L'assedio di Firenze

Part 59

Chapter 593,821 wordsPublic domain

Grave carico danno, io non lo vo' tacere, a Francesco Ferruccio, di aver mandato alla forca Buonincontro Incontri ed un altro Volterrano, e rimesso a Nicolò Gherardi molto maggiore peccato: ma le sono novelle. Innanzi tratto vuolsi considerare come i Dieci gli avessero commesso di cavare dai Volterrani ribelli non solo tanto danaro quanto bastasse alle paghe dei soldati che di presente con esso lui militavano, ma altresì sopperisse ad assoldare mille fanti, i quali, uniti co' due mila che Giampagolo di Renzo da Ceri doveva condurre a Pisa o con gli altri che in pari numero avrebbe raccolto Andrea Giugni in Empoli, e sotto la sua condotta sarebbero comparsi da qualche parte alle spalle del nemico a combattere onorate non meno che utili fazioni. Due fini pertanto ebbe in mira il Ferruccio: procacciarsi pecunia per assoldare soldati, e averli bravi e fedeli. Però impiccava l'Incontri, il quale avendo ricevuto danaro dal Ferruccio per soldare gente, vista la città sua tôrsi alla ubbidienza della Repubblica, truffò le paghe, gettandosi dalla parte nemica: questa colpa meritava, giusta la legge del tempo, la forca, ed era dovere; il Ferruccio poi, versandosi in pericoli tanto supremi, dovendo tenere osservanti tante maniere di gente di ogni risma, ed anco per la sua natura austera, avrebbe fatto errore a rimettere il castigo. Impiccò l'altro Volterrano perchè colto su l'atto della fuga, da lui massimamente abborrita, come quella che, oltre a dare indizio di animo avverso, gli toglieva il modo di procacciare danari. I ricordi dei tempi testimoniano come il Ferruccio non potesse apprendere cosa che tanto lo mettesse in furore quanto questa di sottrarsi con la fuga a partecipare, mercè poca moneta, alla salute della patria; così vero che il conte Gherardo da Castagneto soldato devoto alla repubblica, avendo chiesto licenza di menare seco fuori delle mura Flaminio Minucci suo cugino, il Ferruccio gliela concesse a ritroso, non senza molto ammonirlo che badasse a non lasciarselo scappare; e poichè avvenne appunto come Francesco dubitava, quando il conte gli si parò dinanzi tutto avvilito, egli, postergato ogni riguardo alla potenza ed ai meriti del personaggio, tratta la spada voleva ammazzarlo ad ogni modo; e lo faceva se non lo avesse ritenuto il signore Amico d'Arsoli ed altri capitani di vaglia, che con molta fatica lo raumiliarono. Perdonò al Gherardi, mosso dalle supplicazioni della moglie che con quattro figliuoli gli si era inginocchiata davanti, e perchè la colpa di tenere pratica col campo nemico non compariva del tutto chiarita, lo mosse eziandio la persuasione di Pagolo Corso capitano di valore cui gli premeva tenere insieme agli altri bene edificato; e finalmente perchè ne trasse somma notabile di argento pei servizii della Repubblica.

Però, non bastando le somme raccolte alle paghe dei soldati e agli altri bisogni della guerra, il commessario cominciò a porre mano sugli argenti delle chiese, non mica sopra i vasi necessarii al culto divino, ma sopra statue di santi condotte in metalli preziosi e sopra arredi per troppa copia superflui. Se preti, e frati subissassero, non è a dirsi; a pensare che quei bei santi di argento stavano per ridursi in moneta, e in moneta destinata non per loro ma pei soldati, erano per dare del capo nel muro. In Firenze i sacerdoti chiamavano Ferruccio Gedeone, in Volterra Acabbo o peggio; — egli però non era uomo da rimanersi; chiamati alquanti di loro, egli si fece trovare seduto davanti una tavola sopra cui stava aperto il libro degli Evangeli.

