Part 67
Questo insigne monumento scomparve sotto il principato; in vece sua orna adesso Livorno la statua di un principe con quattro uomini incatenati sotto nella base, ingenua espressione della monarchia! — Chi è costui? Prima fu cardinale, poi principe della Toscana per retaggio del suo fratello maggiore morto di veleno. Quale impresa rammemora il monumento? Nessuno lo sa. La storia tace. Le statue ritte al principe vivo, più che dimostrazione di grandezza in lui, fanno testimonianza della viltà di chi gliele offriva. Non forse i Romani inaugurarono statue a Domiziano, a Nerone e a Caligola? Se i cranii dei Medici inariditi dentro le loro sepolture potessero formare un desiderio, certo vorrebbero rovesciati i propri simulacri. Oh! voi sapeste quanto è cosa dura la memoria a colui che si spense nel rimorso. I Medici già quasi avrebbero conseguito l'oblìo: le monete dalla loro effigie consumava il tempo: la storia udendo i delitti di quella turpe famiglia gittò lo stilo e non volle registrarli; chè nè tante furono nè tanto scellerate le colpe degli Atridi; e poi questi costrinse il fato, mentre nei Medici fu spontaneità di libidine e di sangue... — per altro non si ricorderebbero; stanno le statue: — in ciò che più agognarono, adesso rimangono puniti, — nella bassezza di turpi lusingatori. Durino quelle statue; non le logori il tempo, la inclemenza dei cieli non le offenda: i principi hanno elevato con le loro mani il proprio supplizio; — ogni uomo sa dove lanciare una maledizione: assai lunghi anni si conserveranno così. Quando mutilate cadranno ingombrando, masse deformi, il terreno, possa urtarvi dentro il cieco e rifiutarle, esecrandole, per seggio dove aspettare l'elemosina del popolano che passa.
Col sembiante dimesso, ravvolgendo mesti pensieri, passeggia il Ferruccio sopra la estrema sponda del mare; volge i suoi passi verso la parte di ponente, — ad ora ad ora solleva lo sguardo e geme, non trova luogo dove fissarlo senza che si rinnovi in lui un'antica memoria di dolore: guardando a man destra scorge la eminenza dove già stette Torrita, l'antica città; — in lei si agitarono alti spiriti, in lei fu copia di santi affetti, in lei care ricordanze, decoro di sapienza e di grandezza: adesso rimase ogni cosa sepolta, un denso strato di terra la ricuopre, un altro più denso di oblio; sparirono fin anche le rovine; il tempo non ha lasciato neppure una lapide dove piangere la morta città. Questo dileguarsi di città e di reami senza segnar traccia fra i posteri, — questo morire tutti e il non vedere differenza alcuna tra la estinzione di un popolo e la caduta dell'erba dei campi davanti la falce del mietitore, contristavano amaramente l'anima del nostro eroe. Nè gli giova meglio guardare a manca; quivi a breve distanza nel mare gli si presenta un monumento che richiama alla memoria un popolo italiano svenato da un altro popolo italiano, — la terribile battaglia della Meloria. Colà Pisa giacque sotto la fortuna di Genova. Oh nefande guerre fraterne!... Ferruccio dà volta e indirizza il cammino verso levante: adesso si pone a contemplare il cielo e le acque. — Magnifici elementi! Dapprima gli sembra che emuli poderosi vogliano cimentarsi percorrendo a gara il cammino della eternità sopra due parallele infinite, poi lontano lontano, quasi li prenda fastidio della corsa solitaria, — si riuniscono, — si confondono — continuano uniti il sentiero che loro avanza per giungere al punto determinato. Il mare spiana le acque perchè il cielo vi contempli dentro la propria bellezza, e il cielo ricambiando l'amore del fratello gonfia con l'influsso della sua luna le marine, col tremolìo delle stelle irradia i lembi dei flutti mormoranti; e quando la divina lampa del sole ha infuocato le sue sfere, non sembra che la deponga in grembo al mare perchè si riscaldi a sua posta? In riva al mare sorgeranno per avventura pensieri strani, se vuoi, ancora bizzarri, ma sempre grandi: nè alcuno presuma immaginare alti concetti, se prima non contempla questa gloriosa creazione di Dio: se mai tu ti affacciassi al mare, e il cuore rimanesse muto dentro di te, calca di un piede l'aratro e rompi il seno della terra, — la natura ti destinava per questo.
