Part 53
«Ma doveva pure conoscere che non vi sarei riuscito! Io non mi sento acconcio a cosiffatte bisogne; la parola stretta in quattro mura mi manca; dei concetti che penso ad aria aperta non mi riesce aprire la millesima parte dentro una stanza; avrei dovuto affidarne l'incarico a qualcheduno dei miei amici così valenti a ragionare per filo e per segno su la stagione, sul caldo, sul freddo e su tante altre belle cose che pare un incanto; — io non so quali argomenti adoperino, ma, a sentirli dire, e' ti sembra proprio vedere quello che espongono; e se ti vogliono cacciare addosso il furore, tu sbuffi come toro ferito; se piace loro farti piangere, tu piangi... Oh! se potessimo tornare a vivere due volte io porgerei ascolto a quel buon padre Zaccaria il quale sudava acqua e sangue a farmi leggere su que' suoi libri latini: — ma a quei tempi io ne facevo turaccioli per l'archibuso! Quante volte ho ammazzato un colombo con un'egloga di Virgilio e con un pezzo di piombaggine levata dalle vetriere della cappella...»
Gli troncava le parole Maria, la quale, tornando coperta di una specie di gabbano di colore sanguigno, disse:
«Deh! cavaliere, siatemi cortese di porgermi il vostro braccio, e andiamo...»
«Favellate da senno? Oh siate benedetta! Dopo Maria Santissima, e madonna mia madre, la femmina che d'ora in poi terrò più in pregio sarete voi...»
* * * * *
«Ludovico!» chiamò Dante con voce soave accostandosi al letto.
«O Dante mio, se' tu?»
«Ti senti un po' sollevato, Vico?»
«Sollevato? Sì... certo... sollevato verso il cielo; — il mio fine si avvicina... eppure mi parrebbe di morire contento, se potessi una volta — una volta sola contemplarla... udire dalla sua bocca che... non mi abborre... Maria!»
«Senti, Vico... e s'ella venisse?...»
«Chi venisse?»
«Colei che desideri tanto, — colei che così spesso chiami, — Maria.»
«O mio diletto, e perchè vuoi rendermi fuori di misura angosciose le ore della mia agonia? Forse non ho sofferto abbastanza? — Io manco di vigore per consumarmi nell'anelito di speranza che ha da riuscire vana...»
«Ella verrà.»
«S'ella avesse promesso di venire tra un secolo, io, vedi, Dante, amico qual tu mi sei, ti ruberei la vita per aggiuntarla alla mia e così poterla aspettare...»
«Ed io non aspetterei che tu me la togliessi... io te la donerei;... ma ella verrà prima...»
«E quando?»
«Tosto; anche adesso.»
«Oh venga!... subito... venga! — Il mio cuore non m'inganna., — io non la vedo, — ma il mio sangue sente la presenza di lei. — O Maria! — o Maria! — Guarda in che stato si trova ridotto il tuo Ludovico — Maria!»
«Ahi Ludovico! Non ti bastò vedermi sventurata, tu mi hai voluta anche iniqua.»
«Nè sventurata nè iniqua. Io ti ho mantenuta la parola. — Non ti giurai lasciarmi uccidere? Ecco, come vedi, io batto alla porta della morte; — desiderava di non arrecarti l'affanno di udirmi un'altra volta... al cielo piacque altrimenti... io non poteva fare di più... apersi il mio seno all'odiato nemico. Oh! perchè non vi spinse la spada più forte — Non pertanto, vicino a comparire davanti al tribunale di Dio, nel mio seno mortale comprimo la rabbia... ed ogni altra passione che ci viene dalla terra, per dirti che Giovanni Bandini... non è un codardo.»
«Ludovico!»
«Poichè gl'istanti della mia vita sono numerati, non mi volere interrompere, Maria. — Egli non è un codardo... bensì traditore... in ciò non lo scuso, nè Dio lo scuserà... — Io amerei poterlo avere in pregio, — vorrei potere renderlo onorato, — degno in tutto di te. Forse le lagrime del pentimento hanno la virtù del battesimo... San Pietro rinnegò Cristo... San Paolo lo perseguitò... Tu dunque imprendi a fargli detestare il suo misfatto... convertilo alla patria... almeno tentalo; e se il cielo seconda la tua opera, Maria, confida a quell'uomo la tua sorte... amalo... che bene lo amerai. — Per me poi... io era nato a morir presto — troppo gran fiamma ardeva nel mio petto perchè non mi consumasse veloce; — non mi uccide il ferro del Bandino bensì la mia passione, — il tempo mena l'oblio; — bene spesso la lapide del sepolcro seppellisce col morto gli affetti dei vivi. — Nè, quando pure mi fosse concesso, a te felice vorrei comparire dinanzi ombra dolente, nè desidero insinuarmi pensiero miserissimo a turbarti le gioie dell'anima — E' v'ha un'ora nella notte, nella quale i sepolti nei chiostri dei conventi sembra che mandino su pel campanile una voce di bronzo ai morti della prossima chiesa, e questi a quelli di un'altra, finchè quel suono si disperde nello spazio quasi per domandare a tutti se debbano continuare a dormire o se pur giunse il tempo di presentarsi al giudizio finale... ora consacrata alle meste memorie — alla ricordanza degli antichi trapassati... Maria, in quell'ora... in quella invocazione dei defunti alla preghiera pei vivi, ricordati di me che ti amai tanto... tu poi non mi ami, o Maria...»
«Io?»
«Tu non mi ami, e lo so; — perchè vorresti lusingarmi adesso? Io intendeva assuefarmi a questo veleno... egli fu assai più potente di me e mi ha divorato le viscere. — Che cosa vuoi farvi? — ormai le viscere sono corrose. — Però non dovrebbe increscerti ch'io muoia per te... anche a Dio piacciono gli olocausti di sangue... Addio! — Talora vorrei supplicare l'Eterno, che a tanto peso di sciagura condannò la mia giovanezza, di poterti mettere in oblio, Maria,... ma io non posso invocare il mio inferno... e d'altronde quanto è tremenda angoscia, mio Dio, quella di uno spirito immortale che per la durata di secoli senza fine si affanna in un amore che non può ispirare altrui... O Creatore! sovvieni alla tua creatura. O Cristo! alle spine, ai chiodi, alla lancia nel costato la tua anima spirò... io sopravvivo alle mie ferite...»
«Ludovico, confortati, vivi per essere felice; — se, come dici e come credo, tu mi ami tanto, a nome dell'amor tuo, io ti prego, — io t'impongo di vivere: — la mia vita ebbe uno splendido mattino; tu vedi come la funesti tenebroso il vespero; — beato te, a cui certamente si apparecchia una vicenda diversa!»
«E il tuo destino, Maria?»
«Io sono morta al mondo: — anche me ha consumato la mia passione; — io per me credo avere vuoto il seno, — o se alcuna cosa dentro vi avanza, ella è un pugno di cenere. — Gli affetti d'ora in poi traverseranno il mio cuore quasi pellegrini nel deserto, o affrettandosi a fuggirlo, o vi rimanendo sepolti; — ma il cielo, — e solo il cielo lo può — nella sua misericordia illuminerà con speranza questa caligine di dolore, — ravviverà lo spirito contristato col refrigerio della divina compassione.»
«Ahi Bandini! Bandini!»
«Deh! Ludovico, che questo nome non ti sfugga dalle labbra più mai; — io non ho fibra che mi stia ferma nell'udire cotesto nome d'infamia; io lo abborro: lo avrei amato infelice e perseguitato, — lo avrei seguito sposa, ancella, tutto, in qualsivoglia plaga del mondo; se il sole avesse troppo ardenti piovuti i suoi raggi, nè albero o frasca avesse portato la terra per ripararlo, io mi sarei sciolta i capelli, e, glieli diffondendo sul volto e sulla persona, gli avrei detto: Riposati all'ombra, diletto mio; — se trapassando una landa nevosa non avessimo trovato asilo nessuno, io mi sarei incisa le vene e lo avrei scaldato nel tepido lavacro del mio sangue... La vita, oh! è egli un sacrifizio dare la vita per l'uomo del nostro amore? — Adesso... io lo abborro; il traditore non potrebbe dirsi punito, se trovasse un asilo dove ricovrare il suo capo; — a lui sia padre il delitto, consorte la paura, figlio il rimorso, — in lui si rinnovi la maledizione di Caino; — viva una lunga agonia, — col terrore di essere riconosciuto e lapidato, viva una vita immortale.»
