L'assedio di Firenze

Part 54

Chapter 542,531 wordsPublic domain

«Oh! messer cavaliere... udite la mala azione che mi ha fatta Giomo di Lapo... Eravamo andati insieme a spogliare i morti... perchè in verità nei tempi che corrono non abbiamo altro mezzo da campare la vita... ed avevamo raccolto un buon fastello... un pesante fastello in verità; ed egli disse: Mariotto, portalo prima tu, e quando ti sentirai stanco, io ti rileverò; — ed io com'ei disse feci, e non credeva mi volesse ingannare, che uguanno a maggio gli battezzai un figliuolo; — e quando mi parve essere lasso lo chiamai: — Fratelmo, dammi aita, ch'io più non posso; — e il tristo rispose: Va pure innanzi un altro mille passi, che io allora prenderò il fastello e senza darti altro impaccio lo porterò fino a casa: — ed io mi sforzai, finchè, rifinito di lena, fui per cadervi sotto. — Giomo allora, ch'è giovane ed aitante di persona, mi tolse il carico e, recatoselo prestamente in ispalla, cominciò a camminar forte e a dilungarsi da me; — alla prima svolta della strada con quanto aveva di forza nelle gambe si cacciò alla dirotta a fuggire», ed io vecchio e stanco ormai dispero raggiungerlo; — egli dimani ciberà sè e la famiglia... io, se torno a casa, vedrò morire di fame la mia... Oh! io non tornerò a casa... tanto anche qui vi è terra da seppellirmi!»

E piangendo lasciò cadersi in mezzo della via. Vico gli gittò un fiorino. Il villano, quando l'ebbe riconosciuto al tatto e al chiarore della luna in quel punto velata da nuvole meno dense, balzò in piedi e, senza rendere grazie, deposta a un tratto la vecchiezza, la stanchezza e il dolore, con alti scoppii di risa si dileguò per la campagna.

Proseguono la via, ed ecco un nuovo incontro; — due villani avviluppati insieme rotolavano sul fango; — alfine uno prevalse, e puntato un ginocchio sul petto dell'altro e forte stringendolo per la gola, gli diceva:

«La catenella dorata la voglio per me... me la darai?»

«Io la vidi primo, — dammela... o ti strangolo...»

E l'altro, quantunque dalle fauci compresse potesse appena articolare parola, ostinato nella rabbia della rapina, rispondeva:

«Io prima la presi... la voglio per me...»

«Dunque ti ammazzerò.»

«Ammazzerai tuo fratello? — E che dirai a nostro padre?»

«O scellerato!» grida Vico mettendo fuori la spada, «lascia il tuo fratello, o se' morto...»

La libidine di guadagno vinceva nel nuovo Caino la paura della morte; — sentiva il ferro penetrargli nelle carni e non abbandonava la gola del fratello: fu mestieri che Vico e il padre di Annalena scendessero e a forza gli separassero: — appena il fratello ebbe lasciato la gola del fratello, come se uscisse dal fascino gittatogli addosso dal demonio del fratricidio, si percosse la fronte e si allontanò traendo dolorosi guai:

«Ohimè! Qual confessore mi darà l'assoluzione di tanto misfatto? Ohimè! che se adesso io mi morissi, me ne anderei dannato. Tienti la roba, io non la voglio, — mi rammenterebbe il mio delitto.»

E l'altro, quasi non si accorgesse del pericolo da cui era scampato o non lo rammentasse, gli tenne dietro parlando:

«Avrai il tuo mezzo dei gabbani, delle spada, — di tutto avrai il mezzo; — ma la catenella la voglio intera per me che intendo donarla alla Ginevra mia... Che vuoi tu farne, fratello? tu non hai innamorata, nè mai ch'io sappia ti sei fidanzato con alcuna fanciulla della pieve...»

Alla fine i nostri personaggi si trovarono in parte che, per aver dato campo a mortalissimo scontro tra i soldati del Ferruccio e le bande imperiali scorrenti pel paese, era piena di uccisi; le varie e tutte miserevoli attitudini di morte offendevano la vista; più offendeva l'odorato un fetore infame di corpi corrotti; — e non pertanto queste sensazioni erano di gran lunga superate dal turpe spettacolo della umana avidità.