«Perchè», levandosi in piedi esclama il Ferruccio, e la destra tenendo sopra il libro aperto, «perchè ricusate partecipare alla commune difesa? non comandarono gli apostoli agli universi cristiani, e non insegnò san Pietro che, comperati a prezzo di sangue, non dovessimo diventare servi degli uomini? Guardate, questa è l'epistola che egli scrisse ai Corintii; vorreste per avventura smentirla? Di che vi lagnate? Voi mi chiamate empio, perchè statue d'argento e d'oro rappresentanti immagini di Dio e dei santi io intendo convertire in moneta in pro della patria? Empio fu chi prima adoperò la materia a figurare l'Eterno con forma che perisce! Leggeste voi mai, o sacerdoti, i libri sacri? Udite Isaia: — Gittarono nel fuoco gl'iddii loro perchè non erano iddii, anzi opera di mano d'uomini, — pietra e legno, onde gli hanno distrutti. — Porgetemi ascolto, io vi leggerò un'altra sentenza del profeta[271] «A cui assomiglierete Dio, e qual sembianza gli adatterete? Voi non avete conoscimento. Egli siede sul globo della terra, e gli abitanti di essa al suo cospetto appaiono locuste; egli stende i cieli come una tela e gli tende come un padiglione; egli riduce i principi a niente, e fa che i rettori della terra sieno come una cosa vana, come se non fossero pure stati piantati, nè pur seminati, o che il ceppo loro non fosse radicato sopra la terra; solo che soffi contro a loro, si seccano, e il turbo li porta via come la stoppa.» — A cui dunque lo agguagliereste voi? Non prendete di Dio maggior cura di quella ch'egli stesso si prenda: — pensate abbisognare egli della protezione vostra? Dio padre non isdegnerà sovvenire con le sue immagini la causa santa che difende col suo spirito dall'alto. Temete che pel cessare delle immagini d'oro e di argento venga a mancare la fede di Dio? Forse non illuminerà il sole, non isplenderanno le stelle, non lo sentirà il cuore dei generosi, non parlerà di lui tutta la natura? Andate ed assumete sensi di carità per la patria vostra; — ricordatevi che a Cristo serviamo meglio con l'esempio che non con le parole, — e Dio redentore si aperse le vene per salvarci col sangue[272].»

Piegarono il capo, non ammollirono i cuori, e giù per le scale si susurrarono agli orecchi essere il Ferruccio ariano, luterano, ateo e manicheo insieme, perocchè tra tutte le ire quella dei sacerdoti come la più cieca così è la più codarda e spietata.

E poi siccome, malgrado le esortazioni, nessuno dava gli oggetti richiesti, Ferruccio se li prese: e siccome i frati di Sant'Andrea avevano celato i loro e giurato non possederne, ne mandò tre in carcere, donde non poterono uscire se prima non ebbero pagato duecento cinquanta fiorini d'oro.

Il commessario pel papa, Taddeo Guiducci, essendo rimasto prigione, Ferruccio se lo fece comparire davanti, ed è fama che appena lo vedesse con questi accenti gli favellasse:

«Messer Taddeo, se io non temessi di rincrescere a Dio col farmi micidiale del mio sangue, vi troncherei in questo punto con la vita la facoltà di commettere altri misfatti.»

Era Taddeo Guiducci zio materno del Ferruccio; uomo di lieta vita, pingue del corpo, di guance piene, ridondanti, color pavonazzo, segnate di una rete di vene chermesi e azzurre, con gli occhi sfavillanti, le labbra perpetuamente aperte al motteggiare o al bevere. A quel fiero rabuffo rimase quasi fuor di sè; di lì a poco riprendendo fiato, si attentò a domandare:

«Francesco mio, dite voi da senno? Non vi rammentate che siete figliuolo della mia sorella.»

«Io lo rammento pur troppo! Per lei nascendo mi seguita un peccato contro cui acqua di battesimo non vale; ormai la vita sarà per me una battaglia tra il voto della mia anima e il tristo germe che mi contamina il sangue; per voi io mi trovo in istato di affaticarmi non per conquisto di onore, ma per fuggir vituperio.

«Figliuolo mio», riprese amorevolmente il Guiducci, «te fino da fanciullo sconvolsero sempre queste parole prive di senso. Or odimi bene: o il principato prevale, o la Repubblica; se il principato, primi ad oltraggiarti saranno coloro nei quali massimamente confidi; — se la Repubblica, il popolo mal vedemmo sopportare sempre il benefizio: ti pagherà coll'esiglio, e Dio voglia che non adoperi il capestro.»

