Part 50
«Si chiama angiolo, si chiama demonio; — questa donna è colei che mi toccò il cuore e me lo fece di pietra — questa è colei che nella sua mano atroce strinse i palpiti, le immagini, le soavi illusioni della mia giovanezza, e mi rese le cure nei tardi anni, la sazietà delle cose create, il fastidio di me medesimo.... maledetta l'ora in che i nostri occhi s'incontrarono... e sii maledetta tu stessa; — così potess'io cacciarti dal mio seno, come ti lancio fuori della mia casa; — qui si accostando al balcone ne schiudeva furiosamente le imposte, pur tuttavia esclamando: Va, ogni uomo ti calpesti — ogni sozzura ti contamini. — E levò la mano in atto di gettarlo, e subito dopo lasciando cadere abbandonata la mano, con parole interrotte riprendeva: «Ahi stolto me! misero me! Maria... perdono! — Io non so più quello ch'io mi dico o ch'io mi faccia; io ti amo... fuori di misura io ti amo; per te bestemmiai il mio Creatore, ma per te prima imparai ad onorarlo; — per te soffersi e tuttavia soffro tormenti di dannato, ma per te mi deliziai di voluttà divina; — ed io ti accuso a torto, — sono ingiusto con te; — tu ami il Bandino e lo detesti; colpa del destino, non tua; — tu rodi questa passione come un destriere il suo freno, e, misera! non ti giova, chè il morso del destino non si rompe... — Giannozzo, per quanto amore porti al tuo Dio, insieme a quella di mia madre farai che questa immagine mi riposi sul petto. Maria si chiamò la diletta mia genitrice, Maria anch'ella si chiama; — entrambe amai... ad ambedue eressi un tempio nel mio cuore, nè ben distinguo chi più di loro mi sia cara, — tanto l'amore di sviscerato figlio si confuse con quello di amante, — per loro io vissi, per loro io perisco: — queste due immagini deposte sul mio cuore compongono la storia della mia vita; — la prima lo ha fatto palpitare, — la seconda palpitare troppo... — e si è rotto... Ch'è questo? — ch'è questo, Giannozzo? — Il suono della tromba? — Per Dio, mi aspettano... su via... affrettati... presto. Io che ho sfidato non avrei dovuto comparire secondo alla chiesa di San Michele Berteldi.»
E tosto di armi apparecchiato e di vesti si cacciò giù a gran furia per le scale; giunto all'estremo gradino, il suo cane fedele saltò fuori della casuccia e, le zampe deretane puntando in terra, quelle davanti tenendo levate col collo teso, faceva prova di rompere la catena per arrivare al suo signore.
«Italo!» esclama il Martelli, «povero Italo! tu mi ami davvero; dicono la tua anima morirà col tuo corpo; se così è, me ne duole non tanto per te, quanto per colui che ti creava: — la tua anima meriterebbe sopravvivere al sepolcro più che migliaia di anime umane...» Così discorrendo, con la mano gli liscia la testa; e il cane si distende, si voltola sul pavimento, poi balza in piedi scrollando la testa, e come per vezzo mordendo dolcemente la mano a Ludovico; allorquando poi questi procedendo oltre si allontanava, la bestia amorosa si pose a guaire come se lo avessero ferito a morte.
Scese nel cortile; quivi lo attendevano i servi vestiti a festa; — la mestizia dei volti in molto strana maniera contrastava con la vaghezza degli abbigliamenti: — appena lo videro, lo circondarono e, piegati i ginocchi in diverse attitudini e pur tutte pietose, gli domandarono la benedizione.
«Sono io per avventura vescovo o papa, che possa darvi la benedizione?» gridava egli tentando liberare le mani e i lembi della veste dal bacio dei suoi servitori; — e mentre profondamente intenerito mal s'ingegna a sostenere cotesta scena, leva gli occhi, e gli occorre davanti l'uomo d'arme mutilato, il quale con la mano che gli era rimasta reggeva pel freno il suo bellissimo cavallo turco, e alle continue scosse del focoso animale se ne stava immobile quanto i colossi di Castore e Polluce sulla piazza di Monte Cavallo a Roma.
«Il mio destriero a me...»