«Se come parli, tu senti, Maria, — ecco, io ti aspetto a braccia aperte... vieni... oh! vieni... a farmi palpitare di speranza e di amore...»
«Ormai io sono sacra: con giuramenti solenni io mi legava a Dio; — lo supplicai di pace, ed egli m'indicò la quiete del monastero: — tra poco queste mie chiome cadranno recise; — in breve udrò su me viva salmeggiare le preghiere dei morti: null'altra cura in me, tranne quella di scavarmi la fossa, — null'altro pensiero tranne quello di stancare quotidianamente il mio Creatore, onde gli piaccia abbreviarmi questa veglia incresciosa che si chiama vita; null'altro mi starà a cuore, Ludovico, finchè le mie labbra si chiudano alla parola, che offrire voti a Gesù e alla santissima sua madre Maria, onde ti concedano giorni riposati e dolcezza di sposa e orgoglio di figli generosi, — magnanimi, — a te somiglievoli.»
«Odi, Maria, — senza ferro, o laccio, o veleno, o mezzo altro esterno di levare me stesso dal mondo, io sento stare nella mia volontà sola il vivere o il morire; se il tuo destino vorrai, aggiungere al mio, — ecco, io vivo; se tu lo neghi, io spiro.»
«Ludovico, ho giurato...»
«Un sacerdote ti scioglierà dal giuramento e ti porrà in pace col cielo.»
«E chi mi porrebbe in pace colla mia coscienza?»
«L'amore.»
«Ho giurato! ho giurato! Lasciami... io sono sacra... Invano speriamo felicità dallo spergiuro. Dalla soglia del sepolcro, dove io m'incammino a seppellirmi viva, ti supplico a vivere... Addio! Perchè prolunghiamo questa ora piena di amarezza? Addio! Il Signore, che contempla il nostro sagrifizio, ci somministrerà forze non isperate per consumarlo... rammentati in cielo chiamarsi gloria quello che in terra si va dicendo martirio[256].»
«Or dunque addio! Però, in questa ultima ora dalla quale ogni vivente tremando rifugge, una grazia ti chiedo, Maria, una grazia che può rendermela la più lieta di quante io ne abbia goduto nel mondo, tale per cui il paradiso e le sue gioie mi sembreranno una continuazione di morte...»
«Chiedila, Vico...»
«Nè io oserei domandartela, se subito dopo non dovessi avvilupparmi nel manto della eternità. Ma il volto di colui che sta per essere coperto da una lapida può animosamente svelare il suo desiderio. Il mio sangue, più che mezzo gelato, non colorirà più la mia fronte col vermiglio della vergogna...»
«Parla, via, in nome di Dio!»
«Maria, ho sete di un bacio... Maria, questa è la sete degli agonizzanti... Ah! lo rifiuta. Spinto desolato traverserò lamentando i regni della morte, siccome disperando ho consumato la vita.»
«Ludovico!» tutta tremante favella Maria e nel favellare si curva, «possa non prenderne nota l'angiolo accusatore, o cancellarlo l'angiolo della pietà... eccoti un bacio...»
«Un altro! Oh un altro!... mille altri ancora!»
E con un impeto che sembrava, ed era, rabbioso, forte le avvinghia ambedue le braccia intorno al collo: — la testa della donna tiene strettamente congiunta con la sua; l'una respira l'anima dell'altro. — Ludovico, traendo un gran sospiro, esclama:
«Questo abisso di contentezza supera la mia natura mortale!...»
La donna, immemore, non ardisce abbandonare quella bocca; intanto il suo pensiero volgendo a considerare quanto fedele amatore si fosse costui e qual tesoro di affetti nel suo cuore accogliesse, sente vacillare il suo proponimento di rendersi a Dio; spera le sia rimesso il voto, nella sua mente delibera premiare tanto amorosa costanza: — la concetta durezza le si scioglie, quasi neve tocca dal sole, e giù per le guancie le scorre uno sfogo di dolcissime lacrime. — Allora raddoppiando il delirio dei baci esclama:
«Vico, tu hai vinto Dio.... io ti amo!»
Non risposta, — non moto, — non fremito di fibra: — or come può esser questo? — Ella guarda.
Ludovico tiene gli occhi dischiusi... ma fissi... ma vitrei: — le labbra aperte, — tese, — scolorate, — fredde.
«Gran Madre di Dio, che avvenne mai?»
Ella tenta svincolarsi; — le braccia di Ludovico la stringono come tanaglie; prorompe in altissime strida, — accorrono... ahimè! ahimè!
Ludovico è morto e par che seco voglia strascinare nel sepolcro la donna amata.
Povero Ludovico! Infelice Maria!
* * * * *
Il giorno appresso, in mezzo alla sala del palazzo Martelli, sopra magnifico letto il corpo del defunto Ludovico era esposto alla vista dei popoli.
Giannozzo apparecchiò quel letto, l'ornò dei panni più doviziosi serbati nelle arche della famiglia; intorno intorno vi dispose i drappelloni con tutte le armi entrate per via di parentado o in altra guisa in casa, siccome correva il costume di fare ai funerali dell'ultimo fiato d'illustre prosapia; — poi lavò diligentemente il cadavere del suo diletto signore, lo profumò con acqua nanfa ed altri preziosissimi odori, gli pose addosso la vesta dei giorni solenni: — ciò fatto, gli stette accanto immobile, come ogni giorno vediamo lo scheletro davanti un feretro; — quantunque al fedele Giannozzo la vita tuttavia durasse e il dolore, nessuno oggetto avrebbe meglio di lui rappresentato la immagine della morte.
* * * * *
E il giorno dopo aprirono l'avello della famiglia Martelli; — ma per due. Giannozzo, colto nella notte di apoplessia, che in quei tempi chiamavano accidente di gocciola, fu trovato alla dimane ghiaccio nel letto, — e il letto era bagnato... segno certo che il buon servo non trapassò dal sonno alla morte, — sibbene dal pianto alla eternità. Dio apra le sue sante braccia a cotesta anima degna!
* * * * *
Su quell'avello nei tempi susseguenti furono veduti venire quotidianamente a pregare un uomo ed una donna: — erano l'uomo d'arme mutilato e la vedova.
Certo dì la femmina non comparve; — simile al corvo dell'arca, dimenticò l'asilo che l'aveva riparata. Mercè le larghezze del nobile Ludovico, le fu fatta abilità di accasare la figlia con certo giovane di onesto lignaggio. Caduta la Repubblica, istituito il principato, quel giovane ottenne di presente notabile ufficio, lo sperò nel futuro maggiore: allora, consapevole del come procedesse sospettosa la nuova tirannide, consigliò la suocera di rimanersi da coteste visite giornaliere; e la suocera cessò, imperciocchè all'utile d'oggi ci riesca lieve, oh! anche troppo lieve, sagrificare la gratitudine di ieri: — e poi tutti gli affetti hanno la propria stagione, — e adesso per quelli della vedova correva la stagione dell'inverno. La riconoscenza si stava attaccata alla sua anima come una foglia pallida al tronco inaridito, — qualunque soffio di vento bastava a divellerla e fu divelta: — inoltre quello andare incessante la infastidiva, e nondimeno senza sapersene dire la ragione continuava: — quando cessò si accorse come il cuore da gran tempo non vi contribuisse più in nulla; — le faceva forza l'abitudine: — prossima a morire, la sua anima assumea la durezza della lapide. Il mutilato invece nè per tempo sinistro nè per ingiurie, che gravi e spesse n'ebbe a soffrire sotto il duca Alessandro, nè per minaccie che contro di lui operassero, mancò un giorno solo di visitare il sepolcro del suo benefattore; — però anch'egli alfine una volta non venne, — ma la scusa non recò ingiuria alla pietà; — lo aveva trattenuto la morte.
CAPITOLO VENTESIMOQUARTO
IL SACCO DI PRATO
Ma chi pensasse al poderoso tema E all'omero mortal che se ne carca Nol biasmerebbe, se sott'esso trema.
DANTE.
Sei tu mai salito in cima alla cupola di Santa Maria del Fiore?
Se vi sei salito, ti ricorda del punto in cui, abbandonate le consuete scale, ti fu forza appigliarti alle staffe esterne di ferro per giungere alla palla che incorona la cattedrale di Firenze.
