Part 48
Militava in campo certo giovanotto di egregie forme del corpo, chiamato Bellino Aldobrandi, di cui riferimmo poc'anzi una audace risposta; comunque appena gli spuntasse la barba, egli era di membra validissimo ed esercitato a tutto ciò che conviene a compito cavaliere. Cecchino del Piffero, fratello di Benvenuto Cellini, così chiamato per essere il suo genitore pifferaio della Signoria, caporale d'inestimabile valore nelle Bande Nere, che poi fu ammazzato in Banchi dalla famiglia del Bargello mentre con troppo furore e poca prudenza voleva combattere con tutti[242], avendo posto un grande amore addosso all'Aldobrandi, gli aveva insegnato a non conoscere paura ed a trattare maravigliosamente ogni maniera d'arme. Il volto di lui presentava la perfezione dei contorni delle statue greche; i suoi sguardi aquilini rivelavano un'anima capace di profonde passioni e di alti concepimenti, — orgoglio e speranza della patria, dov'egli avesse conosciuta una patria; — ma egli non la conosceva: — condotto da fanciullo a Roma, colà lo educava uno zio paterno accomodato in corte di papa Clemente; però tutti i suoi palpiti erano pei Medici; nè per anche aveva potuto il tempo ammaestrarlo nella scuola della esperienza; — spensierato e animoso correva alle battaglie come ad un convito; — di aria ebbro e di luce, godeva trasvolare pei campi aperti, mandare baleni dalla brunita armatura; il giovane seno gli esultava di orgoglio quando scorrendo sopra il suo corsiero turco si udiva susurrare d'intorno: Per nostra donna del Pilastro, egli è bello come san Giorgio! — Nella mischia si avventava impetuoso, gridava, menava terribili colpi, non mosso da voglia di sangue, non da odio della umana natura, ma piuttosto da giovanile ferocia, non altrimenti che se gli uomini fossero belve destinate a caccia reale. Però sovente riducendosi verso sera al campo dopo di aver vagato lontano per la intera giornata, appena asceso il rovescio dei monti che riguardano Firenze, si lasciava andare giù da cavallo, e traendoselo dietro per le briglie attorte al braccio, contemplava lo spettacolo che si offeriva al suo sguardo: — sopra un cielo di fuoco si dileguavano i contorni delle superbe fabbriche di Firenze; — la luce che manca si trattiene a brillare un momento su la cima degli edifizii, come la vita si restringe al cuore innanzi di cessare, — poi si estingue; — allora la squilla diffonde per l'aria un suono lugubre, quasi Geremia che lamenti la caduta città, ed empie il cuore di compassione e di spavento. In quel punto un fremito interno agitava Bettino, e, col pensiero percorrendo l'andata sua vita, rammentava aver sentito una simile cura certo giorno che sul crocicchio di due strade contemplò una giovane romana genuflessa davanti la immagine della Madre di Dio, ed accostandosi a lei la udì supplicare di pace per l'anima della defunta sua genitrice; — e certo altro nel quale un fanciullo lo richiese di un po' di elemosina per un vecchio soldato privo del ben della luce seduto sopra la pubblica via; — il misero logorò la vita non per l'Italia, ma per i suoi tiranni, — colpa più dei tempi che sua; — ed i tiranni, quando egli diventò cieco, toltegli le armi, lo abbandonarono mendico a tapinare su la pubblica via. — Una voce segreta lo ammoniva: patria non poter essere un uomo, sibbene un paese, una terra, una comunità di uomini, nè dovere in qualunque caso un cittadino muovere le armi contro la patria che lo ha cacciato fuori dal suo seno. — Imperciocchè o egli ne fu bandito a ragione, ed allora ha da sopportare con animo pacato il suo danno e meritarsi di venire un giorno perdonato; — o l'offesero a torto, e allora soffra, sia grande e sappia, perduta la patria, la cosa a desiderarsi maggiore essere la coscienza pura; meglio vale sventura con innocenza che fortuna con delitto. Avrà il cielo per l'uomo a torto infelice conforti divini; dappertutto vedrà, come se fosse centro del firmamento, curvarglisi intorno l'emisfero, scintillare le stelle, — dappertutto la madre terra appresterà alle sue ossa travagliate pace. Quindi pensava, un cittadino rientrato a forza in patria, non potervi più vivere se non che da tiranno, — il suo cammino procedere sul capo dei suoi fratelli. I Medici, ora sì umili, vedeva inferocire all'improvviso a modo di serpe esposto al sole, — gli odiava in quei momenti, — non sapeva risolversi a raggiungere il campo; gli occhi bramosi lanciava intorno di sè aspettando un santo eremita che venisse a consigliarlo; — intanto si trovava prossimo al campo, — l'esempio dei molti fuorusciti mescolati nell'esercito imperiale tra i quali si distinguevano Caroccio Strozzi, Bettino Cavalcanti, Sandro Catanzi, Giammoro da Dicomano, il Rosa da Vicchio, il Morna e il Pignatta amicissimi suoi, — e la costumanza antica tornava a vincerlo, — una forza fatale lo avviluppava di nuovo nella sua vertigine; la patria migliore del mondo tornava a sembrargli la groppa di un destriero che corre.
