«Tacete, Malatesta, — io ve lo impongo in nome della legge. Stanno in Fiorenza quindicimila circa soldati, — buona e animosa gente; — il principe d'Orange ha abbandonato il campo, si trae seco quattro colonnelli italiani, tutti i cavalleggeri, compresi gli stradiotti, non so quanti archibusieri, da tre mila e più fanti tra Tedeschi e Spagnoli; — arrogete il campo essere scemo delle bande del Maramaldo e del Vitelli; — ancora, devonsi aggiungere gli Spagnuoli ribellati che sotto la condotta di Cuviero stanziano ad Altopascio; — noi dunque superiamo adesso di gran lunga il nemico».

«Odilo!» proruppe Malatesta, «non par ch'ei dica la verità? Come avete saputo tutte queste cose, messere?»

«Queste sappiamo ed altre più assai, Baglione. — Noi sappiamo ancora che ieri a tre ore di notte...»

«Che ardireste?...»

«A tre ore di notte due uomini fuori di porta Romana si restrinsero a segreto parlamento; — uno di loro adesso arriva a Prato; — voi comprendete che possiamo dunque sapere dove in questo punto si trovi l'altro, — Malatesta...»

«Ah! voi mentite...»

«Soldato! Se tu sei barbaro, come Brenno, sappi che io sarei romano, come Papirio; ma rammenta che le armi di che hai cinto la persona e l'apparecchio dei cinquecento soldati coi quali tu minacci non potrebbero forse salvarti.» — E tra mezzo a un tumulto sempre crescente, allo schiamazzo universale, con maggior voce il Carduccio continua:

«Non anche noi siamo ridotti ad avere scettri di avorio e canizie per difesa; qui sotto le vesti abbiamo i nostri pugnali, — nei nostri petti un cuore che freme alla vista dei traditori...»

Si prolunga il trambusto; i capitani perugini si stringono attorno al Malatesta silenziosi e minaccevoli; — i padri si agitano sui seggi, — parlano o piuttosto gridano tutti. Veementi erano i gesti, veementi le parole; — i capi ondeggianti davano sembianza di mare commosso o di campo di spighe quando il vento soffia. Pure, adoperandovisi i migliori cittadini, lo stesso Malatesta accennando che volea parlare, si placò a mano a mano lo schiamazzo; in mezzo al digradante conturbamento fu udita la voce del Malatesta:

«Che libertà è questa vostra? Volete libero reggimento, ma soltanto per voi; — amate il favellare sciolto finchè vi giova; — quando vi nuoce, condannate il malcauto ad avere mozza la testa. Io ho aperto francamente il parere mio, perchè amo questa città davvero e perchè non vorrei vedere voi altri trucidati sotto i miei occhi.