Lo spirito del Ferruccio per siffatte immagini si estende; concepimenti sublimi si affollano come ispirazioni al pensiero di lui, ch'egli si affatica a ridurre a tale che possa la favella significarli e l'altrui ingegno comprenderli. Quasi tratto fuori di sè, si percuote la fronte e, gli occhi fissi nell'alto, esclama:
«Magnifica, Creatore, l'anima mia, — pel mio cuore basta!»
Vico Machiavelli si accosta frettoloso al Ferruccio, grave cura lo preme, — da lontano lo chiama, — quegli non ascolta, — replica la chiamata e sempre invano; — giuntogli dappresso, lo scorge, quasi tolto a' sensi diversi, tendere ansioso lo sguardo su le acque, come farebbe la madre che affidò il figlio all'Oceano per iscoprire la vela che deve ricondurglielo tra le braccia; e poichè alla voce aggiunse il tirare della veste, Ferruccio lo guarda in volto e favella:
«Chi sei? Perchè mi togli la visione della mia gloria? Vico, tu qui?» — e, senza attendere risposta, continua: «Vieni, siimi testimonio che in questa ora Dio mi ha rivelato il disegno di poter tutelare non solo la libertà della patria, ma cambiare la faccia all'Italia, — forse anche il mondo. Vedi là oltre?» — e col dito gli accenna davanti a sè, — «là oltre è Africa; piegando alquanto a levante, quasi dirimpetto a Roma, giaceva Cartagine... Quando la fortuna di Annibale prostrava le forze romane in Italia, i padri nostri ardirono accogliere lo stupendo divisamento di portare la guerra in Africa, e Scipione mutò i destini del mondo, però che Annibale accorrendo in aiuto della patria, — all'aquila romana tornò il cuore a riprendere il fatale suo volo a traverso la terra[298]. Più che le libertà italiane premono ai Dieci e alla Signoria di Fiorenza le case e masserizie loro; la fortuna di rado favorisce i meschini concetti, spesso gli audaci. Essi mi hanno rivestito di facoltà che paiono amplissime, ma sottosposte alla condizione di volgermi più che io possa veloce alla tutela di Fiorenza: Corri, mi hanno detto, ma dentro il circolo che noi ti segniamo. — Ah! mi avessero dato balìa di movermi a mio talento, ecco, imitando l'esempio di Scipione, giorno e notte camminando con passi accelerati, mi spingo a Roma, sorprendo papa e cardinali, distruggo il papato, sciolgo il voto del Frangsperg[299], — le dottrine di Lutero, che già serpeggiano, non pure nel popolo, ma nelle reggie dei principi[300], confermo, — la mia causa aggiungo a quella dei riformatori in Germania, — scuoto il seggio di Carlo, — libero a un punto l'Italia dal giogo spirituale e temporale, — rifabbrico il Campidoglio, — resuscito il popolo romano...[301] Ahimè! questo pensiero mi ucciderà; bisogna che tenti dimenticarlo. Chiudiamoci in Fiorenza, manteniamo viva la lampada, dacchè ci è conteso suscitare l'incendio; anche qui occorre pericolo, anche qui è gloria.»
Vico, lasciato trascorrere alcun tempo, favellò:
«Signor commissario, Giampagolo Orsini a grande istanza domanda restringersi a parlamento con voi.»
«Colonna... Orsini..., che vuol da me questa lebbra d'Italia? Per bene egli certo non giunge. La Repubblica ebbe abbastanza di loro. Va' e riportagli da parte mia che s'ei viene a restituire il danaro che sotto fede di condurre dugento fanti e dugento cavalli ai servigi di Fiorenza si rubò il suo consorte abate di Farfa[302], gli renda e si vada con Dio: traditori, per somma sventura, ne possediamo anche troppi.»
«E non pertanto», soggiunse Vico, «ai modi aperti di lui e alle sembianze giovanili, avrei giurato non fosse uso a male opere...»
«Non importa; per essere giovane, non morde meno velenosa la vipera... Ma tu lo dici giovane: di lui non intesi mai novella. Come si chiama suo padre?»