«Voi non intendete la fama ch'io desidero; — nella gratitudine altrui non confido nè devo confidarvi, imperciocchè operando il bene compiaccio a me stesso. L'assentimento della mia coscienza propongo alla lode di mille generazioni: sommo de' miei voti egli è questo, che, la sventura cogliendomi, io possa levare al cielo la faccia e domandare animoso: — Perchè mi opprimi?»

«Sconsigliato! Dà retta a me. Ormai la fortuna abbandona la Repubblica, — unisciti ai più forti e comanda...»

«Via dalla mia presenza; — le vostre parole non hanno facoltà di vincermi, e tuttavolta mi turbano, come i vapori della terra che non offendono, eppure velano la faccia del sole. — Soldati, custoditelo con diligenza; — quest'uomo che in altri tempi dove ci fosse offerto schiavo noi rifiuteremmo, vuolsi serbare caro adesso, perchè lo potremmo cambiare con qualche nostro fratello di arme rimasto in mano al nemico.»

«Francesco! e il sangue?»

«La infamia, come la morte, scioglie ogni vincolo; in voi ravviso un traditore, non un congiunto... vi risparmio la vita, e forse faccio male... Levatemivi dinanzi... traetelo fuori della presenza del vostro capitano[273].»

* * * * *

Fabrizio Maramaldo napoletano ebbe indole codarda e feroce; cupido di rinomanza quanto meno si sentiva a conseguirla capace; invidioso e superbo: costui militava nell'esercito imperiale e, fortuna fosse o favore, pervenne a tenere gradi supremi. Quando gli giunse la nuova della espugnazione di Volterra, trovandosi su quel di Siena, si vantò che gli sarebbe bastata la vista per menarsi dietro legato il venditore dei panni, chè tale ei chiamava il Ferruccio; lo avrebbero riveduto tra giorni; e mosse le compagnie, si portò sotto Volterra, dove con tutte le sue genti si pose alla porta di San Giusto. Appena fermato, manda un trombetto al Ferruccio intimandogli la resa, salve le vite: al tempo stesso con ispregio così del diritto delle genti come del Ferruccio gli confidava parecchie lettere dei fuorusciti scritte ai loro consorti, onde s'ingegnassero di levare a rumore Volterra, aiutando con le mene interne gli assalti di fuori. Venuto costui alla presenza del capitano della Repubblica malgrado gli avessero fermato addosso le lettere, non rimessa punto la napolitana burbanza, superbamente espose la superba ambasciata. Il Ferruccio non gli rispose parola; bensì presolo per mano lo riconduce verso la porta, e sul punto di accommiatarlo, presentandolo di alcuni fiorini, gli favella così:

«A cui ti manda dirai che le città si prendono con le bombarde, non con le parole; che tra poco noi gli faremo in persona più ampia risposta; — te poi messaggero avverto che a soldato, quale sei tu, disconviene portare proposte infami a soldato quale sono io; e peggio poi ordire tradimenti: per questa volta hai ricevuta benigna accoglienza e doni; — non ritornare; — quest'altra tu avresti il capestro: va via.»

E senza por tempo tramezzo, messi in ordinanza alcuni de' suoi, uscì fuori di Volterra ed appiccò una grossa scaramuccia con le genti di Fabrizio. Dove i soldati nemici non fossero stati meno tristi del capitano quel sùbito assalto dava al Ferruccio vinta la impresa; ma, usi alle guerre, di per loro stessi si rannodarono, strinsero le ordinanze, e conoscendo pericoloso il luogo dove gli aveva spinti Fabrizio, a canto la porta di San Giusto, si ritirarono nel borgo, dove parve bene al Ferruccio di lasciarli stare. Ora, nel mentre ei tornava baldanzoso in Volterra, ecco farglisi innanzi il trombetto da lui testè dimesso, col duplicato delle lettere addosso dei fuorusciti ai consorti loro, e di più un bando che promettea grossissima taglia a chiunque ammazzasse il Ferruccio: ancora recava la seconda intimazione al commessario di rendergli la città; insane cose e incredibili, se le non fossero, vere[274].

«Impiccatelo!» appena lo ebbe scorto, grida con voce concitata il Ferruccio.

«Signor capitano, rammentatevi che io sono un trombetto; — l'ambasciatore non porta pena.»

«Mia non è la colpa: ti aveva pure avvertito; — ricada il tuo sangue sul capo del Maramaldo. — Impiccatelo!»

