Part 51
«Io vo' che sappiate, messere lo conte, che quarant'anni nella milizia non me gli sono mica giocati a primiera; conosco meglio di voi quanti piedi entrano in uno stivale: — parola non è mal detta, se non è mal pensata; — e se la giornéa vi fa male, allentatela come vi aggrada.»
Ed a questi aggiungendo, secondo il suo costume, più altri proverbi assai, tolse dalle mani dell'araldo una spada e, provatala, disse:
«Questo è buono stocco, e questa è buona manopola; — prendete, Vico: quest'altro è pur buono stocco, — e la manopola senza eccezione; — a voi, Dante. Signori, ho fatto il mio ufficio.»
«Concedete adesso che noi facciamo il nostro», riprese don Ferrante, volendo provare a sua posta le spade rimaste; ma lo Spinello lo arresta parlando:
«Parmi che buttate via l'opera e il tempo; — non avete portato le armi voi stessi? Or come volete provarle?»
«Lasciate», soggiunse svincolando la mano don Ferrante; «se portammo le spade, non per questo le abbiamo provate. Messere Bellino, questa ci pare spada di buona tempra, — quest'altra... per Dio! la si è spezzata... io stupisco.»
«Ed io me l'aspettava!» esclama Pagolo; «conciossiachè come dic'egli il proverbio? In chiesa co' santi, e in taverna co' ghiottoni. L'arme era falsa, e si conosce espresso; — chi portò l'arme se ne rese mallevadore; combatta dunque col troncone il Bandino; — questo caso fu preveduto dal Codice della cavalleria...»[249]
«Noi non saremo per consentire giammai che il cavaliere scenda con tanto suo vantaggio nello steccato», riprese il conte di San Secondo.
«Porti la pena del tradimento», grida Pagolo.
«Di che tradimento parlate? Voi ve ne men...», urla il conte; se non che don Ferrante gli pone la mano pronto su i labbri e gli dice:
«Tacete: volete voi fare la querela vostra? Egli è padrino...»
* * * * *
Intanto correva la fama celere e varia ad ogni moto, siccome si nota avvenire delle nuvole portate dal vento traverso il cielo. Le teste dei popoli quivi raccolti agitavansi rumorose a guisa delle onde di un mare in burrasca: secondo le diverse passioni diversi erano i detti, tutti però esagerati o mendaci. Lo spagnuolo Moreno, riappiccando il discorso col soldato italiano.
«Vedete, signor soldato», diceva, «ciò avvenne perchè non recitarono il giuramento intero: a qualcheduno di loro io porto opinione che abbiamo trovato addosso la fattuccheria; il diavolo usa sempre anche in Italia.»
* * * * *
Giovanni da Vinci e Pagolo Spinello con grandissimo impeto sostengono dovere il Bandino combattere col troncone, altrimenti ritirarsi dal duello i principali loro: questa la legge; dove presumessero non osservarla, avrebbero pubblicato la infamia degli avversarii, la querela vinta e mandato la notificazione a tutti i principi della cristianità.
«Pace!» non si potendo più frenare, grida il Bandino, «io non provvidi l'arme, si tolse questa cura il conte Piermaria qui presente; — mi smentisca, se può. — Ora tregua alle parole: io mi cimenterò col troncone... siete voi contenti? — O si finisca una volta!»
«La vittoria non mi darebbe pregio, la perdita infamia. Ludovico Martelli potrà forse chiamarsi, se così vuole la fortuna, cavaliere sventurato, ma nessuno lo potrà dire scortese; — abbia l'avversario nuova spada nonostante qualunque cosa in contrario: se fu caso, lo ripari; se malizia, mi basta la sua vergogna.»
«Cercatevi dunque, messere Ludovico, un altro padrino, dacchè io mi ritiro.»
«Vorreste voi per avventura mancarmi in questo estremo, messer Pagolo?»
«Non sono io che vi manco, sibbene voi mancate a voi stesso. Io non voglio si dica un giorno avere male sostenuto le vostre parti: — ogni uomo deve conservare la sua fama, specialmente noi vecchi, perchè il tempo ci manca a riparare un fallo, se mai avessimo la sventura di commetterlo: a voi piace il nome di cortese, a me quello di austero; a voi la rilassatezza, a me l'osservanza delle regole. Nè per la mia assenza voi scapiterete in nulla, chè vi manderò Jacopino dei Pucci. Non pertanto mi piace in questa ora porgervi un consiglio che la dolorosa esperienza del vivere tra gli uomini mi ha dimostrato buono e di cui vi desidero possiate far senno in processo di tempo: non prestate mai danaro agli amici; non dite mai il vostro segreto a femmine; non siate mai cortese verso i vostri nemici. Addio.»
Nè preghi nè scongiuri valsero a trattenere quel vecchio caparbio; mentre si partiva dalla lizza, il generoso Dante scotendo il capo diceva:
«Il popolo sostiene che la morte sopraggiunge improvvisa: — non è vero; — giunti che siamo a certa età, ogni anno ci porta via una virtù: la vecchiezza è il vestibolo della morte: prima l'uomo serve di camposanto alla sua anima, — poi la terra di camposanto all'uomo. Io udiva lodare Pagolo come uno dei più gentili cavalieri d'Italia, e ora...»
Iacopino dei Pucci, mandato dallo Spinelli a sostenere le sue veci si presenta: il momento del duello si avvicina.
Suonarono le trombe e fu fatto silenzio.
I combattenti e i padrini si divisero in due partite. Dante, Bertino, Giovanni da Vinci e il conte Piermaria si pongono da un lato del campo, — Ludovico, Giovanni, don Ferrante e Iacopino dall'altro.
Allora tesero due corde che in due lizze uguali partirono il campo.
I padrini con molta avvedutezza avvolsero e legarono i cordoni pendenti dall'elsa degli stocchi intorno al polso dei combattenti; quindi toltili pel braccio, li guidarono a mezzo il campo, dove distribuito con vantaggio eguale il vento e il sole, si ritirarono dicendo:
«Dio vi aiuti!»
Dante tiene fitti gli sguardi sopra il suo avversario, e lo vedendo così bello di forze e di giovanile baldanza, nè ricordandosi averlo più mai incontrato altrove e pensando come ora dovesse con lui cimentarsi all'ultimo sangue, se ne sta a guisa di trasognato, poi con voce che studiò rendere, quanto meglio poteva, soave, gli domandò:
«Che ora fa egli, giovanetto?»
E il Bertino, a cui parve essere tolto a dileggio, rispose con accento di minaccia:
«L'ultimo della tua vita.»
Dante con un suono pur malinconico soggiunse:
«Oh! figliuolo mio, la morte degli uomini sta nel pugno chiuso di Dio...; non potrebbe anche essere l'ultima della tua?... e allora che cosa direbbe tua madre?»
«Ciò che dirà la tua.»
«La mia? Oh! la mia direbbe: egli morì per la patria e non piangerebbe. — Ma tu ti chiami Aldobrandi e sei fiorentino, — perchè dunque Dante da Castiglione t'incontra nel campo nemico? — Vedi! nella mano mi tentenna la spada, pensando che sta per versare sangue cittadino..., e tu non pensi a nulla?
«Nel contemplarti così aitante della persona, penso al Filisteo abbattuto da David.»
«Ma David» riprese tosto il Castiglione infervorandosi nel dire, «ma David combatteva per la sua patria, e Dio lo sovveniva!»
«A me poco preme che il diavolo mi aiuti, purchè tu muoia.»
«Ma non ti sta punto a cuore la tua patria?
«La mia patria è la spada.»
«Ahi! serpente... la tua anima è un nido di vipere, — muori!» proruppe Dante; «dacchè il tuo cuore trabocca di veleno, si rompa... la tua tristizia supera i tuoi anni; — muori! — tu hai vissuto anche troppo...»
E sollevò lo stocco.
* * * * *
Io ho veduto questo stocco! — E lo baciai, perocchè fosse impugnato per la difesa della patria, — e lo bagnai di pianto, imperciocchè versasse sangue fraterno.
Lungi circa otto miglia da Firenze, continuando per la via che mena a Carreggi, dove morì impenitente il magnifico Lorenzo del Medici del più atroce peccato che uomo possa commettere quaggiù, e pel quale gli uomini meritamente non danno perdono nè Dio, voglio dire il disegno di togliere la libertà alla patria[250], tu incontri un'erta malagevole: percorrila intera e troverai su la cima, come aquila che riposi dentro il suo nido, Cercina castello della casa Castigliona; — davanti le si mostra Firenze, dietro ha un dirupo: — il tempo avendo cacciato la mano nelle viscere della montagna, la costrinse da questa parte ad avvallare, sicchè i muri di Cercina squilibrati, per molte frane paurosi, minacciano precipizio.
[Illustrazione: E qui l'araldo lancia in atto di minaccia un guanto ai piedi del Bandini,... _Cap. XX, pag. 453._]
Io imprendeva cotesto breve pellegrinaggio con uomini ai quali il cielo fu largo di arguto intelletto e, meglio dell'intelletto, di cuore gentile che sa amare la patria quanto ella è più sventurata[251].
Trovammo il castello abitato da un nepote di Dante, povero e solo. Egli ci mostrava sembianza selvatica, quasi leoncello sorpreso nella sua caverna; anni correvano ed anni che orma di piede italiano non era comparsa lassù! Ma quando egli udiva essere noi saliti a venerare l'onorata reliqua, esultò: — una stilla del sangue dei Castiglioni gl'infiammò la faccia, ci offerse cortese la tazza ospitale e trasse da un vecchio armario lo stocco, di cui all'elsa stava appeso un cartello che a lettere d'oro diceva: _Questo è il famoso stocco col quale Dante da Castiglione combattè il duello... nel_ 1529. — Posto perpendicolare al terreno mi giungeva a mezzo il petto, — tagliava da due parti; — la impugnatura e il pomo tutto di ferro, se non che si vedeva sul pomo alcuna traccia di doratura; — il guardamano si componeva di una sbarretta di ferro posta a traverso, — sulla sbarretta un cerchio, dove insinuandosi l'indice e il medio, si potesse stringere la radice della lama in cotesto punto scavata; — e intorno la sbarra e il cerchio copia di cordone di seta bianco e rosso, forse per meglio impugnarlo e acconsentire il campo, — e questo cordone prolungandosi da ambe le parti termina in due nappe, — prolungamento il quale serviva, come vedemmo, ad avvolgerlo intorno al braccio del combattente, onde per lassezza o per altro caso non rimanesse disarmato.
O casa Castigliona, ecco quanto rimane di te! — Un castello che rovina[252] — una fama che si perde, — una spada che la ruggine consuma! — Però, qualunque tu sii, o nepote di Dante, che te ne stai come uno spettro custode delle tombe a vigilare su la spada dell'inclito tuo avo, — esulta! — esulta! — tu non sei povero! Tu hai in casa un ferro che può servire di leva al trono più superbo della terra; — tu hai un ferro che alzato può infondere un magnetismo di gloria nell'animo di un popolo — un ferro che posto nelle mani anche di un morto avrebbe la virtù galvanica di farglielo brandire minaccioso. — Esulta! la povertà di te abitante il castello de' tuoi padri commuove la nostra ammirazione, mentre la dovizia di quelli che abitano l'avvilita Firenze fa piangere. Dappertutto può concepirsi l'antica Firenze meglio che nella Firenze moderna; — colà tralignati nepoti hanno venduto l'usbergo che difese il petto ai loro parenti, — colà la spada impugnata per la patria scambiarono in scuriada. — Vuoi leggere le carte dove i nostri grandi vergarono l'eterne sentenze? Va nelle biblioteche dei popoli stranieri[253]: — questa stirpe svergognata ha venduto la sua eredità per un pugno di monete: che cosa non venderebbe ella mai? l'anima se l'avesse, — l'ossa degl'illustri antenati, se non fosse stupida tanto da ignorare dove riposano, l'azzurro e le stelle del firmamento, se le potesse stringere nelle sue mani codarde.
Miseria e sventura!
Oh! se potessero queste pagine scritte col sangue durare, io da gran tempo mi sarei aperto le vene, perocchè vorrei rimanessero in testimonianza che nel presente deserto delle anime visse un precursore di cui la voce protestò contro la tristizia dei tempi ed invocò l'aurora di un giorno di gloria; perocchè vorrei che i nostri figli, entrando per avventura in qualche antico camposanto, si trattenessero dall'oltraggiare le ossa paterne, pensando come fra tante miserabili reliquie forse si trovano mescolate quelle dell'uomo che l'amor santo di patria accettò come mandato di grandezza e di martirio, nè gli fu mai infedele finchè i suoi occhi poterono versare una lacrima, la sua bocca proferire una parola, il suo cuore mandare un sospiro per la libertà[254].
* * * * *
Intanto Dante e Bertino hanno mutato molti colpi senza offendersi. Bertino, agilissimo, dall'uso quotidiano esercitato, muove così veloce la spada che a gran pena la seguita l'occhio. Ora si distende sul terreno, quasi a toccarlo col petto, e là puntando la mano manca si sostiene; ora balza di un salto da un lato, ora dall'altro; — spesso aperte ambe le braccia ed abbattuta la spada, invita con perfida lusinga il nemico a ferirlo nel petto; — e' par che scherzi intorno alla spada nemica a guisa di farfalla intorno alla fiaccola senza bruciarsi mai l'ale. Certamente cotesto è giuoco pericoloso da volere spacciato il duello con un colpo solo.
Dante, accortosi non potere, a cagione della gravezza delle sue membra, reggere la prova coll'avversario in cotesto assalto procelloso, se ne sta guardingo, tutto in sè ristretto, vigilando a non perdere la misura; anzi è fama che prevalendosi della sua molta forza, lo stocco sostenesse pel pomo, e così spazio tale acquistasse per cui Bertino non sarebbe mai giunto a toccarlo nel petto, se non che deviandone fortemente la lama dalla parte destra o dalla sinistra. L'Aldobrandi, sdegnoso di resistenza così lunga, raddoppia i conati, all'improvviso finge di accennare alla spalla e di repente descrive mezzo cerchio con la punta e minaccia il torace, quindi replicando col ferro in senso inverso la curva, ferisce al Castiglione il braccio diritto verso la scapula.
«Ah!» urla Bertino, «l'ho pure veduto il tuo sangue; — ma per renderti il ben dell'intelletto mi è forza aprirti più largamente la vena.»
E prevalendosi del ribrezzo che ogni uomo prova nel sentirsi un ferro tagliente e ghiacciato penetrare nelle carni, vibra lo stocco di nuovo e lo aggiunge leggermente nella bocca.
«Dimmi, Castiglione, or che lo assapori, ti par egli buono il tuo sangue?»
Dante non rispondeva, ma digrignava i denti da mettere ai meglio animosi spavento, le sopracciglia orribilmente stringeva, gli erano diventati ritti i capelli; — non pertanto fermo osservava con risguardo il nemico.
* * * * *
«Per santo Jacopo!» esclama Moreno il soldato spagnuolo, «cotesto vostro gentiluomo fiorentino mi sembra lo scoglio del quale fece Moisè scaturire la fontana: — versa sangue da due ferite e non si move.»
«Guai all'Aldobrandi, se si moverà!» risponde l'italiano.
«Ei mi parrebbe tempo; — vedete, — ecco, — ha toccato un'altra ferita nel pesce del braccio sinistro.»
«O santo Giovanni Battista, assistetelo voi!» supplicò il soldato italiano, «messere Dante corre pericolo presentissimo di vita: — vedete, — per la seconda volta ha rilevato un fendente nel braccio sinistro.»
* * * * *
Invero Dante già da quattro ferite è impiagato; — e comecchè leggere elle sieno, non cessano per questo di indebolirlo e d'affliggerlo: — fu suo proponimento, quando prima scese nel campo, vista la furia dell'avversario, stancarlo; e quantunque egli avesse in questa parte conseguito l'intento, ciò non era avvenuto senza suo danno: ond'è che, sentendosi adesso venir meno la gagliardìa, deliberò, deposta la difesa, assaltare francamente l'Aldobrandi.
E per meglio investirlo alla sprovvista, finse indietreggiare come smarrito. Se Bertino lo incalzasse improvvidamente baldanzoso non è da dire; — già nell'accesa fantasia lo spinge ai pali dello steccato, già lo costringe a rendersi; — gli dona la vita; — le sue orecchie intendono il grido della vittoria, — la sua anima s'inebria di gloria!
Mutati anche due passi, Dante si ferma. Bertino, divampante d'ira a cagione della resistenza impreveduta, mena la spada con tanta rapidità che coruscando la lama al raggio del sole declinante toglie la vista al Castiglione.
Ah! giovanetto, tu se' prode in battaglia, ma tu potrai più presto smovere le Alpi dalla base loro che spingere vivo il tuo avversario dal posto nel quale egli ha deliberato omai di vincere o di morire; un'altra volta vibri la spada, e un'altra volta la fortuna te la tinge di sangue nemico... ultima però; — lo spazio ascendente della curva hai percorso, ti rimane lo spazio che discende e declinando conclude con la morte.
La quinta ferita colse Dante nel braccio sinistro, e forte gli lacerò la carne; onde, preso da terribile furore, cacciato via ogni riguardo, venne a mezza spada. — Molti poeti assomigliarono l'ira umana, come per dimostrarla fuori di modo spietata, a quella dei leoni, degli orsi e di altri cosiffatti animali. — Male accorti! — Il furore dell'uomo non ha paragone; egli è solo in natura. — Dante tempestava, — il battere de' suoi denti scuoteva i nervi dei circostanti: — imbrattato di sangue, sozzo di polvere, alza con ambe le mani la spada... guardati, Bertino, che ti cala adosso un colpo tremendo.
E fu tremendo davvero, chè il taglio del suo stocco scontrato il taglio dello stocco avversario, lo incise profondamente per traverso, e poi, mutando direzione, fece scoppiare un pollice di lama, la quale scheggiò via sibilando intorno al capo di Bertino, come palla di archibuso. — Il braccio di Bertino con impeto irresistibile sbalestrato lontano dal cuore lascia scoperto il seno di lui; — ci si avventa la punta del ferro di Dante bramosa di sangue.
Non pertanto schivò l'Aldobrandi l'assalto volgendosi spedilo a mancina di faccia al sole: il Castiglione si prevalse del vantaggio allargando un passo da parte e non concesse campo a Bertino di mutare cotesta posizione senza suo grave pericolo.
E cotesta situazione di per sè stessa lo esponeva a pessimo partito, dacchè i raggi del sole gli abbagliavano gli occhi, e tra quella luce scintillando la spada nemica gli balena funesta sugli occhi quanto quella dell'angiolo che allontanava dall'Eden i primi padri colpevoli.
Il conte di San Secondo, male sapendo come potere in tanto estremo sovvenirlo, immemore delle leggi della cavalleria stese l'alabarda su la quale erasi fino a quel punto abbandonato, come per accennare, e con grave voce esclamò:
«Bada al sole! — Poni mente al sole, — o tu sei morto!»
Giovanni da Vinci, padrino di Dante, il quale a cagione della immobilità e taciturnità sua aveva fatto dubitare se fosse un cavaliere vivente o piuttosto un colosso inanimato, ruppe il silenzio dicendo:
«Signor conte, per avventura dimenticaste il bando?»
«Me ne ricordo, capitano; il peggio che può andarmene è la forca.»
«No, il principe di Orange non vi condannerà ad essere appeso, ma io vi passerò molto bene da una parte all'altra con la mia partigiana.»
«Voi?»
Un urlo immenso, doloroso, troncò cotesta lite.
Tacquero entrambi ed attesero a contemplare il campo di battaglia.
Miserando spettacolo!
Giace l'Aldobrandi supino con le braccia prosciolte; — la manopola uscita dalla mano si era tratta dietro la spada che stava adesso lontana dal braccio che l'aveva impugnata; — dalla gola aperta versa un fonte di sangue.
Confuso dal bagliore, scambiò Bertino un istante il raggio del sole col baleno dello stocco avversario; — un solo istante smarrì il ferro nemico, e Dante sottentrando allungò le braccia con quanta forza gli aveva concesso natura e gl'immerse la spada nella gola: penetrò la punta omicida nell'ugula, ruppe l'osso del palato, e l'occhio sinistro si rovesciò sanguinoso fuori dell'orbita. — Un momento prima tanto bello, tanto leggiadro, — adesso orribile... orribile a vedersi!
«Arrenditi!» gli grida il Castiglione, «arrenditi, o ti finisco!»
«A molto... migliore cavaliere... che non sei tu... io mi arrendo», risponde con parole interrotte Bertino Aldobrandi; «mi arrendo... a Dio.»
Percosso il Castiglione dalla voce e dalle parole, punta a terra la spada; la sua naturale pietà adombrata come da una nuvola di furore tornò luminosa a spanderglisi su l'anima, e ridivenuta mite, si curva affannosa sopra il morente.
«Oh! io mi sento morire», riprende a gran pena Bertino, «presso a morte Dio mi rischiara l'intelletto... ahi tardi!... pure in punto che basta a pentirmi... Perdonami... e vogli una grazia concedermi... Deh! gentil cavaliere, non volermi questa grazia negare... non maledire alle mie ossa... ma le seppellisci pietoso... nell'avello de' miei maggiori... credo in Santa Maria novella... Ahi! madre mia!...»
«O giorno di dolore! o giorno d'ira!» esclama Dante appoggiando il mento sul pomo della spada; «Ecco, i fratelli uccidono i fratelli, e figli di una stessa terra si lacerano tra loro! — noi bagniamo questo suolo col sangue del parricidio, — e il suolo sconsacrato produce un frutto amaro, — il frutto della schiavitù. — O patria mia ridotta a tale che non sai se devi affliggerti maggiormente delle sconfitte o delle vittorie dei tuoi figliuoli! — miseri noi, cui la morte del nemico tormenta con i rimorsi medesimi del delitto! — la congratulazione pesa come una rampogna; — la fama turba come il chiodo che conficca il nostro nome alla storia quasi a gogna perpetua, — ormai la nostra scelta sia nel vivere codardi o nel vivere iniqui. — O giovanetto! — fossi tu spagnolo, o tedesco; la mia anima si allegrerebbe: — ora ella piange, — ella maledice la sua fortuna, — ella desidera scambiare teco il destino. — O Dante! tu che tanto amasti la patria, qual giudizio ti aspetta in faccia dei posteri! — Tu hai spento un uomo che valeva meglio di te. — E chi ha detto ch'egli sia spento? — Egli se ne mente... egli vive, ed io l'ho conquistato alla patria...» E qui, buttate via manopola e spada, s'inchina palpitante sopra Bertino; — mancandogli pannilini, straccia la sua camicia, tenta arrestare il sangue della ferita, gli fascia con amore la gola, e poi corre a raccogliere lo stocco e la manopola caduti al trapassato, e l'una e l'altro gli adattando alla destra, «Sorgi», continua con voce di comando, «tu non sei morto; — io appena ti vidi, ti amai, — come dunque posso averti ucciso io? — Stringi la spada. Fiorenza aspetta la tua difesa... affrèttati... stringi la spada, ti dico; oh! dolore... dolore... la morte gli tiene irrigidite le braccia... egli è morto!... ed io l'ho trucidato!...»
La stanchezza, il dolore e il molto sangue perduto lo facevano vaneggiare; forse sarebbe caduto, se Giovanni da Vinci nol sosteneva; con lo aiuto di alcuni staffieri accorsi egli lo trasportò fuori del campo, non senza avere prima gettato uno sguardo sopra la lizza gridando:
«Vittoria! — vittoria!»
Il conte di San Secondo, fieramente turbato, si volse con man piglio verso il capitano da Vinci e gli parlò minaccioso:
«Tu rompi la legge del bando...»
«Tu la rompesti primo, — solo faresti troppo trista figura sopra la forca: appesi insieme poi le daremo sembianza di gentildonna con le sue gioie da festa. — Vittoria, Martelli! vittoria!»
Ma la vittoria aveva abbandonato Ludovico Martelli.
Quando prima scesero in campo, Ludovico e il Bandino si gittarono giù dalle spalle un mantello che gli riparava dal freddo, nè presero cura di metterli tanto in disparte che non potessero in seguito apportare loro impedimento.
Tremavano entrambi; se alcuno dei due avesse avuto animo più pacato, al primo colpo terminava la battaglia. I circostanti mandavano un mormorio simile a quello degli spettatori mal soddisfatti di uno spettacolo scenico: — pareva che non osassero, — eppure cotesta esitanza nasceva dall'odio soverchio che infiammava ambedue; — avevano per trucidarsi mestiero che quella ardente passione si sfuocasse. — Alloraquando diventò l'ira pacatamente omicida cominciarono le disperate percosse, e furono poste in pratica le arguzie tutte, gl'inganni e le orribili arti di tagliarsi le membra.