«Renzo da Ceri, uomo assai riputato nella milizia, nè per quanto io sappia, contaminato da brutta fama. Almeno il Cristianissimo lo esperimentò fedele, quanto valoroso capitano.»
«È vero; — lo udrò, — mi aspetti.»
Dopo breve ora, Ferruccio si presentò all'Orsini e conobbe, come gli aveva riportato Vico, essere giovane di belle non meno che di prestanti sembianze. Lo guardò fisso in volto e con voce aspra lo interrogò:
«Orsini, che domandate voi dal commissario Ferruccio?»
«Signor commissario», risponde Giampagolo arrossendo e declinando modestamente lo sguardo, «la fama che in tanto breve spazio avete saputo meritarvi grandissima empie tutta la Italia. Qua mi trasse amore della vostra virtù e desiderio di combattere per la causa che sostenete. Ormai questa impresa diventò tale che le più inclite spade d'Italia vi sono concorse per una parte o per l'altra: ella è amara cosa pensare come non sieno tutte concorse dalla parte più giusta, — ch'è la vostra; — colpa delle nostre voglie divise ed anche del fato, imperciocchè senza intervento dei destini mal saprei dichiarare a me stesso la cecità degli Italiani raccolti nel campo imperiale, i quali guerreggiando Fiorenza par che non veggano come con le proprie mani si lacerino le viscere; — io poco offro alla libertà di Fiorenza, o piuttosto d'Italia, — ma se non offro di più, non m'incolpate; vi do quanto possiedo di danaro e di sangue.»
«Giovane, la causa che piace a me, non sembra che piaccia alla fortuna. Gli Orsini poi cercarono sempre e sopra tutto la fortuna.»
«Commissario, conosco le colpe dei miei padri e le detesto. Per quanto mi fosse concesso operare in pro dell'Italia, assai di leggieri comprendo non potrei a gran pezza ristorare il danno che le arrecarono i miei. Ma s'è folle che il nipote insuperbisca pei vanti paterni, ingiusto è del pari che a cagione del padre si abbia a disprezzare il figliuolo: e certo voi, commissario Ferruccio, non accogliete sì bassi spiriti nè contenderete che un giovane procacci con la sua spada la sua fama, nè vorrete ch'io getti via disperato una vita che potrei spendere utilmente pel mio paese, gloriosamente per me.»
«Udite, Giampagolo, giunto a questa parte della età mia, per amara esperienza, ho conosciuto che il linguaggio quanto più si mostra generoso, tanto maggiore abiezione dell'animo adombra.» — Qui il giovane alzò gli sguardi e li tenne fieramente fermi negli sguardi del Ferruccio, il quale continuava: «Però questo non dico per voi, Giampagolo, imperciocchè se la ipocrisia potesse mentire, come fate voi, non dirò favella, ma colore, sguardo e tutto in somma, allora davvero mancherebbe ogni via per iscoprire la virtù, e col timore di essere ad ogni momento tradito la vita non meriterebbe il pregio di essere conservata tra tante tribolazioni. Venite dunque a parte di quei pericoli e di quella gloria che mi destinano i cieli, certo almeno di questo, che, qualunque sia per essere la nostra fortuna, non mancherà di chiara ed onorata fama.»
[Illustrazione: L'Antinori si ostina.... _Cap. XXVII, pag. 626._]
Giampagolo gli strinse la mano, Vico l'altra, e fecero atto di volergliele baciare; lo impediva il Ferruccio, che commosso altamente diceva:
«No, no, venite tra le mie braccia: aveva un figlio, ora mi trovo a possederne due: non dubitare, Vico, basta a tutti l'anima mia. Orsino, buon augurio mi dai, tu mi accresci le forze alla speranza.»
