Part 49
E nondimeno, dove sopra tanta tenebra di pianto si fosse potuto diffondere un raggio solo di speranza, le lagrime sarieno diventate liete dei colori dell'iride, come le stille della rugiada in faccia del sole, — convertito l'inferno nel paradiso, — nè egli forse la sua condizione avrebbe scambiato col paradiso.
Vedesti mai, quando l'aura vespertina turba la placida superficie di un lago, riflettervisi dentro così confusamente, in mille maniere vorticose, fantastiche e non pertanto vaghe, le piante, gli edifizii di cui vanno popolate le sponde e i colli lontani? — nel modo stesso nella mente di Ludovico si avvolgevano idee indefinite di felicità, di affetti di sposo, d'amor di padre, egli allora avrebbe aborrito la morte — delle generazioni uscite dal suo fianco composta una splendida catena, l'avrebbe lanciata traverso il futuro per aggiungere la soglia della eternità.
Soave è il vento che spira dai patrii monti, ma a mille doppii più caro l'alito della donna amata. — Bene invogliamo a piangere di amore le voci che muovono a celebrare sul mattino le glorie del Creatore, ma nessuna voce giunge più desiderata all'anima del padre di quella del diletto suo figlio. — Bellezze della terra e del cielo, quanto mi sembrate pallide in paragone della faccia del figliuol mio! Chi dice ch'io sia morto? Ei mentisce: ecco il mio figlio col mio senno e con la mia spada. Chi sostiene che il mio figlio mi abbia raggiunto nella fossa? — Menzogna! Ecco il mio nipote che parla consigli di sapienza e combatte le battaglie della sua patria. — E tutto questo perdeva, perchè non aveva potuto acquistare l'amore di Maria.
Ma quel vaneggiare del pensiero era una perfida lusinga uguale alla calantura, specie di mania che presso alla linea equinoziale presenta al montanaro nelle onde turbate le valli e i monti dell'alpestre sua patria, i camosci, le nevi e i lavacri scorrenti giù pel dorso delle rupi, sicchè, vinto da feroce desio, si lancia fuori della prora e trova la morte nel mare. Offeso Ludovico da siffatta allucinazione morale, si sommerge anch'egli dentro un abisso di affanno.
Oh! tra coteste gioie e lui non palpita per avventura una vita? — Certamente due pensieri gli sorsero nell'anima gemelli, come due fulmini scoppiati nella medesima nuvola, — l'adulterio e l'omicidio; ma il suo cuore sentì che il bel frutto d'amore non può esser côlto da mani insanguinate. — A chiunque poi il talamo altrui insidiando s'insinua nelle case degli uomini, come serpe tra l'erbe, e, avvelenata la sorgente, confida estinguere la sua sete in acque dolci — maledizione! — A chiunque crede femmina degradata serbi eterno l'amore stretto dalla colpa, quando ella non seppe mantenere l'altro persuaso dalla religione del giuramento, — che educata alla menzogna si astenga dal mentire, — che instruita nella frode non voglia far sopportare all'infame maestro la pena de' suoi turpi insegnamenti — maledizione! — E maledizione e sventura a chi, giacendo in letto solitario, e forte vi desiderando la donna altrui, potè immaginarsela in quell'ora baciare baciata... e non balzò furibondo dalle piume e non empì le tenebre di tale un urlo che mettesse in chiunque lo udiva spavento. — A colui che non aborre accostarsi alla femmina come il mendico alla porta del convento per ottenere in elemosina la scodella piena quando la volta gli tocca, io non ho nome d'obbrobrio, nel modo stesso che Dragone non ebbe pena pei parricidi; — almeno i pomi del lago Asfaltide apparivano splendidi al di fuori; — qui invece cenere all'esterno e dentro, — abiezione umana di cui Satana medesimo sentirebbe pietà. — Sfortunato quel padre che non può chiamare liberamente un fanciullo col nome di figlio senza che vergogna ne nasca alla madre! — Infelicissima la madre alla quale riesce di rimorso il suo portato!