I saccomanni, con gli occhi cupidamente intenti a trovare cosa che loro piacesse, senza pietà scorrevano sopra le sconcie ferite; le mani rapaci senza tremare si bruttavano di sangue e di marcia; — le ultime vesti toglievano, restavano i nudi corpi in disonesta mostra nel mezzo della via; e se s'imbattevano in alcuno che portasse anella o cerchietti di oro alle orecchie, se riusciva loro agevole di quinci rimuoverli, sì il facevano; — altrimenti le orecchie e le dita ornate del metallo prezioso tagliavano e dentro lo zaino riponevano — alle figliuole e mogli loro serbavano la cura di separare con comodo a casa le dita dagli anelli, le orecchie dai cerchietti.

E videro un corvo posato con gli artigli sui labbri di un morto pascersi avidamente degli occhi di lui; — di repente balzò fuori da un folto cespuglio un lupo, stese le branche sul cadavere e ne cacciò il corvo; il quale volando altrove manifestò coll'osceno gracchiare l'ira di trovarsi sturbato nel suo festino di putredine: — e il lupo ebbe appena bevuto un sorso di sangue, stracciato un brandello di carne, che ecco gli fu sopra l'uomo, il potentissimo tra gli animali di rapina; sicchè, mal sazio e ringhiando di furore, toccò al lupo sgombrare davanti all'uomo, come il corvo sgombrava davanti al lupo.

Questa avventura illuminata dal raggio sanguigno che tramandavano le lanterne portate dai villani, durò appena due minuti, ma lasciò in coloro che la videro tale impressione da non dimenticarsi nè anche quando poseranno il capo sul capezzale di pietra dentro al sepolcro.

Vico sciolse un lungo sospiro ed esclamò:

«Ecco la storia degli uomini che furono, sono, ed ahi! Dio voglia che non sia, di coloro che in futuro vivranno.»

Davano forte degli sproni nei cavalli per lasciare il luogo maledetto da tanta e siffatta manifestazione di umana tristizia; ma la fortuna parava loro davanti un nuovo scontro.

Le zampe del cavallo del vecchio percuotono sul petto di un giacente traverso il cammino; le ossa delle costole sotto il colpo sgretolarono, — l'aria violentemente compressa si sviluppa dalle viscere e manda suono come di sospiro: — fremerono tutti e scesero precipitosi di sella.

Con molta cura furono attorno al giacente, — e lo ponendo a sedere, se residuo alcuno gli fosse rimasto di vita investigarono; male però riuscivano nei tentativi loro, sepolti com'erano d'ogni intorno nel buio. Come volle fortuna, alcuni villani carichi di preda passavano quinci poco discosto portando lanterne, — li chiamarono e li pregarono per Dio volessero essere cortesi di aiuto a cotesto infelice.

[Illustrazione: ... tentando liberare le mani e i lembi della veste dal bacio dei suoi servitori;... _Cap. XXII, pag. 479._]

E poichè l'uomo è creatura strana, sebbene nel richiamare quel nemico alla vita corressero rischio di consumare poi a sanarlo parte e forse tutta la preda, accorsero i villani alla voce di carità e lo sovvennero.

Appena però eransi curvati, si rialzarono atterriti da un urlo spaventevole che aveva gittato il vecchio, e nel punto medesimo lo videro protendersi ferocemente, avventare le mani intorno al collo di quel corpo, quasi intendesse strangolarlo; per certo il furore gli accecava l'intelletto, dacchè, scorto il giacente alcun poco al chiarore del lume, conobbe essere da gran tempo fatto cadavere.

Il vecchio muta all'improvviso consiglio; toccato appena il giacente, si rileva da terra e, scopertosi il capo, gli occhi affissando al firmamento favella in suono ispirato:

«Dove passò la vendetta di Dio che cosa mai aggiungerebbe la mano dell'uomo? — Io aspettai lunghi anni invano questa vendetta, e poichè non la vidi, ti rigettai dal mio seno, — ora che hai posto l'uccisore del figlio sotto la zampa del cavallo del padre, io tremo tutto davanti alla tua tremenda giustizia, o Signore!»

