L'assedio di Firenze

Part 64

Chapter 643,721 wordsPublic domain

Negli ultimi tempi una simile filosofia, ch'io volentieri chiamerei narcotica, più che altrove intorpidì l'Alemagna. Colà il sospetto aveva posto un puntello sotto il mento degli uomini e costringeva le teste a starsi rivolte verso le nuvole, — temeva gli sguardi si chinassero alla terra. Goethe, ingannato, o ingannatore, a modo di mago aveva descritto un cerchio e contendeva agli spiriti affollati oltrevarcarlo. Allora quelle profonde menti tedesche, mancando gli argomenti pratici, consumarono la copia della interna energia in astrattezze infinite, in deduzioni di deduzioni, in serie interminabili di vertiginose fantasticherie. Ma Goethe, il quale gravitava con la propria gloria sopra il suo paese a guisa di vampiro, cessò: sciolto è l'incantesimo, il circolo rotto: il braccio della tirannide diventò paralitico, e l'ingegno tedesco già scende terribile gladiatore nell'arena del _concreto._ Ora volgono pochi anni, e la filosofia germanica assume forme convenienti ai bisogni; già muovono guerra agli edifizi feudali, imperciocchè quivi bene abbia il secolo crollati i castelli dei baroni, ma non ancora la ragione distrutto le leggi della barbarie. Scopo presente è la rovina; rifabbricheranno poi; ora non deve rimanere pietra sopra pietra. Secondi la fortuna i migliori! A savio cominciamento conséguiti fine propizio! Essi hanno inteso il precetto di Cristo: Guai a chi appone la toppa nuova al vestimento vecchio![283] — Le paurose riforme, i provvedimenti codardi alla immensità dei mali antichi paiono giunchi posti a riparo del mare in burrasca. Sceglievasi forse tra paralitici o tra infermi il sacrificatore che immolasse di un colpo la vittima davanti all'altare di Giove? Non è questo lavoro delle figlie di Neottolemo; qui si vogliono la forza e la clava di Ercole: non vi pare ella questa nostra società più ingombra delle stalle di Augia? Badiamo di non lasciarci andare ai sofismi; abborriamo imbiancare i sepolcri, bensì scopriamoli e diligentemente rimettiamoli dentro. Altri popoli ci hanno preceduto nel bene; pensiamo allo spazio da loro percorso e non immaginiamo potercelo risparmiare; chi dice altrimenti ci porge consigli d'ignavia e ci tronca la via alla redenzione. La civiltà non procede a mo' di saetta, di cui appena ti offende il baleno, ed una casa già cade in cenere. Le grandi verità lasciano una ruga sopra la faccia del mondo; il parto della ragione a prima giunta conturba la terra quanto la morte di Dio[284]. Innanzi di giungere al paradiso non percorse l'Alighieri tutti gli orrori dell'inferno?

La nuova generazione si guarderà dal prosternarsi all'idolo cui già disertano i meno ostinati fra gli adoratori; noi le lasciamo un retaggio di falli e di colpe; — ne faccia senno e cammini per la diritta strada a noi nati e vissuti nelle tenebre procureranno i tempi pietà, non che perdono: in loro l'abuso dell'intelletto frutterebbe infamia di traditori. Può l'uomo tradire la patria ugualmente col pravo che con lo stolto consiglio. A noi la provvidenza concesse e vita e ingegno e sostanze non come nostra proprietà, sibbene come arnesi per contribuire al maggior incremento della patria. In quella guisa medesima che il castaldo nella stagione della messe raccoglie a sera dai mietitori la falce che loro consegnava sull'alba e gl'interroga come l'abbiano adoperata e quante biade mietuto; così la patria sul finire della vostra vita vi domanderà conto dei doni che vi aveva compartito. Contro i tristi e gli ignavi ella avrà due pene, — due pene soltanto, ma ch'ella sola può dare e poi imporre ai secoli che le confermino: la vergogna, o l'oblio.

[Illustrazione: Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non potè proferire parola. _Cap. XXVI, pag. 605._]

Già io lo affermava poc'anzi, la morale e la politica compongono una medesima cosa: non pertanto, avvertendo come la morale domestica possa talvolta discordare nell'applicazione delle sue teorie dalla morale pubblica, o contendere con essa, ne hanno fatto una scienza a parte; ciò poco importa. Ma qui principalmente i sofisti deviando dalle tracce severe della storia non curarono esaminare gli uomini nel modo in che esistono, sibbene in quello nel quale vorrebbero farli esistere. Composto un sistema, si posero alla cerca di qualche fatto che valesse a sostenerlo; e o sia non darsi genere di assurdità che gli uomini non abbiano commesso, o sia qualsivoglia fatto tormentandolo possa presentarsi sotto aspetto diverso dal suo naturale, o sia infine che adoperassero mala fede nel riferirlo, non mancarono di aggiungere alla regola l'esempio: ma l'assurdità non somministra fondamento a speculare, e la tortura dei fatti si assomiglia all'opera di cotesto avaro che comperava la cornice prima della pittura, e se non vi capiva, la tagliava; — rispetto a mala fede poi, i filosofi dovrieno lasciarla ai falsari. Così invertito il metodo di ricavare dai fatti la regola concreta, alle regole astratte applicarono il fatto, e a questo cumulo di superbia e di errore imposero il nome di filosofia della storia, imperciocchè di titoli pomposi non patiscano penuria. Se quei loro vaneggiamenti non uscissero dalle coperture del libro, basterebbe non leggerli, e tutto sarebbe detto: invece si avvolgono strepitose per le scuole, — le menti facili dei giovani sorprendono; e quando giungono i tempi grossi, i sofisti, chiamati dai settari a far prova dei loro sistemi, si gittano col corpo traverso la civiltà e ne impediscono il corso.

La Francia sconta troppo amaramente l'inganno dei suoi sofisti, perchè noi d'ora in poi non ci guardiamo ben da giurare _in verba magistri._ Colà un sofista s'ingegnava accordare la legittimità con la libertà, — politico Mezenzio[285], e immaginava un sistema nel quale fosse concessione quanto doveva resultare da contratto bilaterale tra i due poteri legislativo ed esecutivo, tra popolo e principe: invece di tenere la potestà esecutiva emanazione della legislativa, rovesciate le cose, dava al cielo l'origine di una condizione umana che Dio riprovò prima del suo nascimento per la bocca del profeta Samuello[286]. Un altro sofista in cotesto infelice paese non seppe stendere la mente oltre il suo sistema foggiato sopra le antiche forme della costituzione inglese: quei nobili inglesi ravvisandole adesso squallide e viete, si affaticano a modificarle; egli giunse tardi, — non importa, — il secolo non deve procedere di un punto oltre il segno al quale arrivava egli. Se costui fosse vissuto ai tempi in che David peccò, quattro sarieno stati i flagelli minacciati dal profeta Natan, — peste, fame, guerra e Guizot. Certo, se la Francia avesse potuto scegliere, io per me penso che avrebbe tolto qualunque altro flagello, tranne cotesto arido calvinista. Non parlo di cui non ebbe pure il merito d'immaginare l'_ecclettismo_[287]. I sofisti hanno logorato il tempo a disputare su la forma e sul peso degli anelli, ma non ebbero mai nè intenzione nè potenza di rimovere le catene dalle mani di un popolo che libere intendeva alzarle al cielo per ringraziarlo della ricuperata libertà. Nè a vero dire essi soli furono i malaugurati sofisti. Tal visse a cui non era amica la morte: come Cesare sul finire della vita si gittava il manto sugli occhi; — egli ritardò, chi sa per quanti anni, i destini del suo paese con quel suo ghiribizzo politico di _trono circondato da istituzioni repubblicane._ Sarebbe stato più agevole comporre in pace i truci fratelli i quali chiusi nel seno della madre contesero, in vita si spensero arsi sul rogo l'odio immortale manifestarono bipartendo la fiamma che gli consumava, anzichè accordare repubblica e re. Tanto giovi a quest'uomo lo splendido mattino della vita che lo salvi dal biasimo di averne in siffatta guisa ottenebrato il tramonto; come parimenti desidero che rimanga esempio perenne, onde in processo di tempo si guardino i padri dal giudicare la causa di una generazione con le arguzie e i motteggi, e abborrano i figli da confidare le sorti di un popolo a menti affralite dagli anni.

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Zanobi Bartolini sopra gli altri contribuì alla perdita della libertà della patria; non già che le fosse nemico, anzi ei l'amava, ma a modo suo e non senza vantaggio di sè. Gli altri, come Baccio Valori e Francesco Guicciardini, le nocquero meno, quantunque le procedessero apertamente avversi, perchè le suggestioni loro apparvero sospette e furono respinte; quelle invece del Bartolino benissimo accolte, movendo da persona che pensavano di ottima mente verso l'attuale governo. Era l'ingegno di Zanobi in apparenza pieghevole, in sostanza poi piuttosto ostinato che fermo; avendo egli composto un modo di società al quale da gran tempo non trovava da aggiungere o da togliere più nulla, chiuse lo intelletto dentro un circolo determinato, e nella maniera medesima che aveva posto al suo spirito le colonne di Ercole, così consentiva la umanità progredisse fino a quel punto e non più oltre; di là dal segno non sapeva immaginare altro che abisso e rovine. Superbo più che ad uomo non conviene, pose la sua parola contra l'onda popolare, stimò l'avrebbe rispettata. Dio solo ha potuto porre tra il mare e la terra una parola che si mantenne dal principio dei secoli fino a noi, quasi muro di bronzo alle usurpazioni del soverchiante elemento: quando un uomo, comunque re, comunque circondato di gloria terrena, ardì imporre leggi all'Oceano, questo gli rovesciò con la spuma il suo trono, gli empì la corona di alga, e se men ratto alla fuga era costui, col più breve de' suoi flutti gli avrebbe dato una sepoltura vasta quanto i suoi regni. Parlo del re Canuto quando, insuperbito dalle parole dei cortigiani che gli dicevano potere quanto volesse, ammantato di porpora comandò al mare che non oltrepassasse il suo trono innalzato sopra la sponda. Il Bartolino commosse il popolo contro i Medici allorchè si accorse i Medici attendere a regnare soli ed assoluti signori, e la tirannide non gli piaceva; nel moto del popolo poi egli non ravvisò argomento per mutare gli ordini vecchi dello stato, bensì all'opposto occasione di modificarli, — anzichè rottura non saldabile mai, una via di transazione; immaginò che i Medici, ammaestrati dagl'inefficaci tentativi (come se i principi nelle commozioni popolari piuttostochè insegnamento da seguitare non ravvisassero sempre e poi sempre delitti da punire), si sarebbero rimasti da toccare uno scettro a cui quante volte avevano steso la mano, tante se l'erano scottata; avrebbero consentito reggere come magistrati sottoposti alla legge ch'essi insieme con gli ottimati avrebbero promulgato; il principio popolare non doveva starsene mica senza rappresentanza nel consiglio; al contrario giovava che l'avesse, ma poca, come corpo che abbisogna di perenne tutela, buono a mantenere, non reggere lo stato. Quando all'opposto si accorse che il popolo intendeva, licenziati i sopracciò, camminare speditamente senza pastoie, lo tenne perduto; non potendo con la man fiacca governare il corsiero generoso, lo calunniò sfrenato, lo bestemmiò e lo maledisse: antichi vezzi rinnovati allora, rinnovati più tardi e giù giù per i tempi diversi fino a noi: cauto ed astuto deliberò rifare i passi, ma, dissimulator potentissimo, mantenne la consueta apparenza; solo in segreto raccolse intorno a sè tutta la fazione dei Capponi, e qualcheduno della Pallesca, disse sopraggiunto il tempo dei Ciompi, sentirsi piovere addosso gli ordinamenti di giustizia, non sapere dove si andasse a finire. A cui troppo bene voleva ascoltarlo parlava. I giovani nobili, i quali tanta caldezza mostrarono da principio, commossi dall'autorità dell'uomo e dalla gravità delle parole, adesso incerti da qual parte dovessero pendere, s'intepidirono, in seguito aggirati, dubitando nuocere alla patria, tenendo le sorti loro più oltre congiunte con quelle del popolo, se ne staccarono, finalmente gli si fecero avversi, come a nemico.

Malatesta trovò il Bartolino in siffatta condizione allorchè prima fece cascare sopra l'animo di lui una parola che lietamente accolta era seguitata da altre più aperte, e finalmente compita con promesse di aiutarsi l'un l'altro. Malatesta e Bartolino, mulinava il Bartolino (tanto è vero che in pelliccieria per ordinario occorrono pelli di volpe) dovevano andare insieme uniti ai più tardi nepoti, come salvatori della patria. Bartolino avrebbe condotto gli accordi; Malatesta rimasto con le milizie in Firenze, mantenuto l'osservanza dei medesimi finchè non si fossero le cose assodate da non far temere il tradimento; in ciò il Perugino ingannava Zanobi, non già che quegli superasse quest'altro in astuzia, chè anzi di gran lunga gli restava addietro; ma perchè lieve cosa sia ingannare chi già inganna sè stesso.

La invidia che i giovani nobili, specialmente l'Antinori, portavano profonda a Dante da Castiglione, contribuì non poco a separarli dal popolo.

L'Antinori finchè mantenne la speranza di poter superare il Castiglione, lo emulò lealmente; però, sentita che ebbe la propria impotenza a pareggiarlo, non che a vincerlo, prese ad astiarlo. L'astio, siccome questa perversa passione costuma che tiene della natura del cancro, appena nato gli divorò ogni affetto del cuore, gli inaridì qualunque altro o buono o tristo affetto. Comecchè il truce astio gli ribollisse dentro al cuore ardente e furioso, quivi stette contenuto alcun tempo prima di giungere agli orli estremi: pure vi giunse, e l'alito della coscienza che muore lo soffermò anche alcun poco su questa ultima parte; poi il suo angiolo custode torse altrove la faccia, e l'astio sgorgò, come torrente di veleno, per tutte le vene dell'Antinori, — la sua lingua dardeggiò mortale come quella del serpente, e dalla menzogna, dalla calunnia, dagli altri tutti assassinii della bocca s'incamminò all'assassinio della mano. Alle vecchie cagioni di odio che venni esponendo nel corso della storia un'altra se ne aggiunse e fu questa. Correva in Firenze l'usanza di giuocare nel carnovale al calcio. Le memorie greche, latine e italiane raccolte sopra cotesto giuoco lo affermano di origine antica; la quale cosa credo di leggieri ancor io, perchè, considerando com'egli principalmente consistesse in calci ed in pugni, penso queste essere nati gemelli con le mani e coi piedi, che ogni uomo sa esistere contemporanei al padre Adamo nel mondo. Il conte Giovanni dei Bardi, tra gli accademici della venerabile Accademia della Crusca il Puro Alterato, ce ne lasciava la descrizione scritta in lingua che fa testo per l'acconciatezza delle parole soltanto, perchè in ciò che spetta alla precisione, poco s'intende e a gran pena[288]. Costumava farsi simil giuoco sopra la piazza di Santa Croce: si divideva il campo in due parti uguali e si circondava di steccato: i giuocatori, sebbene il suddetto Alterato prescrivesse dovere essere ventisette per parte, trovo nel Varchi che quello di cui mi occorre far parola fu giuocato da venticinque. Si dividevano in quattro classi: i così detti _Innanzi_, che stavano presso alla linea partitrice del campo, gli _Sconciatori_ venivano dopo, succedevano i _Datori innanzi_, chiudevano finalmente i _Datori dietro._ Vestivano leggieri e spediti di colori svariati, — rossi e bianchi, verdi e gialli, o simili; premio della vittoria una gioia, una veste, una bandiera. Ai due capi del campo alzavano due tende, dove stanziavano gli alfieri o capi delle parti, i quali appartenevano alle famiglie per chiarezza di natali e per fortune maggiorenti: questi mettevano tavola ai giuocatori e con ogni ragione rinfreschi gli regalavano: in processo del tempo sotto il principato vi si mescolarono burlevoli accessorii. Io ho sott'occhio una stampa rara che dimostra il calcio fatto in Firenze il dì primo maggio 1691, per le feste delle reali nozze del serenissimo elettore palatino del Reno, colla serenissima Anna Maria Luisa principessa di Toscana, dove tra i giuocatori pronti a pestarsi di busse la persona compariscono introdotti genii e amorini, poi Giunone da un lato ed Imeneo dall'altro, la prima in guardinfante, l'altro con un immenso morione di penne, entrambi abbigliati di manti a strascico; nè qui finisce: seguitano Giunone, Flora con quattro giardiniere, Minerva con quattro amazzoni e dodici ninfe, tutte, bene inteso, con guardinfanti ai fianchi e piume in testa. Imeneo si tira dietro sei sacerdoti (e qui sta bene, perchè non vi ebbe dio che tanto fosse dovizioso di vittime come lui), le tre Grazie e per ultimo sei Virtù, ch'io a confessarmi candidamente, non giungo a comprendere; solo vi scorgo una Giustizia, ma con certi bilancioni spaiati ch'io non mi attento quasi a sostenerla Giustizia, sebbene a bilance pari io in coscienza non l'abbia mai veduta fin qui. Or dunque il giuoco incomincia col battere della palla: un mandatore vestito di ambedue i colori della livrea batte la palla al muro, talchè subito risalti in mezzo agl'Innanzi, e si ritira. Gl'Innanzi accorrono tosto, e quanto più possono si affaticano a far propria la palla; se ad uno di loro viene fatto di côrla tra i piedi, gli altri si affollano attorno e lo difendono ond'egli possa avviarla agli Sconciatori; ma quando anch'egli arriva a distrigarsi dalla mischia; non così lieve troverà la via dal suo posto a quello degli amici Sconciatori, imperciocchè gli Sconciatori avversi ecco che gli correranno sopra di fianco e lo costringeranno a lasciare la palla, dove gli Sconciatori amici non lo sovvengano di prontissimo aiuto: bolle il conflitto; se la fortuna seconda i primi conquistatori della palla, dagli Sconciatori ella passa ai Datori innanzi, e questi o col calcio o col pugno stretto le danno con forza da spingerla oltre lo steccato di faccia. Quando poi, per la prossima pugna degli Sconciatori e degl'Innanzi, i primi Datori non abbiano comodo di bene assestare il colpo, inviano la palla ai Datori indietro; ai quali, siccome posti in parte tranquilla, è concesso agio di divisare il come e il dove indirizzarla. Possono ancora gl'Innanzi quando sieno veloci di gamba e gagliardi, prendere la palla e via correndo tra gli emuli destramente serpeggiando portarla dall'opposto steccato con bell'onore di vittoria; ma ciò pochi tentano, ed a pochissimi concede la fortuna di poterlo effettuare. Come ognuno pensa, ciò non avviene senza capi rotti, nasi pesti, occhi contusi e qualche volta costole fracassate; molto più che l'onorevole accademico Puro Alterato ci fa sapere come caschi nel gioco certa rifioritura a crescergli leggiadria giovevole il prendere, quando capita il destro, a traverso la vita l'avversario e sbattacchiarlo supino a stampare la sua persona sopra l'arena, o attraversatogli il passo con la gamba insidiosa mandarlo a rompersi i denti contro la terra: gioconde venustà, piccolezze urbane che mettono proprio addosso la voglia non solo di vederle, ma di pure provarle. Due passate laterali della palla, o falli, formano una caccia a danno di chi li commetta; una palla passata oltre lo steccato opposto fa una caccia, due, due cacce; allora suonano trombe e tamburi, e i giuocatori mutano di luogo.

I Fiorentini non vollero intermettere la usanza antica di giuocare il calcio nell'anno dell'assedio, e all'amore del patrio costume si aggiunse il desiderio di recare onta al nemico. Fecero pertanto sulla piazza di Santa Croce una partita a livrea, venticinque bianchi e venticinque verdi; premio della vittoria una vitella; e per essere non solamente sentiti, ma veduti dal nemico, misero i sonatori sul comignolo del tetto di Santa Croce, dove fu loro tratta da Giramonte una cannonata, che passò alta e non offese persona.

Tra i giuocatori erano Dante da Castiglione dalla parte dei verdi Sconciatori presso il muro, e il Morticino degli Antinori dalla parte dei bianchi Innanzi nella quadriglia di mezzo. Dopo varie vicende del giuoco che qui non occorre rammentare, il Morticino, che audace era molto e di membra snelle, standosene sbrancato dagli altri, attendeva a ghermire la palla per portarla poi, correndo e schivando gli avversari, dall'opposta parte del serraglio; cosa, come vedemmo, altrettanto piena di pericolo che di gloria; gli riusciva afferrarla; ratto procedendo ed avvistato, perviene ad evitare gl'Innanzi, e già disegnava oltrevarcare gli Sconciatori tra lo Sconciatore dritto alla fossa e l'altro traverso alla fossa medesima, quando il primo correndogli addosso di fianco lo costringe a piegare verso lo Sconciatore di mezzo; poi, non gli parendo bastasse lo spazio, s'incammina verso lo Sconciatore traverso al muro, e all'ultimo, non trovando nè anche qui campo sufficiente al suo disegno, corse alla volta del Castiglione Sconciatore diritto al muro. Questi, che si sentiva grave della persona, stava a canna badata, volendo con la diligenza supplire alla tardità delle membra: onde, scorto che ebbe il Morticino indirizzare i passi alla sua posta, gli fece punta addosso correndo in linea retta mentre quegli si avanzava di scancio: ormai giunge l'Antinori al mal passo; presto curvandosi s'ingegna sottrarsi alle mani poderose di Dante, che gli cadono sopra tenaci come uncini di nave e lo tirano a sè prepotentemente. La bestiale ira che assalse l'Antinori non è cosa da potersi descrivere; pesta, sgraffia, morde, si agita in modo che poco più farebbe, se gli fosse entrata in corpo una legione di demonii. Ad ogni invito del Castiglione di metter giù la palla risponde del pugno o di un calcio, — poi si fruga, come per cercare il pugnale. Dante, venutagli meno la pazienza, comanda con con gran voce:

«Innanzi a me, — fatemi spalla; e poichè non vuole lasciare la palla costui, guadagneremo la caccia spingendo Innanzi e palla fuori dello steccato.»

Così detto, lo avvinghia intorno ai fianchi e lo leva da terra con maraviglioso piacere dei riguardanti, i quali, parteggiando pressochè tutti per lui, col battere delle mani e con voci alte e diverse applaudivano.

L'Antinori si ostina a non lasciare la palla, che anzi tiene strettissima col braccio manco, e con la mano destra continua la tempesta dei colpi sul capo al Castiglione; poi tenta nuova prova per isvincolarsi. I suoi piedi giungevano appunto alle ginocchia dell'avversario: pian piano gl'inoltra fin dietro alle giunture della gamba, e allora, raccogliendo quanto aveva di forza, sferra con i talloni tale urto che sperò ce ne fosse di avanzo per traboccare il Castiglione supino. Pari colpo, racconta Omero, fu usato da Ulisse contro Aiace Telamonio[289] nei giuochi per la morte di Patroclo, ma con diverso evento, chè Dante non cadde come il Telamonio, ed anzi, piegato appena il ginocchio, sentì invadersi i precordi di furore, e col furore nuova gagliarda. Però quella continua grandine di colpi sul capo, comechè lo riparasse non poco il berretto soppannato, glielo intronava molestamente, dalla bocca grondava sangue e dal naso; gli occhi aveva contusi in molto sconcia maniera; con le mani non poteva aiutarsi, si provò co' denti; una volta gli riuscì azzannare la manica della veste all'Antinori, — questi a sè la trasse di forza e lasciandovene un brano riprese il martellare; secondandolo meglio la fortuna una seconda fiata, il Castiglione perviene a mordergli la nuda carne; — se adesso stringesse non è da dirsi: — il sangue respinto nelle vene di sopra e di sotto al morso vi faceva greppo, e pareva che le volessero scoppiare, — i tendini rappresi non consentivano al Morticino di bene stringere o bene distendere la mano, — un'angoscia cocente gli tormenta il braccio fin lungo la scapola; sul punto di trarre un guaito per vergogna ci raffrena, ma intanto scricchiola i denti e manda fuori un sommesso mugolio.