L'assedio di Firenze

Part 63

Chapter 633,350 wordsPublic domain

«Dio è con te, fratello!» rispose il cappuccino, e gli pose davanti gli occhi il crocifisso, il quale preso tosto dal Soderini, lo baciò con intentissimo affetto.

Sonarono le quattordici.

La porta del palazzo dei Signori dal lato della dogana fu aperta; ne usciva prima una banda dell'ordinanza con la fronte spessa di uomini; i tamburi battevano scordati; la campana grossa del comune empiva l'aria a tocchi lenti che parevano singhiozzi, — le rispondeva la campana del Bargello, sicchè avresti detto essere coteste due campane le prefiche della patria che lamentavano la morte di un figlio scellerato. Subito dopo la milizia seguiva la compagnia dei Neri; l'antesignano portava il Cristo con la faccia rivolta verso i condannati; — dalle mani, dai piedi, dal costato e dalla testa pareva che grondasse sangue, — immagine terribile di compassione e d'orrore! — Al termine della compagnia venivano Lorenzo Soderini e frate Vittorio Franceschi. Menare un frate al supplizio non fu anche pei tempi che correvano cosa agevole e piana, avvegnadio, quantunque allora come ora i Domenicani detestassero i Minori Osservanti, questi gli Agostiniani, gli Agostiniani gli Olivetani, catena di odio interminabile, pure, fatta adesso causa comune non pel frate, dicevano essi, ma per l'ordine, scombussolavano il mondo perchè ne uscisse pel rotto della cuffia; — e le dicerie che andarono d'attorno erano state infinite: ai deboli cacciavano addosso la paura dell'inferno, agli altri il sospetto della divisione e dell'abilità fatta alle armi imperiali di penetrare in Firenze se nasceva trambusto; e sarebbe nato di certo, ma gli Otto, non badando il dire, avevano molto bene atteso a fare e mandavano il frate così vestito dei panni della sua religione al patibolo.

Si presentava appena la processione a capo di una contrada che la gente a furia chiudeva le botteghe, le donne forte sbattevano i balconi, ognuno si affrettava a ripararsi altrove, e ciò per la superstizione che se gli occhi del condannato si fossero incontrati nei tuoi, ti portavano malaventura; la quale però, anche nel caso che siffatto incontro fosse avvenuto, poteva di leggieri evitarsi col toccare immediatamente un'altra persona e rigettarla sopra di lei[280]. Le strade per cui procedevano, comparivano deserte; sembravano fuggissero tutti dall'aspetto dei traditori.

I condannati camminavano con passi incerti; frate Rigogolo poi aveva sembianza di ebro. Da una parte il cappuccino, dall'altra un battuto, i quali gli sostenevano sotto le ascelle e di qua e di là ponevano loro davanti gli occhi tavolette con immagini, affinchè non si distraessero dalla preghiera e riposassero gli occhi sopra oggetti dolenti.

Il cappuccino che confortava Lorenzo gli ripeteva con molto fervore:

«Sperate, sperate, — Dio vi apre le braccia.»

E il Soderini tutto umiliato gli andava rispondendo:

«Io spero...»

Ben altramente camminava la bisogna con frate Franceschi: — a lui pure il frate assistente favellava di paradiso, di perdono, di Cristo che lo aspettava a braccia aperte, di angioli che stavano ad ammanirgli la palma del martirio. Ma frate Rigogolo con un tal suo aggrinzamento di bocca come chi mangia limone, mostrando disdegno, con piccola voce diceva:

«Non mi state mo' a rompere il capo; assai ne ho con questo volermelo levare senza misericordia dalle spalle, perchè voi veniate a metterci la giunta delle vostre parole sceme. Eh! frate mio, rammentatevi che frate sono pure io e che conosco quanti paperi vanno al paio; se voi andaste a contare le vostre novelle ad un altro, pazienza! Lo comprenderei ancora io; — ma che veniate a contarle a me che sono del mestiere! — Davvero gli è tempo perso. — Dunque mi dite piuttosto, se a levarmi di mano a questi giudei ci hanno pensato. — Si sono uniti? Le armi le hanno pronte?»

«Affrettate il passo. Gli spettabili signori Otto hanno ordinato che alle quindici ore sia spedita ogni cosa.»

Queste parole dette dal sergente maggiore della milizia fiorentina interruppero il tristo frate.

Alle quattordici circa e tre quarti giunsero presso la porta alla Croce, dove avevano innalzato il patibolo. Lorenzo Soderini, soffermatosi a piè della scala e alzati gli occhi, gemè dal profondo.

«Fate cuore, fratello», lo avvertiva il mansueto cappuccino, «non è mai troppo dolorosa quella scala che mette al paradiso.»

Di repente, una femmina prossima alla vecchiezza, di nobile portamento, vestita a corruccio, sbuca di sotto al palco: e si pianta ferma davanti al Soderini presso la scala.

«Sgombrate il luogo, femmina....»

«Io! — Io sono colei che mette posta maggiore in questo giuoco di sangue.»

«Ahi madre mia!» urla Soderini, e si voltola smanioso ai piedi della sua genitrice.

Ella poi non muta positura e nè anche sembiante; immobile e severa favella:

«Qui ti aspettava.»

«Per pietà trascinatemi al supplizio; — chiudetemi presto gli occhi, — fate che i miei orecchi non ascoltino....»

«I tuoi orecchi non cesseranno di ascoltare prima che dentro loro risuoni una parola. Solo hanno potenza i genitori di proferire questa parola, ma ella porta seco la sentenza di morte contro l'anima — ella continua a perseguitare oltre la fossa lo scellerato che la provocò....»

«Ah! non la dite, madre, questa parola... il cielo vede il mio pentimento, — apritemi il cuore, vedetelo anche voi... e non mi maledite.»

«Donna, la polvere presumerà più del suo Creatore? Perdonate questo infelice; — Dio lo ha già perdonato», diceva il cappuccino.

«Se Dio ti ha perdonato, se detesti la tua colpa, allora anch'io ti perdonerò: tu mi nascesti dilettissimo e solo, — tu dovevi essermi corona di gloria, — tu mi sei stato corona di spine; — tu hai morso le mammelle che ti davan il latte. — Se sei pentito, il seno di tua madre ti fu di guanciale nel nascimento, te lo sarà anche in morte. Ecco, ti abbandonano tutti... anche Dio, — ma tua madre non ti abbandonerà, — salirò teco la scala del supplizio... perocchè la madre non si vergogni mai del suo figliuolo.»

Gli astanti piangevano: solo veniva interrotto quel pianto dallo stridere che faceva le scure acuita dal carnefice con la pietra nel modo stesso che fanno i mietitori.

E la madre continuava:

«Oh Vergine santissima, vedi, io sono più derelitta di te; tu sapevi il figliuol tuo morire a torto, — sapevi ancora aspettarlo risuscitato una gloria per secoli senza fine...» — E poichè il figlio continuava a piangere: — «Perchè piangi? Tu mi hai resa la più misera tra tutte le donne, — eppure io non piango. Io ti aveva dato il mio sangue perchè tu lo trasmettessi ai tuoi figliuoli e non perchè me lo rendessi esecrato sopra un patibolo; io ti aveva donato tutte le mie sostanze, ed ora vuoi che raccolga la tua lagrimevole eredità come un peso che le mie spalle non possono sostenere, come un ferro infuocato che mi brucia le mani. Vieni, ti precederò al supplizio; se io non seppi insegnarti a vivere, deh! fammi contenta imparando a morire da me....»

Nessuno ardiva opporsele. La disperazione della madre esercitava sopra tutti i circostanti virtù di fascino. Il carnefice ardì stendere la mano per trattenerla; — la donna dignitosamente superba lo respinse e subito dopo si trasse il guanto e glie lo gettò nel volto dicendo: «Carnefice, rammentati che tu devi toccare soltanto col ferro.»

Sventurata! Ora pone la mano sotto le braccia del figlio, e lo sovviene a salire.

«Pensa un po'», gli mormorava agli orecchi, «qual cuore sia il mio! Certo il piacere ineffabile che provai quando, affidando te povero infante alla balia per recarti al battesimo, le raccomandava badasse bene fosse tepida l'acqua che ti avrebbe il sacerdote versato sul capo e poco il sale che ti avrebbe posto sopra la bocca, — quel piacere, dico, è ben pagato, — troppo pagato eh! col dovere adesso raccomandare quel medesimo capo al carnefice perchè... te lo spicchi prestamente dal busto... con un colpo solo. O figli! voi non pensate alle vostre madri; imperciocchè, se la metà dei dolori che soffrono per voi vi fosse manifesta, non le travagliereste come fate. Tu sapessi quante volte, tardando a ridurti alle nostre case, se mai udiva per la notte sonare a disgrazia la campana della compagnia del Tempio, come cotesti squilli mi paressero voci interrotte della tua agonia, ed ogni squillo mi fosse una coltellata nel mezzo del cuore: ma ormai al passato non pensiamo più oltre, al presente nè anche: il nostro presente appena lo segna il sole sopra la meridiana; avvertiamo al futuro; se mai non mi uccidesse il dolore, mi aspetti la tua anima, perchè, senti, grande veramente è la misericordia di Dio, ma anche il tuo peccato è fuori di misura grande; ti sei pentito, sta bene; ma se ti accogliesse in paradiso, io temerei che Giuda mandasse dal profondo dell'inferno una voce a Dio che dicesse: Anch'io mi sono pentito; perchè non mi togli da questi tormenti, dove patisco da mille cinquecento e trent'anni? — Ma Giuda forse non ebbe madre che supplicasse per lui; aspettami, tu l'hai e oltremodo sventurata; io ti raggiungerò ben tosto... non piangere! Mi desidereresti per avventura la vita? In ciò che mancherà al tuo pentimento suppliranno i miei spasimi. La Madre celeste, che anch'ella vide pendere il suo figliuolo dalla croce, conosce a prova un'angoscia che altrimenti non si potrebbe immaginare, ed intercederà per noi. — Ecco siamo giunti.»

Il carnefice si accosta per bendargli gli occhi.

Il cappuccino, baciandolo, gli ha detto:

«Andate in pace.»

La donna parla di nuovo al carnefice:

«Fosse la tua anima dura quanto la tua accetta, ascolterà nondimeno una preghiera. Sono io la madre che nove mesi l'ho portato, che col mio latte l'ho nudrito; io, che, le intere notti ho vegliato a mitigare le sue doglie infantili, a ventilare l'aria d'intorno alla sua culla, perchè placido dormisse i suoi sonni; — io, che, lui morto, non ho più nulla sopra questa terra; io che, per dimostrargli l'amore immenso che per lui ho sentito e tuttavia sento, mi trovo ridotta a supplicarti, come si fa i santi, che tu... carnefice... assesti bene il colpo... non me lo straziare!... soffra meno che si può... se un rincalzo molle sotto al suo capo può... rendergli il colpo meno penoso, vi porrò le mani... vuoi? Non vuoi. — Ebbene, mi rimarrò. E se la preghiera non giova, prendi... questi sono fiorini... ti basteranno sei mesi a nudrire la tua famiglia... Lorenzo, l'ultimo bacio su questa terra... fra un istante ci rivedremo in cielo....»

Il Soderini si è genuflesso, il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi solleva la scure....

Perche non vibra il colpo? Qual mai forza lo trattiene a mezzo? Gli manca per avventura l'animo? No; egli ne ha spacciati ben molti da questo mondo. — Nell'abbassare la scure egli incontrava gli sguardi della madre. La virtù che immaginarono i poeti emanasse dalla testa di Medusa, e i naturalisti raccontano da certi serpenti dell'Asia, adesso provava il carnefice; quegli occhi gl'impietrano il sangue nel corpo, — gli pareva di fare, — e forse faceva disperati sforzi, nè gli riusciva pure di un pelo declinare le scure. Allora penso gli avesse soffiato addosso qualche gettatura, e per malignità d'incantesimi lo avesse costretto a rimanersi tutta la vita senza potersi punto muovere da cotesta terribile attitudine; e a questa paura straluna gli occhi — i capelli gli si drizzano come stecchi sopra la fronte.

Forse queste cose tutte avvenivano in meno di due secondi: mutata positura, il carnefice si accorse rimanergli libero l'esercizio delle membra; — non pertanto abborrì cimentarsi di nuovo sotto lo sguardo della trucissima donna; — pianamente si volta dall'altro lato e fa sì che le rimanga dietro le spalle; — guarda davanti a sè per sospetto, — non vede nessuno; — si avaccia con tale un moto che parve di rabbia, e aspirando col seno capace largo tratto di aria, solleva con ambe le mani la scure.

Il Soderini aveva cominciato una invocazione; la prima sillaba uscì chiara e distinta, la seconda no, perchè fu proferita dalle labbra di un capo che rotolava sanguinoso sul pavimento del patibolo.

La madre si mosse incontro al capo per impedirgli che traboccasse dal patibolo giù sopra la piazza, ma all'improvviso cadde quasi fulminata. Ella gittò uno strido che percosse come dardo le orecchie degli astanti; — quell'urlo corrispondeva all'ultimo palpito di un cuore spezzato.

Poi andarono pel frate: senonchè questi, sperando nel soccorso di un qualche tumulto, s'ingegna differire, quanto meglio per lui si può, il momento del supplizio. Le mani aveva legate; co' morsi si affatica, co' piedi e col capo; — prega, minaccia e bestemmia, muggisce di affanno; male gli giovano i conati; — comechè reluttante, lo trascinano a forza.

Il popolo, il quale ha sempre plaudito il gladiatore che muore con sembianze animose, vilipeso il codardo, non frenando lo sdegno alla vista di cotanta viltà, irrompeva con urli e schiamazzi da scuotere la terra: «Taglia, taglia....»

Soldati in copia avevano mosso a vedere cotesto spettacolo, e poichè sapevano i cittadini vivere in sospetto di loro, temerono fosse quello il segnale della strage; i cittadini ebbero per le medesime cause uguale paura, e tu avresti veduto all'improvviso in quel mare di popolo una frotta correre in un senso, un'altra in un altro, simile a correnti di mare; e quando venivano a urtarsi come i cavalloni che si spezzano contro gli scogli, andavano all'aria cappucci, elmi, lembi di vesti, e tra mezzo alla tempesta vedevi alzarsi e calare bastoni, coruscare qualche spada; inoltre un rovinio, un muggito simile anch'egli al fragore delle acque sconvolte. Tra le voci discordi superava quella di _tradimento_; la città tutta si levò a rumore, — il frastuono corse fino al palazzo dei Signori, i quali, adunatisi per provvedere al pericolo, dettero ordini di chiamare la milizia. Nel qual caso, scrive Benedetto Varchi gravissimo storico, si conobbe quanto valgano le armi bene ordinate in una città, avvegnachè i giovani ad un tratto e di quieto si ridussero ciascuno al suo gonfalone, e arrivati sul luogo, parte con buone parole, parte con migliori fatti, sedarono il tumulto. Il popolo a mano a mano si dilegua; dopo breve ora nessun altro testimonio avanzava dal naufragio tranne alcuni cadaveri talmente pesti che mal si sarebbe distinto a quale specie di animali appartenessero.

Fu biasimata molto cotesta giustizia eseguita in quel luogo ed in cotesta ora.

Il giorno appresso apersero l'avello di casa Soderina e vi calarono prima un corpo mutilato, poi una donna e per ultimo una testa. Il manigoldo aveva in un colpo troncato due vite[281].

La pubblica compassione allo spettacolo di tanta miseria rimase profondamente commossa; una mano pietosa pose alla desolatissima madre la lapide. Sul principio del secolo passato se ne leggeva ancora una parte la quale diceva così:

. . . . . . . . . . . IVSTAM. FILII. NECEM. ADPRECARI AC. FERRE. NON. POTVI . . . . . . . . . . . IN. VITA. IN. MORTE. IN TVMVLO COMITAVI. ILLVM . . . . . . . . . . . A. CAPITE. FILII. MISERRIMI MOERORE. MATERNO AVERTE. IRAM. DEI. PUNTISSIME. VIATOR.

Ai tempi nostri non m'è riuscito rinvenire questa lapide; certamente tra tanto volgere di vicende rimase distrutta con altri incliti monumenti di storia patria.

CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO

IL CALCIO

«Deinde illis omnibus qui cubantes in lectulis suis somniant somnium de universali felicitate filiorum Adam in terris et expectant libertatem civitatis ab æquitate potentiam, abrumpe somnium et spem, et dic unicuique.»

«Quindi a coloro tutti i quali prostesi sui giacigli sognano il sogno della universale felicità dei figli di Adamo sopra la terra, e libertà aspettano dalla giustizia dei potenti, il sonno rompi e la speranza, e favella a ciascuno.»

_Hypercalypsis_ DIDYMI CLERICI, c. 18, v. 26.

Una falsa dottrina ha preso per somma nostra sventura a mettere le barbe negli ingegni della presente generazione italiana; ma tanto mi affido nel genio della bella contrada che spero non avranno tempo da diventare radici. Traviando dietro deplorabili vaneggiamenti ai quali imposero il nome specioso di scienza trascendentale, abbandonarono i severi precetti della pratica filosofia per correre dietro ad astrattezze di cui il meno che possiamo dirne si è che tornano inutili. Per me ho tenuto sempre questi strani cervelli in concetto di uomini incompiuti, ermafroditi intellettuali, cioè nè osservatori nè poeti; se osservatori, tu li vedresti speculare argutamente i casi umani, dedurne le poche conseguenze sperimentali capaci di applicarsi ai bisogni degli uomini, comporne un libro d'istituzioni accomodato allo intelletto comune, non già misteri cabalistici dove nè Dio nè il diavolo comprendono parola; se invece poeti, anzichè immaginare inabile congerie di strumenti, di ruote, di suste e ordigni altri siffatti incapaci a imprimere un moto qualunque, i morti dalle antiche sepolture evocherebbero, a favellare delle virtù e delle colpe passate con la magia dell'ingegno costringerebbero, dalla intera natura colori per avvivare i canti loro raccoglierebbero, e poi o Anfioni edificherebbero Tebe, o Timotei Persepoli incendierebbero. Essi, all'opposto, come Curzio, si cacciano nella voragine, non già per salvare, sibbene a perdere le menti in infelici sofismi: nella vertigine incomposta dei pensieri loro, afferrata una nuvola, si affaticano a foggiarla nel sembiante del Giove di Fidia, e un soffio leggiero di vento gliela converte nel più grottesco diavolo che dipingesse il Calotta nella _Tentazione di santo Antonio._ Icari dalle penne incerate, volano per cadere, — ogni nome di essi indica un errore, ogni sistema un grado di avvicinamento alla follia. Questa è la storia dei libri di siffatti empirici che hanno tolto il nome di filosofi. Tale tra loro in molti volumi s'ingegnò di provare l'uomo nascere incredulo, la scienza farlo scettico in prima, poi condurlo alla fede, — altri altre cose. Sortimmo noi la facoltà di pensare per disperderla in giuochi siffatti di spirito? E poi hanno preteso descrivere Dio, le leggi della creazione, e stampare la carta topografica dell'anima con la famiglia delle passioni e delle idee. Fossero stati almeno cotesti loro sogni leggiadri! Ma no, tenebrosi, confusi a guisa di deliri, spossano l'anima e la infastidiscono miseramente. Sempre nel disegno di sostituire i propri vaniloqui alla esperienza, parlarono di morale e di politica. Qual morale! Qual mai politica!

Non si adoprarono già a temperare l'orgoglio dei fortunati con la evidenza di un fine comune, — non intesero a sollevare gl'infelici con la speranza di più nobili destini, — non ispesero l'opra a provvedere all'effettuale miglioramento di tutti, — no; pretesero provare ottime le condizioni presenti della umanità; non dissero al caduto: Sorgi. — bensì invece: in cotesto fango tu stai da principe, rimantivi e godi. — Almeno il maligno di Ferney nel suo _Candido_ rideva; questi poi favellano come se si fossero accomodati sul tripode della pitonessa.

Avrei voluto non rammentare nomi, ma non mi riesce tacere del Degerando. Immaginatevi, se vi dà il cuore, costui ridotto nella quiete di stanza riposta davanti un banco elegante, tepide le membra per un bel fuoco, il capo e i piedi coperti di pelli o di seta, senza pure sorridere, dettare le seguenti sentenze: «Il cavatore che, sepolto nelle viscere della terra, del continuo percuote il duro sasso, sembra piuttosto patire un gastigo che esercitare industria; il minatore vede la sua esistenza rianimarsi, una luce più pura di quella del giorno ch'ei contempla lo rischiarerà nel seno delle caverne sotterranee, riprenderà lietamente il grave arnese caduto dalle mani spossate e dirà a sè stesso: Ed io pure adempio alla santa legge imposta dalla natura! E per me pure la vita è preparazione a più alti destini[282]!»

O Degerando! non andate a tenere questo proposito al minatore; imperciochè s'egli riprenderà il martello caduto dalle mani spossate, sarà per darvelo sul capo: e farà bene. Povero minatore, intendi tu queste belle parole? Degradato alla condizione del bruto, e peggio del bruto, imperciocchè egli almeno goda l'aspetto del cielo e cibi sul prato l'alimento acconcio al suo corpo ed abbia sortito dalla natura una pelle che lo ripara dai rigori del freddo; e tu, infelice minatore, col cervello inselvatichito, con l'agonia della luce, del cibo, della bevanda, di tutte le necessità, ti placherai a siffatti conforti?

O Degerando! perchè non vi volgete piuttosto alle passioni dei potenti e non gli ammonite a rinunziare ai metalli che cava il minatore? Perchè non insegnate a costoro rispettare la immagine di Dio, rimovendone il piede dal collo avvilito? Quando celebrerete l'uomo uguale all'altr'uomo, — quando direte la umanità non essere nata onde una parte di lei sia più che numi, un'altra meno che bestie; allora sì che vi saluterò filosofo davvero. Che se le condizioni della pervertita nostra natura non consentono miglioramento, allora tacete. Non accrescete ai dolori di questa maledizione che si chiama vita il fastidio delle vostre voci. Nella schiavitù di Babilonia, le vergini di Giuda appesero l'arpa al salice — e piansero.