L'assedio di Firenze

Part 65

Chapter 653,639 wordsPublic domain

I compagni di Dante, facendosi largo con gli urti, menando busse e calci, acquistando animo quanto gli avversari ne smarrivano, dal plauso popolare confortati, guadagnano terreno. Non fu però senza contrasto la vittoria; spesso da una parte e dall'altra uscivano di schiera giuocatori vomitando sangue e denti; più spesso accorsero per ordine del maestro del campo esperti famigli che trassero dalla calca alcuni caduti e tutti pesti, li portarono a braccia nelle tende, dove gli affidarono alle cure dei medici: pur finalmente dopo vari casi Dante si accosta allo steccato: la immensa brama di balestrare oltre il Morticino, non gli concede di appressarvisi: tuttavia allarga le gambe e tanto preme vigorosamente le piante che il terreno gli si avvalla dintorno, — stringe più forte con le braccia l'avversario, più acuti gli addentra i denti nelle carni, — quindi da sè respingendolo con veementissimo impeto, lo caccia a rotolare lontano nella polvere, al di là dei cancelli.

Il popolo assurge dai suoi seggi e quasi percosso da delirio prorompe in grida inestinguibili, la gloria del Castiglione levando a cielo. Le trombe ne suonano il tronfo. Ogni buon popolano tenne come sua la vittoria di Dante; tutti si congratulano, gli fanno festa dintorno; le donne sventolano i pannilini dai balconi e gli gettano a piene mani fronde di alloro.

Un tenebrore di morte fasciò gli occhi allo Antinori; stette alquanto come morto, ma quando gli si avvicinarono i famigli per aiutarlo, egli balzò in piedi da sè e volse attorno trucissimi gli occhi. Quel volto, per ordinario pallido, ora livido e nero, il sangue rappreso, lo sguardo torto empirono di spavento i famigli, che non si attentarono accostarglisi. Come si narra dell'antico Anteo, che quante volte traboccato a terra, tante si rialzava di nuovo vigore ingagliardite le membra, costui se cadde tristo, si levò iniquo: rotto ormai ogni freno, il pudore postergato al mal talento, irruppe nelle più brutte turpitudini per offendere il Castiglione: cospirare alla perdita della patria e della libertà, purchè fruttasse adempimento della implacabile vendetta, non solo reputa atto indifferente, ma gli parve merito e dovere; e poichè, o peccato nostro o naturale cosa, troppo più operative vediamo essere la invidia e le malnate passioni che non l'amore della virtù e gli affetti gentili, così gli venne fatto di riuscire oltre le speranze. Tanto si travagliò costui che i giovani nobili, delusi, desiderarono la tirannide dei Medici, come partito unico di emanciparsi dal giogo del popolo.

Ad atterrire le menti sopraggiunsero giorni adri per casi lacrimevoli e per sinistre apparizioni, chiamati dai volgari _egiziachi_ o più comunemente _uziachi_. Il sole scurò ai ventotto di marzo, e con paura notarono che quantunque volte il sole eclissava, seguivano in Firenze tristi accidenti. Pochi giorni dopo fu decapitato Stefanino delle Doti per avere in compagnia di Piero di Giovanni del Fornajo ucciso a tradimento messere Bernardino di Arezzo, insegna dei signori Dieci, mentrechè usciva di palazzo. Otto Cocchi, senza che se ne sapesse la cagione, di per sè medesimo si tagliò la gola. Un soldato ferito, mal comportando l'acerbità della piaga, fatto caricare da un garzone lo archibuso, se lo sparò nel petto. In piazza dei Signori avvennero tre risse, ed in più parti della città si pose mano alle armi con ispargimento di sangue ed offensione di molti. Lione di Agnolo della Tosa, percosso di un sasso nel capo, mentre battevano la torre di San Giorgio, uscì incontanente da questa vita. E poco prima una masnada di Côrsi di quelli di Pasquino spensero a colpi di alabarda Andre di Lionardo Ghiori e lo rubarono. I frati corrotti spargevano veleno dai confessionali, l'animo ai più baldanzosi scrollavano. I Palleschi già procedevano a testa levata, col motteggio e la minaccia sulla bocca. Gli Arrabbiati non cessavano dal rammemorare la profezia del Frate: che lo aiuto verrebbe quando ogni speranza di soccorso fosse perduta; ma per questa volta con sembiante allibbito e a fiore di labbra.

A crescere lo scompiglio ebbe parte quella Caterina dei Medici che, allora fanciulla di undici anni, per comandamento della Signoria conservata nel monastero delle monache Murate, destinavano i cieli ad esercitare il truce ingegno sul reame di Francia. In costei la ragione sopravanzando l'età, non pretermise argomento di sovvenire alla fortuna della sua famiglia: dapprima vinse parte delle monache e le indusse a seguitare la sua fazione, sicchè il santuario sonò di preghiere discordi e più sovente di male parole e di peggiori fatti; poi divenuta alquanto più baldanzosa, mandò a presentare i sostenuti e i principali Palleschi, quasi per confortarli a tener fermo, con paniere di berlingozzi, nel fondo delle quali aveva effigiato per mezzo di fiori l'arme delle palle. Onde, quando fu deliberato in consiglio qual partito dovesse prendersi sopra di lei, Lionardo Bartolini, repubblicano avventato, non senza riprensione dei più tepidi, disse: «Quando t'imbatti nella vipera ècci forse partito altro diverso da quello di correrle tosto sopra e di romperla co' piedi? Io per me sostengo che la si abbia a mettere spenzoloni da un merlo delle mura contro le prime archibusate del nemico.» — Non pertanto vinse il più mansueto consiglio, e per tôrre via gli scandali mandarono di queto messere Salvestro Aldobrandini affinchè quinci la rimuovesse e nel monastero di Santa Lucia la traslocasse.

Ma sopratutto fu grave sventura la perdita di Empoli. Vi avevano mandato, come altrove dicemmo, per commessario Andrea Giugni, uomo conosciuto sempre svisceratissimo della libertà e nella gioventù sua piuttosto audace che animoso, ma di maniera che sogliono essere i giovani poco civili. Sul quale proposito il Nardi, santissimo petto, pone una avvertenza nelle sue storie che importa molto ripetere, onde gl'Italiani la meditino e se ne giovino: «generosità di animo, che abbiamo per esperienza di questa guerra veduto essere molto differente dal valore dell'arte militare, come ancora per l'opposto abbiamo visto molti giovani di vita modesta e civile essere diventati nella guerra valorosi soldati[290].» E al Giugni aggiunsero per capitano o sargente maggiore Piero Orlandini, il quale reputarono infellonito contro i Medici perchè un suo consorto, chiamato del medesimo nome di lui, avendo in tempo di sede vacante scommesso con Giovammaria Benintendi che il cardinale dei Medici non sarebbe papa, quando il Benintendi gli disse che lo avesse a pagare, rispose voler vedere prima s'egli era canonicamente stato fatto; quasi intendesse inferirne che, non essendo legittimo, non poteva esser papa: per le quali parole, preso e collato, gli fu dopo poco ore barbaramente mozza la testa nella corte del bargello; molto più poi che Francesco Ferruccio non rifinava nelle sue lettere ai Dieci di raccomandarlo come _uomo assai pratico della guerra e che avrebbe fatto loro onore_, chiedendone la promozione come ricompensa alle fatiche sostenute, che intendeva durare in pro della patria[291]; ma costui, rotto alle lascivie e solo intento ai grossolani diletti della vita, esercitava le armi come mestiero atto a procacciargli il pane giorno per giorno, parato sempre a servire quello che glielo crescesse e meglio glielo accertasse.

