Part 60
Colpito a mezzo del corpo da una palla di cannone, Camillo da Appiano, signore di Piombino, trae un doloroso guaito scontorcendosi negli ultimi moti vitali.
«Muoio! oh muoio!» lamentava; «almeno avessi un po' di confessore... perchè l'anima di un cristiano è troppo pesa per volare al cielo, se un confessore non la liberi dalla gravezza del peccato... Signor commessario, assolvetemi voi... Le mie colpe sono poche... nella espugnazione delle terre... quando la vittoria ubbriaca il soldato... intendete!... e poi la repuguanza irrita... e le più volte era ingiusta... perchè... L'altra è che tutto l'oro che mi trovo sopra l'armatura non lo aveva mica comperato dagli orafi di Ponte Vecchio... e... e...»
Un getto di sangue che si scoppiò dalla bocca gli ruppe ad un tratto la parola e la vita[276].
Gli assalitori si arrampicano sopra le rovine del muro, altri appoggiano le scale; le artiglierie proteggono l'assalto; nessuna palla passa senza recare offesa; d'intorno al Ferruccio, o di urto o di ferita, ad ogni istante casca gente; qualcheduno si rialzava, più molti rimanevano in terra prostesi, — era un tentare la provvidenza la più lunga dimora in cotesto luogo. Iacopo Bichi, il quale fino a quel punto non si discostava mai dal Ferruccio, adesso gli grida:
«Commessario, sgombrate di qui... il nemico ha voltato da questa parte tutte le sue artiglierie... non è il vostro posto...»
«Non è il mio? — Non vedo altro pericolo maggiore... Lasciatemi stare.»
«Messere Francesco, scansatevi per Dio!» urla da un'altra parte Vico, «voi siete ferito nel ginocchio...»
«Non me ne sono accorto; — sta cheto, figliuol mio.»
«Venite, o vi faccio portar via dai cavalleggeri di messere Iacopo.»
«Guardati dal farlo, figlio mio, ch'io ti passerei da una parte all'altra con questa picca...»
«Ah! lo sapeva... Per la testa di san Giovanni Battista!» mormorò tra' denti Iacopo Bichi nel vedere rotolarsi nella polvere Francesco Ferruccio, che, percosso nel ginocchio opposto della gamba prima ferita, non aveva saputo più reggersi in piedi.
«È morto! è morto!» battendo palma a palma, prese ad esclamare Vico Machiavelli.
«Silenzio!» lo rampogna severo il capitano Morgante da Castiglione, uomo di vaste membra e di cuore anco più vasto[277]. — «La patria preme assai più del Ferruccio; è morto da prode uomo di guerra: lo piangeremo poi; adesso bisogna celare la sua morte, altrimenti ne seguirebbe sconforto e perdita di tutta la impresa; io gli porrò il mio elmo e l'assisa; mi vestirò la sua; voi trasportatelo fuori di qui... trattenete le lacrime... a quanti ve ne domandano rispondete... è il capitano Morgante ferito.»
In quel viluppo di uomini, nella orribile confusione che sconvolgeva ogni cosa d'intorno, riuscì agevole condurre a fine il proponimento del Morgante; nessuno ebbe tempo di accorgersi della mancanza del capitano; e in quanto al menare le mani, molto bene ne teneva le veci il valente capitano Morgante da Castiglione.
Colla visiera calata, il corpo coperto di un panno, Vico in compagnia di due soldati portava il Ferruccio: egli ed un altro sottentrandogli con le spalle alle ascelle, ricingendolo con le braccia traverso la vita, lo sostenevano dalla parte del capo; il terzo postosi tra le gambe e recatelesi su gli omeri, lo teneva sollevato dalla parte dei piedi. Vico preme la immensa angoscia e morde un lembo del panno che cuopre il Ferruccio per paura di non si tradire con una esclamazione.
Lo menò nel suo quartiere; licenziò gli uomini, chiuse con diligenza le porte: e non badando ad Annalena, che pure gli corre dietro smaniosa e lo chiama co' più dolci nomi nella più soave favella che mai avesse tocco orecchio d'amante, libera il giacente dell'elmo, e scoperto che gli ebbe la faccia, incominciò a lamentare:
«O messer Francesco, perchè ci avete abbandonato? Che farò io senza guida su questa terra? Che farà la patria senza il vostro consiglio? Io non vi darò sepoltura finchè ella non sia caduta; — voi dovete entrare insieme nel medesimo sepolcro. Oh! come queste labbra, che pur dianzi sostenevano con la voce la battaglia, taciono adesso! Come questi occhi pieni di vita non vedono, non dicono più nulla! Messere Francesco, non ci abbandonate... non ci abbandonate per amore di Dio!»
