Part 57
Il Ferruccio, modesto com'era, andò egli stesso pel prete. Il matrimonio fu celebrato nelle domestiche pareti, chè prima del concilio di Trento molte formalità, diventate in seguito sostanziali, si trascuravano; mancarono i riti solenni; non vi assistè la corona dei parenti e degli amici. Furono nozze dicevoli al soldato in procinto di perdere la vita, — alla donna che corre pericolo di diventare vedova prima che sposa. La religione del cuore supplì alle pompe religiose, l'amore immenso dei pochi alla proterva allegrezza dei molti convitati.
Compiti appena gli sponsali, Vico baciò in fronte la sua donna e tenne dietro al Ferruccio disposto a partire. Annalena, comunque abbattuta dalla notte vegliata e più dalle sensazioni sofferte, apparecchiò le poche masserizie a trasportarsi necessarie; Lucantonio taciturno l'aiutava senza mostrarsi affaticato. Tal era quel vecchio che gli anni non sapevano aggiungergli una ruga sopra la fronte, l'angoscia una puntura sul cuore, il disagio indebolire que' suoi nervi di ferro.
Il sole co' suoi primi raggi faceva coruscare la picca brunita in cima all'asta che regge il gonfalone del popolo fiorentino. Prossimo d'ora in poi a ricercare invano la bandiera della libertà sopra la nostra terra, pare ch'ei la vagheggi con aumento di luce. La brezza mattutina svolge agitando le pieghe del gonfalone, e n'esce un fruscio confuso che ti fa credere che, animato per miracolo, voglia all'improvviso favellare, e per troppo affetto la parola non si formi distinta, come immaginò l'Alighieri di quel suo avo Cacciaguida quando gli comparve davanti nel Paradiso.
Millequattrocento fanti stanno schierati sopra la piazza maggiore di Empoli sotto diverse insegne e divisi in sette compagnie capitanate da Nicolò Strozzi, Paolo Corso, Sprone, Balordo e Giovanni Scuccola da Borgo a San Sepolcro, Goro da Monte Benichi e Tomè Siciliano. Si aggiungevano quattro compagnie di cavalleggieri sotto la condotta dei meglio animosi cavalieri che agli stipendii della Repubblica militassero, Amico Arsoli, Iacopo Bichi, Gherardo conte della Gherardesca e Musacchino[259].
Il Ferruccio, accompagnato dal nuovo commessario Andrea Giugni e dai capitani che lasciava alla difesa di Empoli, Piero Orlandini cui egli stesso con fervidissime istanze aveva più volte raccomandato ai Dieci come prode non meno che prudente uomo di arme e della libertà sviscerato, Tinto da Battifolle, Bocchino Corso e il conte di Anghiari, percorre le file, esaminando se avessero trasgredito in nulla i comandamenti di lui.
Imperciocchè egli avesse prescritto che ogni soldato si provvedesse di pane per due giorni, apparecchiassero picconi e strumenti altri siffatti da espugnar terre, una soma di polvere d'archibuso, due some di corda cotta e tre some di scale. Quando co' suoi propri occhi conobbe essere stato obbedito in tutto, si volse ad una banda della ordinanza fiorentina distinta dalle altre compagnie per la sciarpa verde che costumavano i giovani ascritti alla medesima, in segno, dice lo storico Nardi, dello sperato frutto delle loro fatiche, e pel gonfalone del Comune, insigne di una croce bianca in campo rosso.
«A voi», incominciò egli con forza, «non dico nulla. Quando vi cadrà dalle mani la bandiera, un'altra cosa vi cadrà sul collo, — la scure del tiranno. La libertà sta impressa sopra la vostra testa, — l'una non può reggersi senza l'altra. Allorchè l'animo non vi bastasse ad essere eroi, siatelo per disperazione; da una parte troverete gloria, sicurezza, leggi buone, vita larga e tranquilla, — dall'altra, vituperio e sangue.»
Ciò detto, stese la mano e indirizzò la voce alle compagnie stipendiate:
«L'ira di Dio e i misfatti degli uomini ci hanno reso stranieri tra noi; — noi favelliamo uno stesso idioma, noi allevò una medesima terra, e tuttavolta la nostra patria non è la vostra; — ben potrei dirvi difendersi in Fiorenza la libertà dell'universa Italia, — qui essersi quasi intorno al cuore ristretti gli ultimi palpiti di lei; — fiaccola accesa sopra il faro illuminare anche i popoli che non contribuiscono coll'olio a mantenerne il lume. Ma io la vostra condizione presente comprendo e compassiono. Privi da gran tempo di libertà, ella vi sembra nome vano e senza idea; all'amore di gloria or si sostituisce in voi l'amore di un frammento di metallo coniato; — combattete senza passione perchè non avete patria. Però io non pretendo da voi cose superiori all'opera comunale del soldato pagato. Chiunque non si sentisse gagliardo abbastanza per seguitarmi nelle nuove imprese, rimanga; — adesso gli concedo facoltà ampia a restarsi; varcata che avrà di un passo la porta di Empoli, non sarà più a tempo; — un passo indietro lo spingerà irrevocabilmente alla morte. Intanto mi corre l'obbligo di saldare i debiti. Romanello, uscite di riga.»
A queste parole si fece innanzi un giovane di forme egregie, nato nel contado di Arezzo, il quale si era virtuosissimamente adoperato in quelle quotidiane avvisaglie; il Ferruccio, sorrisogli alquanto, gli disse:
«In premio delle prodezze vostre vi dono una celata ed un cavallo. La Repubblica adesso non può guiderdonarvi nè di più nè di meglio. Sta in arbitrio vostro lo stare come l'andare[260].»
«Con buona licenza vostra rimarrò a provare se buon cavallo e buona celata mi donaste voi.»
Gli accenti severi e il dono onorato commossero i soldati, — i volti loro avvampavano di vergogna, — il cuore battè con violenza sotto gli usberghi di ferro, imperciocchè l'uomo, come la pietra sotto la mano del fabbro, diventi ad un tratto o la statua d'un Dio, o un mortaio da sale, — e con unanime grido risposero:
«Noi verremo tutti: — voi siete la nostra patria.»
I soldati amavano il Ferruccio più che padre, — ed io ebbi luogo di notare che il capitano giusto e severo è temuto a un punto ed amato; — i soldati riconoscono la pena non da lui bensì dalla legge, mentre il premio all'opposto, anzichè dalla legge, da lui solo derivano. Io però non affermerei questo avvertimento tanto generale che non andasse soggetto a gravi eccezioni; — nondimeno io l'ho fatto replicate volte con animo quieto e forse preoccupato da pensieri poco onorevoli alla umana natura: — certamente l'uomo è migliore della sua fama.
Il Ferruccio, agitando la destra, di nuovo favella:
«Or dunque deponete le vostre particolari bandiere, accoglietevi tutti sotto il gonfalone della Repubblica; — per ora abbiate una bandiera comune: — tra poco, Dio sovvenendoci, ci acquisteremo comune anche la patria.»
E come disse, fecero. Allora egli si strinse da parte col nuovo commessario Giugni e, prendendogli ambe le mani, favellò:
«Messere Andrea, per lo corpo santissimo di Nostro Signore vi raccomando la difesa di Empoli. S'egli non è tale, come ho scritto agli magnifici signori Dieci, che le donne, non che altri, lo possano con le rocche e coi fusi difendere, certo i soldati con le picche e con gli archibusi molto agevolmente il potranno. Questo Popolo ha buona mente verso la Repubblica; ma voi sapete bene essere il popolo voltabile cosa e pronto a levarsi al primo vento che vi soffi dentro. Il migliore spediente ond'ei non senta la fatica consiste nello affaticarlo del continuo: pensate ch'Empoli perduto darebbe vinta ai nemici la guerra; fate buona guardia; in caso di assedio, badate alle mura verso la porticciuola d'Arno e verso San Donnino; — da questi lati paionmi più deboli che altrove: — praticate un fosso interno, — a me il tempo mancò per farlo; — giù in fondo conficcatevi aguti di legno o di ferro; — innalzate un argine: in castello troverete legname a ribocco, e quando le terre possiedono legname, le non si ponno sforzare; troverete copia di munizioni tanto al vivere quanto al combattere necessarie. Addio, messere Andrea; fino dalla gioventù prima procedeste sviscerato della libertà e mille volte poneste a sbaraglio della vita per cause da nulla; adesso pertanto rammentatevi che sopra il vostro capo riposano i destini di Fiorenza e forse d'Italia; abbiate fisso nella mente che voi avete a perdere una patria e un nome che di padre in figlio a voi pervenne onoratissimo e splendidissimo. — Partiamo»
Iacopo Bichi, piegandosi sopra la sella del cavallo, mormorò nelle orecchie del Ferruccio:
«Di nemici va pieno il contado, commissario; non parrebbevi prudente, onde fuggire ogni impaccio, che ripiegassimo il gonfalone, e i tamburi e le trombe tacessero?»
«No, Iacopo», riprese il Ferruccio; «e' bisogna incamminarci al conquisto di gloria non come ladri, sibbene da eroi. — Date nei tamburi. Viva la Repubblica!»
I soldati ripeterono il grido _Viva la Repubblica_ e si posero in via.
* * * * *
Volterra è città antica, posta quasi nel mezzo della Toscana, sopra un monte assai alto: sedendo sopra cinque gioghi, dicono gli storici che presenti per pianta quasi la figura di una mano. Chi prima la edificasse ignoriamo; alcuni le danno origine propria, altri straniera; tra questi chi l'attribuisce ai Lidii, chi a' Pelasgi, chi a Tirreno; non manca chi ne affermi fondatore Noè: incertezze e favole le quali nonpertanto valgono a dimostrare i suoi remoti principii.
Ciò che apertamente possono esaminare i pellegrini sono le reliquie delle mura ciclopiche che occorrono pur sempre nel suo territorio, e scritture di lingua che ormai non intendiamo più: le prime fanno fede che visse un di una schiatta di uomini dotati di forze assai superiori a quelle dei popoli moderni; — le seconde, di un tempo tanto antico che mal si accorda colla età attribuita alla nostra terra. Dicono Giano nascesse in lei; affermano quivi ancora trovasse i natali san Lino; i quali casi, se come narrano, avvennero, segno è certo avere usato sempre benigno riguardo a quella città la Idea, che i popoli posero con vicenda perpetuamente alterna nel cielo a disimpegnare le funzioni di Dio. Volterra fu delle dodici città etrusche sede dei lucumoni; qualche archeologo volterrano sostiene essere stata prima tra tutte; gli antiquari aretini scrivono lo stesso di Arezzo; altri altre cose: la quale questione di preminenza, come delicatissima, lascio alla decisione del benigno lettore.
Si resse prima con proprie leggi; e tanto i suoi antichi cittadini o amarono la libertà o abborrirono la tirannide che ordinarono nessuno di loro tenesse i magistrati, ma annualmente si concedessero agli schiavi fatti liberi: quale tradizione riportata da Aristotele non so come si accordi con l'altra che quivi ponesse sua stanza il principale lucumone di Etruria. Come che sia però, se a lei piacque la libertà, la invidiò in altrui; e gli storici ci riferiscono ch'ella, collegata con Arezzo, Chiusi, Rosselle e Populonia, tentasse restituire Tarquinio in Roma. Male incolse a Volterra provocare l'aquila romana, dacchè, quando usciva appena di nido, rimase da lei malamente ferita; fatta adulta, la divorò. Elio Vuturreno con sessantamila Toscani, comportando acerbamente il minacciato servaggio, giurarono vincere o morire: giacquero spenti sul campo di battaglia presso al lago di Valdimone. Volterra e la rimanente Etruria diventarono da prima municipio, poi colonia romana. Nelle contese tra Mario e Silla, Volterra seguì le parti del primo: superando il secondo, ne sottopose alla legge agraria il contado.
Durante il medio evo la ressero conti, marchesi e gastaldioni, poco dopo, i vescovi; ma questi più di nome che di fatto, imperciocchè nell'esercizio dell'autorità temporale li troviamo contrariati tutti, spesso banditi, uno — Galgano vescovo — trucidato.
A libertà scomposta successe tirannide sfrenata. I Belforti, congiunti finchè attesero a dominarla, si divisero poi su lo spartire della preda: i deboli ricorrono ai Fiorentini per aiuto. Secondo l'antica natura dei potenti, i Fiorentini sovvengono i deboli contro i vincitori per opprimere entrambi. Volterra, col nome di socia, diventa sottoposta a Firenze. Però, se togli qualche ingiustizia commessa dal popolo fiorentino per necessità della sua politica, se dalla parte dei Volterrani qualche impeto per rivendicarsi nell'antica libertà, tra signore e servo non vedemmo mai concordia più diuturna nè più sicura di questa.
La maggiore iniquità che avessero a sopportarvi i Volterrani venne da Lorenzo dei Medici il vecchio. Siccome il racconto di questa avventura giova a svelare l'ingegno di un uomo che la fortuna sembra proteggere anche, dopo la morte così che perfino il titolo di onoranza a tutti i cittadini comune muta in attributo singolare della sua magnificenza[261], non mi sarà grave esporla con qualche larghezza.
Mentre mi dispongo a farlo, mi occorre alla mente un pensiero importuno, ed è questo. L'unico conforto che avanza al magnanimo oltraggiato da' suoi contemporanei consiste nel confidare il proprio nome al futuro e dal sepolcro, dove precipita col cuore rotto, appellare alla fama. E pure anche questa fama diventa ancella della fortuna e dura a celebrare, per inerzia e per costume, morto colui che adulò vivente. Lorenzo dei Medici salutano tuttavia i posteri col nome di Magnifico, lui dicono grande, lui generoso e sapiente. Scrittori stranieri impallidirono sopra antichi volumi per rinverdirgli la corona e nascondergli officiosi sotto le fronde dell'alloro la impronta di tiranno che un ferro popolano gli segnava sul collo. — Quanti furono coloro che encomiarono il Ferruccio? E non pertanto questi morì per la libertà della patria, — quegli, come vedemmo, moriva senza l'assoluzione del Savonarola promessa a patto di restituire la patria alla libertà.
Or dunque si narra come Bernuccio Capacci da Siena offerisse alla Signoria di Volterra di condurre in affitto per dieci anni i pascoli del Sasso e le miniere dello allume; la quale offerta, quantunque fosse da autorevoli cittadini vigorosamente contradetta, non pertanto venne dai priori e dai collegi approvata. Il popolo cominciò a riprendere come lesivo l'affitto. Il Capacci, per assicurare il negozio, ci chiama a parte Paolo Inghirami, uomo fiero e potente, e Lorenzo dei Medici. Aperte le miniere, tanta fu la copia dell'allume che, tra per invidia di alcuni contrarii allo Inghirami e la lesione che veramente sentiva il popolo, invocato il disposto delle antiche leggi, si ottenne cassarsi il partito e di nuovo proporsi il negozio davanti il magistrato. Varie ebbe vicende questa trattativa; e forse, cresciute a termine conveniente le offerte, usata modestia e blandizie, sarebbesi condotta la bisogna di quieto a buon termine, se l'Inghirami, trasportato dalla superba natura, fidandosi nella forza, non avesse preferito ai modi benigni i riottosi. I magistrati offesi, volendo far mostra di autorità, ordinano gli operai dalla miniera si cacciassero, gli edifizii si demolissero. Paolo, bollente di sdegno, si riduce a Firenze per avvisarne Lorenzo; e questi, ne' suoi privati interessi mescolando la patria, fa decretare si rimetta ad ogni costo l'Inghirami nel possesso della miniera; i giudici che ardiscono amministrare la giustizia a suo danno s'imprigionino: Rafaello Corbinello, capitano di Volterra, provveda onde abbia forza il decreto. Paolo torna in Volterra, percorrendo le strade con accompagnatura di Côrsi armati, in sembianza e più nei modi tiranno. Il popolo, che in moltissime cose si assomiglia al bove, lo assomiglia anche in questa, che, quando è quieto, un sol fanciullo lo mena, ma quando monta in furore, cento uomini lo fuggono. Al popolo dunque un giorno scappò la pazienza; — l'accompagnatura dei Côrsi disparve, distesa appena una delle sue mille mani; — Paolo e i suoi aderenti, costretti a salvarsi, riparano nel palazzo del capitano. L'autorità e la paura di pena remota mal giovano contro a furore presente: a malgrado le dimostranze, cadono spezzate le porte; il popolo irrompe; Romeo Barbetani, che primo si oppone, riduce in pezzi, — gli altri ristretti in cima della torre collo zolfo e col bitume soffoca, — poi ne strascina per le strade i cadaveri, miserabile trofeo di cittadina discordia.
Lorenzo dichiarò la maestà del fiorentino popolo offesa per cotesta strage, pernicioso l'esempio dove si lasciasse impunita. I priori gli ebbero fede o s'infinsero, chè ormai in lui di tiranno era tutto, tranne la corona, superflua eppure ambita insegna di potenza.
Un popolo si armava ai danni dell'altro per sostenere Lorenzo dei Medici nella impresa degli allumi: fu questa guerra avaramente incominciata, crudelmente combattuta. Lorenzo mosse contro Volterra Federico duca di Urbino con poderosissimo esercito; e poi impedì che la città si soccorresse, — gli amici di lei corruppe o spense; sicchè abbandonata, soprafatta dal numero e dal tradimento, cedè alla fortuna del nemico. Con quanta misericordia si comportasse verso i vinti Lorenzo, che la posterità si ostina a chiamare _Magnifico_, si dimostra da queste poche parole di uno scrittore volterrano: «Io non istarò a narrarvi la universale desolazione, gli incendii e gli spogliamenti di cui vanno piene le storie del tempo. Basti dirvi che la rovina di questa patria fu tale che pochi esempi sono accaduti simili a questo, per cui non è risorta mai più[262]»
Alcuni cittadini di Volterra, i meno, — perchè i generosi non furono mai troppi, anteponendo alla servitù l'esilio, ricoverarono in varie terre d'Italia. Poco dopo sopraggiunse nella rovinata città Lorenzo con pecunia per corrompere il popolo e per innalzare la fortezza; ogni privilegio le tolse, di libera la ridusse serva, e tali e tante vi commise enormità che presso a morte la memoria di quelle lo travagliava fino al punto di disperarlo del perdono di Dio.
Il popolo fiorentino, scacciati i Medici, attese a riparare le ingiurie del tiranno, restituì ai Volterrani il governo e l'entrate; ma, ormai troppo profondamente offesi, non poterono risorgere all'antico splendore.
Però quando Firenze, venuta meno ogni speranza d'accordo, deliberò sostenere gagliardamente la guerra contro le armi collegate dello imperatore e del papa, i Volterrani mandarono ambasciatori alla Signoria per offerirle tutte le forze loro in quanto valevano. Cresciuto il pericolo ed occupato in gran parte dal nemico il dominio, ottennero licenza dal capitano Nicolò dei Nobili di armarsi e di provvedere con ogni argomento tornasse loro più destro alla difesa della città. Ma l'affezione veniva meno con la fortuna: quotidianamente cresceva il numero di coloro che dissuadevano gli animi da mettersi in mezzo a fortune per lo meno incerte e difficili, e con la speranza dei beneficii del barcamenare gli lusingavano: e l'uomo, per sua natura, senza mestieri di sollecitazioni, vediamo essere ad abbandonare l'amico infelice pel nemico avventurato anche troppo inchinevole: infida, ma potentissima paciera, — la prosperità.
A Giovanni Covoni potestà di San Gemignano parve bene lasciare cotesta terra, non avendo forze sufficienti a mantenercisi; e poi lo consigliavano a quinci remuoversi le notizie che ad ogni ora gli venivano più certe, starsi i Volterrani in procinto di dar volta e ribellarsi al Comune. Presentatosi alla porta di San Giusto con le sue quattro compagnie, i Volterrani lo accolsero con sembianze liete, — ma, per quanto ei sapesse pregare e ammonire, nol vollero alloggiare in città; solo gli concessero stanza nei borghi. Per la qual cosa sdegnato il Covoni ordinò che alla mattina seguente su l'aprire delle porte entrassero i soldati senza rumore nella terra e prendessero i canti della piazza dei Priori; e, come disse, fecero, ma non senza rumore nè senza spargimento di sangue, avvegnachè volendo contrastare i Volterrani, due di loro, ch'erano fratelli, rimanessero uccisi.
Adesso il commissario abbandona per istoltezza quanto aveva in virtù della forza conseguito. Lasciandosi aggirare dalle insinuazioni dei maggiorenti tra i Volterrani e malgrado le proteste dei più savi, impone ai capitani Goro da Monte Benichi e Paolo Côrso ritornino alle stanze fuori di Volterra. Usciti appena dalle porte, chiudono i cittadini le imposte e si fanno ad assaltare le due compagnie rimaste: insufficienti a sostenere l'impeto, uscirono anch'esse, più che di passo, di Volterra, ed accozzatesi con le altre due, piene di mal talento presero la volta d'Empoli.
Parendo, com'era, grave fatto cotesto, la Signoria di Firenze provvide ai rimedii mandandovi Bartolo Tedaldi con due compagnie; partito intempestivo quando inefficace. Avendo prevalso le parti dei Medici, al Tedaldi parve somma ventura ricoverarsi co' soldati in cittadella. I Volterrani, liberati dalla sua presenza, convengono a patti con Taddeo Guiducci commissario del papa; poi mandano oratori a Clemente e ne ottengono laudi, benedizioni e promesse, di cui non fu mai penuria in corte di Roma.
Procedendo del tutto avversi alla Repubblica i Volterrani, ed a ciò confortandoli Alessandro Vitelli, costruiscono bastioni, innalzano cavalieri, turano le bocche delle strade che menano alla cittadella, e le case opposte riducono ad archibusiere per offendere chiunque si avvisasse sortirne per irrompere nella terra. Temendo poi fossero pochi i soldati stanziati colà per sostenere le parti del papa, condussero dugento fanti, poi altri cento, finalmente chiesero ai Sanesi artiglierie e munizioni. I Sanesi dettero cinque bariglioni di polvere, le artiglierie promisero, non mandarono: onde si volsero ai Genovesi; i quali, desiderando gratificare al pontefice, concessero due cannoni, due colubrine, un mezzo cannone e un sagro, con trecento venti palle di ferro: e perchè nessuno dei popoli italiani mancasse a spegnere il focolare della libertà d'Italia, Luigi da Bivigliano dei Medici, spedito in poste dal marchese del Vasto dopo la prima ributtata dalle mura di Volterra, dette ventiquattro bariglioni di polvere[263].
I chiusi in cittadella non si restavano; e comecchè avessero piccola artiglieria, giorno e notte indefessamente traevano contro la città: per altra parte cominciavano a patire difetto di vettovaglie; sicchè, mosse parole di accordo, convennero in una tregua di due mesi, a patto che l'uno non dovesse offendere l'altro, i Volterrani pagassero al Tedaldi commessario della cittadella scudi trecento, e giornalmente pel giusto prezzo gli dessero copia di vettovaglie necessarie al bisogno degli assediati. Siccome avviene, firmati appena i patti, l'una parte e l'altra attese a non mantenerli; per la qual cosa indi a breve riassunsero le offese molto più gagliarde di prima, ed alla fine, volendo ad ogni costo il pontefice porre fine alla impresa, ragunato sforzo di gente e di arme, deliberarono venire all'assalto.
Tale era la condizione della città quando Francesco Ferruccio, ordinandolo i Dieci, abbandonava Empoli per sovvenire alla fortuna pericolante della Repubblica in queste parti del suo dominio.
Ferruccio, affrettati i passi, giunse in Volterra il giorno stesso 26 aprile che si partì da Empoli, trascorsa appena la ventunesima ora: subitamente introduce i fanti per la porta del soccorso nella cittadella; fatti smontare i cavalleggeri e cavare le selle ai cavalli, per la medesima via gli mette dentro. Se i soldati lo accogliessero con dimostrazioni di allegrezza è agevole immaginarlo; egli, come uomo a cui il tempo tardi, imposto modo a coteste gioie, favellò brevi parole:
«Attendano i soldati a riposarsi, — di cibo si confortino e di bevanda; tra mezz'ora io gli richiamo alle armi.»
Uno dei cittadini di Volterra chiusi in cittadella accostando la bocca all'orecchio di certo soldato fiorentino, mormorò:
«Ecco un comando ch'è più facile a darsi che ad eseguirsi. Come faremo a confortarci di cibo e di bevanda che in cittadella avanzano appena sette barili di vino, e dei pani forse ne avremo cento?»
E il Fiorentino ghignando:
«Sta quieto; non sai tu che il nostro capitano si è fatto imprestare il miracolo di multiplicare il pane quante volte egli vuole?»
«Ahi tristo! per poco voi altri Fiorentini non diventate luterani: tu schernisci il miracolo; non ischernirlo, perchè io, alla croce di Dio, ti giuro che l'ho veduto.»
«Lo hai veduto?» riprese il Fiorentino spalancando gli occhi; «amici, apriamogli la vena.»