Il principe di Orange, considerando di quanto grave momento fosse per l'esito della impresa il conquisto di Empoli, deliberò fare ogni sforzo per ottenerlo: comandò pertanto a Diego Sarmiento vi andasse ad oste con tutte le sue bande dei Bisogni, alle quali, per dare maggior nervo, aggiunse alquanti soldati vecchi del marchese del Vasto, impose a don Ferrante Gonzaga vi cavalcasse con tutti i suoi cavalieri, e commise al signor Sampietro maestro delle artiglierie il carico di trasportarvi buona parte dei cannoni del campo; — spedì ancora con diligenza al signore Alessandro Vitelli che stanziava co' suoi su quel di Pistoia quinci si movesse, e quanto meglio avesse potuto celato e spedito si accontasse col Sarmiento sotto le mura di Empoli. Ciò fu ottimo appresto di guerra. Nè pretermise gl'inganni, in cui forse, più che nelle armi, riponeva fidanza. Avuto a sè Giovanni Bandini, gli disse: essere per commettere grave imprudenza, della quale la prospera fortuna poterlo giustificare soltanto, sprovvedere il campo dei migliori combattenti, di cavalli e di artiglierie per espugnare Empoli; volere ad ogni costo prendere quella terra e prenderla presto; lo sovvenisse in quella sua estremità; l'opera e il consiglio suoi assicurarlo meglio di venti bombarde; andasse, vedesse se v'era modo appiccare alcuna pratica con quei di dentro; nelle sue mani depositare il proprio onore e la propria vita: — e a queste aggiunse tante altre di quelle parole che i signori sanno trovare quando hanno bisogno degli altrui sussidi.

Promise il Bandini e mantenne oltre la promessa; imperciocchè, essendosi aggiunto Nicolò Orlandini, fuoruscito di Firenze e sviscerato Pallesco per soprannome il Pollo, mandò un segreto messaggio al capitano Piero Orlandini, sua conoscenza vecchia, per fargli palese che, se avesse potuto ascoltarlo, egli era per dirgli parole che lo avrebbero reso il più lieto uomo del mondo. Si strinsero tutti a parlamento, e il Bandino col Pollo, parte col mostrargli la causa della Repubblica perduta, parte con buona somma da pagarglisi di presente, molto maggiore in futuro, senza troppa difficoltà svolse l'Orlandino a fare il piacer suo. Però l'Orlandini lo ammoniva sul Giugni non potersi contare, avvegnachè ben fosse ignavo e trascurato, ma non pertanto zelantissimo della Republica; ancora doversi prima ostentare una grande dimostrazione di forza e battere furiosamente le mura, dacchè i terrazzani, le reputando insuperabili, e di vettovaglia non patendo difetto, se ne stavano baldanzosi; e poi quel Ferruccio gli aveva esaltati in modo che da senno credevano potersi, non che dagli uomini cogli archibusi, ma dalle stesse donne con le rocche difendere la terra.

Il Bandino, lasciando l'Orlandino bene edificato, conferisce partitamente col Sarmiento, e convengono piantare due batterie, una da parte di tramontana, l'altra verso ponente; alla prima comandò il Sarmiento, alla seconda il Vitelli. Il Sarmiento, cosa per quei tempi stupenda, senza punto ristarsi, trasse trecento colpi di cannone: perchè parte di un puntone e della muraglia si sfasciò con terribile rovina.

Anche a' giorni nostri chiunque ne avesse vaghezza, soffermandosi in Empoli, potrebbe contemplare le stimmate impresse sulle mura di quella terra dallo straniero in pro della tirannide domestica; ma chi passa per Empoli ad altro non attende che a sollecitare la muta dei cavalli per attingere presto la Pafo d'Italia; e sì, che se l'aspetto delle margini sul seno del guerriero reverenza ispirano e amore, amore e reverenza più grandi dovrebbero infondere negli amici le ferite della nostra città. E in questa parte sieno grazie alla tirannide, che lasciava a qualche nuovo Antonio la veste insanguinata di Cesare da agitarsi un giorno davanti al popolo raccolto in benefizio della libertà. — Io mi dilungo dal vero: non vive più popolo, bensì un tristo gregge di animali senza occhi, senza orecchi e senza cuore, — una mandra di enti abbietti assai più che lo stesso tiranno non desidera: egli cessò da gran tempo di tormentarli, perchè non riusciva a strappare loro nè anche un sospiro; li percuoteva sul capo, rispondevano con un sorriso; le mogli ne stuprava e le figlie, e gli profferivano grazie; a qualcheduno gittava la testa di suo padre recisa, ed egli curvo la riceveva e ossequioso come presente di re. Io continuo la storia.