Non valsero scongiuri, non lo mossero i volti dei circostanti nè la gioventù del messaggero, nè lo spesso invocare ch'ei faceva i parenti e la madre; stette inesorabile, e fu impiccato.

Gli storici del tempo biasimano cotesta azione del Ferruccio, e Benedetto Varchi, comunque espositore pacato delle cose di cotesta guerra, e delle virtù di quel capitano innamorato, non dubita qualificarlo superba e crudele e forse finalmente cagione della morte del Ferruccio.

Io per me non dissimulo i brutti fatti; e se tale veramente dovesse reputarsi questo del capitano della Repubblica, non vorrei diminuirgli in nulla la reprovazione che merita: se non che reputo debito del mio ufficio fare presente a cui legge che, per consenso degli uomini intendenti del mestiero delle armi, hassi a reputare verace messaggero il trombetto mandato a intimare la resa della terra, allorchè questa assalita nelle regole si trovi ridotta in termine da opporre poca resistenza o nessuna; mentre per lo contrario, s'ei si presenti prima ancora che sia stata battuta, si considera provocatore, come quello che propone atto vituperosissimo, o spia: inoltre bisogna avvertire altro essere l'animo di quale disamina i casi umani per raccontarli, altro quello di colui che gli sopporta e gli vendica; e meglio ancora, — ardua impresa essersi tirata sopra le spalle il Ferruccio, quella cioè di salvare la patria pericolante con tale uno esercito al quale mancava ogni senso di moralità, ogni disciplina preordinata al vincere: effetti che possono in tempi quieti conseguirsi con l'ammaestramento e con gli esempi buoni; ma quando il tempo manca, nissuna cosa può meglio provvedervi come la manifestazione di volontà inesorata. Però prima di giudicare il nostro eroe, si ponga mente alla condizione di lui, e poi secondo la coscienza consideri ognuno se merita conferma la rampogna antica, o se piuttosto debba oggi assolversi pienamente. La quale opinione, degna di benigno riguardo a cose ordinarie, non cade più adesso che si ha come il trombetto recasse eccitamenti a ribellare la terra e ad uccidere il commissario; nel qual caso, se il Ferruccio non lo impiccò di prima côlta, hassi a reputare piuttosto trascurato che magnanimo. Per ultimo non rimarrò dallo addurre un'altra ragione, la quale comechè mi paia la meno degna dello riferire, avvegnadio la colpa altrui non valga ad escusare la propria, tuttavolta in guerra si mena buona anche oggidì e si chiama rappresaglia: e questa fu che il Maramaldo aveva impiccato barbaramente il giorno innanzi alcuni uomini del Ferruccio che gli erano capitati nelle mani[275]. Che se il Varchi avesse conosciuto questi fatti come sono chiari a noi, si sarebbe risparmiato di appuntare il preclaro uomo che a ragione salutiamo l'ultimo degl'italiani.

Fabrizio Maramaldo, inasprito per quel primo scontro e lo attribuendo a mille altre cause meno che alla vera, la imperizia propria, immaginò, e gli pareva un bel trovato, di condurre una fossa a onde fino sotto le mura di Volterra per praticarvi una cava. Invano gli dimostrarono i più savi sarebbe riuscita cotesta opera disagevole e inutile; disagevole, a cagione della natura del terreno pietroso; inutile, perchè immediatamente conosciuta dai nemici, i quali stando in parte assai alta, avrebbero, per così dire, annoverato i loro passi. Non gli ascoltava; volle ad ogni costo imprendere la cava. Il capitano fiorentino fingeva non accorgersi di codeste mene e lasciava fare; quando tempo gli parve, di notte con diligenza infinita piantò alquanti pezzi di artiglieria sopra un cavaliere, con la bocca volta verso lo spazio che correva tra la trincea ed il campo del nemico: ciò compito, divenuta la notte più nera, ordinò a Goro da Monte Benichi, soldato di molto valore, uscisse da Porta Fiorentina con la sua compagnia, e con le corde degli archibugi coperte, per non essere osservato, si conducesse alla cava e sturbasse la impresa. Andò il capitano Goro, e comecchè egli restasse sul primo incontro ferito di una picca nel petto, combatteva con tanta virtù che il nemico non seppe resistergli. Qui mentre si levava rumore grande di voci, di colpi di archibuso e di passi di fuggenti e d'incalzanti, Ferruccio col corpo steso sul terreno oregliava per sentire se alcuno si movesse al soccorso.

Maramaldo, udito il trambusto e prevedendo l'evento, si dava della mano per la fronte e su l'anca, bestemmiava Dio, se la prendeva contro le stelle, faceva cose insomma da muovere al riso chiunque gli stava d'intorno; rimesso alquanto da quel primo furore, ordinò si soccorresse la cava: sapere bene egli quello che diceva; se non gliela guastavano, doversi rendere Volterra; andassero, corressero, mostrassero all'imperatore che anche Fabrizio Maramaldo sa vincere. Nessuno mutava passo, conoscendo di andare a morte certa ed inutile. Fabrizio di pazza ira avvampava: irrompendo in parole forsennate, li tacciò di codardi. Allora quei vecchi soldati risposero: «Colonnello, voi ci spingete a morire come pecore, e ve lo faremo vedere a vostra vergogna»; e s'incamminarono verso la cava.

Gli udì Ferruccio ed esultò: non potendo contenere la interna allegrezza, replicò più volte: «Eccoli! Eccoli!» Allorchè conobbe essersi tanto inoltrati da percuoterli in pieno, sorgendo in tutta la maestà della sua persona, con terribile grido comandò: «Fuoco!»

[Illustrazione: Vico, Annalena e il padre di lei, affidati a poderosi cavalli, fuggivano traverso la moltitudine dei nemici;... _Cap. XXIV, pag. 519._]

E i cannoni balenarono; le palle prendendo obliquamente la colonna dei nemici vi seminarono la strage: ora, mentre, incerti di consiglio, ignorando da qual lato si partissero le offese, non sapendo, mancati gli ordini, se dovessero spingersi avanti o ritirarsi, le artiglierie lanciano di nuovo la morte tra loro, l'istinto della conservazione prevalse alla disciplina, e laceri, sanguinosi si ritirarono. Fabrizio Maramaldo chiuso nella sua tenda non lasciò vedersi da alcuno.

Qui fu che i soldati del Ferruccio, usando meno che temperatamente della vittoria, uncinarono per la pelle della schiena una gatta penzoloni fuori le mura della terra: la quale miagolando dileggiava il Maramaldo. Scrivono alcuni che questo ordinasse il Ferruccio, la quale cosa mi repugna credere di uomo così severo e feroce: ad ogni modo, o da lui lo illepido scherno movesse o da lui si sopportasse, non merita meno biasimo, conciossiachè il Sassetti, con parole che nè più gravi nè più acconce si potrieno immaginare intorno a siffatto proposito, osserva: «le facezie che mordono, lasciano cruda memoria di loro, e co' nemici più combattendo che burlando si guadagna.» Di vero i nemici voglionsi sterminare, non ischernire; ma la plebe matta e la gioventù folle questo o non sa o non vuol sapere; e tale vidi io che di venticinque anni non ardiva afferrare una spada per liberare la patria, prendere ad argomento di scena il Radetzky che vecchio di ottantaquattro e più anni spingeva il cavallo in battaglia per opprimere ventiquattro milioni d'Italiani. Non è anche l'ora di vincere; la vittoria ha da arrivare in compagnia della virtù, o vogliamo dire ferocia nelle armi; però che pei tempi che corrono di altra virtù non abbisogni la Italia.

Più fiera tempesta sovrasta al Ferruccio. Il marchese Del Vasto viveva malcontento nel campo, dove, non che i primi, i secondi onori gli erano stati negati; agli altri capitani dell'esercito cesareo era come stecco sugli occhi: per la qual cosa avendo domandato di andare a combattere pel contado, gli venne più che volontieri concesso; andò di fatti e insieme con Diego Sermiento capitano dei Bisogni prese Empoli, meglio delle armi sovvenendolo il tradimento dell'Orlandini e la viltà del Giugni; del quale infelicissimo caso favelleremo altrove con larghezza maggiore.

Venuto il marchese a Volterra, per essersi poco diligentemente accampato di prima giunta presso la Porta Fiorentina, fu subito dall'infaticabile Ferruccio assalito, — ma, accorso al trambusto, spinse il grosso dell'esercito contro ai pochi compagni del nostro capitano e così celere gli si avventò alle spalle, per mozzargli la strada, che se egli era meno veloce a ritirarsi, non ne usciva in quel giorno a salvamento; ond'è, che seco stesso considerando allora quanto lo superasse il nemico di numero, deliberò di non avventurarsi in troppo fortunose imprese, attendendo a condurre ripari di ogni maniera, siccome sono ritirate, fossi larghi e cupi, nel fondo dei quali aveva fatto mettere tavole, con certi aguti da recare certissima morte a chiunque vi fosse precipitato sopra: tutto il suo sforzo consisteva nel ben munire la parte delle mura verso San Giusto, sì perchè gli pareva dal piantarvi che vi aveva fatto i suoi cannoni il marchese volesse batterla da questo lato, sì perchè, essendo quivi copia di terra, riesciva agevole al nemico di alzare le difese.

Malgrado la previdenza di lui, l'astuto marchese muta nel corso della notte, le batterie; da San Giusto le trasporta a San Lino, provvede alle difese con sacca piene di terra, stipe e argomenti altri siffatti. Ferruccio si confuse un momento; poi, non disperando riparare alla trascuranza, moto raddoppia e vigore, — ordina si carreggino i cannoni alla parte minacciata, l'opera aggiunge al comando: apparecchiano monti di picche e di accette; ogni altra difesa presto è condotta a quella parte, — egli in piedi accanto al gonfalone aspetta l'assalto.

Cominciarono a briccolare le palle nemiche su l'aprire del giorno 13 giugno, rade da prima, poco dopo turbinose, e spesse a modo di tempesta; il muro debole s'introna, la torre della porta a Sant'Agnolo si sfascia, in poco d'ora quaranta braccia di muro rovinano; al trambusto che fecero cadendo mancò il cuore ai soldati, i cittadini pensando alla barbara avarizia degl'imperiali agghiacciarono di spavento. Ferruccio tra il fumo e la polvere comandava imperturbato; — ora tutto chiuso nel fumo si udiva soltanto tuonare la sua voce, simile a Dio quando dettò la sua legge sul Sinai; ora compariva parte del suo corpo, il capo o una mano agitantesi e il rimanente avviluppato dentro a nebbia misteriosa, quasi soprannaturale creazione che si affaccia alla mente nei sogni di terrore. Ferve la mischia; in difetto di terra, a ciò confortandoli gli stessi cittadini, sia che l'amore antico o piuttosto, com'è da credere, la nuova paura gli animasse, adoprano per riparo balle, sacca piene di lana, forzieri, casse, masserizie di tutte specie dai Volterrani sgombrate nel monastero di San Lino, molto adoperandosi in questa faccenda il capitano Morgante da Castiglione. Le palle urtando in quelle fragili difese le dirompevano con alto fracasso, — i frantumi schizzavano lontano, causa anch'essi di dolorose ferite.

Ora il marchese, imbaldanzito per lo avventuroso successo, spinge francamente i suoi soldati all'assalto: e per meglio tutelarli, mentre si accostano alla breccia, raddoppia il fuoco delle batterie; la morte passeggia nel trionfo della distruzione.

«Fermi!» urla il Ferruccio, — e il frastuono e l'anelito non gli concedono formare altre voci: «fermi! viva la Repubblica!»

E nell'estro della battaglia faceva mulinello della picca; una palla gli porta via la picca, una schiappa nel tempo medesimo lo priva del cimiero; i suoi gli cadevano attorno come pomi maturi da un albero scosso fortemente nel fusto.

«Goro!» diss'egli voltandosi al capitano Goro da Monte Benichi, «dammi la tua picca, e tu va per un'altra, perchè io non mi posso muovere.»

Una archibusata fracassa la gamba al povero Goro, che stramazza per terra e cadendo risponde:

«Messere Francesco..., anch'io non posso muovermi...; mi hanno portato via le gambe.»

Il Ferruccio si sentì bagnare il volto, — se lo asciugò pensando fosse sudore, — ma erano lacrime suo malgrado sgorgate, perchè sebbene avesse altre volte voluto impiccare questo capitano a Empoli a cagione del pronto stendere le mani su la roba altrui, ciò non guastava punto l'affetto che gli portava pel forte menare delle mani contro i nemici della Repubblica; ond'è che, piegato il capo dalla parte opposta, soggiunse:

«Signor Camillo, porgetemi la vostra...»