Quando più il tradimento s'inebria nella sua voluttà, la penitenza, comecchè stanca di correre sempre la terra, si pone in via; — il tradimento, giovane in prima ed esaltato dal vino della colpa, precede vigoroso, — poi si consuma — e invecchia presto; — la penitenza per mutare di tempo non cambia sembiante: — il tradimento dorme, le palpebre della penitenza non s'incontrarono mai;. — alfine un giorno lo raggiunge, e allora gli pone, come dentro a nido apparecchiato, un aspide nel cuore, — gli spalanca il sepolcro e glielo mostra tremendo di spaventi, peggio dell'arca di Regolo irta di ferri acuminati.
Siffatti pensieri si avvolgevano per la mente commossa di Ludovico Martelli.
All'improvviso lo percuote una voce:
«Io vi dico e vi giuro esser morto ieri notte pochi minuti dopo ch'io vi lasciai sul canto di Diamante.»
«E' mi pare impossibile. Se lo aveva veduto la mattina a terza su la piazza della Signoria!»
«Il bargello e la morte vengono a casa senza avvisi.»
«Dicono sia morto di colica per troppo mangiare.»
«Ben gli sta; — con quel suo ventre affamava Fiorenza; — le cose del papa avvantaggiava assai meglio che una compagnia di lanzichenecchi o di bisogni...»
«Per me gli porrei in epitafio: — La migliore azione operata in vita da Nicolò Benintendi fu quella di morire.»
«Chi morto? — Chi avete detto che morì ieri notte?» con immenso anelito domandò Ludovico.
«Oh! non l'avete voi inteso? — Messer Nicolò Benintendi.»
Morto! — Si è mai goduto tanta esultanza per la morte di un uomo? — Un desiderio ardente pose mai sul teschio della morte fiori sì lieti della speranza? — Torna a fluttuare per le vene di Ludovico il sangue vitale; — gli si colorano le guance, — i suoi passi si accelerano, — i suoi pensieri prorompono, si urtano e non hanno tempo di definirsi; — l'orlo del calice comparisce appannato pel contatto dei labbri di un altro uomo, pure egli contiene abbastanza liquore da invitarlo a bere; — la bocca fu baciata, — non importa, — ella potrà pur sempre proferire la parola che lo renderà il più avventuroso o il più misero degli uomini; — sopra tappeti di Siria ei non avrebbe mai mutato così soave il passo com'ora sopra la terra di recente smossa di un sepolcro. — Ah! misero! Non impunemente tu esulti della morte di un uomo; — come chi va per alpe, superato un giogo, ne incontra un secondo e un altro ancora, — il Benintendi spento, ecco, tra la donna del defunto e te sorge la testa del Bandino... oh! ma cotesti occhi possano chiudersi, quel capo abborrito nascondersi sotto terra per sempre;. — e poi usare la spada contro lui non è delitto, ma pietà; — in quel modo fie disperso il fascino che la sua donna tiene avvinta al maladetto, — lo cancellerà a un punto dal libro della vita e dall'anima di Maria col ferro. — Fisso in questo proponimento, come immemore del luogo e del tempo, gridava:
«La spada! — Su, qua la spada!»
I fanti, pensando volesse provare qualche nuovo colpo, pronti gli porgevano manopola e stocco acconcio alla scherma. Ludovico l'una e l'altro afferrando si avventa contro Dante da Castiglione; invano forza egli oppone e destrezza; — lo stocco nelle mani di Ludovico sembrava folgore; — non valeva riparo, — a destra scende improvviso e a sinistra: fendenti, punte manrovesci, finte, tutti gli accorgimenti in somma del giuoco periglioso posti in opera e con tanto turbinosa velocità che Dante ne rimase sopraffatto, e in un momento, — in un solo momento che riprendendo lena accorse meno presto alla difesa, si sentì percosso nel capo, nel petto e nella gola; onde dando di un passo indietro esclamò:
«Per Dio! mi avete voi tolto in iscambio del Bandino, davvero?»
«Ah! tu non sei il Bandino, è vero», esclama Ludovico, e buttato là lo stocco per terra, torna a passeggiare con le mani conserte sul petto.