In quel momento ti venne fatto per avventura di porgere l'orecchio verso la terra? Allora tu avrai udito un rumore indistinto di voci umane che muore poco oltre i lembi del cielo. — mentre invece, quando il cielo parla alla terra, egli la scuote ne' suoi più intimi penetrali con la magnifica voce del tuono. — E se nel medesimo tempo ti piacque declinare lo sguardo, avrai veduto gli uomini, e ti saranno parsi quello che veramente sono: insetti brulicanti sopra una terra che li produce e li divora.
O superbi! Si annoverano esse le foglie che cadono nei giorni d'autunno? Voi siete meno che foglie cadute o cadenti dallo immenso albero della natura.
Se tu pertanto, sospeso tra il cielo e la terra, queste cose udisti o vedesti, e non ti strinse la paura di precipitare, — beato te! — Dio ti concesse nervi di ferro.
A me giunto in questa parte del mio faticoso lavoro sembra sentire lo sconforto che in quella occasione mi assalse: mi trema l'animo.
Fossi io potente come l'aquila delle Alpi! Dalla vetta del più alto comignolo dei monti patrii caccerei un grido che scuotesse dal capo alle piante la mia patria diletta e mi nasconderei volando nella immensità.
Ma io sono un povero novellatore; ho sbozzato un colosso, ed ora mi fa ribrezzo a vederlo; — non mi attento accostarmivi per sospetto che, debole com'è sopra la base, non mi si rovesci sul capo e non m'infranga...
Oh la vita misera ch'io meno! Il mio cuore ha sentito una voce che l'intelletto non seppe comprendere e le labbra non sanno ridire. Con pochi cannelli di carbone sopra una rozza parete mi prese vaghezza di effigiare l'Iliade... il divino poema! — Accorre la gente e ride; — pochi, i migliori, ne sentono compassione.
Dite, — pensate voi forse essere questa opera di gloria od esercizio di vanità? Voi v'ingannate, — ella è opera di dolore e di amaritudine di spirito: ella è opera di vendetta e di terrore: ella è opera di eccitamento e grido di resurrezione: io la porterò al termine senza soccorso di Cireneo, quando pure dovessi cadervi sotto tre volte, — quando pure dovesse, come la croce di Cristo, convertirsi nel mio supplizio.
Che importa poi che la sua memoria vada dispersa con le sue pagine? Nè a me nè ad altrui dorrà di certo che caschi nell'obblio; di lieto cuore invoco che la scintilla rimanga perduta nelle vampe, a patto però che desti lo incendio.
Questi libri battaglie, queste scritture agonie non ponno e non vogliono essere compresi che dalla gente oppressa da lunga, immane e abborrita tirannide, e che ha fermo di strozzare anche quando dovesse morire un'ora dopo.
Imperciocchè due cose non possono contemplarsi senza pianto come senza ira nel cielo o sopra la terra: — la morte di un Dio e la morte di un popolo.
Ma Dio dopo tre giorni risorse; — a quando la resurrezione del popolo?
Se le giornate della servitù si compongono di cento anni, — tre secoli già sono scorsi dacchè il mio popolo cadde...
Si approssima l'ora? — non so, ma gli armati vigilanti alla custodia del sepolcro tremano; non gli assicura la pietra che vi posero sopra...
Intanto io piango la morte di un popolo, perchè un altro ne rinasca.
Però alla mia mente per ora si affacciano solo sinistre fantasie, perchè il mio cuore è inebbriato delle ultime lacrime piante da una nazione caduta, perchè il sibilo delle ossa de' suoi grandi travolte dalla bufera forma il suono che accompagna la mia storia.
Tristo o beffardo, il mio grido move dallo spasimo di piaga insanabile.
Via, lasciatemi lamentare in pace sopra la terra de' miei padri, — poi mi coprirete con le ceneri delle sue desolate città.
Perchè, quando il poeta stenderà la destra al salice per istaccarne l'arpa e cantare l'inno della risurrezione, possa con la manca raccogliere i fiori che la natura avrà fatto germogliare sopra la mia fossa e comporsene una corona.
O Italia mia, tutte le miserie di Gerusalemme ora tornarono più incomportabili che mai ad aggravarsi sopra di te; — nulla ti manca della città riprovata, tranne il compianto de' suoi profeti.
A me basta l'animo per essere il tuo profeta.