Questo fatto io trovo registrato da tutti gli storici, nè io ho voluto tacerlo, e tutti quelli che con auspicio ed ingegno migliori prenderanno a parlare di questi tempi, scongiuro a non lo lasciare inonorato. Certamente lo straniero si meraviglierà di questa lode, e non saprà persuadersi come si abbia a levare a cielo azione così naturale. I comandamenti della legge di Dio non dovrebbero per avventura comprendere ancora il precetto al cittadino di sovvenire con tutte le forze la propria patria? Giampagolo Orsini non aveva forse sortito i suoi natali in Italia? Ma lo straniero cesserà la maraviglia per due cause: una che senza la mia spiegazione gli sarà nota, cioè che gli uomini in generale sogliono i comodi anteporre alla fama; l'altra poi (e quantunque mi gravi dirla, la manifesterò ad ogni modo, poichè a me non piaccia la ipocrita carità patria che dissimulando le colpe assopisce con encomii bugiardi, e ufficio vero di buon cittadino consideri la rampogna acerba che conduce all'ammenda) abbisogna di commento italiano, ed è questa, che o per ira di Dio o, come credo piuttosto, per tristizia degli uomini, fummo e siamo noi altri Italiani siffattamente divisi che il Romano crede avere che fare col Fiorentino quanto con un abitante dell'Oceania o di quale altra più remota parte del mondo. I Piemontesi si reputano così estranei alle cose d'Italia che, favellando con Toscano, Romano o Napoletano, hanno in costume di designarlo così: — Voi altri abitanti d'Italia. — Questo mal seme funestando il nostro paese nei tempi di che si parla anche più fieramente che ai nostri, l'azione dell'Orsini non parrà ufficio patrio, ma sibbene amore purissimo degli uomini e della libertà.
Il Ferruccio, lasciata Livorno, si riduce a Pisa: qui appena giunto gli scemò la speranza, non l'animo. Gli aveano dato i Signori poteri ampissimi, anche di donare terre e città, ora che da Volterra e Pisa in fuori non ne tenevano altre nel loro dominio; lo avevano eletto generalissimo degli eserciti, nè gli mandavano gente o pecunia per farne; soffriva i tormenti di Prometeo, si assottigliava l'ingegno per trovare danari, e non rinveniva il modo; n'ebbe dall'Orsino, ma pochi: egli davvero si sarebbe coniato anche il cuore. Quantunque di natura piuttosto superbo che altero: come Provenzano Salvani[303], si condusse a tremare per ogni vena supplicando fin colle lagrime i più facoltosi tra i cittadini pisani, affinchè gliene imprestassero, offrendo sicurezza sopra i suoi beni e su quelli dell'Orsino: vedendo non fruttare le preghiere nè la promessa di largo guadagno, mutata mente, impose pagassero; chi rifiutasse sarebbe carcerato; sopportassero tutti la taglia così cittadini come forestieri; e poichè uno di loro disse avrebbe sostenuto piuttosto morire di fame o impiccato che pagare pure un quattrino, comandò nessuno ardisse recargli cibo o bevanda. L'ostinato Pisano non perciò si rimuoveva[304], e il Ferruccio sempre più si fermava nel suo proponimento, e lo avrebbe per certo fatto impiccare, se i suoi parenti pagando per lui non lo avessero liberato[305].
Nè già si creda che nel Pisano ciò fosse tutta avarizia, ma in gran parte rancore contro i Fiorentini, i quali dopo ferocissima guerra più che quindicennale tolsero alla sua patria la libertà. Fu questa veramente colpa dei Fiorentini, della quale però gli avrebbe, non che assoluti, celebrati la ragione politica, se, come intendevano, riuscivano a dominare sopra la universa Italia. Tra la serie infinita di sventure volle il destino che il concetto medesimo agitassero i principi e le repubbliche d'Italia, ma le forze si trovassero così equilibrate con quelle degli altri, tanta sapienza dimostrassero gli stati a stringere lega tra loro, onde altri non crescesse, che nessuno potè condurlo a fine; sicchè le conquiste delle terre vicine, mancato lo scopo, parvero ingiustizie, l'esito non giustificò la rapina; suscitaronsi odii che non poterono poi spengersi con i vantaggi di bene universale; l'amore di municipio non si trasfondendo nell'amore di popolo italiano, diventò furore. Adesso la piaga non duole... perchè la si è fatta cangrena.