Il soldato glielo guidava; egli vi salì sopra veloce come baleno, e al tempo stesso stretta la mano all'uomo di arme, gli disse:
«Gran mercè! — non vi sconfortate; — io ho ben pensato anche a voi...»
«Andate e vincete», rispose il vecchio, «e se san Giorgio non dimentica di essere santo, vi darà vittoria; io vi aspetterò qui senza bere nè mangiare finchè non siete tornato... e se non tornerete più... ebbene, io mi lascerò morire di fame...» — e non versò una lacrima nè mutò sembiante, ma si avviluppò nel mantello e si stese per terra come uomo deliberato nel suo proponimento.
Si aprono le porte; — i poveri della contrada, uomini, donne e fanciulli insieme confusi, urtantisi, affollati, erano accorsi a salutare il buon cavaliere, il benefattore di tutti: — «Dio lo benedica! — Dio gli conceda la vittoria!» si udiva mormorare da ogni parte; e quando se lo aspettava meno, si vide vicina la vedova, la quale traendo seco una giovanetta sul fiore degli anni, gliel'additava dicendo: «Vedi, cotesto è il gentiluomo che ci ha salvato dall'avvilimento e dalla infamia.» — Sicchè, gentile com'era, Ludovico si tinse di rossore e dette degli sproni al cavallo per sottrarsi a tanta confusione.
Quando il destriere, percorso buon tratto di via galoppando, si pose a passo più lento, udì dietro a sè uno schiamazzo indistinto di voci umane. — ma chiaro e continuo il latrato del cane, e,
«Odi», disse a Giannozzo, «il grido e forse l'amore del mio Italo superano quelli degli uomini; e' mi manda da lontano il suo ultimo addio.
* * * * *
La piazzetta di san Michele Berteldi ingombravano infinite persone. Dante, abbigliato secondo il convenuto, se ne stava circuito dalla sua comitiva, motteggiando e aspettando; allorchè gli fu presso Ludovico, smontarono entrambi, e, strettasi la mano, così il primo favellava al secondo:
«Dio ci mandi il buon giorno!
«_Amen_, fratel mio», rispose Ludovico, e fissava Dante nel viso come meravigliato; e Dante sorridendo favellò:
«Vi paio strano, Ludovico? E' mi son fatto radere il barbone[245], onde riuscire meglio spedito, imperciocchè ho pensato essere cosa men trista lasciare in questo duello la barba che la vita. Or andiamo via, chè frate Benedetto ci attende.»
Entrarono in chiesa, dove frate Benedetto da Foiano, ministrando loro il sacramento della Eucaristia, gli riconciliò con Dio; poi, confortati dell'acqua benedetta sparsa sopra di loro con acconce orazioni, quinci si tolsero per incamminarsi al convegno.
Comecchè immenso popolo di parenti, di amici, d'uomini di arme e di cittadini tenesse lor dietro, la compagnia destinata a seguitarli fuori delle porte si ristringeva al numero determinato nella licenza del principe. L'ordine era il seguente, secondo che narra Benedetto Varchi diligentissimo storico: andavano innanzi due paggi vestiti di rosso e bianco sopra due cavalli bardati di corame bianco, e poi due altri paggi parimenti abbigliati sopra corsieri grossi di lancia; dietro ai paggi due araldi, uno del principe di Orange, l'altro del Malatesta, i quali andavano sonando continuamente le trombe. Dopo di loro venivano il capitano Giovanni da Vinci, giovane di forme colossali, padrino di Dante, e Pagolo Spinelli, soldato vecchio di moltissima esperienza, padrino di Ludovico, e messere Vitello Vitelli, padrone di ambedue, se per sorte gli avversarii, mutato consiglio, avessero eletto di combattere a cavallo. Seguivano Dante e Ludovico sopra destrieri turchi di maravagliosa bellezza; vestivano su la corazza una casacca di raso rosso con la manica squartata di teletta; avevano calze di raso rosso filettate di teletta bianca e soppannate di teletta di argento, e in capo un berrettino rosso con un cappelletto di seta pur rosso, ornato di uno spennacchino bianco. Ai piedi di ciascheduno dei combattenti camminavano sei staffieri vestiti nel modo stesso degli altri a cavallo, cioè di raso rosso squartato il lato ritto e la manica ritta di raso bianco, e le calze soppannate di teletta bianca, e le berrette, ovvero tôcchi, di colore rosso: dietro loro, ma non per uscire, parecchi tra i più prestanti capitani della milizia fiorentina, e quindi carriaggi e muli carichi di tutte quelle cose che loro potessero abbisognare così al vivere come all'armamento tanto a piè quanto a cavallo; imperciocchè, abborrendo servirsi delle offerte dei nemici, portassero seco pane, vino, biada, paglia, legna, carne di ogni sorta, di ogni ragione uccellami, pesci di molte qualità, confezioni di tutte le maniere, padiglioni co' fornimenti e masserizie di qualsivoglia specie, infino l'acqua; — non mancarono il prete, il medico, il chirurgo e in fondo due lettighe o piuttosto bare portate a spalla da otto uomini vigorosi, onde potere in caso sinistro traslocare i feriti. In questa guisa pervennero in piazza dei Signori, dove si era adunata inestimabile moltitudine di gente per vederli passare; la Signoria, anch'ella, comunque dimesso l'abito magistrale, stava sopra i gradini del palazzo salutandoli e con ardentissimi voti accompagnandoli: piegarono in Mercato Nuovo, poi volsero a mano diritta percorrendo la strada di Borgo Santi Apostoli; svoltato il canto delle Case Buondelmonti, riuscirono in piazza Santa Trinità, non anche infame per la colonna su la quale Cosimo I poneva una figura armata di spada, quasi angiolo sterminatore di qualunque pensiero che non fosse di servitù!
Da questo punto, chè amore aguzza la facoltà visiva, a Ludovico riuscì distinguere un volto tra i tanti affacciati ai balconi e sì forte quella vista lo scosse che, a sè traendo con atto convulso le redini, costrinse il buon cavallo tormentato nella bocca a dare di uno sbalzo subitaneo indietro, per cui egli ebbe a rimanere tolto di arcione. Molti lo tennero per sinistro augurio; egli, comprimendo l'acerbità della passione, si aggiusta in sella e seguita la via. Quel volto intanto appariva più prossimo e si mostrava pallido, addolorato quanto quello della madre di Cristo a piè della croce. Giunto sotto il balcone, Ludovico levò arditamente la faccia, vibrò uno sguardo feroce, e al tempo stesso, stesa la mano, accennò una delle bare portate alla coda del convoglio. Il volto diventò bianco — ed abbassandosi sparve.
Siccome Dante e gli altri della comitiva a destra e a sinistra riverivano con le mani le gentildonne e i cittadini fattisi ai balconi, così nessuno si accorse dell'atto di Ludovico, tranne Giannozzo, il quale camminava alla staffa del suo signore. Ludovico nel declinare del capo si avvide, incontrando gli occhi del vecchio servo, che aveva ormai un testimonio al suo amore.
Quel volto era di Maria, che, mal potendo sopportare il cenno disperato, svenne cadendo sul pavimento; riavutasi dopo lunga ora, si prosternò agli altari, ma gli altari non le davano più pace: — non sapeva per cui pregare; — chi dei due combattenti vincitore desiderasse, esitava dire a sè stessa; — cominciava un'orazione ardentissima perchè i santi e la Madonna impedissero il duello; ad un tratto, presaga che non varrebbe, la smetteva; allora ne principiava un'altra, affinchè il Bandino vincesse, e la concludeva supplicando che il Martelli superasse: — cuore mortale non sostenne mai più fiera contesa; — però dal fondo dell'affanno sentì nascere una quiete, — forse foriera della tomba, — ma pure quiete: dall'incessante paragone tra Ludovico e Giovanni conobbe a prova la gentilezza del primo, l'animo scellerato del secondo: — quegli, sapendola amante di altro uomo, la propria vita sagrificava alla patria ed a lei; questi, dubitandola infedele, conservava la sua per vendicarsi, lei trucidando e contro la patria proditoriamente combattendo; — l'uno, avendo grave argomento a rampognarla, non usò parola che potesse avvilirla, o se alcuna ne adoperava, quasi suo malgrado gli era traboccata dal cuore colmo fino all'orlo; l'altro invece a piene mani le aveva gittato sopra il volto la infamia: — assai più cose penetrò col pensiero, e all'ultimo le parve la sua anima spogliarsi quasi di una nebbia incresciosa e distinguere intera la bruttezza morale del Bandini; a cagione del contrasto singolare della nostra natura, le dolse la scoperta, — volle riporsi la benda che la tenne accecata; — invano: — lo spirito, come uccello sfuggito dal carcere, abborriva riprendere i lacci della passione: — fabbro umano — nè forse divino, — vale a racconciare il giogo spirituale rotto una volta ch'ei sia; — natura ed arte non conoscono balsamo che sappia riunire i margini delle ferite dell'anima: — ella non amava il Martelli e già sentiva di abborrire il Bandino.
La cavalcata continuando il suo cammino, scorsa la strada di Parione, si avviò al Ponte alla Carraia; procedevano silenziosi in balìa di pensieri diversi, quando all'improvviso il Martelli, fermando il corsiero, si piegò sull'arcione per contemplare anche una volta la diletta sua patria. Il sole non coloriva ancora de' suoi raggi l'estremo emisfero, — la città, rischiarata dalla prima luce del giorno, appariva quasi ninfa montanina scesa su l'alba dai colli di Fiesole per bagnarsi le membra nei lavacri dell'Arno, e le infinite ville biancheggianti di cui andavano popolate le prossime colline avevano sembianza, di un gregge di capre sparse pei balzi della pastura della menta e del timo: — all'improvviso spunta la luce, e spuntata appena, ecco percuote le finestre lontane dei palagi e i merli delle torri, — balena una immensa quantità di fiammelle, si suscita quasi un incendio, e l'aspetto della città di umile diventa superbo. Allora si mostrò Firenze nella pienezza della sua gloria, quasi regina cinta la testa di corona di gemme scintillanti; — donna augusta, signora di provincie seduta sopra il dorso del leone... Onde, preso da tenerezza e da orgoglio, scese da cavallo, si prostrò a mezzo il ponte e, chinato il volto, baciò la terra esclamando:
«Salute, o patria, salute!»
Quindi, tornato a cavallo, la salutò con la mano aggiungendo:
«O patria, addio!»
Giunti a porta San Friano, tolsero commiato dai parenti e dagli amici, imperciocchè la Signoria avesse ordinato; diligente guardia, onde nessuno uscisse oltre le persone descritte, tranne il Sordo delle Calvane, che aveva il braccio al collo per una archibugiata tocca scaramucciando, e Iacopo detto Iacopino Pucci, ai quali concesse speciale licenza.
Usciti fuori della porta con le salmerie e cariaggi loro, andarono lungo le mura fin presso Porta San Pietro Gatolino, dove attraversarono in su la mano diritta e, scesi alla fonte del borgo della medesima porta, presero la via della casa del Cappone, dov'era il termine delle trincee dei nemici, e quindi si condussero a Baroncelli, correndo tutto il campo a vederli, essendosi convenuto che, infino non fossero giunti davanti al principe, non si dovessero trarre artiglierie nè grosse nè minute da nissuna delle parti; e così fu osservato[246].
Pagolo Spinelli, con certo suo piglio soldatesco, presentatosi davanti al principe di Orange, il quale, tostochè vide entrare nella sua tenda cotesta nobile comitiva, si era alzato insieme co' suoi baroni per complirla, proferì pacato le seguenti parole:
«Signor principe, sono qui il mio principale, messere Ludovico Martelli e il principale del capitano Giovanni di Vinci mio collega, messere Dante da Castiglione, i quali si apprestano al vostro cospetto con loro cavalli ed armi, in abito da gentiluomini, per entrare in campo chiuso e combattere messere Giovanni Bandino e messer Roberto Aldobrandi, che qui vedo presenti, loro avversari, col nome di Dio, di Nostra Donna e di San Giorgio il prode cavaliere, secondo il tempo e il luogo da voi medesimo assegnati con vostra patente del dì primo marzo 1529. Eglino stanno allestiti a fare il debito loro e vi ricercano che vogliate dar loro parte del campo e sicuranza, dove confidano vincere con lo aiuto di Dio e col favore dei santi. E poichè hanno i miei principali concesso agli avversarii la scelta dell'arme, si protestano di questa capitolazione, la quale, dopo che sarà da me letta, depositerò nelle mani vostre per rimanervi come giudice ad ogni buon fine di ragione.»
Qui trattasi dal seno una carta, lesse:
«Capitolazione. Messer Ludovico Martelli e Dante da Castiglione protestano, affinchè gli avversarii non portino in campo armi inusitate, sibbene secondo la costumanza di gentiluomini...
«Oh Cristo!» interruppe il Bandino, «io torrei piuttosto una stoccata nel petto che ascoltare qui siffatti fastidii; — tregua alle forme, e cominciamo il duello.»
Lo Spinello volgendosi bieco parlò severamente queste parole:
«Perdonate; io mi credeva stare tra gentiluomini intendenti delle regole di cavalleria...»
Il Bandino era sul punto di replicare, sicchè si correva rischio di vedere suscitata una querela incidentale, dove il principe non fosse intervenuto dicendo:
«Lasciate, messere Bandino, adempire il suo debito al cavaliere Spinello.»
E lo Spinello riprese:
«E cavalieri onorati, senza fraude, inganno nè vantaggio e non impediti; — _item_ protestano che chi tocca le corde dello steccato, o si dia per vinto, o si tagli il membro col quale avrà tocco; item protestano, quando eglino non possano vincere in questo giorno i loro avversarii, che la battaglia continui la notte a lume di torcie, o il giorno seguente, finchè sieno morti o vinti. Finalmente protestano in generale e in particolare che le cose suddette valgano come profittevoli e necessarie, facendo speciale protestazione congiuntamente e separatamente in nome di tutti e di ciascheduno di loro.»
Don Ferrante Gonzaga allora si trasse innanzi col conte Pier Maria Rossi di San Secondo, ambedue patrini del Bandini e dell'Aldobrandi, e favellando il primo tal dava risposta alle dichiarazioni del capitano Pagolo Spinelli:
«Signor principe, qui stanno i nostri principali messer Giovanni Bandini e messere Ruberto Aldobrandi, pronti a scendere in campo chiuso e sostenere con lo aiuto di Dio, di Nostra Donna e di san Giorgio, a tutta oltranza, finchè morte ne segua, la querela avuta dagli attori falsa e mendace; — protestano accettare tutte e singole le cose contenute nella capitolazione avversaria; protestano voler combattere in camicia, con istocco, manopola scempia di ferro, cioè fino al polso, senza difesa in testa. Più presto fia, e meglio loro aggrada.»
«Cavalieri e baroni», favellò il principe levandosi in piedi e scoprendosi il capo, «dacchè onesto modo di composizione io non conosco tra voi oggi, giorno dedicato a san Gregorio Magno, dodicesimo del mese di marzo, mantengo e concedo il campo nei modi e termini contenuti nella mia patente del 21 febbraio _ab incarnatione_ 1539. Assumo giurisdizione di giudice, e come primo atto della mia autorità delibero si differisca l'abbattimento per sei ore continue, affinchè i cavalieri provocatori abbiano tempo a riprendere lena. Adesso, spogliando la veste di giudice e con migliore animo riassumendo quella di cavaliere privato, vi prego, o signori, che vogliate onorarmi di ristorarvi nella mia tenda...»
E proseguiva; ma quell'austero vecchio dello Spinello gli troncò a mezzo le parole dicendo:
«Noi ci portammo anche l'acqua.»
«Fate come meglio vi talenta», rispose il principe quanto per lui più cortesemente si poteva, ma non tanto però che non comparisse in volto alcun poco turbato; e s'inchinò per accommiatarli.
* * * * *
Già il sole declinando oltre il meriggio segnava l'ombra delle cose da ponente a levante quando Pagolo Spinello, recatosi in compagnia di Giovanni da Vinci alla tenda del principe, disse:
«È l'ora.»
Filiberto di Orange trasmise immediatamente l'ordine sgombrassero il campo fatto apparecchiare alle radici del poggio Baroncelli sur un prato che giace a mezzo della strada che conduce al convento dei religiosi chiamato comunemente la Pace[247]; e poi mandò una guardia di Tedeschi e Spagnuoli, onde ricingesse lo steccato e, che alcuno vi si accostasse, impedisse.
Era lo steccato un luogo quadro, separato all'intorno da pali di legno fitti in terra, dai due lati paralleli aperto per lasciare libero l'ingresso e la uscita; dagli altri lati s'innalzava un palco ornato di bandiere pel principe, giudice del campo, e dirimpetto a questo un lieve rialto di terreno pel contestabile. Oltre i cancelli sorgevano due padiglioni dove i combattenti aspettavano il segnale per comparire dentro la lizza.
Poichè ebbe ogni persona occupato il luogo che secondo il suo grado le conveniva, o che per fortuna le toccava in sorte, il principe mandò l'araldo in mezzo del campo, che a voce alta e sonora pubblicò il seguente bando, di cui è notabile la evidenza:
«Per parte dell'eccellentissimo signore Filiberto di Chalons, principe di Orange, generale dell'esercito per Sua Maestà Carlo V imperatore e re, si fa divieto a chiunque qui presente che nè in fatti nè in detti favorisca alcuna delle parti combattenti, nè in qualunque altro modo, cenno, via, maniera, forma o colore avverta una parte, o mostri vantaggio o svantaggio dell'una contro l'altra, sotto pena della forca da essere allora allora eseguita, ecc.»
Ritiratosi l'araldo, e fattosi un solenne silenzio, si udiva lo squillo delle trombe; cessato che fu, comparvero fuori dai padiglioni i padrini seguiti dai loro principali, che a passi lenti e con sembianza severa s'incamminarono alla volta del principe; — seguivano dalla parte dei provocati, due araldi portanti un fascio di armi, imperciocchè spettasse loro il carico di provvedere stocchi e manopole. Venuti alla presenza del principe, i padrini posero un libro degli Evangeli sopra certo altare, e fattosi ognuno alcun poco da parte, lasciarono ai lati dell'altare Ludovico Martelli e Giovanni Bandini: — sporse il primo bramoso la mano sinistra e, stringendo la destra al secondo e tenendogliela ferma sopra il libro, proruppe con terribile impeto:
«Uomo ch'io tengo per la mano, giuro per Dio e per gli suoi santi la mia querela contro a te buona e giusta, e tu combattere proditoriamente contro la patria.»
Il Bandino subito svincolando la mano e afferrando a sua posta con la manca la destra del Martelli, con voce cupa rispose:
«Uomo ch'io tengo per la mano, giuro per Dio e per gli suoi santi essere la tua querela contro di me temeraria, e possa il tuo sangue ricadere sopra la tua testa.»
* * * * *
Un soldato spagnuolo si accosta quanto può meglio vicino all'orecchio di un soldato italiano che la perorazione del bando del principe aveva fortemente commosso, e susurra con voce dimessa queste parole:
«Signor soldato, non vi par egli il giuramento imperfetto?»
«Per qual cagione, Moreno?»
«Hanno omesso giurare che non avevano addosso nè pietra nè erba, incantagione, fattucchieria, _la camicia della necessità_[248], od altro sussidio diabolico, deliberati in tutto di vincere con l'aiuto di Nostra Donna del Pilastro e di Dio.»
«Don Moreno, voi prendete un granchio per due ragioni, una meglio dell'altra: primo, perchè la vostra Madonna del Pilastro qui non conta proprio nulla essendo posta Fiorenza e il suo contado sotto la protezione della Madonna della Impruneta e di san Giovanni Battista...»
«Ah! questa vostra ragione, signor soldato, e' pare che abbia qualche parentela col senso comune.»
«L'altra ragione si è, che il diavolo non usa più in Italia.»
«Diavolo! Oh! come non usa più?»
«Che cosa volete ch'io vi dica, don Moreno? — E' pare che il diavolo abbia abbandonata la Italia dacchè ci siete entrati voi altri fedelissimi sudditi di Sua Maestà l'imperatore d'Austria; forse perchè vi conosce più demonii di lui.»
* * * * *
Mentre cosiffatto colloquio avveniva, Pagolo Spinello con quel suo piglio soldatesco favellava:
«Or sarà bene che proviamo un poco le armi, dacchè ai tempi nostri abbiamo veduto inganni e malefizi infiniti: armi avvelenate, guanti che nel chiudere il pugno cacciavano fuori punte da ferire la mano, e simili altre ribalderie; sicchè la diligenza è a senso mio una delle poche cose dove il soverchio non rompe il coperchio.»
«Usate del vostro diritto di padrino», notò il conte di San Secondo con alterezza, «ed astenetevi da parole gravi all'onore di questi cavalieri.»