Rovesciata la muraglia, gli Spagnuoli con furiosissimo impeto si cacciarono giù nel fosso per salire all'assalto: giunti in fondo, troppo tardi si accorgono del fallo: quivi la terra melmosa si avvalla loro sotto i piedi, sicchè rimangono inestricabilmente impantanati; e quei della terra, inanimati dal capitano Tinto da Battifolle, gli sfolgorano con gli archibusi, gli ammaccano co' sassi e spesso uccidono a un punto e seppelliscono sospingendo loro addosso interi cantoni della muraglia intronata: e' fu mestiere ritrarsi. Dalla parte di occidente il Vitelli rovesciò spazio non minore di muraglia ma, capitano più circospetto di don Diego, abborrì avventurarsi in quel fondo e si rimase contento a quella prima prova. Nella notte, che come è madre di alti partiti agli animosi così partorisce le paure e i sospetti nei codardi e i tradimenti nei perversi, si restrinsero insieme i più doviziosi di Empoli, tra i quali la storia ricorda Nicolò di Quattrino e Francesco di Tempo, e agli adunati l'Orlandino espose: — come essi dal resistere più oltre molto avessero a perdere, nulla a guadagnare; non volessero mostrarsi tenaci a difendere la libertà di Firenze più di quello che si fosse mostrata la medesima Firenze; già avere ella capitolato; Ferruccio disfatto esulare di Toscana; ormai le cose della Repubblica disperate del tutto; in quanto a sè, uomo di guerra, nulla potere aspettarsi di buono dalla pace; non pertanto increscergli forte delle loro famiglie e di loro; si accordassero ora che si trovavano in tempo buono; non vedevano lo sbigottimento dei soldati dopo che avevano veduto cascare morto su i bastioni il suo capitano Tinto da Battifolle? pensassero qual prova avessero fatto le mura della terra, che il troppo fidente Ferruccio sosteneva bastevoli a qualunque più fiera batteria. In cui fidavano? No certo nel Giugni, badassero che un giorno o l'altro cotesto accidioso, sè e i soldati acconciando con gli avversari, non lasciasse i terrazzani a distrigarsi come meglio sapessero con loro. Dessero pertanto spesa ai propri cervelli; egli ammonirli a fine di bene. — Senz'altro consiglio convennero avesse a rendersi la terra, salve le persone ed i beni; e fu tra loro fermato l'ordine della resa.

Su l'ora del desinare del giorno seguente, per cura dei mentovati cittadini, e di Piero, si tolsero le artiglierie e le guardie da certa parte di mura, e gli Spagnuoli non mettendo tempo fra mezzo corsero a salirvi sopra. Superati appena i ripari, si sparsero per le diverse vie gridando: Sacco, sacco! — e quanti cittadini empolesi capitarono loro davanti, tanti ammazzarono; e cui rammentava la capitolazione, irridendo, rispondevano non avere camminato delle miglia più di mila per non acquistare roba in Italia: le libidini tacquero, — ma di fatti crudeli, e più degli avari non ne fu penuria.

Con la perdita di Empoli comincia l'agonia della Repubblica fiorentina. I nemici accampati sotto Firenze ne fecero festa, e in segno di allegrezza spararono tutte le artiglierie; i Fiorentini all'opposto ne sentirono danno e dolore inestimabile: — persero la vettovaglia quivi in copia raccolta, — rimase loro preclusa strada a procurarsene della nuova, — l'animo dei cittadini cadde, e per prova vediamo niente contribuire tanto ad attirarci addosso una sventura quanto temerla e aspettarla.

Andrea Giugni e Piero Orlandini ebbero fama di traditori, e come tali furono dipinti; la Quarantia li condannò alla pena infame, comecchè contumaci, i loro beni posti nel fisco, le case sfasciate[292]. Tutta speranza di salute riposta nel Ferruccio. La fortuna ha deposto su quel capo la vita o la morte delle libertà italiane, tre e più secoli di progressione verso l'ordinato vivere civile o di storno verso la barbarie. Condizione dolente per un popolo, quanto gloriosa per un individuo, quando la esistenza del primo s'immedesima al palpito del cuore del secondo. Il più delle volte rovinano entrambi: quando invece riescono a stare, la vita di cotesti uomini forma un'era nuova nella durata dei secoli.

I magistrati di Firenze confermano Francesco Ferruccio commessario generale e gli conferiscono autorità dittatoria, cioè quanta n'esercitava la medesima Signoria.

Mentre si disperava del come fargli pervenire la commessione, il Pieruccio si offerse parato di portare la carta e condurre incolumi fino a Volterra Marco di Giovanni Strozzi chiamato Mammaccia, e Giovambattista di Girolamo Gondi per soprannome Predicatore, eletti commissari di cotesta città in luogo di Francesco Ferruccio. Ora stiamo a vedere quali saranno le imprese di questo uomo, che in pochi mesi ha superato in fama i capitani del tempo, e già si avvicina gli antichi.

La storia non riescirebbe piena, nè potrei acconciamente proseguirla, dove io tralasciassi di raccontare i modi adoperati dal Malatesta per ispegnere la virtù dei giovani fiorentini; molti essi furono, e tutti iniqui: cominciò ad affermare deboli i ripari, non già perchè fossero gli edificati mal sicuri, che invece erano sicurissimi, ma pochi: e siccome le ragioni ch'ei ne dava, avevano apparenza di vero, così si attese a soddisfarlo. Si alzarono nuovi puntoni e nuovi cavalieri, si trassero cortine, si cavarono fossi, nulla insomma si pretermise di quanto può riuscire necessario od utile alla maggior fortificazione della città; in ciò egli s'ingegnava, onde i giovani, spossati da coteste opere manuali, non volgessero il desiderio al combattere. I giovani per lo contrario s'infastidirono presto di simili fatiche, e considerarono che se una città senza ripari è debole, molto più debole è poi quando ha ripari, e non cittadini animosi a difenderli. Sparta difesero per molto tempo gloriosamente i petti di cittadini, non già muraglie di sassi: — le iattanze nemiche gli offendevano, — statuirono far prova di sè, anelarono i campi aperti, il sole delle battaglie.

Malatesta, assottigliandosi a trovare suoi espedienti, ora gli armava e rassegnava, prometteva condurli contro al nemico, e quando gli aveva fatti rimanere otto o nove ore in procinto di muovere, gli rimandava sotto vari pretesti; quando non poteva fare altrimenti, ingaggiava scaramucce parziali, o, come allora dicevano, badalucchi senz'altro fine che quello di scemarli con le morti e con le ferite. Però il tristo Perugino sortì esito diverso affatto da quello che si era dato a sperare: i giovani si sbigottivano meno delle perdite che non s'infiammavano pei vantaggi, accorgendosi le spade loro tagliare quanto quelle dei nemici; videro che, per essere soldati, bastava l'animo disposto a vincere o morire, — spesso cedevano alla disciplina del nemico, più spesso il nemico cedeva all'impeto di loro. Ebbe fama nei tempi un fatto di arme tra cavalieri, nel quale si portò tanto egregiamente dalla parte dei nostri Iacopo Bichi che, il principe di Orange dovè accorrere con tutti suoi capitani a rinforzare la battaglia se non voleva vedere quanti erano i suoi cavalieri disfatti. Poco dopo si presentò un trombetto a Malatesta, esponendo che un cavagliere imperiale desiderava rompere una lancia con alcuno quei di dentro. Ottenne l'onore pericoloso il capitano Primo da Siena: si scontrarono i due cavalieri presso ai fossi fuori delle mura, dove, dopo alcune scorrerie condotte con maestrevole vaghezza, che ambedue cavalcavano buono e poderoso destriero, spronarono impetuosi ad incontrarsi; la lancia del cavaliere nemico percosse l'arcione della sella del capitano Primo, e quantunque ferrato lo passò oltre più che quattro dita. Se il colpo toccava alcun poco più alto, pel capitano Primo era finita; — l'asta si ruppe rasenta al ferro, e per la gran forza il troncone uscì di mano al cavaliere. Il nostro gli pose la mira al petto con tanta possanza che la lancia si spezzò in più parti, una delle quali scorrendo infranse il bracciale e ferì il nemico nella spalla sinistra. Poco dopo avvenne altra zuffa, dove Giometto da Siena si portò con indicibile valore, e di leggeri sarebbe riuscita battaglia campale, se una dirotta pioggia sopravvenuta all'improvviso non avesse scompartito i combattenti.

Nè vuolsi lasciare inonorato il caso e il valore di Anguilotto da Pisa, di cui la fine tanto si rassomiglia a quella di Siccio Dentato, nome inclito nelle antiche storie romane. Costui, avuto sdegno col conte Piermaria da San Secondo, passò agli stipendi di Firenze con parte della sua compagnia, cosa acerbamente intesa non pure dal conte, ma dal principe medesimo, e della quale statuirono prendere, potendo, insigne vendetta. Anguilotto, come colui che ardimentoso era molto, non si rimaneva mai dall'uscir fuori qualunque volta gliene capitasse il destro, quasi per isfidare i nemici. Ora avvenne che, tenendogli le spie addosso (o come pare più verosimile, da segreti avvisi del Malatesta), furono avvertiti sarebbe Anguilotto uscito da porta alla Croce con poca compagnia per iscortare certi contadini che andavano per legna; gli tesero insidie, e trascorso ch'ebbe appena la imboscata, che avevano posto grossissima, gli si precipitarono contro i principi Orange e Salerno, il duca di Melfi ed altri dei principali con più di duemila fanti, don Ferrante Gonzaga con cinquecento cavalieri, e lo posero in mezzo. Tanto potè in costoro una brutta ira che non vergognarono andare con mezzo esercito a combattere un uomo! Anguillotto, vista la piena, si tenne morto, ma non per questo s'invilì nell'animo o si abbassò ad atto che paresse codardo; anzi, deliberato in tutto di morire da prode uomo com'era vissuto, si accostò ad un albero e quivi prese a menare le mani; lo investirono primi il conte Piermaria con sei cavalleggeri, e a quello che più lo stringeva dappresso vibrò sì gran colpo che lo trafisse da un lato all'altro: sovvenuto da Cecco da Buti, suo luogotenente, continuarono a combattere finchè durarono loro le armi ed il vigore di sostenerle. Anguillotto, poichè ebbe tagliata la punta del partigianone, trasse la spada e, pur sempre ferocemente menando, tanti ne uccise che si era innalzato come un riparo di cadaveri davanti: ma la spada ecco gli è diventata troncone, il taglio ottuso, e per parecchie ferite gronda sangue, sicchè opprimerlo adesso riusciva agevole, e non pertanto sbigottiti dalla stupenda strage gli assalitori nicchiavano. Bellanton Corso correva a soccorrerlo; — Giovanni da Vinci, il quale era a guardia di porta alla Croce, non patendo la morte di quel generoso, dimenticando l'ufficio di capitano, lascia la guardia e con certi fanti si muove ratto alla riscossa; — Iacopo Bichi apprestati i cavalli sprona in ajuto di lui; invano però; in quel punto Anguilotto percosso di una zagagliata nel petto casca a terra senza riportarne altro danno tanto lo difese il fortissimo giaco! Allora il conte di San Secondo si getta giù di sella e, sovvenuto da un suo servitore, lo scanna prima che ei si potesse rimettere in piedi. Cecco da Buti, visto morto il suo capitano, getta l'arme e chiede i quartieri. «Questi sono i miei quartieri,» risponde il conte, e gli tira a tradimento tale una stoccata nel petto che andò a riuscirgli dietro le spalle: poi tutti salirono a cavallo e fuggirono via. La coscienza dava loro il sembiante di ladroni. Italiani sperperavano soldati italiani in pro della tirannide straniera e in danno della libertà della patria.

[Illustrazione: ... il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi solleva la scure... _Cap. XXVI, pag. 605._]