Un vecchio famiglio che lo aveva veduto nascere entra nella sala e, incamminandosi alla sua volta domesticamente, lo chiama:
«Vico!»
Egli passa e non bada, ed il famiglio alza gli occhi al cielo e sospira. Non si attentando seguitarlo, lo aspetta. Ludovico, pervenuto alla parte estrema della parete, rifacendo i passi torna davanti.
«Vico!» ripetè in suono lamentoso.
E Ludovico con benigno volto fissandolo lo richiede:
«A che mi vuoi, Giannozzo?»
«Giù», e il servo discreto si accosta più da presso al suo orecchio, «giù nelle stanze terrene una gentildonna vi aspetta.»
«Gentildonna! — E come si chiama ella? E quali sono le forme di lei?»
«Chi ella sia non so dirvi? — la faccia ha coperta di taffetà nero...; però mi sembra senza misura dolente.»
L'uomo innamorato è divino: il suo cuore acquista tal senso che gli altri non possiedono a gran pezza. — Perchè domanda egli chi si fosse la donna? — Non glielo aveva detto l'impetuoso fluttuare del sangue? — Scende, giunge nelle stanze terrene, e correndo a braccia aperte verso la donna velata, esclama:
«Ah! siete voi, Maria?»
Ma quando stava per gittarle le braccia al collo, soprastette improvviso e, mutati atti e sembiante, con voce pacata riprese:
«Madonna! la morte ha visitata la vostra casa.... posso io esservi utile in nulla nella presente vostra strettezza?»
«O Ludovico! i tuoi labbri non contengono la piena del disprezzo di cui è colmo il tuo cuore, — non importa: — affanno, più affanno meno, ormai nulla può aggiungere al peso sotto del quale la mia anima cadde. Vorrò forse dirti essere io incontaminata quanto la tua diletta genitrice, a cui tu davi pietosa sepoltura nei chiostri di Santa Croce? — Ti giurerò che piansi morto il Bandino, il quale mi si offerse la prima volta davanti quando io ricusava partecipare il tuo amore? che mi era stato promesso sposo, — che lo amai come sa amare vergine sconsolata e sola? — No, — tu non lo crederesti, ed io abborro scendere a discolpe; — la mia alterezza di donna si è risentita; — tra la mia coscienza e gli uomini ormai desidero solo giudice Dio; — comprendo la dignità del silenzio; — per altro io venni, — venni per dirti come, essendo piaciuto a Dio rompere l'unico vincolo che mi teneva stretta alla terra, ho fermo in tutto di abbandonarla e rendermi monaca. La mia vita turbarono venti procellosi, sicchè la mente affaticata sospira riposo e non lo spera che nella solitudine di un chiostro; — mi seppellisco viva... è questa l'ultima volta che c'incontriamo sopra la terra; — io mi considero moribonda. Se presso a ripararmi sotto il manto della misericordia al nostro Creatore ti domandassi una grazia... grazia che l'ora della morte mi farebbe la più lieta della mia vita, — poichè in te sta rendermi meno amaro un momento da cui tutti rifuggono inorriditi, — s'è vero che tu mi amasti tanto... Maria... quella povera donna che ti onorò come suo unico sollievo, — ti scelse per amico, — ti salutò fratello... quella dessa, Maria, a mani giunte ti supplica che, come fu infelicissima, tu non consenta a renderla del pari scellerata.»
E qui si tacque; entrambi stettero muti, con gli occhi chini al pavimento, imperciocchè non ardissero contemplarsi in faccia. La donna alfine con parole interrotte rispose:
«Qualcheduno di voi sarà Caino...; il sangue di uno tra voi attesterà contro di me nel giorno del giudizio...; non avrò pace mai nè in questa vita nè nell'altra. O Ludovico, per amore, — per amore di tua madre, non fare che questo duello succeda.»
«Madonna, ciò non può essere; — la sfida corse e fu accettata; — la legge dell'onore lo vieta; — avete voi mai, madonna, sentito favellare di onore?»