Mentre più si travagliava il Ferruccio in questa faccenda, Luigi Alamanni, istando presso la nazione fiorentina stanziata in Lione, raccolse certa quantità di pecunia e la inviò speditamente al valoroso commissario[306]. Riprese lena, si dette a levare gente, formò nuove compagnie, mescolò agli inesperti certa quantità di provati, esercitò tutti, rivide le cittadelle e le munì; scrisse lettere ortatorie agli uomini del contado e ne ottenne cavalli. Molti lavoratori si presentarono co' loro arnesi rurali, ed ei ne formò due compagnie di marraiuoli senza provvederli di altre armi, perocchè sapeva che gl'istrumenti co' quali si lavorava la terra sono eziandio molto bene acconci a difenderla; ragunò vettovaglie, apprestò cariaggi, scale, polvere, ogni maniera munizione. Considerando dovere tenere la strada per vie dirupate, alle artiglierie impraticabili, per non rimanere privo di questo potentissimo mezzo di guerra, ordinò dodici moschette o vogliamo dire spingarde, da potersi accomodare in qualunque più arduo luogo mercè alcuni cavalletti molto agevoli al trasporto, finalmente apprestò copia di trombe di fuoco artifiziato e distribuì ad ogni capitano la sua. L'antico Briareo non sembrò più favola, egli operava ratto e molteplice, come se la natura gli avesse compartito cento braccia e cento teste.
Però mentre a tante cose provvedeva, dimenticò sè stesso. La vigilia prolungata, i soprumani travagli, l'oblio degli alimenti lo fecero macro, gli occhi gli diventarono vitrei e fissi, sopra le guance pallide ad ora ad ora appariva una striscia di colore etico. Un giorno, mentre più acuto costringeva il pensiero alla meditazione, gli si turbò il cervello; come arco troppo teso si rompe, e il dardo pronto a volare nel brocco cade senza forza od obliquo, così la sua immaginazione giacque spossata; sente lo sfinimento del naufrago sopraffatto dalle onde burrascose, gli si abbuia l'intelletto; la febbre, la quale dopo le ferite tocche a Volterra quando più quando meno non gli aveva mai dato tregua, gli riarde il sangue e gli ricorda essere la sua anima legata pur sempre all'inviluppo di carne.
Lo tormentò un lungo delirio, ma anche nel disordine delle facoltà intellettuali splendè luminoso a guisa di stella che tolta all'armonia dei cieli si avvolga nella sua vagante carriera non meno lucida di prima. Furono le sue visioni di patria, di battaglie, di gloria, qualche volta di sconforto, ma rade e passeggiere, quasi tenue nuvola presto portata dall'ale dei venti traverso il disco della luna.
Risensato appena, solleva il fianco ed esclama:
«Abbiamo combattuto? Abbiamo vinto? — Ah! il morbo mi tiene giacente nel letto. — Porgetemi l'arme; io non ho tempo di trattenermi ammalato, non voglio essere infermo... anche un mese di salute, fortuna, poi a cui la vuole gli dono la vita...»
A queste aggiunse altre parole, nè i circostanti riuscirono a fargli deporre quel suo proponimento, se il medico discreto non lo ammoniva che in cotesto modo agitandosi prolungava la sua infermità con danno inestimabile della patria.
«Vico», disse un giorno al Macchiavelli, «chiamami i miei capitani, la vista di questi prodi uomini mi conforterà l'anima. Ahi quanto mi travaglia Fiorenza!»
E i capitani vennero, coperti di armi maravigliose, a vedersi; e il Ferruccio esultò e,
«Alzatemi», soggiunse, il gonfalone col motto di LIBERTÀ davanti gli occhi; se gli occhi, sollevando io non vedo le pieghe di questo venerato vessillo occupare parte dell'azzurro del firmamento, parmi vedovo il cielo, — non mi riesce di pregare Dio. — Anime generose, deh! non mi mancate in tanto estremo, obbedite adesso ad ogni mio comando.... Voi lo vedete... non ve lo chiedo per me... per la patria vostra lo chiedo... a voi tutti palpita un cuore... voi tutti avete od aveste una madre... una donna... una cosa cara nel mondo, — voi non rallegrerebbe questa dolcezza di amore senza la patria.... Amate... amate la patria.... Credete in me, — Dio non ne sarebbe geloso, se voi l'amaste anche sopra di lui.»
«Capitano Ferruccio, state di buon animo, noi vinceremo o ci faremo ammazzare con voi.»