A Lena, quando contemplò il volto del giacente, stette per mancare sotto il terreno; non pertanto, meno sopraffatta dalla passione di Vico, conobbe il capitano dai colori della faccia non trapassato, bensì dallo spasimo delle ferite tolto fuori di sè. Con virile animo ella gli spogliò l'usbergo e le gambiere; vide una contusione sotto le coste spurie, dal lato destro; esaminò le piaghe delle gambe, — non le parvero pericolose, — e già si accomodava a medicarle, allorchè il Ferruccio, sciolto un grande sospiro, con maraviglia e terrore di Vico, il quale si era lasciato in balìa del proprio affanno, prese a parlare:
«Cavalleggieri, a me! — stringetevi, — incrociate le picche... Schiavi, all'inferno! E tu, marchese, a tua posta schiavo, sappi che una spada nella mano dell'uomo libero taglia per sette!» E quindi si leva a sedere, volge attorno gli sguardi attoniti e grida:
«Dov'è la battaglia? Dove mi avete portato? Vico, sei tu? È distrutto il nemico?
«O commessario! ai muri si combatte asprissima zuffa; noi vi abbiamo tolto dal terreno per morto.
«Perchè mi avete tolto? Perchè non mi avete lasciato? Improvvidi! e non sapete che anche morto avrei potuto spaventare il nemico? Forse non è il campo di battaglia il letto di riposo pel guerriera? Vico, m'invidii la morte sul campo? Pensi che sosterrei la vita per terminarla tra il pianto dei congiunti e le preghiere dei sacerdoti? Su!... ridonami l'aria aperta, mi sento soffocare qua dentro; datemi la picca... menatemi contro al nemico... Non sopra inglorioso letto, — non tra lenzuola ha da morire il Ferruccio... sibbene sul campo, — avvolte le membra dentro il gonfalone della Repubblica.»
E siccome Vico non si moveva, Ferruccio concitato a profondissimo sdegno riprese:
«Nessuno sosterrà il guerriero ferito! Mi basterà l'anima... se no, piuttosto che i miei combattano senza di me, mi spezzerò il capo nelle pareti.»
Balza dal letto; le gambe addolorate e dalla perdita del sangue infievolite gli negano l'ufficio; egli cade percotendo della faccia il pavimento. Vico e Lena lo soccorrono e tentano portarlo nuovamente sul letto. Ferruccio si oppone con minacce e preghiere, — poi comanda a Vico di sostenerlo tanto che arrivi contro al nemico. Vico a mani giunte lo supplica a deporne il pensiero.
«Per l'autorità che in me trasferiva morendo il tuo genitore, t'impongo di aiutarmi per tornare alla muraglia.»
Vico esitava pur sempre.
«Rompi gl'indugi, — o io ti maledico.»
Vico lo sorregge — invano. — Ferruccio non può mutare due passi; ambedue si fermano sconfortati; all'improvviso Ferruccio grida:
«Pommi su questa sedia; chiama gente che ti dieno mano e portami così su la breccia.»
La gente venne. Lena si affaccendava a fasciargli le piaghe, ma il capitano impazientito la respinge da sè:
«Non importa... vi rimane sangue che basta a salvare la patria... Sentite!... sentite! — Viva l'imperatore! — Ah! il nemico ha messo piede su i muri... presto... affrettatevi....volate... Viva la Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero! morte al papa!»
Il fiero capitano cacciò quel grido con tutte le viscere, sicchè il suono tonante della sua voce superò lo strepito delle armi e il fragore delle artiglierie. Tempestando e minacciando ottenne lo riponessero sulla breccia dirimpetto le artiglierie nemiche, a canto il gonfalone della Repubblica quivi il terreno appariva solcato dalle palle; i più animosi si allontanavano dal luogo reso terribile per cumulo di cadaveri: il marchese Del Vasto, disegnando spingere la sua milizia a nuovo assalto da cotesta parte, fa drizzare le scale, spinge i soldati che si precipitano, salgono e già già afferrano la estrema parte dell'argine rovinoso.
«Cavalleggeri! Lascerete uccidere qui il vostro commessario senza difesa? — Viva la Repubblica! — La vittoria è nostra! — E staccato il gonfalone, con quanto aveva di forza lo agitava continuando a gridare: «Viva la Repubblica!»
Si riaccese la mischia; l'animo inasprito a nuova ferocia non faceva sentire la stanchezza delle membra e le ferite; unirono gli sforzi, ed anche per questa volta gl'imperiali furono ributtati dalla breccia. Il Ferruccio quando li vide in fondo del fosso, si risovvenne di certo suo scaltrimento di guerra, che consisteva nell'avere allestito non poche botti piene di sassi, le quali, riputando contenere munizioni, non avevano in sua assenza adoperato; — le rotolano adesso su l'orlo dell'argine e le lasciano sopra ai nemici; forte percotendo nel fondo del fosso le botti si sfasciano con impeto immenso; i sassi schizzano violentemente, e quale offendono nel piede, quale nelle gambe, tal altro nel fianco o nel volto; pesti, infranti, non sanno come mettersi in salvo: coloro che rimangono illesi prorompono in fuga precipitosa; nuova rovina di sassi, una pioggia dolorosa di acqua e di olio bollente si rovescia sopra gli offesi; oscene morti avvengono in cotesta infame fossa: — gli urli dei dannati possono appena uguagliare, non vincere, i guai che escono quinci entro a funestare le orecchie degli amici ed anche dei nemici; — membra troncate galleggianti nel sangue.
Il marchese Del Vasto, ineccitabile quanto il ferro che gli vestiva il petto, conobbe non dovere più oltre ostinarsi nello assalto; si guardò di sfiduciare i suoi soldati dalla speranza del vincere e sonò a raccolta; volle risparmiare il sangue, non per pietà di loro ma per amore di sè, imperciocchè quel sangue fosse venduto e gli appartenesse; in quel sangue stava riposta la sua gloria e la libidine di censo più largo.
Il giorno 21 di giugno, il marchese ricomincia la batteria da più parti, a Sant'Andrea e a Sant'Agnolo; con estremo sforzo si adopera contro; caddero i muri, corsero all'assalto; — pari l'ira da una parte e dall'altra, il valore pari; — ma o sia che il valore dei soldati di libera città comprenda virtù vera, e quello dei mercenarii del principe partecipi piuttosto del furore, o sia che vicino ad abbandonarle volesse Dio circondare di luce le armi fiorentine, nei petti degli uomini trovarono gl'imperiali un muro più insuperabile dell'altro composto di pietre. Si rinnovarono le morti, i casi miserevoli, le sconce ferite; — di nuovo i muri grondarono sangue, — il cielo fu bestemmiato o invocato, — ed ei stette pur sempre azzurro e sereno.
Comecchè l'anima gli ruggisse dentro, e' fu mestieri al marchese dichiararsi vinto e ritirarsi. Ferruccio gli sorgeva contro invincibile come la necessità. Partì con vergogna; e la gloria del superbo guerriero, seppure gloria deve rettamente chiamarsi il rumor vano che l'uomo acquista combattendo per lo straniero contro la sua patria, andò a spezzarsi entro le mura di Volterra. Le parole tra lui e il Maramaldo furono molte e acerbe: crucciato non volle tornare al campo e si ridusse alla moglie nel regno; colà trasse nell'ozio e consumò nella inerzia una vita oscura, — invecchiato strumento di tirannide; — la sua morte non compiansero figli, — gli circondarono il letto parenti avidi del suo retaggio, come il demonio della sua anima. Possa Dio non concedere miglior destino a coloro che feriscono il fianco della madre che gli ha generati[278]!
CAPITOLO VENTESIMOSESTO
IL TRADITORE
Riguardate e vedete Se v'è dolore pari al dolor mio! —
GEREMIA.
La mia storia si approssima al fine, — ma per arrivarci meglio egli è mestieri rifare i passi e tornarcene indietro: non te ne dolga, o lettore; — vedrai una donna, e forse ne sentirai meraviglia, ad un punto e compassione, perchè questa donna sarà una madre addolorata.
La notte in cui fu arrestato Lorenzo Soderini, Cencio Guercione recò immediatamente la nuova a Malatesta, imperciocchè Cencio fosse uno di quelli che dovevano intervenire al ritrovo, ad istanza del Baglione suo signore, il quale, per istarsene appartato, non voleva meno, a guisa di ragno al sommo della tela, avere in mano le fila di quanto in Firenze si operasse o dicesse.
Appena ebbe posto fine Cencio al suo parlare, Malatesta, sporgendo fuori del letto, dove se ne stava giacente la gamba destra ed agitandola a modo di spronare un cavallo, prese a dire:
«Cencio, andiamocene; sento un'aria di forca che mi stringe la gola; va', sella i cavalli... mi pare che la terra mi manchi sotto...»
«Parlate daddovero, messero? Adesso? Sul punto di raccogliere la mercede delle onorate nostre fatiche?... io rimango.»
«Cencio, i beni senza la vita non valgono nulla.»
«E la vita senza i beni vale anche meno; addio al sangue dei Baglioni vostri crudeli parenti e nemici; — addio Bevagna, Tunigiana e le altre terre e castella: rimanga il nipote senza vescovado, — Ridolfo vostro senza la duchessa di Camerino. — Ah! voi mi fate pietà.»
«Usciamo da questo inferno, — diamo la porta al Principe e lasciamolo a sbrogliare le sue faccende con la Signoria...»
«Ma allora chi vi assicura della fede del papa? E poi per questo estremo noi siamo sempre a tempo. Abbiate pazienza, lasciate a me la cura d'ingrandirvi un tal poco; altrimenti nessuno vorrà credere che una nobile repubblica come questa sia stata condotta in rovina da un goffo come siete voi: la nostra nicchia è la ribalderia; sta bene, ma almeno occupiamone quanto basta per farci figura... che cosa direbbe il diavolo di voi?»
«Cencio... ascoltami una volta per sempre... A cui darai vanto del suono, al citarista o alla cetera? Tu sei in mia mano la cetera — ricercandoti, ne ricavo ora il basso ora l'acuto; un giorno o l'altro potrei anche lasciarmiti sfuggire di mano e mandarti a rompere sul terreno.»
«Novelle! Voi fate l'altero per isprezzarmi, ed io vi domando: va egli il cieco senza la guida? — Io sono il fidato destriero che vi mena per balze e per dirupi; voi mi tremate sopra quando muovo sul ciglione del precipizio e vi raccomandate a tutti i vostri santi; io procedo sicuro e vi tolgo dai mali passi; — sono l'anima, la mente del vostro corpo...»
«Se presumi tanto di te, — va' solo, — e vediamo...»
«Solo non posso andare, mi manca stato; la fortuna mi ha posto in tal condizione che le opere mie mi darebbero fama nella taverna che frequento o nella contrada in cui nacqui: il diavolo conta tutte le ribalderie, ma lo storico segna quelle soltanto commesse sotto l'insegna di un leone, di due pesci o di una corona; insomma anche le scelleraggini, onde non muoiano presto nella memoria degli uomini, abbisognano di una marca imperiale, reale o almeno baronale...»
«Ed in prova che, dove io non fossi, tu saresti un fantastico senza vergogna, ti osservo che, spaziando sempre nel passato e nel futuro, tu non ti risovveresti del tempo presente.»
«Ogni uomo venne al mondo col suo patrimonio di ambizione... perchè non dovrei avere ancora io la mia? Per me, vorrei acquistarmi un bel tocco di fama o d'infamia, — insomma essere rammentato, come una eruzione di Vulcano, un terremoto, un diluvio; e malgrado il mio ingegno e la potenza di fare da me, voi, pur troppo io sento, mi divorerete la esecrazione dei posteri. Dio mi ha mandato Malatesta addosso come la ruggine del ferro. Se potessi rivivere fra tre secoli, leggerei sopra i ricordi dei tempi: Malatesta il più astuto... Ah! storico, invece di spendere in inchiostro, comprati elleboro, tu sei pazzo; Malatesta fu il più innocente, il più semplice uomo del mondo.»
«Ah! mi farai dormire: Cencio, invecchi e sermoneggi. — Va', muta veste, e studia indagare quali voci corrano per Fiorenza. — Mi viene un pensiero in mente. Vedi questa carta? — È una lettera del Papa. Sai a cui è diretta? — A me. — Indovini dove intendo depositarla? Alla Quarantia. — Ne comprendi la cagione? — No. — Va', va', mio buon Cencio...; col tempo imparerai a tua posta; per ora io ti saluto col nome di novizio nell'arte del tradimento.»