Tacque e dopo un silenzio non breve riprese:

«Costui, non che i più scellerati tra gli uomini, vinse in nequizia le più feroci tra le belve; però la sua iniquità non toglie l'obbligo a voi di mostrarvi pietosi, dacchè egli ebbe nascendo il segno della salute: — dategli pertanto sepoltura, ma non gli ponete memoria; — il suo nome rammenterebbe delitti che per decoro della umana natura è bene s'ignori che possano essere stati commessi: — non gli dite preghiera, ella andrebbe dispersa; comunque infinita la misericordia di Dio, i suoi misfatti la superano. — Patria di quell'anima era l'inferno.»

Si allontanò precipitoso; — i villani impauriti non osarono accostarsi e le fiere lo divorarono.

Il vecchio abbandonate le redini, si lasciava in balía del cavallo; avvertito di badare alla strada, non pareva intendesse; domandato a grande istanza più volte chi fosse colui del quale gli era occorso il cadavere e per quali casi a lui noto, non dà risposta: molti argomenti adoperati e tutti riesciti a vuoto, Annalena e Vico non cercano rimuoverlo dal suo pertinace silenzio.

Annalena, volgendo il discorso a Vico, incominciò:

«Vico, quando ti curvasti a soccorrere quel corpo che tanto par che abbia in odio il padre mio, ti cadde il piego dei Dieci...»

«Ben me ne accorsi, e me lo riposi nel seno», riprese Vico, tentando con la mano se vi fosse pur sempre.

«Ma tu non ti accorgesti che cadde sopra una piaga del morto e s'imbrattò di sangue...»

«Ti sei ingannata; per certo scambiasti il suggello rosso con una macchia di sangue.

«Io non isbaglio... guarda...»

Pur troppo la fanciulla aveva ragione; il piego era macchiato. Vico nel riporselo di nuovo sotto le vesti continuò:

«Non credo si rimarrà per questo di spiegarlo il signor commissario...»

«Lo spiegherà, io ne sono sicura.»

«E tu lo dici in suono di pianto? E di che temi?»

«Non so, Vico; — ma vedi, quel sangue mi arriva di sinistro augurio...»

«Da quando in qua gli uomini di guerra tolsero per sinistro presagio il sangue dei nemici?»

«Io odio la guerra... e quel sangue mi spaventa...»

«Consòlati; — per noi una spada tagliente val meglio di un buon presagio.»

«Ah! tu non sai quanto è duro il destino.»

«So che un re di Roma recise col rasoio una pietra.»

«Sì, ma l'avrebbe egli tagliata con gli occhi? L'uomo sopra il suo destino può, io dubito, quanto gli occhi possono per tagliare le pietre.»

«E allora che importa sgomentarci? libiamo, come costumavano gli antichi, agli dèi infernali e moriamo.»

* * * * *

«Significate al signor commissario che Vico Machiavelli giunto or ora da Fiorenza ha da consegnarli lettere degli magnifici signori Dieci di libertà e guerra», diceva Vico, smontato in Empoli al quartiere del Ferruccio, alla lancia spezzata che v'era posta di guardia.

«Non si può. Il commissario ha comandato che per cosa al mondo non si turbasse prima dell'_Ave maria_ del giorno.»

«Andate tuttavia; e se dorme, svegliatelo.»

«Ferruccio non dorme: — guardate quella grand'ombra sopra l'opposta muraglia, — è il signor commissario Ferruccio che passeggia su nella sala del primo piano.»

«Dunque avvisatelo.»

«Non si può; l'ordine non lo concede.»

«Almeno portategli o fategli portare questo piego.»

«Non si può; — l'ordine non lo concede.»

«Il diavolo riposi le tua ossa», mormora tra i denti Ludovico, e subito dopo riprese: «Ebbene, tostochè giunge l'_Ave maria_ recategli questi fogli: se mi vorrà, ditegli che sono al quartiere; se mal ne avviene, il mio debito è compito.»

E quinci si partiva sdegnoso; ma appena fu in lui un poco queto quel primo impeto d'ira, ripensando come il Ferruccio, avendo tolto l'arduo incarico di ripristinare l'onore della milizia italiana, doveva mostrarsi zelantissimo della disciplina, e il danno poco ed incerto che poteva derivare dal soverchio rigore non era da paragonarsi a gran pezza al danno immenso e sicuro che sarebbe nato dalla troppa rilassatezza, — concluse, siccome gli avveniva il più delle volte, di dar torto a sè, ragione al Ferruccio.