Il giorno veniente ordinò si schierassero i soldati lungo le sponde dell'Arno; egli sorretto da Vico e da Giampagolo si accostò al balcone per contemplarli, — erano tre mila pedoni, trecento circa cavalieri, — buona gente, ma pure tre mila trecento. Ferruccio stette a considerarli con liete sembianze, poi all'improvviso si fece tristo, e tanto non potè frenare la interna passione che non prorompesse in queste acerbe parole:
«Ecco lo sforzo d'Italia per combattere lo straniero. Tre mila trecento uomini e con pene di sangue allestiti. Quanti eravate schierati su queste sponde medesime e di una sola città d'Italia, — di Pisa, — quando moveste a battaglia di morte contro una città sorella... la repubblica di Genova? Sedici mila rimaneste morti o prigioni nella terribile battaglia della Meloria[307]. E un sacerdote benedisse le armi raccolte alla strage fraterna; ma Cristo abborrì rimanersi complice a tanta nefanda scelleraggine, e poichè le mani aveva inchiodate, per farsene velo agli occhi, si staccò dal gonfalone e traboccò su le pietre con caduta più dolorosa... avvegnachè contemplasse dai cieli essere stato il suo sacrifizio indarno, — le sue parole di pace scese come rugiada sopra la sabbia del deserto... e il suo cuore si contristò... e gli angioli piansero...[308] Su, alzatevi, fratricidi, lasciate i vostri sepolcri di acqua e di terra, venite ad ammendare le colpe prima che la tromba vi chiami al supremo giudizio... Silenzio! — il sepolcro apre la bocca, ma per divorare soltanto... O forsennati! migliaia foste a trucidarvi fra di voi; — giungete appena alle diecine per combattere lo straniero!...»
Dove nacquero, come si chiamarono gli eroi che, comunque pochi, pure in cotesti tempi giunsero a tre mila trecento in Italia disposti a vincere o a morire per la libertà?
Non isbigottirti, lettore; non è questa una minaccia di rassegna d'esercito. Io non mi sento _epico_ abbastanza da cimentare così la tua pazienza; e poi, tu il sai, io rinnego la pazienza per virtù nè vorrei che tu la possedessi, lettore, almeno per ora. — Assicurati: — le rassegne soglionsi porre nei secondi canti, e potrai, volendo, riscontrarle in Omero, Tasso e negli altri santi della poesia scolpiti in pietra e da secoli esposti entro le nicchie alla adorazione delle genti; — io me ne sono dimenticato quando ci cascava il taglio, e adesso è troppo tardi per riparare il fallo.
Dove nacquero questi eroi non so, come si chiamarono, tranne pochi, nemmeno; — ma di questi pochi, vinci il fastidio, amico lettore, se sei italiano, e leggi i nomi — nudi, — soli, — non fosse altro per gratitudine e per imporne uno al figliuolo che sta per nascerti: potresti fare di meno in onoranza di guerrieri che dettero la vita, tentando conservarti la libertà?
Vissero uomini (che Dio li perdoni) a cui talentò calunniare la gloria e dirla polizza giuocata alla lotteria della storia, fumo, sogno e mattana. — Non è forse sfrondato abbastanza l'albero della vita onde ci affatichiamo ad abbatterne le ultime foglie? — Evvi una gloria che presto si spenge, come la luce della farfalla detta _lanternaia_, côlta dalla morte e ve n'è un'altra nella di cui lampada il tempo versa secoli e secoli per alimentarla. Evvi una gloria per gli oppressori dei popoli, e ve ne ha un'altra pei liberatori; — la prima danno gli uomini, la seconda scende dal cielo. — Salute, o vera gloria! Nè calunnia nè dubbio potranno mai tanto accecare l'uomo che non veda questa stella polare della sua vita. Tu scintilli traverso le mura del carcere, — tu coruschi anche sul ferro della scure. Pochi anni bastano a disperdere le dovizie raccolte, — la verga del potere tosto o tardi si rompe come vetro nelle mani dei potenti, le tombe orgogliose, le piramidi stesse non salvano dall'oblío; — ma tu fedele al tuo amante irradii il suo tumulo modesto; — le generazioni che uscirono dal tuo fianco quinci derivano ogni giorno decoro, nè tu consenti che impallidisca per tempo; il tuo iride divino, volga la stagione procellosa o serena, non iscomparisce mai dal cielo dei generosi. No, — non è un sogno la gloria, se dopo tre secoli di morte e di servitù, palpitando cerchiamo i nomi dei difensori della libertà patria, se gli rinnoviamo nei nostri figliuoli, se nel pronunziarli il sangue nei suoi moti si accelera.