Cencio alzò le spalle e, avviluppatosi entro una cappa spagnuola, si accinse a partire. Malatesta, lo richiamando addietro,
«Guarda», gli disse, «che sia bene sbarrata per di dentro la porta, e i Perugini veglino.»
Cencio alzò di nuovo le spalle con tale un atto che avrebbe potuto significare: io non comprendo nulla.
Malatesta volle avviare a certa meta i suoi pensieri, ma non gli riusciva; il timore che la porta non fosse ben custodita gli teneva la mente del tutto ingombra: si levò dal letto con pena, e aiutandosi appoggiato ad un bastone si strascinò per le stanze giù per le scale, — toccò le sbarre, le tentò con quanta forza gli era rimasta nelle mani attrappite, e, assicurato da questa parte, si diresse al corpo di guardia.
I suoi fedeli Perugini vegliavano, la noia della veglia ingannando col giuoco e col vino: inosservato egli apparve in mezzo di loro e alzò la mano per favellare. I soldati cacciarono un urlo, non di sorpresa, ma di terrore, così che Malatesta se ne sentì avvilito; un pensiero gli traversò il cervello, doloroso come ferro rovente: tu sei già più che mezzo cadavere, — la tua vista mette spavento; cuopriti di cenere e muori. — Egli non potè proferire parola, stette alquanto con la mano quasi in atto di lanciare una maledizione, — poi ritornò silenzioso nelle sue stanze.
Ad ora di notte inoltrata tornò Cencio: — la pioggia cadeva giù a torrenti; la cappa e le altre vesti di lui erano imbevute d'acqua; mormorava tra i denti mozze parole. Appena Malatesta lo vide, incominciò:
«Cencio, che nuove?»
«Mi sono bagnato fino all'ossa», e senz'altro aggiungere spremeva l'acqua dalla cappa in sembianza di uomo stupido.
«Cencio, dimmi, quali parole ti venne fatto raccogliere?»
«Il freddo mi ha preso tutto il corpo; tremo come la cicogna...»
«Vuoi tu ragguagliarmi di quanto hai ascoltalo tra il popolo?»
«Il popolo, signor Baglioni, all'ora che fa, pensa ad altro che a novellare; — egli gode ciò che non possiamo ottenere più noi, — la pace del sonno.»
«Io ti comprendo, Cencio; il dispetto ti rode; tu mi porti rancore e immagini arrovellarmi col tuo segreto: — tientelo, non so che farmene, — se l'acqua ti ha concio, peggio per te. Io ho bevuto intanto del buon vino, e mi riconfortò le viscere; poc'anzi hai confessato che senza di me non potresti andare; io invece procedo molto bene senza di te; — va', lasciami dormire.»
«Or via, udite Malatesta...»
«Non voglio ascoltar nulla. Vassallo, obbedisci al tuo signore e lascialo in riposo... i rimorsi mi fanno morbido il guanciale, — il pericolo mi serve di letto: — anima volgare, a te lascio la veglia con tutte le sue paure di questo mondo e dell'altro.»
«Non ha per ora più bisogno di me!» susurrava Cencio Guercio; «sconterai la superbia alla prima occasione.»
* * * * *
Venti giorni dopo il colloquio riferito qui sopra, la campana del palazzo di giustizia, chiamato volgarmente il Palagio, suonava a raccolta.
Chiamava la Quarantia al giudizio di sangue: di ciò facevano fede i leoni coronati, il gonfalone appeso accanto alla porta del Palagio, i magistrati che si vedevano traversare il cortile e salire su per la immensa scala vestiti di cappe rosse.
Quando accennammo brevemente la forma del governo di Firenze, dicemmo come levata agli Otto la facoltà di far sangue, la concedessero alla Quarantia, ed avvertimmo ancora come dei due fondamenti i quali costituiscono l'ordinato vivere civile i nostri padri, periti del primo, cioè del diritto di ogni cittadino a partecipare la suprema autorità dello stato, ignorassero il secondo, la sicurezza personale. Nel 1527, sul principio della rivoluzione, vollero in parte mettervi rimedio e lo fecero instituendo la Quarantia. Certo non conseguirono lo scopo: i popoli procedono lenti, che la verità percuote obliqua i loro sguardi; comunque sia, cercarono per trovare. I delitti, in ispecie quelli di stato, dovevano notificarsi dagli Otto alla Signoria, la quale era obbligata estrarre a sorte quaranta uomini dalle borse degli ottanta, che insieme al gonfaloniero, ad uno dei priori, tre gonfalonieri delle compagnie, due dei dodici buoni uomini, due dei dieci, uno dei nove, uno dei capitani di parte guelfa, uno degli uffiziali di monte, due dei conservatori, uno dei massai di camera, dentro i quindici giorni dal di della tratta dovevano spedire la causa. Qual procedura tenessero nel giudicare vedremo in seguito.
[Illustrazione: ... il Ferruccio vi si avventura: grave di armi... _Cap XXV, pag. 559_]
Due uomini apparivano sopra la panca degli accusati, — entrambi stretti di pesanti catene: il primo, disfatto nella sembianza, con i capelli stesi lungo le guance, come se si fosse tuffato nel fiume, imperciocchè un sudor freddo emanasse senza mai cessare dal suo corpo; — le tempie avea cave, — le labbra pendenti e colore di piombo, — gli occhi bassi circondati da un cerchio nero; tutto svelava in lui il rimorso aver precorso la pena; — questi era Lorenzo Soderini: l'altro pochi giorni avanti fu mirabile per adipe e argomento di motteggio a chiunque lo avesse veduto per via; la paura gli aveva tolto ad un tratto la pinguedine, le guance gli cascavano giù dai lati grinzose come la pagliolaia dei bovi; il vermiglio che un dì le imporporava si era mutato in una tinta violacea, e il bianco degli occhi gli appariva chiazzato di macchie gialle solite a precorrere la itterizia; egli non imitava la immobilità del compagno, — anzi irrequieto agitavasi, gli occhi rivolgeva del continuo da un lato all'altro pieni di terrore, e con la bocca facea greppo, col capo ammicava in atto di domestichezza a quanti entravano nella sala; — e siccome la più parte passava senza badarlo, e gli altri lo guardavano biechi, egli per farsi avvertire da' primi tossiva, stropicciava i piedi, si alzava ritto ritto su la persona, non ometteva industria per richiamare la costoro attenzione; ed ai secondi si sprofondava in inchini per modo che col mento quasi veniva a toccare terra. Anche il delitto può parere sventura quando il reo prossimo ad essere colpito dalla legge si mantiene composto nella sua umiliazione e mansueto come quegli che sente essere la pena effetto di causa con le proprie sue mani fabbricata; quindi mentre l'aspetto del Soderini gli conciliava favore, rifuggiva ognuno dalla impudenza fratesca del secondo accusato; — ed infatti egli era Vittorio Franceschi, nominato fra Rigogolo, minore osservante.
Seduto ognuno al suo luogo, si alza il gonfaloniere Rafaello Girolami e con voce alquanto tremula incomincia:
«La Quarantia si trova ella di presente composta nel numero prescritto dalla legge?»
Il notaio, scopertosi il capo, risponde:
«Magnifico messere gonfaloniere, i presenti superano i due terzi.»
«La Quarantia», soggiunse il gonfaloniere, «vuole ella decidere la causa in questa mattina?»
Da tutte le parti si levò la voce:
«Vuole.»
Il gonfaloniere torna a sedersi; dopo alquanto di pausa si volge agli accusati e dice:
«Lorenzo di Tomaso Soderini, lo spettabile magistrato degli Otto vi accusa di pratiche secrete con i nemici della patria, di tentativi per sovvertire il reggimento, di voler ricondurre lo stato sotto gli antichi tiranni... Che cosa potete voi opporre a questa querela?»
Il Soderini schiuse a fatica la bocca, e dalle fauci gli proruppe un singulto; — nel tempo stesso sopra i contorni dei labbri gli comparve una bolla vermiglia, — scoppiò, — e dagli angoli della bocca gli gocciò una bava sanguinosa: una volta gli tremarono gli occhi, poi stettero quasi ghiacciati; crollò la persona e cadde sul pavimento; — non sospiro, — non gemito per lui; — il fragore delle catene fu l'unico suono che si fece sentire sul traditore caduto.
«Frate Vittorio», continua il gonfaloniere, «voi siete querelato del medesimo delitto: — che avete ad opporre per la vostra difesa?»