Bettino, alla miseria di Giovanni compassionando, non pensò se l'avesse meritata, non istette a pensare s'ella fosse un principio, comecchè terribile, della pena serbata dalla giustizia divina ai traditori; — vide un uomo oppresso di obbrobrio e senti bisogno di porgergli la mano soccorrevole.
E non pertanto esitando, come colui che modestissimo era, si accostò su i piè leggiero al Bandino e gli susurrò nell'orecchio:
«Accetterestemi voi per compagno alla impresa?»
Avete mai letto nella Genesi la storia pietosa di Agar, quando nel deserto di Bersabea, vinta dalla sete, gitta il figliuolo suo sotto un arbuscello, recandosi un tratto di arco lontana per non vederlo morire? — All'improvviso le apparisce l'angelo consolatore e le addita la fontana. — Tale apparve il Bandino all'offerta generosa dell'Aldobrandi; — lo guardò in faccia, — rimase alquanto sospeso, — poi gli gettò impetuoso le mani al collo e tanto forte lo strinse che per lungo tempo rimasero nella pelle delicata di Bettino le impronte violette delle dita; — e la sua fronte appoggiando alla fronte di lui versò una lacrima, — la più piena di sfinimento e di angoscia che mai sia stata pianta da occhi mortali
«Oh s'io ti accetto!» esclamò, «se ti accetto! anche un minuto che tu avessi tardato, io mi sarei trafitto come il mio più fiero nemico; — ormai la mia vita è diventata un deserto, e tu sei il solo che ti esibisci accompagnarmi in questa solitudine d'infamia; — tu ti sei attaccato al mio destino: — ora non hai più tempo di vedere quanto egli sia orribilmente truce; io non ti posso lasciare, io ti tengo come il demonio la sua preda, — io ti avviluppo nelle mie mani come con le sue spire il serpente.»
E Bettino, sorridendo di un suo angelico sorriso, rispose:
«Perchè tenti turbarmi? Non sai che chi non ha rimorso non conosce terrori?» E voltosi quindi al principe di Orange continuava: «Io con la grazia vostra, magnifico signore, soggiunse, sovverrò nella prova dell'arme questo cavaliere; piacciavi pertanto spedire la licenza del campo.»
[Illustrazione: «Di paradiso forse... di patria no...», disse una voce forte e profonda che spaventò i due amanti;... _Cap. XVIII, pag. 426._]
Filiberto, fatto cenno a un segretario, dettava:
_Philibertus De Cialon, Orangiae Princeps, Caesareae Maiestatis Capitaneus generalis in Italia, ac in Regno Neapolis Vicerex, et Locumtenens generalis, etc._
«Havendone fatto intendere li Magnifici Joanni Bandini et Bettino Aldobrandi, nobili fiorentini, havere da finire con le arme in mano alcune querele con li Magnifici Ludovico Martelli et Dante da Castiglione, pure nobili fiorentini, et ricercatone che li volessemo dare campo franco, mediante il quale il prefato Ludovico et Dante possano uscir da Fiorenza, et venire securamente co' loro compagni, arme et cavalli in questo felicissimo esercito Cesareo a finire le ditte loro querele; et parendone tal domanda honesta; semo stati contenti concedere loro detto campo franco. Et per tenore delle presenti nostre damo et concedemo ditto campo franco ad essi sopranominato libero et securo a tutto transito; et assecurato, _sub verbo et fide nostra_, li sopranominati Lodovico et Dante che possono uscire da dentro Fiorenza, et ritornare con XX compagni et un patrino per ciascuno con loro arme et cavalli, et venire in questo felicissimo esercito Cesareo, in quel loco che per noi sarà ordinato, et definito le loro querele con li prefati Joan Bandini et Bettino Aldobrandi; et che poi se ne possono ritornare a loro beneplacido, senza impedimento alcuno, con ditte loro armi et cavalli. Et il giorno deputato al detto abbattimento serà alli XII del prossimo futuro mese di marzo; et lo campo franco si intenda dalla levata alla calata del sole del detto dì. Et perchè, secondo ne hanno fatto intendere detti Joanni et Bettino, per li loro Cartelli, declarano volere combattere a uno per uno, et non dua per dui; però declaramo per queste nostre, che nel detto dì ci seranno dua campi, in li quali ognuno potrà combattere con il suo inimico divisamente. