Part 62
Dapprima nessuno: tutto il cervello gli doleva siccome offeso da forte battitura; tentava inutilmente volgere il pensiero a un punto fisso; la fonte sembrava inaridita; si affaticava invano a suscitare la mente percossa da paralisi; — l'anima gli era morta prima del corpo; e sì che tanto breve ora gli avanzava di vita, a tante cose doveva meditare e a tante ancora provvedere... Oh Dio! questa impotenza lo contristava come i sogni sinistri, nei quali ti pare sentirti il ferro dell'assassino nei fianchi e tu non puoi aiutarti con la voce nè con la fuga. Ma di un moto convulso gli venne fatto cambiare positura, ed allora la immaginazione, quasi vento burrascoso nei campi, prorompendo sommosse un turbine di affetti e di memorie. Come baleno per notte profonda illuminando largo tratto di paese rivela allo sguardo pianure e colli e fiumane e alberi e case, obietti in somma infiniti e infinitamente svariati, così la immaginazione ricercò, — rischiarò, — vestì di bellezza i casi più riposti della vita: — sentì di nuovo il Soderini le gioie dell'infanzia, quando è dolce voltolarsi su l'erba verde, e punge cura di aggiungere correndo la farfalla, o desiderio di possedere l'uccello che canta e il pomo che rosseggia sopra i rami dell'albero: seguitarono i piaceri dell'adolescenza, — il primo cane sguinzagliato dietro la fiera, il primo cavallo stretto tra le ginocchia poderose; — e qui cominciava a mescolarsi una immagine di vergine ch'egli desiderava ardentemente, e non ne sapeva la causa, — che lo faceva sospirare, e ne ignorava il perchè; amava il suo riso pel riso, gli occhi per gli occhi; la fiumana del cuore era gonfia e non pertanto scorreva entro i suoi argini. Quanto ebbe diletto in quei giorni slanciare il cavallo di piena carriera lungo la via che passava davanti alla casa della fanciulla vagheggiata, circondarsi di un nuvolo di polvere, e traverso quel nuvolo scorrere come saetta e gittare un bacio a lei, che sporgendo dal balcone mostrava la guancia pallida pel pericolo del giovanetto! Gli si presentava alla mente il verde della campagna fresco, rugiadoso come su l'alba di un bel giorno di primavera o sul crepuscolo di un giorno di autunno, quando la pioggia lieve è caduta, e poi il cielo si fece all'improvviso sereno: vedeva l'emisfero colorito del più bell'azzurro che mai abbia sorriso sul nostro capo, e in quegli spazi rotare con magnifici giri il falco pellegrino... Oh felice, felice quel falco! Poi gli tornava alla mente la madre, o come quando curvata sopra la culla gli sorrideva e, lieve vellicando il suo corpo tenerello, convertiva in riso anche i pianti di lui povero infante, o quando, inconsapevole il padre, gli somministrava danaro per le sue voglie di fanciullo, o allorchè, amorosa troppo, celava i suoi falli giovanili per non provocare lo sdegno paterno: — povera madre! non gli aveva mai detto parola che sapesse di acerbo, — dalla sua bocca non era uscita nessuna rampogna mai, — non sapeva vietargli nulla; dov'egli si fosse ostinato in cosa che le tornasse spiacevole, — Tu mi farai piangere! — ella diceva e nulla più. Oh! come le immagini mutarono nell'agitato suo spirito! il capo volge da una guancia all'altra, non trova quiete. All'improvviso pargli vedere per mezzo sentieri ingombri di pantano e di sterpi avanzarsi penosamente una femmina; ella mostra il sembiante disfatto, spessi sospiri le prorompono dal seno, i piedi muove pel fango, le vesti ha sordidate e le membra, e la bufera le sventola dietro le spalle i capelli bianchi, cade la pioggia a rovescio; i nuvoli spinti dal vento scorrono pel cielo e rassembrano i demoni precipitati quando mossero battaglia al trono dell'Eterno. — Quella è sua madre; i suoi passi tendono ad un ampio campo recinto di mura; ella percuote sommesso alla porta: un ente senza forma, e non pertanto terribile, spalanca i cancelli e le domanda che cosa cerchi a quell'ora. — Piano! ella risponde per l'amore... è egli sacrilegio rammentare qui Dio! — Silenzio! — Ebbene, prosegue, per l'amore di Dio, sono una madre che vorrebbe piangere sopra la sua creatura; ella fu scellerata, ma io la portai nove mesi nelle mie viscere. — Cercala, riprende la voce; in cotesto spazio di terra, colà da quella parte il campo maladetto accoglie i cadaveri dei figliuoli che uccisero i propri parenti. — Non è qui. — Più in là vi sono i padri che hanno ucciso i figli, le madri che dispersero i loro portati. — Non è là. — Più oltre giacciono i fratricidi. — Nemmeno. — Là in fondo stanno i Giudei che crocifissero Cristo. — Neppure. — Femmina, o chi cerchi dunque? — Altri... altri. — O sciagurata! e allora tu cerchi un traditore della patria? — Piano! io muoio di vergogna..., sì, un traditore. — Io non tengo ricordo di costoro: corre gran tempo che la corda della forca lo ha scaraventato fuori del mondo? — Ieri all'ora del crepuscolo. — O dannati! cominciò la voce a urlare come un tuono, — o dannati! sapreste voi dire dove giaccia il corpo dell'anima che ieri cadde tra quelle che si tormentano nell'inferno? — La terra si commosse quasi la scuotesse il terremoto, e dalle fosse infinite che coprivano la campagna uscirono urli che dicevano: Lorenzo Soderini, Lorenzo Soderini! ben venga la madre sua! — scopérchiati, Soderini, fa accoglienza a tua madre! — E a lui sembrava udire sotto terra coteste parole di scherno, e con ambedue le mani afferrava la lapide per non essere scoperchiato; invano però, chè una forza irresistibile toglieva via la pietra, ed egli compariva davanti a sua madre ignudo, nero, arsiccio in mezzo di una fossa di fiamme, sicchè la madre urlava anch'essa: Ahi! povere mie carni! — e le mani cacciatesi nelle chiome, faceva atto di precipitarsi nella fornace del figlio. — Il figlio invece la respingeva, e la sua mano posta sul seno che l'aveva allattato, vi levava la fiamma e vi lasciava la scottatura, e con feroci accenti la rampognava: — Ora che hai pubblicata la mia infamia anche a' morti, va', io maledico il tuo fianco che mi ha portato. — Il condannato intanto arronciglia con le dita attratte la copertura del letto, scuote smanioso la testa e geme:
«Povera madre!»
Dante da Castiglione contemplando il nuovo spasimo, volgendo il pensiero alla femmina angosciata, ripete:
«Povera madre!»
Il Soderino temendo di beffe solleva la faccia; ma viste due lagrime scorrere giù per la barba del Castiglione, come furente strinse la destra di lui, la baciò con immensa passione e proruppe in pianto irrefrenato. Il Castiglione lo conforta e spesso gli viene ripetendo:
«Sii uomo!»
Frattanto sopraggiungono nuovi battuti per rilevar i fratelli che hanno consumato l'ora. A Dante viene fatto, senza riporvi mente, di stendere le dita quasi per contarla. Lorenzo, che si accorge del moto, domanda affannoso:
«Quanto mi avanza a vivere? — Ditemelo, — sei ore, — quattr'ore, — due, — una? — Io non voglio morire, non posso morire così presto. Questa luce mi offende gli occhi, — quest'aria mi pesa sul petto»; e correndo con impeto apre le tende e le finestre. «Oh! — egli prosegue, — aria fresca che porti refrigerio al mio sangue infiammato dalla febbre, domani per me soffierai invano; addio, patrie valli, addio, fiume patrio, addio, colline... Sopra uno di quei monti a cielo aperto, fornito lo spazio di vita che natura concede agli uomini, l'emisfero stellato sul capo, la cara famiglia d'intorno, sarebbe meno trista, forse piacevole cosa la morte; ma ahimè! tra i miei occhi moribondi e il cielo io vedrò un ferro tagliente, un uomo che non conosco e che m'uccide... ah! egli è crudele.» — E qui caccia fuori un terribile urlo e con ambe le mani si cuopre gli occhi.
Dante accorrendo gli domanda qual cosa l'offendesse.
«Colà, — colà, — ed accennava col dito, — ho ravvisato la villa della mia famiglia, — la stanza in che nacqui: chiudete le finestre, — calate per carità le tende, — io non posso sopportarne la vista.»
Continuava a percorrere la stanza. Il suono monotono dei fratelli del Tempio gli percuote da prima fastidioso l'orecchio, poco dopo insoffribile; si ferma davanti al Castiglione e in voce spenta gli dice:
«Dante, io non sono disposto a morire, e pur conviene ch'io muoia; mi sento le membra valide, i visceri sani; e tutto questo mi renderà più dolorosa la morte... Se tu immaginassi come agiti tremenda la preghiera dei moribondi profferita sopra un uomo pieno di vita, tu allora sapresti quando sarebbe pietà imporre silenzio a quei battuti: finchè non tacciano, io non potrò sollevare il mio spirito al cielo.»
Dante ristrettosi con i due neri da parte gli supplicava:
«Fratelli, vorreste voi andarvene nell'altra camera e colà pregare sommessi? — La vostra sembianza contrista il condannato.»
«Fratello», risponde un battuto, «la nostra regola ci ordina di pregare nella stanza del giustiziato.»
«Sì, sì, ma la vostra regola ha fondamento sopra la carità, fratello; il divino Maestro lo ha pure insegnato: la parola uccide, e lo spirito vivifica: voi non farete opera meno meritoria per voi nè meno giovevole al condannato, ritraendovi nell'altra stanza; i desiderii dei moribondi son sacri, — ed a lui, voi lo sapete, avanzano appena sei ore da vivere...»
«Se ci mandate via, noi ce ne anderemo; e se cotesta anima per difetto di preghiera si perde, cada il castigo sul capo di cui n'era la colpa.»
«Noi non vi cacciamo, sibbene vi scongiuriamo a non funestare quel misero...»
«O noi preghiamo qua dentro e ad alta voce, come dobbiamo, pregheremo per lui, o ce ne anderemo.»
«Andatevene dunque. Voi avete di carità la forma, vi manca il cuore: voi movete le labbra, spingete una parola, ma la fiamma manca alla voce, e la vostra preghiera ricade come un crasso vapore che non può sollevarsi fino al cielo: andate! — Dio non ha mestieri della mediazione degli uomini per soccorrere l'uomo: il Redentore, che la pecora smarrita antepone alle rimaste nel branco, gli stenderà le braccia: Cristo, per ascoltare costui, non chinerà le orecchie più di quello che si curvasse per ascoltare voi superbi ministri del Dio di umiltà. Andatevene: se voi vi ricusate pregare, pregheranno gli angioli per lui.»
Poi dopo successe un silenzio profondo tanto che si udiva il crepitare dei ceri accesi dentro la cappella.
Ecco s'inoltra un uomo vestito di nero; — le sue sembianze paiono scolpite nella pietra, — i suoi capelli sembrano metallici; dai modi lo diresti un maggiordomo, — ed è veramente tale. Io non saprei descriverti per l'appunto le sue maniere, ma potrai vederle uguali nei cortigiani e in quelli altri che chiamano diplomatici, — specie di pifferi dove non soffia Minerva per paura di sconciarsi le gote; coteste sono maniere che sbigottiscono gli affetti e respingono atterrite nel cuore le dolci espansioni pronte a sgorgare.
Il nuovo personaggio, seguito da valletto il quale gli veniva dietro recando una guantiera, fermatosi dinanzi al condannato, con voce impassibile e cerimoniosa incominciò:
«Fratello in Cristo, e' dovete sapere, come fino dal 1300 e tanti, messer Amedeo degli Amedei, in quel tempo rettore della cappella di san Giuliano in San Nicolò delle Monache, e della chiesa di San Remolo, pei rogiti di ser Giovanni del Guiduccio ordinasse che i suoi successori nel patronato della cappella suddetta accompagnassero i condannati alla morte e li confortassero con un panellino confetto di once tre. Messere Ieronimo, mio signore, abborrendo farsi vedere in cammino con un condannato, e per altra parte desiderando mantenere il lodevole costume dei suoi maggiori, mi manda a voi per presentarvi il panellino confetto, e la mancanza della sua presenza redime con l'aggiunta di questo nappo di malvagia.»
Dante credeva trasognare, ma poi l'ira lo vinse, e con dura favella domandò:
«E chi è cotestui che tu chiami signore? La prima volta è questa ch'io lo sento rammentare in vita. Non lo conosco...»
«Colpa vostra», riprese il maggiordomo; «avreste dovuto andare a trovarlo.»
«Colpa sua», interruppe con voce terribile il Castiglione; «colpa sua se, nascendo degli Amedei, ha fatto ignorare fin qui la sua esistenza in Fiorenza; — colpa sua se tanto è da poco di cuoprire la sua abiezione con la fama dei maggiori. Non so se il privilegio di cui parli sia vero; quando pure lo fosse, riporta al tuo signore il vino e il pane, e a nome di Dante da Castiglione Catellini Filettieri gli dirai essere cotesto privilegio cessato dacchè la casa Amedei si spense; ch'egli non deriva da loro, — che mentisce stirpe, e che io sono pronto a provarglielo a tutta oltranza con lancia e spada, a piede o a cavallo, prima che il sole tramonti.»
Lorenzo, curvo con la persona, gli occhi incavati, che i minuti adesso passavano gravi sopra il suo corpo come anni, si accosta al maggiordomo e con voce cupa gli dice:
«Fratello, gran mercè, — ma per qual cagione prenderei io cibo e bevanda? Non è questo un oggi senza domani per me? Nel giorno che succederà a questo dovranno le membra mie triste fare altra cosa che rimanersi ferme nella fossa? — Riprendi dunque cotesti alimenti... non versa la tesserendola nuovo olio nella lucerna quando sta per coricarsi... Riportali al tuo signore, e gli dirai dalla parte del condannato che i suoi maggiori ebbero per avventura carità, ma furono certamente stolti... forse non sapevano che al condannato non rimane altro sapore tranne quello della morte? Quel vino avrebbe sulle mie labbra il gusto del sangue; anche non fosse stato aceto e fiele quello che dettero a Cristo nella sua ultima ora, qualunque liquore gli sarebbe parso ben tale.»
«Va'», con mal piglio continua il Castiglione al maggiordomo, «e di' al tuo padrone che aggiunga quel nappo al vino che ha costume di bere: — così almeno diventerà qualche cosa, — forse un briaco!...»
Il maggiordomo uscì salutando con la solita gravità.
Passò altro tempo senza proferire parola; adesso sporgendo attento le orecchie il Soderini mormora numeri progressivi e dice:
«Anche di un'ora mi sono accostato al supplizio.»
«Io non ho inteso nulla», soggiunse il Castiglione.
«Ah! messer Dante, i sensi prossimi ad abbandonarci diventano più perfetti, come il cuore pronto a cessare di battere estende e moltiplica i suoi palpiti; voi lo sapete, anche a Dio parve fuori di misura amaro il calice della ultima ora e pregò il Padre di allontanarlo dalle sue labbra: — arguite da ciò s'egli sia angoscioso. Ma pensiamo a morire, soggiunse scotendo tristamente la testa; — venitemi accanto, messer Dante, qui; — porgetemi ascolto, chè dalla gola m'esce piccola voce, e mio malgrado la lena mi manca. — Del conforto che, abbandonandomi tutti, vi compiaceste compartirmi, vi rimeriti Dio, ch'io nè con parole nè con altro posso. — Se di tutt'altra morte io mi morissi e per diversa causa, io vi direi, — e qui si trasse un anello dal dito, — messer Dante, portate questo in ricordanza di me; e voi lo porterete per amor mio; — ma io non ho diritto di raccomandare la mia memoria; — si raccomandano ai superstiti le cose infami? — Via da me questo superbo desiderio»; e così favellando gittò in un canto della cappella l'anello: «dimenticatemi...»
Di nuovo silenzio; alla fine del quale, a voce più fioca, quasi con pena continuò:
«Messer Dante, voi ve n'andrete, vi scongiuro, da mia madre»; e poi, come se avesse fatto uno sforzo superiore alla sua lena, si tacque.
[Illustrazione: ... affrettatevi... volate... Viva la Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero... _Cap. XXV, pag. 577._]
Il Castiglione, con gli occhi chini al pavimento, aspettò lungo tempo che il Soderini continuasse. Poichè ebbe invano aspettato, egli stesso riprese con suono di voce che studiò rendere quanto meglio poteva soave:
«Andrò da vostra madre...»
Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non potè proferire parola.
Chi può ridire il dolore che Lorenzo soffrì in cotesto istante supremo? Il suo corpo non meno che la sua anima stette percossa dall'atroce catalessi. Quando pure potesse descriversi, le lagrime cancellerebbero l'inchiostro, la mano tremante impedirebbe si formasse la parola; — io passo questo momento senza narrarlo.
E nondimeno volendo Lorenzo esprimere quel suo concetto, per riuscirvi cominciò da più lungo circuito e riprese a dire:
«Io già sono morto; la pena mi ha colpito prima della scure: in faccia alla legge, la terra raccolse le mie ossa; — l'estremo bene concesso ai moribondi mi è negato; — io non posso fare testamento; nè ciò mi duole perchè mi premesse beneficare amico o parente: in questa ora mi accorgo avermi circondato lusingatori pessimi, non amici; — ma sì perchè avrei voluto istituire mia erede la Repubblica. — La Repubblica, — voi mi direte, — non ha mestiere de' tuoi doni, e lo so; ma io la supplicherei, quanto meglio umilmente potessi, a non rifiutare le mie sostanze, — le accettasse come offerta espiatoria, come testimonio di pentimento che non cesserà con la vita. Ciò che mi è conteso faccia la madre mia; finchè vive ella goda dei miei beni; — ella però vivrà poco, — non istarete gran tempo a riaprire la lapide del domestico avello per lei: mal si accosta alla bocca il pane bagnato di lacrime, o se pur vi si accosta, non si converte in alimento, sibbene in veleno dentro le viscere... Messer Dante, voi andrete da mia madre e le significherete questa mia volontà; — ditele come la sicurezza mia che per lei venisse soddisfatto questo mio desiderio empiva di pace gli ultimi istanti della mia vita... Ella mi ha amato sempre..., e lo farà...»
Ad un tratto Lorenzo stende la mano verso la daghetta di Dante e trattola prestamente si allontana. Il Castiglione gliela vedendo brandire, caccia un urlo ma non si muove. Lorenzo, reciso che s'ebbe una ciocca di capelli, gliela rigetta sul letto e muove le labbra a mesto sorriso.
«Non temete, io non posso uccidermi, — sarebbe aggiungere a delitto delitto. Dopo la colpa di avere tradito la patria non mi rimane altra colpa a commettere che sottrarmi alla sua sentenza: no, il mio capo mozzo dal carnefice giova che dia salutevole esempio a chiunque tanto fosse infelice da seguitarmi nel misfatto, — ed io per certo non vorrò privare la patria di questo spediente per atterrire i traditori, perocchè, Dante, — vedete se ridotto a tale estremo io volessi ingannare nessuno! — assicuratevi che io non era il solo nè il più terribile degli altri: — guardatevi dal Malatesta. — Ora, messer Dante, voi recherete questi miei capelli alla mia genitrice e le direte che avrei voluto mandarle il cuore: — ella avrebbe allora conosciuto che se il cuore di suo figlio fu infedele alla patria, non lo è mai stato per lei, — che i suoi ultimi palpiti furono per Dio e per lei; epperò non gli dia al vento, ma se li serbi per sè sola nel seno ch'io ho ferito di tanti dolori, — che gli abbia cari, che pensi a me, — che viva, non posso raccomandarle felice, — e non mi maledica... Anche una grazia Dante, una sola grazia, — e poi le mie labbra non favelleranno più di cose terrene; — io non ho diritto a domandarvela, e non pertanto la pretendo da voi; — me la farete, Dante? — Dite che me la farete...»
«Parla, e Dio non mi accolga in luogo di salute se io non te la faccio, perocchè l'angoscia ti abbia rigenerato, e i tuoi pensieri appartengano al paradiso. Spera; — il pentimento ha il suo battesimo, come l'ha la speranza, ed anche al caduto resta una gloria, ed è questa: poter dire rilevando il capo dalla polvere: Detesto la colpa.»
«Sentitemi dunque: quando udrete insultare la mia vecchia madre..., difendetela voi, trattenete le mani dallo avventare pietre su quella testa che non ha più lacrime e pure trabocca di affanno; — fate osservare che i suoi capelli, più che per gli anni, diventarono canuti per una disperazione che non ha misura; — impedite il popolo di sfasciarle la casa[279]; se in lei albergò un traditore, adesso è stanza di madre sconsolata; — perchè io la feci tra tutte le femmine la più infelice, non dovrà avere un riparo per riparare il suo corpo dalle intemperie delle stagioni? — Ella non ebbe parte nel misfatto del figlio nè deve renderne ragione: deh! almeno morto io non le debba essere causa di amarezza. Se poi vorranno ad ogni modo sfasciare la casa..., il cielo vedrà più scoperta la sua miseria, e ne sentirà prima compassione... Oh quanto fui scellerato!...»
«Spera», riprende Dante e gli pone ambe le mani in atto amorevole sul capo; «quanto di nobile si contiene in Fiorenza consolerà la tua genitrice; — anche i tristi rispetteranno lo spasimo di una madre senza fine dolorosa; sulla testa piegata dall'Eterno non deve posarsi mano mortale.»
«Ah! consolatela! parlatele d'un premio che diventa maggiore pei patimenti sofferti, — mostratele sempre il cielo, ond'ella non abbia ad abbassare gli occhi e vedere la fossa del suo figliuolo maledetta; — beata lei, se non le s'inaridisce il fonte delle lacrime! — Infelice me, che in ricompensa dei mali per me sofferti non posso altro migliore bene desiderarti che la facoltà di piangere!... Ahimè misero!...»
E qui tornava alle lacrime e tra il pianto ad ora ad ora veniva sclamando:
«Senza speranza di salute eterna! — infamia e supplizio interminabili!...»
Dante racconsolava cotesta smania e rispondeva.
«Confortati, Lorenzo, non disperarti; Dio non ti sarà più severo di quello che ti sieno stati gli uomini... le tue lacrime hanno estinto l'accusa; mira, Cristo placato ti apre le braccia.»
Si mitigò lo spasimo nel Soderini, cessarono le lacrime, si rimasero i singulti; una specie di letargo investì quel corpo spossato.
In mezzo a cotesto silenzio squillò più acuta la voce del bronzo che annunziava la penultima ora destinata al supplizio. Dante fremè per tutte le membra, volse lo sguardo pauroso sopra al Soderini e respirò più libero lo vedendo assopito:
«Dio lo ha perdonato», pensò tra sè, «poichè gli risparmia anche questo dolore.»
Nell'alzare degli occhi ecco vede presentarsi sopra la porta due strani sembianti, — il cappuccino e il carnefice: — parvero quasi la lingua biforcata vibrata da vipera in furore: — uno, quello del cappuccino, era pieno di angelica bellezza; l'altro, del carnefice, sembrava uscito dall'inferno; eppure in quell'ora male avresti saputo distinguere qual fosse stato dei due più sinistro dell'altro.
Vedendo che s'inoltravano per isvegliarlo, Dante si fece loro incontro e prendendo ambidue per le mani li trasse indietro favellando sommesso:
«Non lo destate.»
«E la confessione?» replicò il cappuccino.
«E il supplizio?» soggiunge il carnefice.
«Uditemi», riprende il Castiglione: «l'ufficio vostro in parte è uguale; voi, frate, dovete sollevargli lo spirito, — a te, carnefice, spetta di risparmiare dolori al suo corpo. Se il suo spirito ricava d'altronde che da voi, o frate, la sua pace, il vostro ufficio torna inutile, come lo sarebbe il tuo, o carnefice, se in questo punto ei morisse. Frate, non gl'invidiate il sonno; Dio sa come l'anima nostra si consoli meglio dell'uomo assai, nè quel sopore lo addormenta senza consiglio divino; voi fareste contro al vostro ministero svegliandolo, poichè lo contristereste; pregate basso; lo sovverrete quando vi chiamerà. Per te poi, o carnefice, se il cielo abbia sede anco per te dubito forte: ma se tu speri nella misericordia divina, aspetta senza moverti dal tuo posto che la giustizia umana ti getti una vittima da sagrificare, e aspettala col cuore mesto, come se la sventura ti aggiungesse; e sappi che qualunque passo tu moverai incontro alla tua vittima, quel passo come delitto ti sarà contato nel libro delle colpe.»
Il cappuccino piegò umile il collo e rispose con voce soave:
«Fratello, la vostra parola è buona; aspetterò che mi chiami; intanto io pregherò per lui.»
Il carnefice si accovacciò come un mastino minacciato di percosse e brontolava tra i denti:
«Alla fine dei conti il mio viso somiglia quello degli altri; — prima o poi mi ha da vedere e sentire.»
Quando Lorenzo si risvegliò, si guardò ansiosamente dintorno e non vide più il Castiglione: un suono languido gli uscì a fiore di labbra che disse:
«Ahimè sono solo! — Mi hanno tutti abbandonato!»