* * * * *
«La miglior patria nel mondo è la groppa di un cavallo che corre», ha detto il poeta arabo, e il poeta per questa volta non disse la verità: buono è il cavallo che corre quando la notte ingombra la terra e la necessità ti stringe di passare tramezzo ai nemici che occupano il tuo paese all'intorno.
Allora, anche quando il corsiero divorasse la via, come nella ballata di Leonora, il cavaliero griderebbe pur sempre: All'ali! all'ali! Allora se volge gli occhi al firmamento, invidia la facoltà che Giob attribuisce al Signore di tenere suggellate le stelle, e maledice la quarta giornata della creazione.
Vico, Annalena e il padre di lei, affidati a poderosi cavalli, fuggivano traverso la moltitudine dei nemici; ogni speranza di salute ponevano nella velocità.
E a Vico, oltre quei due capi diletti, importava di porre in salvo cosa da cui forse pendeva la salute della Repubblica; — la commessione dei Dieci al Ferruccio di tentare gli estremi rimedii alla tutela della patria: — egli non aveva potuto consentire di separarsi dal fianco nei pericoli di quella fuga la sua amata Annalena; — malgrado il disagio, la volle seduta in groppa al suo corsiero e con ambedue le braccia stretta intorno alla sua vita. In questo modo correvano e non proferivano parola.
Dalla rapidità del moto nasce durante il giorno una specie di ebbrezza lieta di fiori, di luce, di cose e di animali: — nella notte, piena d'immagini sinistre e di fantasime spaventose; — e poi l'aria soffiava umida, — investiva le membra un tepore quasi alito di febbre, — il sangue si rimescolava nelle vene a modo di metallo fuso.
Annalena chiude gli occhi e sempre più forte si appiglia ai fianchi di Vico, ma indi a poco il tenerli chiusi le incresce, e li riapre non già riposati, anzi maggiormente sconvolti dalle tristi visioni del suo pensiero.
E guardando la terra, le sembra che la via le fugga di sotto, mentr'ella crede di rimanersi ferma; — gli alberi le appaiono la schiatta dei giganti resuscitata che corre al giudizio finale; — l'agitarsi e lo stormire delle frondi un piegare dei capi loro e un susurrarsi parole misteriose di favella sconosciuta; — un suono di gemiti e di preghiere di trapassati ingombra quanto è vasta la campagna. Se atterrita volge lo sguardo al cielo, ecco ella contempla rovinare da un lato le nuvole e dal lato opposto precipitarsi la luna colla foga di cavalla selvatica per le lande della Lituania; — vede ruotare vorticoso il firmamento, sicchè teme l'ordine della natura consumato, le leggi dell'armonia sospese e la creazione prorompere nell'antico suo caos.
E Vico sentendo intorno ai fianchi una stretta convulsa le domanda:
«Lena, tu tremi?»
«Sì, ma di freddo.»
In questa medesima maniera è fama rispondesse Silvano Bailly al carnefice quando lo strascinava assiderato per le vie di Parigi al supplizio; — e forse Silvano Bailly, come il mio personaggio, non diceva il vero, imperciocchè l'anima che si consacrò intera al miglioramento degli uomini, se consideri gli schiavi liberati avere convertito le loro catene non già in ispada per difendersi contro i tiranni, sibbene in mannaia per percuotere i liberatori, ha paura, — ella trema dei destini della umanità, — e se può non tremare per sè, trema per Dio!
Venuti al sommo di una altura, lanciano lo sguardo nella sottoposta vallata e vedono facelle andare in volta di su e di giù, quasi lucciole vaganti alla campagna nelle notti di estate. Da prima Vico n'ebbe sospetto; — si fermarono tutti; — all'improvviso uscendo egli dalla meditazione,
«Avanti,» esclamò, «non v'ha pericolo... indovino l'avventura.»
Nè furono andati gran tratto di strada che sentirono i passi precipitosi di uomo che fugge, e poco dopo videro trapassarsi d'accanto un'ombra, e dietro alla lontana accorrere un altro che affannosamente gridava:
«Alla croce di Dio! misleale, marrano, fermati... se ti aggiungo, ti ammazzo come un cane... ahi! tristo ladro! — Arrestate il ladrone — Al ladro! al ladro!»
Quando fu presso a Vico, questi gli domandò:
«Che hai tu, villano?»
E il villano rispondeva: