Part 56
«Eravamo prossimi alla casa di persona devota; la destai, in brevi parole le esposi quanto avesse a fare; — i suoi molti figliuoli giovarono; — sparsi di qua e di là per la campagna, adunarono in poco tempo buona quantità di villani; — avevano tutti chi archibuso, chi spada, che le guerre degli stranieri hanno fatto simili arnesi comuni nelle più riposte terre d'Italia. In questo modo armati, c'incamminammo cautamente alla volta del castello; — chiuse le porte principali, i ponti levatoi alzati, — nel circuirlo occorremmo alla postierla di tramontana; — quivi fuori varii scudieri tenevano allestiti alcuni cavalli, — apparecchio di prontissima fuga. Agevol cosa sorprenderli; — ordinammo loro tacessero, pena la vita. Passammo oltre e giungemmo alla sala terrena del maniero; una voce di donna ci percuote; — era Selvaggia che, svelta a forza dalla sua diletta signora, plorava sconsolata e Dio chiamava e gli uomini in soccorso della male arrivata donna. Feci atto di muovermi a cotesta volta, e meco coloro che io aveva condotto. Tomaso si stava, — non ardiva manifestarmi il suo concetto; — io lo compresi e, mutato animo, gli strinsi la mano; — i miei affissi negli occhi di lui e mormorai: Confortatevi, a me penserò dopo; ed egli, lo sguardo e le parole considerasse come il sacrifizio più grave di cui potessi dargli prova, o come rimprovero della passata ingiustizia, diventò rosso e mi tenne dietro coprendosi il volto. Madonna Ermellina erasi ricoverata nella stanza di Tomaso: colà, stretta una spada, come meglio poteva si aiutava. Noi giungemmo allorchè Naldo, smesse le dolci parole, le manifestazioni dell'osceno suo amore e le preghiere, riassumeva l'impeto della feroce natura. Alle minaccie mesceva giuramenti da subbissare il castello; — ormai, diceva, avere aspettato anche troppo; pericoloso l'indugio; lo seguisse per amore, altrimenti lo avrebbe seguito per forza; fin qui essersi astenuto dal sangue; comincerebbe adesso e al sangue aggiungerebbe l'incendio. In chi fidare costei? Il marito lontano, la casa piena di suoi fedeli; temesse che il suo amore ad un tratto per tanta repugnanza non si convertisse in odio... e, — Vieni, accostandosele aggiungeva, vieni; Naldo vale quel tuo stolto Tomaso. — La donna schivandolo rifuggiva nell'angolo opposto della stanza e lo rampognava: — Vorreste voi usarmi violenza? e non temete? — E di che ho a temere io? Nessuno qui può trattenermi. — E Dio? — Egli è troppo buon compagno per impedirmi nelle mie bisogne. — Madonna Ermellina allontanandosi da colui passava traverso la porta dietro la quale noi dimoravamo; Naldo la incalzava ardentissimo. Tomaso si pone improvviso tra la sua donna e lui. Naldo, come percosso sui capo, impallidì, vacillò, gli occhi declinò a terra, poi gli rilevò pieni della malignità dei serpente; ma avendo veduto la stanza ingombra di villani con l'arme, si conobbe spacciato. Tomaso con voce solenne gli disse: Naldo, fate che gli occhi vostri mai più s'incontrino su questa terra co' miei... potete partire. — Mentr'egli si allontanava con l'inferno nell'anima, io lievemente percotendogli la spalla gli susurrai nell'orecchie: Dio non paga il sabato; — ed egli a me: Mal ride chi ultimo non ride, ed io vivo pur sempre. — Di lui non udimmo più novella; — tornò il corso della nostra vita lieto, e se alcuna volta rammentammo i sofferti travagli, ciò fu per meglio rallegrarci delle gioie del tempo presente. Nel bel mese di maggio, quando il prato è verde e l'aria serena, giova rammentare le brume dell'inverno e la tempesta. I servi accommiatati ripresero gli antichi uffici, suonarono di nuovo le volte del castello di canti; giullari e menestrelli lodarono la cortesia del cavaliere e la beltà della dama. Finalmente per colmo di esultanza fu la nostra vita coronata di figliuoli; — voi, Annalena, con altra fanciulla e due giovanetti, formaste l'orgoglio di vostra madre... io... ahimè! ebbi un figlio... Beato me, se non lo avessi avuto mai!»
Il vecchio si tacque, come spossato dall'amarezza della memoria, quindi, ripresa lena, continuò:
«Correva l'anno 1512; — la fortuna di Francia dopo la battaglia di Ravenna scadde in Italia. — Cesare nemico a Fiorenza, perchè amica di Francia; papa Giulio avverso anch'egli alla patria nostra pel concilio di Pisa; — i Fiorentini poveri di armi, di valore e di consiglio. Giovanni cardinale de' Medici, che poi fu papa Lione, scampato come per miracolo di mano ai Francesi, incita Raimondo di Cardona, vicerè di Napoli, ai danni della patria sua: di presente gli pagava buona somma di danaro, assai maggiore gliene prometteva, conquistato il paese, perchè i Medici furono sempre generosi ladroni. L'esercito spagnuolo, superati i monti del Mugello, allaga il piano. Tomaso, devoto alla Repubblica di Fiorenza, provvede il castello di ogni cosa al combattere necessaria e si rimette in arbitrio della fortuna. Noi vedemmo dall'alto dei muri l'oste nemica e non la tememmo, perchè, manchevole di artiglieria, non avendo in tutto l'esercito che due soli cannoni, poco danno poteva apportarci; inoltre difettava di vettovaglia; — la gente del contado non lasciava occasione di tribolarla con la guerra alla spicciolata. Tentarono i soldati spagnuoli una volta l'assalto, ma, quantunque valorosamente si comportassero, furono respinti: — presto speravamo ci liberasse il flagello. Tomaso, percosso di palla d'archibuso, non potè certo giorno vigilare alle ronde consuete: finchè le gambe mi ressero, mi aggirai io sopra le mura. A notte inoltrata mi raccomando alle guardie stessero all'erta: poi me ne andai a riposare qualche ora al maniero. Mi svegliano furiosissimi colpi: confuso dal sonno, sicuro del presente pericolo, pensando fosse al di fuori sopraggiunta cosa che domandasse nuovi provvedimenti, apro le porte... Ahi vista!... Tra il chiarore di torcie bituminose, circondato da una mano di nemici, io riconosco Naldo. Appena ebbi tempo di gettare un grido; fui stramazzato al suolo, strette le mani, chiusa la bocca. Il notaio del castello, Francesco da Puglia, ci aveva traditi[258]. — Si empie il maniero di singulti e di aneliti, la infame strage incomincia; — da ogni parte sangue. Tomaso, la consorte, i figli, Selvaggia mia, a forza erano tratti nella sala dov'io mi giaceva legato. Qui, Naldo propone a Tomaso che se la moglie e i figli di sua mano trucidasse, gli salverebbe la vita. Tomaso assente, e gli dànno una spada. Le mie viscere fremevano: egli guarda prima Naldo con occhi pieni di morte, — ma vedendolo cinto di armatura di ferro, circondato da troppi scherani, all'improvviso volta la spada contro il suo petto e cade morto ai piedi dei figli. Il mio cuore riprese i suoi palpiti; un grido d'imprecazione si levò dalla bocca delle vittime contro l'empio assassinio: egli pensando che, quelle voci tacendo, tacerebbe eziandio la sua coscienza, ordinava trucidassersi. Si avventarono iniqui contra a quei corpi delicati, nei seni, nelle gole immersero i ferri, — e quelle misere creature non si difendevano, — non imprecavano, — invocavano solo il nome santissimo di Dio. Alla rabbia degli uomini si aggiungeva la rabbia del cielo; — cadeva la pioggia a torrenti, — l'uragano rovesciò edifizii, schiantò alberi, — un fulmine rovinò la cappella e, rotta la lapida di un'arca antichissima murata su la parete, sparse per la terra le ossa degli antenati della famiglia. Era il mio voto a Dio distruggitore perchè sobbissasse gli uomini e la terra che gli sostiene. — Mi si accosta Naldo e, toccatami la spalla, vi lascia la impronta delle dita sanguinose: — Mal ride, egli esclama, chi l'ultimo non ride. — Per suo comando mi levano da terra; nulla curato il furore degli elementi, mi traggono nel barco e mi legano ad un albero; — io non proferiva parola. Giunto a cotesto estremo, abborriva la vita, ed anche con isperanza di salvarla non avrei fatto mostra alcuna di viltà; e poi tra tante immagini di morte non essendomi comparso davanti il figliuol mio, consolazione ineffabile in quella ultima ora erami il pensare che, non trovato da quei feroci, vivesse... Un vortice di fiamme scaturisce dalle più alte finestre del maniero, — al chiarore dell'incendio della mia casa vedo il mio figliuolo legato... in mano dei feroci ancora esso: ogni mio proponimento venne meno; supplicai... mi avvilii... e, oh Dio! con qual frutto? Ah! io non posso dirlo... questa memoria mi abbrucia il cervello... No... dolore non fu mai pari al mio su questa terra di maledizione... ahimè!..., ahimè!»
Povero Lucantonio! doveva bene angustiarti tormentosa la memoria del caso; imperciocchè dopo diciasette anni ti agitava una smania convulsa, e fremevi e battevi i denti e percotevi dei piedi la terra, sicchè poco più avresti fatto, se in quel punto ti avessero lacerato le membra con le più crudeli torture. Poi lo sovvenne il conforto estremo della sventura, il pianto. Annalena e Vico piangevano anch'essi.
[Illustrazione: «Muori!» urlò pieno di tremenda esultanza il Bandino,... _Cap. XXII, pag. 499._]
«Udite... se mai fu strazio più osceno di questo... venitemi a canto... abbracciatemi... imperciocchè senta che l'animo non mi basterebbe al nefando racconto, se l'amore... se l'aspetto vostro non mi sostenessero.. Venitemi appresso... più presso al cuore... non mi lasciate... io finisco. — Me lo appiccarono... Geri... il mio bel figliuolo... l'unico mio figliuolo... che tanto rassomigliava Selvaggia... me lo appiccarono ai rami dell'albero sul mio capo... me lo appiccarono... e mi lasciarono; — e per tutta la notte m'intronò lo sghignazzare di Naldo e la sua voce che ripeteva: Mal ride chi ultimo non ride. — I piedi del giovanetto agitati dal vento mi scompigliavano i capelli; — una lastra di ferro rovente offende meno. Sforzo con tremendo conato i lacci che mi legano all'albero, — i miei polsi rimangono più dolorosamente stretti che mai, la corda cede tanto ch'io posso levarmi su la punta dei piedi... il corpo di Geri non oscilla più... i piedi del figlio riposano sopra il capo del padre! — Geri..., se sei vivo, rispondimi per amore di Dio... Geri, aiùtati con le mani... allárgati il capestro... Geri, rispondimi... — E Geri non rispondeva. Chi potrà dirvi tutte le parole ch'io proferii, — con quanti cari nomi io lo chiamai? Chi lo spasimo durato allorchè, i piedi rifiutando sostenermi in cotesta sconcia positura, mi era forza riposarli a terra; e allora io non sentendo più il corpo del figliuolo sfiorarmi, dondolando, i capelli, temeva che quel momento di sostegno cessato avrebbe potuto cagionargli la morte? Chi la lunga contesa, il disperato dolore e l'esitanza?... Rifinito di forze, mi abbandonarono gli spiriti; misericordia di Dio fu sospendermi in quel punto la vita, maggior pietà sarebbe stata tôrmela affatto. — Quando gli occhi miei tristi si riapersero alla luce, mi trovai sciolto, — molti miei conoscenti mi stavano attorno contristati; — il capo, i piedi e le mani acerbamente mi dolevano, tentai levarmi e non potei; mi posi a sedere, e gli occhi drizzai all'albero maledetto; io non vedeva bene. — O voi pietosi, io cominciai, che mi circondate, ditemi per pietà, se mio figlio pende tuttavia dall'albero! Lo avete salvato? — Mi risposero singhiozzando, e poi uno di loro riprese: Lo abbiamo sepolto accanto a voi. — Piegai la faccia, e al lato destro mi occorse una fossa coperta di piote recenti. Il delirio mi vinse, e mi atteggiai come il cane quando raspa per iscavare. — Ah! prima che la terra me lo ricuopra per sempre, ch'io lo rivegga anche una volta. — Mi levarono per le braccia onde allontanarmi dalla vista di tanta miseria. Giungemmo presso al castello; la pioggia aveva spento l'incendio, la parte superiore rovinata, la inferiore illesa: io non so come mi tornarono le forze; mi liberai da coloro che mi tenevano, e corsi alla volta della casa... penetrai nella sala... deh! mi sia concesso non ricordarvi la strage nefanda: così potesse non rammentarla l'anima mia!... Selvaggia mia, se il cuore non mi ti avesse indicata, non avrebbero saputo ravvisarti i miei occhi... come orribilmente ti avevano lacera la gola, con quante ferite guasto il castissimo corpo!... Mi prostrai... la faccia posai sul pavimento, e dai precordii sospinsi una molto terribile bestemmia, però che maledissi colui che, avendo dei fulmini pei giusti, sembrava impassibile agli scellerati. Per Dio! odo il mio nome susurrato da una voce che sorge dalla terra: — vivesse Selvaggia? La sua gola non fosse insanabilmente lacerata? — Levai la faccia... ahi dolore! pur troppo la testa appena giunta le stava al busto per la pelle della nuca... ella era morta... irrevocabilmente morta! — Caddi di nuovo, e il mio nome da capo susurrato mi percuote le orecchie... temei fosse un errore della fantasia commossa, — e non mi levai finchè una terza chiamata mi assicurò che io non m'ingannava: la voce si partiva dal cumulo dei cadaveri della famiglia del povero Tomaso: vinsi il ribrezzo e mi detti a frugare con cupide mani tra quella massa di carne sanguinosa... Tranne uno spregio sopra la spalla, tu eri rimasta illesa... la tua genitrice una volta ti porse la vita col latte del suo seno medesimo... ella riparò le tue ferite, ella ti coprì col corpo; comunque morta, ti aveva difesa, e tu cauta per istinto ti eri taciuta finchè non ti comparve davanti una faccia amica... Sventurata, e pure non del tutto misera, madonna Ermellina, se morendo potesti salvare i giorni della tua pargola... mentre io infelicissimo padre... oh!»
La fiamma del focolare all'improvviso cessa, e dalle legna vermiglie si leva una colonna larga, bianchissima: nel tempo medesimo un gran colpo fu bussato alla porta.
Vico, Annalena e Lucantonio si strinsero in un solo abbracciamento e proruppero in grido doloroso.
Passata la prima impressione del terrore, Lucantonio asciugandosi la fronte col dorso della mano, mormorò:
«Ah! mi era parso vedere l'anima del mio figliuolo.»
Annalena giunse le mani e alzandole al cielo diceva:
«O Signore, io sperava tu mi avessi conceduto la vista della mia genitrice.»
E Lucantonio riprese:
«I luoghi che prima amai m'increbbero: raccolto quanto meglio potei dal naufragio della nostra fortuna, mi ridussi ad abitare su quel di Fiorenza: a te costumi diedi convenienti alla nuova condizione; tacqui i natali e le sventure per non ti contristare la bella giovinezza: due amori suscitai nel tuo seno, quello della patria primo, poi quello di me; non perchè lo meritassi, ma perchè ne aveva immenso, irresistibile bisogno... Adesso in te se ne leva un altro il quale per certo non ispegnerà gli altri due... Se ciò avvenisse... sento che la tazza del dolore non si vuota mai. Di Naldo che avvenne? Voi lo avete veduto, or non è guari, cadavere miserabile sotto le zampe del mio cavallo.»
I giovani stavano per consolarlo, quando furono trattenuti da un secondo colpo più fortemente bussato.
CAPITOLO VENTESIMOQUINTO
VOLTERRA
Tanto fischiar di strali, Brillar di brandi ignudi, Colpi così mortali, Urto sì fier di scudi, Sangue non fu mai tanto, Nè più letizia e pianto.
ARMINIO, _tragedia._
Era Francesco Ferruccio. Egli s'inoltrò con passi gravi, e in sembiante severo; ma quando vide la fanciulla atteggiata di dolore, quasi statuetta che un bel pensiero di artista abbia posto sul sepolcro di un primogenito o di sposa nuovamente divelta dalle braccia — forse dal cuore — dell'amato consorte quando dal volto di Vico e di Lucantonio conobbe l'angoscia esser passata colà, di severo divenne mesto ed appoggiò il gomito destro sul pomo dello spadone, sopra la mano la faccia.
E dopo alcun tratto di tempo incominciò:
«Ludovico, io sono venuto a dirvi addio. Prima che nasca il sole, mi è forza partire in servizio della Repubblica per impresa piena di pericolo e di gloria. I giorni dell'uomo sono uguali ai passi del viandante, — i giorni del soldato trovano appena paragone nei passi del cavallo che fugge.»
Ludovico alzò gli occhi attonito e rispose:
«Perchè rimango io?»
«Per ordine dei signori Dieci consegnerò la terra al nuovo commissario Andrea Giugni... Costui conobbi sempre studioso della licenza, la quale, finchè non trovi luogo a dimostrarsi nel suo brutto sembiante intera, assai sovente si scambia con la libertà, — uomo di corrucci e di sangue, non di quell'animo fermo che i gravi casi della patria domandano, — di costumi corrotto e superbo, — ogni bene riposto nei grossolani diletti della vita. La impresa a cui mi prepongono i Dieci gioverà assai alla salute di Fiorenza, perchè, vincendola, come, da Dio sovvenuto, confido, ridurrà alla sua devozione una città ribelle, e il suo credito scaduto verrà a rinverdire; in ogni caso, scemerà forza all'esercito, perchè Orange manderà gente a tentare di ricuperarla. Però il danno non compenserebbe il vantaggio perdendo Empoli: finchè conserviamo questa terra, non sarà mai spacciata la patria; la campagna ci è aperta fina a Pisa, — comodissima ci sovviene la facilità di provvedere gli assediati; — insomma il Palladio di Fiorenza si conserva qui dentro. Or dunque voi comprendete di quanta importanza mi sia lasciarvi persona sicura che vigili attentissima tutti i casi che possono accadere alla giornata e me ne ragguagli con diligenza.»
«Ma», riprese esitando Ludovico, «la promessa che voi faceste al padre mio moribondo mi suona diversa; o non prometteste voi ch'io vi sarei morto al fianco per la patria combattendo?»
«Vico, io non muto mai; ma dite: — voi da quel tempo in poi nulla vi sentite mutato? Allo amore di patria non si mescolò per avventura un altro amore? Vostro malgrado, non si levò nel cuor vostro un istinto di conservazione per la vostra vita dacchè un'altra vita vi preme molto più della vostra? È santo il vostro affetto, ed io lo approvo; pure sarebbe stato meglio che vi avesse acceso in altra stagione. Ma i fati reggono gli eventi; io poi non domando mai cose superiori alla umana natura; — male, penso, si lascia il fianco della sposa per affaticarsi quotidianamente al raggio del sole in battaglia.»
«Amaste voi mai?» una voce soave interrogò il Ferruccio, e si partiva dalla fanciulla.
«Io? — Amai mio fratello Simone, valente spada e fidato consiglio; — amai l'uno e l'altro mio genitore, ed amo le mie due sorelle, che, rimaste a casa, certo nè anche a quest'ora cessano dalle notturne preghiere per la tutela della mia vita... ma sopratutto amo la patria; — donna amata e gelosa, custodisce tutti i miei affetti... la mia anima è a Fiorenza, intorno al gonfalone della Repubblica; — la mia anima sta sulla corona che circonda la testa dei lioni del Comune... gran parte della mia anima posa eziandio su questa spada... oltre di ciò, io temo non avere anima per nessuno.»
«Misero voi!»
«Misero io! — e perchè, giovanetta?»
«Perchè», risponde Annalena sollevando all'improvviso le ciglia e con ardentissimi sguardi fissando il commessario, «perchè amando avreste appreso nessuno intelletto essere tanto grande nè cuore gagliardo ai quali il buono amore non aggiunga grandezza e gagliardia; la patria nuda di affetti a me rassembra un sepolcro: — l'uomo difenderà per religione quel sepolcro, perchè contiene le ossa de' suoi congiunti e conterrà le sue; — ma se vi aggiungi la difesa della sua sposa e dei figliuoli, allora il soldato ti parrà fulmine di Dio contro i nemici: io mi rammento avere udito raccontare dal padre di Vico come gli antichi Spartani non accettassero combattenti nella falange sacra dove non fossero innamorati...»
Ferruccio crolla, sorridendo, la testa; e la fanciulla con maggior fervore continua:
«Voi altri, perchè dotò natura di più salde membra di noi, non rifinite mai di lamentare la nostra debolezza; ci pretendete più forti e non vi restate dallo sconfortarci in ogni maniera; l'avvilimento nostro volete a un punto e rimproverate. Or dunque da che traete argomento di sospettare che l'amore sarà d'impaccio alle opere generose di Vico? Se dall'esser mio di donna, senzachè vi ricordi più remoti esempi, qual cittadino di Fiorenza fin qui ebbe virtù che potesse, non dirò superare, ma reggere al paragone di quella di Lucrezia Mazzanti? Ed io fui sua figliuola d'amore, ed io con questi occhi contemplai gli estremi aneliti della sua vita mortale. Ai giorni nostri, donna Maria di Padilla non difese vivo il consorte, non lo vendicò morto e, quando ai più animosi mancò l'ardire, non sostenne ella sola la libertà della Spagna contro lo sforzo di Carlo, che Dio confonda? Se perch'io mi sono Annalena... voi non mi conoscete ancora.»
«E che vorreste fare, giovanetta?» le domanda amorevolmente il Ferruccio.
«A lui», riprese Annalena additando Vico, «quello che spetta a moglie d'uomo che combatte per la difesa della patria; a voi quanto incombe a figliuola di padre affettuosissimo: — io per me abborro il sangue, — e la guerra è necessità che deploro con tutta l'anima; — la vita considero dono di Dio, la quale non possiamo spendere mai tanto bene quanto nella tutela della libertà...; e quindi io pregherò il Signore che volga gli occhi alla terra e favorisca non il più forte, ma il più giusto; — appresterò bende e rimedi alle ferite mentre voi vi avventurate al pericolo di riceverle; — vi veglierò infermi; — vi tempererò con freschi pannilini l'ardore delle membra quando vi travaglierà la febbre; riceverò nel mio seno il colpo che vi sarà indirizzato... vivrò con voi, e per voi morirò.»
«Padre! su, padre!» esclama il Ferruccio agitando il braccio di Lucantonio; e questi:
«Chi mi rammenta che una volta fui padre? Quale spietato rinnovella in me l'antico dolore? Sei forse Dio, per potermi rendere il figliuolo? Uomo, — intendi, — tu puoi schiudere la bocca del sepolcro, ma per traboccarvi dentro il tuo simile, non già per trarnelo fuori.»
Ferruccio attonito non sapeva che cosa volessero significare coteste lugubri parole: Vico gli espose in breve i fieri casi di lui e come non fosse sua figliuola Annalena, sibbene orfana e nata di messer Tomaso Tosinghi da Ponzano.
«La donna, comunque si chiamasse, che fu degna del tuo cuore ben poteva ottenere anche il tuo nome; e non pertanto mi piace ch'ella esca dei Tosinghi; — così per te riviverà un gentile e onorato lignaggio. — Lucantonio, io sono il Ferruccio. — A me il padre di Ludovico morendo commise la cura d'incamminarlo nella vita: vorreste voi unire la vostra Annalena col mio Vico? Pari di età e di animo, paionmi concepiti da un medesimo pensiero del Creatore.»
«Di', l'amerai come l'ho amata io?» con immensa passione Lucantonio interroga Ludovico senza badare alle parole del Ferruccio; «la sosterrai nella vita, le torrai dal sentiero che deve percorrere i triboli e le spine? Io, vedi, quando era stanca me la recava in collo e la portava finchè le braccia intormentite potevano sorreggerla: — guarda i bei piedi ch'io le ho saputo conservare; — se il freddo l'agghiadava, io le sue mani mi riponeva nel seno e col calore del mio cuore le riscaldava, sicchè il gelo non le stagnò mai il sangue sopra le dita, — ed ora nota come le ha bianche e delicate: quando camminammo nella estate per le aperte campagne, tra il sole e lei posi il mio corpo, e la sua pelle rimase intatta; — col mio fiato le inumidii i capelli; — quando ebbe sete, io le porsi tutta l'acqua della mia tazza... Abbile cura... allorchè dorme le solleva la testa, imperciocchè il suo alitare sovente sia soffocato... e in quel momento Dio ti salvi dalla tremenda paura che mi ha travagliato. Se così l'amerai, prendila; — siate due in una carne; — tu, Lena, appóggiati al nuovo sostegno; — appena io posso ormai sostenere me stesso... Ora non mi avanza altra causa per dimorare su questa terra... Accoglimi dunque nella tua pace, Signore.»