Si ridusse ai quartieri — apre la porta rimasta socchiusa, penetra nella stanza e vede Annalena e il padre di lei seduti davanti al focolare e così sprofondati nelle proprie meditazioni che non si accorsero della sua presenza, — presa pertanto una scranna, egli si pose dall'altro lato del focolare di faccia a Lena.

Lucantonio all'improvviso, senza muovere ad atto alcuno le membra, senza quasi agitare le labbra, come se la voce partisse da precordii di pietra, in suono roco parlò:

«Annalena..., voi cesserete d'ora in poi di chiamarmi padre... perchè... perchè voi non siete mia... figlia...»

La fanciulla, presaga di sventura, teneva l'animo apparecchiato alla rassegnazione, come colei che attende di sentire una condanna: ma le parole del vecchio superarono in dolore ogni sua aspettativa; prorompe in istrida angosciose e corre a gittargli smaniante le braccia al collo.

Lucatonio stette immobile alle carezze; le lacrime della bella sconsolata cadevano invano sopra di lui, come le stille della rugiada sopra i leoni di marmo posti nella loggia della piazza dei Signori; non l'accolse, non la respinse; si sentiva impietrito.

Passò forse mezza ora di tempo, a capo della quale Lucantonio, ma questa volta con voce tremula, che l'umanità tornava a soperchiare sul cuore del vecchio, riprende:

«E' mi era così dolce sentirmi chiamar padre...! e da te, Lena! — ed ora mi chiamerai Lucantonio senz'altro, — perchè non mi sei figlia.»

La passione gittò gli argini; scoppiò da' suoi occhi irrefrenato il pianto; strinse con impeto convulso tra le sue braccia Annalena, ed Annalena lui: pareva ambedue s'ingegnassero mantenere a forza di amore quanto avesse potuto perdere per natura il vincolo che da tanti anni gli univa.

«Ahimè!» riprese il vecchio ponendo una mano sopra la fronte alla fanciulla, «questo tuo capo innocente non seppe immaginare il male neppure all'insetto che ti pungeva, ed ora dovrà contenere il germe dell'odio ch'io vi semino dentro... Dio voglia che rimanga senza frutto! — D'ora in poi, quando camminerai tra i campi nel bel mese di maggio, i fiori non avranno più profumi per te, non più canto gli uccelli, non più sorriso la natura: — occuperà l'anima intera una tremenda contemplazione di misfatti; — i tuoi sogni verginali cesseranno, atroci fantasmi ti sveglieranno nella notte, e tu stenderai paurosa la mano sul guanciale, perchè nel sogno ti sarà apparso temperato di sangue: ascoltami, io ti racconto una storia funesta; tu la crederai appena, tanto ella è truce; — io la vidi con questi occhi, con questo cuore io la sentii, e forse non ti rendo con le parole la millesima parte del vero. — Tu nasci dei Tosinghi e sei di Prato; io nacqui in Casa di tuo padre; — a lui per fortuna sarei stato famiglio, ma l'amore ammendando i torti della fortuna ci volle fratelli, imperciocchè avendo egli ucciso nascendo la madre sua, noi bevemmo la vita dal medesimo seno, e le nostre braccia s'intrecciarono da pargoli sopra un medesimo collo. — Taccio le voglie e gli studi della infanzia: giungemmo agli anni della giovinezza; percorrendo il nostro cammino egli lasciò per la via il suo genitore, — io il padre e la madre; — a lui rimase la madre di suo padre, ma non per durare; a me nessuno; egli vinceva me negli studii, io vinceva lui nell'esercizio dell'armi: — entrambi però agli studii anteponevamo il diletto di vagare pei monti, d'inseguire le fiere, di lanciare il falcone per aria, e il mantenere cani e cavalli. — Un giorno, trafelati dopo lunga corsa, perduti di vista i famigli, rinvenimmo un luogo delizioso per l'ombra che vi facevano antichissimo pioppi, — l'erba folta invitava a ristorare il corpo stanco, — ci ponemmo a giacere; non alternammo parola; da tutto il corpo aspiravamo il misterioso diletto che muove dalla faccia lieta della natura: — all'improvviso ci percuote un canto, — un angelico canto che diceva versi di amore, — li quali noi riconoscemmo fattura di Dante; — ben mi ricordo che terminavano così:

E par che dalla sua labbia si muova Uno spirto soave e pien d'amore Che va dicendo all'anima: Sospira[257].