L'assedio di Firenze

Part 58

Chapter 583,532 wordsPublic domain

[Illustrazione: «L'amore.» «Ho giurato! ho giurato! Lasciami... io sono sacra... _Cap XXXI, pag. 514_]

«Che vena e che non vena! io ti dico che costà nella terra dentro la chiesa di San Francesco si conserva un frammento del pane moltiplicato dal Redentore, — è di orzo e fresco, come se uscisse pur ora di forno[264].»

«Io non dileggio: — guarda; — il miracolo si opera.»

I soldati, aperti gli zaini, ne avevano cavato pane e vino, e stesi per terra, dimentichi dei disagi della vita, improvvidi dei futuri pericoli, motteggiando e ridendo di gran cuore, adempivano il comandamento del capitano.

Ferruccio intanto, quasi il sole non gli avesse riarsa la faccia, il cammino stancate le membra, la fatica e la polvere assetato, taciturno si aggira per le mura della cittadella, specola i luoghi, esamina i muri, nota le archibusiere avverse, poi assente col capo ad una sua interna determinazione e, percotendo della palma aperta il parapetto, esclama: «Può farsi!»

E subito dopo chiamò Vico e gl'impose portassegli una tazza di vino; si trasse l'elmo, non scosse la polvere, raddrizzò il cimiero. L'elmo pesante gli avea segnata sopra la fronte una traccia di sangue pesto; non importa: vi sovrappone di nuovo l'arnese di ferro; ei non ha tempo di sentire il dolore.

«Oh! questo è un uomo davvero», discorreva un soldato asciugandosi col dorso della mano la bocca dopo di aver bevuto; «egli principia dal principio; quando il soldato si è cibato e ha dormito, riprende allegramente il suo cammino, fosse anche per la eternità.»

«Certo, il capitano Ferruccio», discorreva un altro, «ha avvertenza a tutto: infatti qual concetto dovrebbero formarsi nell'altro mondo dei soldati della Repubblica fiorentina, se, arrivati appena in paradiso, chiedessero da mangiare?»

«Ouf!» esclama un terzo sbadigliando e stirando le braccia «muoio di sonno... Lasciatemi dormire.»

«Soldati!» tuonò all'improvviso la voce del Ferruccio, «soldati!»

E gli uomini d'arme, fanti e cavalieri, assursero come se una bombarda fosse loro scoppiata vicina.

«_Mi dispiace che la necessità mi costringa a menarvi a combattere senza che vi abbiate tolto ristoro al disagio sofferto; ma la prontezza dello assalto levando ai nemici l'animo di difendersi, con poco di fatica vi procaccerete riposo durevole e sicuro_[265]. Or dunque perchè vi farei io lunghi discorsi quando è duopo adoperare le mani? La mia pazienza è metà più corta della mia picca: vedete costà quella torre? la ravvisate voi?»

«Sibbene la ravvisiamo: ella è la torre del palazzo dei Priori.»

«Or dunque sappiate che stanotte voglio giacermi là dentro; aiutatemi a conquistarmi il letto; mi tarda dormire.»

«Lo pensate voi? sapete che ora fa egli?»

«Che importa l'ora? Qualunque istante è buono per combattere e per vincere i nemici della patria.»

«Ma le ventidue ore si avvicinano: siete voi Giosuè? — Pretendereste arrestare il sole su in cielo?»

«Con l'ajuto di Dio, intendo affrettare le mani sopra questa terra. Rompete gli indugi, — attelatevi, — seguitemi, — la città è nostra!»

E fece aprire le porte e si spinse avanti abbassando la testa, come uomo fa per riparare il volto dalla procella. Da una mano brandiva la picca; dall'altra teneva la rotella e una scala.

I Volterrani avevano, come narrammo, recinto intorno la fortezza con archibusieri e bastioni; e di questi ne avevano innalzato fino a tre nella strada di Santo Antonio, donde, sortendo dalla fortezza, è forza passare se vuolsi riuscire sopra la piazza e quindi nello interno della città: da cosiffatti ripari cittadini e soldati mandavano continue scariche contro i Ferrucciani; ma, o sia che le feritoie mirassero alto, o nel precipizio dei moti non aggiustassero i colpi, nessuno rimase morto su quella prima sortita.

Il capitano appoggia la scala: per meglio resistere all'urto delle pietre che gli rovinano sul capo, prende tra i denti la picca, e con ambe le mani afferra la scala. A vederlo innalzarsi di grado in grado imperturbato tra mezzo il turbine dei sassi che gli rimbalzano su l'elmo e su le spalle; a vederlo ora comparire, ora mezzo dileguarsi tra un nuvolo di terra e di polvere di calcina, non paveva cosa umana, bensì paurosa apparizione di spirito soprannaturale; amici ne tremarono e nemici.

Tentano respingere la scala dal bastione e cacciarlo riverso a rompersi sul terreno; non vi riescono; quando poterono aggiungerlo pel cimiero, s'ingegnarono tanto squassarlo che cadesse; ed anche questo fu invano; egli torna a brandire l'asta e le vibra veloce come il serpente la lingua; da destra, da sinistra spesseggiano i colpi; già il sangue colora la parete esterna del bastione; — morto il quarto ed il quinto, gli altri nemici non aspettano le percosse poderose: al Ferruccio viene fatta abilità di piegarsi col torace sul parapetto, poi mettervi la gamba destra; — eccovelo in piedi[266].

In altra parte non favorisce la fortuna i suoi soldati. Il primo che ebbe montati i gradi supremi della scala tocco in fronte da una palla precipitò sopra i suoi. Vico, appunto atterrito, gli tiene dietro sopra la scala perigliosa. Iacopo Bichi e Amico Arsoli, vergognando lasciarlo solo al mal passo, appoggiano accanto altre scale e ascendono deliberati a vincere o a morire: ben fu opportuno a Vico il sussidio, perchè a mezza scala una pietra lo colse così sconciamente sul capo che stordito sarebbe per certo caduto, dove non lo avessero sorretto e con le rotelle tutelato dai colpi succedenti quei due valorosi.

Da questo punto a quello superato dal Ferruccio era tirata una cortina senza terrapieno forse larga due palmi; simulazione di difesa piuttosto che difesa vera, — distava da terra dieci braccia circa, — piena di pericoli pel trapasso, come quella che era stata composta di varie maniere sassi lasciati nella naturale loro informità. Il Ferruccio vi si avventura: grave di armi vi corre leggiero quasi sopra un prato; — tutta la sua forma alta ed asciutta si disegna sul cielo scoperto; pareva volasse; mercè il suo ajuto anche quel punto venne sforzato: la bandiera della Repubblica sventolò sopra i bastioni volterrani.

Vinto il primo bastione, rimase ad espugnarsi più ardua difesa; tutte le case avevano ridotto a trincera, e internamente sfondate potevano scorrere dall'una all'altra ed essere pronti ai soccorsi; non visti offendevano, con ogni arnese ferivano, dal basso lanciavano fuoco e ferro, dall'alto tegoli e materie ardenti. Coteste strade anguste, paurose per tanti modi di morte, mettevano sospetto nei meglio arrisicati; e il sospetto accrebbe quando all'improvviso percosso da mano invisibile il capitano Balordo da Borgo San Sepolcro vacillò e senza pure raccomandare l'anima a Dio stramazzò spento. I soldati balenavano; anche un momento concesso al pensiero, volgeranno le spalle. Ferruccio, il quale in cotesta impresa si comportò più da soldato che da capitano, ha incorso il biasimo degli storici, principalmente del Segni. A parere nostro il Segni merita quel biasimo che troppo facile compartiva al Ferruccio: guerre erano quelle che al capitano non bastava disegnare, bensì gli correva il bisogno di propria mano in gran parte eseguire; non come ai giorni nostri il problema della vittoria poteva sciogliersi dentro un gabinetto mediante i calcoli fatti con cifre di carne e di ossa: questo vanto era anch'esso serbato a noi Italiani, ma più tardi, — parlo di Napoleone Buonaparte. In somma, il Ferruccio con la sua mente pensò quell'assalto e con le sue mani lo vinse; preso da furore, cominciò da ferire quanti tra i suoi mostravano viltà, e fatta una testa di cavalleggieri armati a piede, si caccia avanti e riesce a capo della Via Nuova. Allora presero a rompere i muri delle case e sforzarsi di entrare; la disperazione da un lato e la speranza presentissima di vincere dall'altro riaccendono la mischia; di qua e di là, morti e ferite. Pur finalmente i muri furono rotti, — i Ferrucciani si spandono nelle case. Allora comincia una guerra spicciolata su pei tetti, nelle cantine, di stanza in stanza, con molta strage dei soldati e dei cittadini di Volterra. I Ferrucciani, dalla dura resistenza inacerbiti, non serbano più modo, ed agli orrori già tanti aggiungono il fuoco, il quale apprendendosi agli antichi edifizii, come voglioso di primeggiare nella opera della distruzione, in breve ora riduce in cenere quaranta case: le avrebbe distrutte tutte, se all'improvviso squarciandosi il cielo con procella di saette e di tuoni non avesse mandato giù un acquazzone, il quale spense il fuoco e le forze degli assalitori spossati dal cammino e da sei ore di affannoso combattimento.

I capitani stavano attorno ai soldati e con ogni industria s'ingegnavano stimolarli: Ecco, dicevano loro, e dicevano il vero, più poco rimane a vincere la città, il più è fatto; un lieve sforzo, e basta; pensate quanta gloria e quanta utilità ci viene dall'acquistarla, e quanta vergogna e danno ci verrebbe dal perderla ora che i nemici sono battuti: considerate il pericolo di lasciarli ad agio onde le forze rinfranchino e gli animi; e durante la notte potranno raccogliere gente dai paesi circostanti e metterle dentro, fabbricare nuovi ripari, ricevere soccorsi dai militi che scorrono il contado: in somma chi non coglie il frutto quando e' può, pensi che mille ostacoli si metteranno poi fra la mano e quello. Non gli ascoltavano; imperciocchè dove abbia la fatica vinto il corpo davvero, nè volere proprio nè esortazioni altrui giovano nulla. Più degli altri, ma con profitto pari, procedeva acceso ad eccitare i soldati il capitano Nicolò Strozzi, strenuissimo cavaliere, a cui taluno, potendo appena aprire gli occhi, rispose:

«Vedete, anche il signore commessario ha lasciato la presa: l'uomo fa quello che può; lasciateci in pace.»

Di vero Nicolò si guarda attorno e non vede il Ferruccio: presa lingua di quello che ne fosse accaduto, seppe essersi ritirato poco prima in fortezza; e là essendosi fatto con presti passi a cercarlo, lo trovò che, avendo rilevato un embrice sul capo, temendo venir meno dallo spasimo, ed i suoi si perdessero di coraggio, si era ridotto in fortezza per prendere un po' di ristoro e poi tornare. Appena il capitano Strozzi con parole succinte gli ebbe esposto la causa la quale a lui lo conduceva, il Ferruccio, senza profferire motto, salta su in piedi e corre via; dietro a lui si mette Nicolò. Passando per le strade della città, lo Strozzi dal rinnovato traboccare dalle finestre di sassi e tegoli si accorse che i Volterrani riprendevano fiato, e si accorse eziandio come il commessario, spinto dalla sua impetuosa natura, fosse uscito senza celata, sicchè ad ogni istante correva pericolo di restar morto sul tiro. Nemico era lo Strozzi del Ferruccio e per causa onorata; e la guerra e il comandamento espresso dei Dieci avevano piuttosto sospesi che spenti gli scambievoli rancori: non pertanto, conoscendo come nella virtù di cotesto uomo fosse ormai riposta la salute della patria, si levò di capo la celata e la pose su quello del Ferruccio, senza che questi, tanto era preoccupato a rinnuovare l'assalto, ci ponesse mente.

Non era impresa umana reintegrare le forze dei soldati; nè al Ferruccio riuscì meglio degli altri impartire loro non l'animo, bensì la balìa di muovere le braccia: allora, altro non potendo di meglio, pensò di mettere al sicuro l'acquistato, ordinando ai suoi prendessero i canti della piazza di Santo Agostino e ritraessero sotto la cittadella due pezzi di artiglieria caduti in sue mani; distribuì le sentinelle, trasmise istruzioni, e nulla trascurò, dopo essersi mostrato audace guerriero, di quanto si addice a prudente capitano.

Rivolgendo con animo pacato i passi alla fortezza, come per lenire il fiero dolore di capo che lo travagliava, si cava la celata, e vede non essere la sua; guardandola meglio, la riconosce per quella del capitano Strozzi; ond'è che, scorgendoselo vicino e scoperto, gli domanda:

«Come va che la celata vostra io mi ritrovo in capo?»

«Ce la misi io, perchè usciste senza e correvate pericolo di rimanere côlto dai sassi.»

«E voi?»

«Io non sono il commessario... dei capitani se ne trova su di ogni canto.»

Il Ferruccio tacque; e andarono anche alcuni passi; poi il primo si fermò e disse:

«Nicolò, noi avemmo lite insieme e rappacciati siamo per ordine dei Dieci... Volete voi che ci rappaciamo per ordine dei nostri cuori?... il mio almeno mi comanda di fare così...»

E gli stese le braccia: il capitano Strozzi lo abbracciò e lo baciò, e si dissero amici fino alla morte[267].

Mentre i due valentuomini procedono con le braccia conserte verso la fortezza, ecco d'improvviso percuote il Ferruccio un suono di pianto e voci sconsolate che gridavano: Al fuoco! al sacco! — E levati gli occhi, mira traverso la vampa delle fiamme correre donne sbigottite co' pargoli in collo, traendosi dietro altri figliuoletti attaccati ai lembi delle vesti, e uomini carichi di varie maniere di masserizie, e finalmente un vecchio tratto sopra le spalle di due giovani, il quale dandosi di una mano nella fronte e in atto d'angoscia, sclamava: Federigo da Urbino e Ferruccio da Fiorenza, distruggitori di questa nobile patria! I miei occhi hanno veduto il saccheggio nel 1472, ma la seconda calamità supera la prima; il capitano della Repubblica ci si mostra più fiero del capitano dei Medici. Ahi! Patria mia![268]»

Divampante d'ira, il Ferruccio si spicca dalla folla dei circostanti che aspettano i suoi ordini e si precipita a furia nella Via Nuova, dove scorge ad ora ad ora le fiamme scaturire fuori dai fessi, ed ogni volta più ampie circondare le pareti; — urta chiunque gli si para davanti: — un soldato carico di preda afferra pel collo, e caccia uomo e cose a rotolare lontano da sè sopra il selciato; — ad altro, non lo potendo arrivare, avventa la picca tra le gambe, e quegli pure stramazzando percuote della faccia la terra: — feriva, mordeva; tanto fece in somma che giunse a penetrare là dove brulicavano più spessi i rapaci.

«Ah! ladroni, non soldati! Voi mi rapite la bella fama! Io non potrò domani mostrare più il volto! Davanti i traditori voi mi farete arrossire! Per Dio! spegnete il fuoco, lasciate il sacco, o vi mando al capestro, per la fede di Cristo!»

La sua voce era fioca, l'armatura coperta di polvere e sordidata di sangue, la faccia parimenti brutta di sangue e di polvere d'archibugio, sicchè i soldati non lo ravvisando gridavano:

«Morte al ribelle! — Dategli su la testa! — Un palmo di lama traverso il ventre per elemosina della predica! — Chi è costui? — Chi sei tu?»

«Chi sono io?» tuonò con voce minacciosa balzando sopra una pietra che si trovò vicina; e con ambe le mani traendosi verso le orecchie le chiome lunghe intrise di sangue, mostrò il volto terribile di furore e di grandezza: «chi sono io? sono il Ferruccio...»

Ai più protervi mancò il coraggio, e non sostennero quella vista; un profondo silenzio successe.

Ma riprendendo lingua uno più petulante degli altri:

«Capitano», soggiunse, «io vengo di Lombardia e combatto per la paga; voi nè ci date il soldo nè ci consentite il saccheggio: a quali guerre ci menate voi?»

«Questa è guerra domestica; non dobbiamo sterminare nemici, sibbene ridurre al buon cammino uomini traviati che ci furono e che ci saranno fratelli...»

«Fratelli! Si fanno ai fratelli le accoglienze col ferro e co' sassi? Credeva che voi steste d'accordo come il diavolo e la croce.»

«Taci, mercenario! Tu non puoi sentire in qual modo sei figlio di una patria comune. Io ti ho comprato, ubbidiscimi: e poichè voi tutti alla fama anteponete il guadagno, cessate dal sacco, spegniamo l'incendio, e vi prometto due paghe.»

Spensero il fuoco, si rimasero dalla rapina, e, tranne quel primo tumulto, stette incolume ogni cosa. Scrittori volterrani che esposero in processo di tempo quel caso, intendendo con iniquo consiglio a lusingare il principato calunniando la Repubblica, narrarono di orribile saccheggiamento, di ferro e di fuoco e di atti altri più nefandi[269]. Essi mentono. Il Varchi, storico dabbene, il quale, comechè dettasse le sue storie per espresso comando di Cosimo I, osò dire la verità, dichiara al libro undecimo: «Ai Volterrani fu salvata la vita e la roba, alle donne l'onore; il che veggendo i soldati, cominciarono a dolersi pubblicamente di lui... perchè il Ferruccio, parlando loro coll'aiuto dei capitani, fermò il tumulto e promise loro due paghe.»

Il giorno seguente, spuntata appena fu l'alba, mise il Ferruccio tutta la milizia in ordinanza per espugnare quanto rimaneva della terra, e la confortò ad operare animosamente. I Volterrani, perduto l'animo, avviliti per le molte morti, la più parte della terra in potestà del nemico, gl'istigatori già in salvo, mossero parole di accordo, alle quali il Ferruccio rispose si rimettessero in lui liberamente: e poichè i cittadini, avendo avuto avviso che Fabrizio Maramaldo era in via per soccorrere Volterra, cercavano con subdolo consiglio dilazionare la conclusione, Ferruccio impone si risolvessero tra un quarto d'ora, altrimenti riprenderebbe la battaglia: e' fu mestieri accomodarsi a quei patti: i soldati, con le insegne basse e ravvolte su l'aste, erano rimandati, — tutti gli altri trattenuti prigioni. Giovambattista Borghesi, capitano per la parte del papa, innanzi della partita domandò in grazia rivedere il suo fratello morto la sera precedente al bastione di Santo Agostino; glielo contese il Ferruccio acerbissimamente dicendo: «Cotesto tuo affetto perchè? chi non ama la patria non può amare persona; e in quanto al morto, fortuna sua morire così, che ai felloni della propria terra aspetta il capestro.» Indi appresso, Bartolo Tedaldi e Nicolò dei Nobili restituisce nel palazzo del capitano: egli ferma la sua stanza in quello dei Priori, che privi di ufficio rimanda a casa; — poi, ragunati i principali, favellò loro agre parole; alle quali umilmente risposero rammentasse che un cittadino di cotesta città, perchè ebbe nome Clemente e ingegno pari al nome, fu accolto da Dio nella gloria dello empireo, e gli uomini lo adorarono sopra gli altari. — E Ferruccio di rimando soggiunse che se v'era un santo chiamato Clemente, eravene un altro da tutti i popoli e da loro medesimi Volterrani adorato; e che a lui garbava meglio di san Clemente e si diceva san Giusto; che in lui non istava facoltà di far grazia: — quando pur fosse, non l'avrebbe fatta. Dicono gli adulatori dei principi essere la grazia il migliore giojello della corona: la quale sentenza forse deve intendersi che tra le cose pessime di cui si fregiano costoro sia per avventura la meno trista; imperciocchè la grazia comprenda in sè ingiustizia, offesa per quelli che ne rimangono esclusi, oltraggio alla legge, turbamento agli ordini sociali: con tutto questo non volere però egli adoperare rigore estremo; — se così intendesse, avrebbe dovuto sovvertire di cima a fondo la città e tra le macerie piantare un palo con la iscrizione: — qui fu Volterra! — Rammentarsi la passata lealtà, scusarli da un canto come traviati; sebbene per altra parte pensando che, appena veduto l'antico amico afflitto e in pericolo, lo avevano abbandonato, e rivolto contro il suo fianco il ferro traditore, si sentiva ribollire il sangue a tanta turpitudine. — Quali beni vi procacciarono i Medici? Le vostre mura portano tuttavia impresse le tracce dell'incendio che appiccarono qui dentro; forse vivono ancora femmine che alla memoria dei Medici si nascondono il volto nelle mani... Generazione tralignata e codarda, almeno uno dei tuoi padri volle col ferro vendicare le offese della sua patria[270]; — tu non pur le perdoni, ma invochi dal cielo catene, come s'invoca la pioggia su i campi inariditi: tu supplichi un piede che ti calchi il collo... Oh! io mi vergogno di avere sembianze simili alle vostre. Confessate dunque il misfatto, e se ne roghi pubblico strumento, affinchè ne rimanga memoria eterna negli annali delle infamie di questo popolo.

Piangenti, a voce mesta, confessarono, tranne due, Cornelio Inghirami e Filippo Landini; se non che il Ferruccio avendo detto loro con mal piglio: «Voi lo confesserete in ogni modo o qui o al sacerdote perchè io vi farò impiccare per la gola», confessarono anch'essi, e ne fu stipulato contratto.

Allora il commessario Tedaldi manifestò ai Volterrani essere decaduti da tutti i privilegi ed esenzioni, ed impose eleggessero dodici cittadini co' quali potere convenire intorno ai nuovi capitoli. Dipoi fu promulgato un bando, che tutti i soldati albergassero in Volterra, — che nessun cittadino andasse armato, pena la forca; — che in quel giorno medesimo gli fosse rimessa nota precisa di tutto il grano, farine e grasce, per farle con le artiglierie riporre in cittadella; — dalle tre ore di notte in poi non si suonassero campane; chiunque si era rifuggito di Volterra vi avesse a tornare sotto pena di confisca; ogni cittadino portasse la croce bianca, antica insegna del comune di Volterra, altramente andasse in prigione. — Bandi e pene, comechè incomportabili, nondimeno sopportate senza querela: ma quando si venne all'imporre seimila fiorini di gravezza, si udirono gemiti, voci d'ira a mala pena compresse e querele umilissime. Non increbbe a costoro la infamia del malefizio e neppure la turpitudine della pena; nulla i perduti privilegi, la trista condizione della città nulla, — i soli denari strapparono da quei cuori di pietra un sospiro che affetti più generosi non avevano saputo suscitare. Però inutili riuscirono le rimostranze: e perchè indugiavano a pagare, il Ferruccio, presi alcuni dei maggiorenti, li cacciò nel fondo della torre di Rocca Vecchia e fece loro intendere che non ne sarebbero usciti se non gli pagavano la pecunia richiesta. Non li potendo vincere cotesta minaccia, gli spaventò col capestro; pagarono quando videro alzare la forca, tranne solo uno, e fu Bartolomeo Falconcino, uomo abbietto, nel quale molto più potè l'amore del danaro che la paura del capestro, e si rimase in torre fino al termine della guerra.