E queste parole proferendo, leva gli occhi e le avventa uno sguardo a guisa di raggio improvviso di luce.
Maria senza punto sgomentarsi sostenne quella domanda e quel guardo — quindi prestamente rispose:
«Io conosco una legge la quale domanda non ammazzare, — un tribunale che condanna quando gli uomini assolvono, — ed assolve quando gli uomini condannano: — conosco un giudice che distingue se la mano impugna la spada per la patria davvero, o se piuttosto se ne fa pretesto pel gran desiderio che ha del sangue di una creatura, — pretesto all'orgoglio che gli divora le viscere, alla vendetta che gli riarde il cuore...»
«Madonna!...»
«Iniquo desiderio, — abbominevole vendetta e vana: nessuno di voi mi avrà; — piuttosto di porgere la mia destra alla vostra insanguinata, io me la vorrei tagliare; — ed io non ti appartengo, nè su me avesti diritto mai: — capo mortale non poserà più sul mio letto; — unico compagno d'ora innanzi il Crocifisso; — domani mi chiuderò nel chiostro, e prima di venire in potestà di uno di voi mi getterò dal campanile della chiesa...»
«Madonna, ben posso darvi la vita, non l'onore: — mille volte ho promesso che avrei volentieri, o Maria, sagrificato la vita per te... ed ecco venuto adesso il tempo di mostrartelo a prova; e tu lo ami sempre immensamente, Maria, e invano t'ingegni celarmelo; — nella tua anima vive la fiamma pel traditore: — non ti muove la religione, non il terrore che sangue si versi, sibbene paura che il sangue versato... non sia il mio... pel tuo Bandino tremi... — Va, — vivi ed esulta; io mi terrò avventuroso, se con la mia morte potrò farti contenta... esulta... va... ti prometto con giuramento di lasciarmi uccidere.»
E così, appena favellato ch'egli ebbe, quinci disparve a guisa di spettro.
Maria tentò raggiungerlo correndo, più volte lo chiamò con voce di dolore, ma i suoi passi e i suoi lamenti si perderono inani per le tenebre della notte.
CAPITOLO VENTESIMOSECONDO
IL DUELLO
Italo sangue L'un campo e l'altro: gioventù superba Magnanima, feroce e di una madre.
_Francesca da Rimini_, trag. di EDUARDO FABRI.
«Che ora fa egli?» domanda per la quarta volta Ludovico balzando a sedere sul letto.
E Giannozzo, il vecchio famiglio, che adagiato su di un immenso seggiolone lo vegliava, si recò alla finestra e, speculato il cielo, rispose: «Tra un'ora sarà giorno.»
«Dammi la veste, chè voglio alzarmi.»
«Deh! Vico, rifate le forze col riposo, chè oggi ne avrete bisogno davvero; dormite: non vi date un pensiero al mondo, ch'io vi sveglierò in buon tempo.»
«Va tu piuttosto a dormire, Giannozzo... tu sei vecchio e non devi vegliare.»
«Io dormirò a bell'agio entro la fossa, o figliuol mio! perchè in questa terra il sonno di rado scende sopra le mie palpebre; — il pianto non cede la signoria degli occhi... ed io piango e veglio tutte le notti, o Vico!...»
«E perchè vegli? — E di che temi?»
«Figliuol mio — chiuso nel vostro dolore non vi accorgete del mio; — spesso tornate a casa pallido come un'anima, parlate tra voi, non rispondete; spesso vi gettate sul letto e discorrete di uccidere e di uccidervi, di una donna, di un tradimento e di altre cose che mi trafiggono il cuore. E quando tanto vi travaglia l'affanno, può egli dormire Giannozzo vostro che vi ha veduto nascere, che da voi in fuori non conosce altra gioia su questa terra?...»
Ludovico, sporgendo il fianco dal letto, gittò le braccia intorno al collo del servo amoroso, e il capo gli posando sul petto, singhiozzava forte senza favella e senza lacrime. Il vecchio invece piangeva e gli baciava i capelli; — pure alla fine Ludovico con un gran gemito disse:
«Ah! io sono misero assai... Porgimi la veste.»
«Ma perchè non riposate?»
«Giannozzo, se tu potessi immaginare i carboni sopra i quali distesero san Lorenzo essere un letto di rose in paragone di questo su cui mi giaccio, non mi consiglieresti a rimanervi di certo... non è egli vero?... Dammi la veste, imperciocchè prima di partire mi convenga soddisfare a parecchi santissimi uffici.»
Indossata la veste, si pose davanti allo scrittoio e cominciò a scrivere: la penna volava, i fogli diventavano neri con meravigliosa prestezza; con la voce sovvenendo alla memoria, ad ora ad ora proferiva quello che andava scrivendo; — rammentò i parenti, — i servi, — sua ultima volontà, perdono, — misericordia di Dio.
Il vecchio portava senza posa lo sguardo dalla penna alla faccia di Ludovico, e nel contemplarlo tranquillo, si rimaneva stupito.
«Giannozzo!» chiamò Ludovico, piegato che ebbe e suggellato il foglio; — e Giannozzo, levatosi da sedere, gli si pose dinanzi; ma Ludovico, volgendo di subito la mente a nuovi pensieri, si rimaneva immemore con la mano tesa; — poi, all'improvviso risensando, «Giannozzo,» continuo, «io ti consegno il mio testamento olografo scritto in procinto senza formalità, ma che voglio non pertanto religiosamente eseguito: — credo d'aver pensato a tutto e a tutti; — dove di alcuno mi fossi dimenticato, tu supplirai... tu avrai cura che sia la mia memoria benedetta..., non è vero Giannozzo?»
«O Gesù misericordioso!» il servo fedele rispondeva singhiozzando, «io vi ho veduto nascere e non devo vedervi morire... voi non dovete morire..., voi non annoverate ancora trentatre anni...»
«Io ho vissuto secoli, — centinaia di secoli; — i miei minuti compresero anni di angoscia, i miei anni neppure un minuto di refrigerio... Io muoio contento.»
«Su, Vico mio... messer Vico, fatevi animo; — voi vincerete; l'angiolo custode mi predice che stasera tornerete glorioso a casa vostra.»
«E chi si rallegrerà della mia vittoria? qual creatura amante ed amata mi getterà le braccia al collo?» interrogò Ludovico volgendo gli occhi d'intorno.
[Illustrazione: ... Maria precipita genuflessa fra mezzo quei due furibondi, e li tenendo, quanto ella ha lunghe le braccia, discosti,... _Cap. XIX, pag. 442._]
E Giannozzo volge anch'egli lo sguardo per vedere se discerne qualcheduno; nè lo vedendo, susurrò a fior di labbra: «Eppure io vi amo come figliuolo.»
«Sì... ma....» nè aggiunse parola Ludovico; non pertanto il cuore del vecchio concepì intera l'amarezza di coteste parole, e gemendo esclamò:
«Pur troppo la vostra anima abbisogna di più forte affetto... e più gentile....»
Successe lungo silenzio. Ludovico, crollata prima alquanto la testa, riprende:
«Senti, Giannozzo; — io non morrò — forse; — per me sta la buona causa e Dio: non pertanto la vita è fragile cosa, — fragilissima poi quando la commetti al filo di una spada; — un passo in fallo... una tarda parata... un battere di palpebra, e il ghiaccio dello stocco nemico ti penetra nelle viscere; — e il destino sta chiuso nel pugno dell'Eterno, ed in questa incertezza di morte parmi ufficio di buon cittadino avere riguardo a tutto.... Però ascoltami.... Non volli scrivere per l'appunto ogni cosa... sarebbe parsa vanità...; molto mi è forza commettere alla tua fede. — Alla povera vedova la quale veniva ogni sabbato di nascosto per la elemosina darai cento fiorini d'oro per servirsene ad accasare la figliuola con qualche onesto artigiano il quale valga a farle le spese; ella conserva la superbia della passata fortuna, — confortala di accomodarsi ai tempi, — rammentale che il pan bigio acquistato col sudore della fronte nudrisce le viscere, mentre il pan bianco comprato a prezzo d'infamia si converte in cenere e non passa la gola. — All'uomo di arme mutilato il quale sovente si ripara qui in casa come la rondine inferma al suo nido, darai ad abitare una stanza al secondo piano e lo nudrirai non altrimenti che se fosse tuo fratello, perchè guai alla città che consente il soldato il quale per lei perdeva la mano destra stenda la sinistra. — I servi, finchè rimangono in casa, terrai come tenni io. — Nessuno cavaliere voglio che prema più il dorso de' miei cavalli, — nessuno; — manda i miei cani in campagna, tranne solo uno, Italo, il quale auguro ti faccia quella buona guardia che ha fatto sempre a me. Finchè tu viva, verun parente entri nel mio palazzo... a ciò provvidi nel mio testamento, — e te lo ripeto adesso..., stieno lontani i parenti, i quali, chiamati dalla speranza della mia eredità, mi si sono stretti alla vita, quasi una cintura di corvi all'odore dei corpi morti.... Conserva i mobili... i letti... non mutar nulla; se alle anime è concesso visitare le dimore ch'ebbero care in vita, io tornerò a visitare questa mia — e mi compiacerò ravvisarla nello stato primiero: — se mai io ti apparissi, Giannozzo, non prenderne spavento; io non verrò ad atterrirti, bensì a trattenermi teco in fidato colloquio.... — Coraggio, via, non piangere, mio buon padre Giannozzo... accostati... Gesù mio! come tremi... tieni... ristòrati... bevi questo liquore... bene! — Ora fa di ascoltarmi pacato. Quando sarò morto, mi vestirai della mia buona armatura di Milano e mi porrai nella cassa questa croce di san Pietro.... Vanità di vanità, dice il predicatore, ma io l'acquistai col mio sangue in battaglia, — nè su l'orlo stesso del sepolcro mi riesce considerare la gloria vanità... — E poi, Giannozzo, questo sopra tutto ti raccomando.... mi depositerai sul seno dalla parte del cuore questa borsa di seta cremesina... ah! no, me la rendi, imperciocchè ella non mi darebbe — nè anche morto — pace.» E ripresa dal servo la borsa, il quale come stupito la teneva sul palmo della mano, ne sciolse i legacci e ne trasse fuori due ritratti: — uno di questi lasciò cadere sopra uno scrittojo; — l'altro si accostò alla bocca e baciò con immensa passione:
«O madre mia», esclamò fisso contemplando il ritratto, «tu non avresti voluto concepirmi, se alcuno ti avesse detto che sarei stato tanto infelice! — Quando fanciulletto io dormiva, con quanta furia accorrevi a cacciare via l'insetto che scendeva a infastidirmi la guancia con la sua mite puntura... ed ora, vedi, le angosce mi hanno lacerato il cuore; — io non ne posso più.... Apri le braccia, o madre, ed accoglimi sul tuo letto di pietra.»
Giannozzo alla vista delle sembianze della sua signora che aveva amato e reverito cotanto, ricuperando la parola, le stendeva le mani in atto supplichevole e pregava:
«O madonna Maria, vi prenda pietà del vostro figliuolo, comandategli vivere, ditegli di non ispegnere seco la inclita casata vostra, ordinategli che vi dia un nipote, — ordinateglielo voi, madonna mia, perchè la voce del vecchio servo non ha potenza sopra il suo cuore..., parlategli... parlategli voi, madonna, altrimenti ei si lascia morire.»
Ludovico chiudeva gli occhi e declinava il capo, — la sua mano poco a poco calando depose il ritratto, avendo cura di voltarlo dalla parte opposta.
Giannozzo, a caso guardando sopra lo scrittoio, fissò lo sguardo sopra l'altro ritratto; egli era di donna maravigliosamente bella, ma non si ricordava averla mai incontrata; onde, dopo lungo meditare, quasi lui non volente, parlò:
«Questa donna io non conosco. — E come si chiama ella?»
Ludovico, balzando in piedi, come se lo avessero toccato con carboni ardenti, gridò imperversato: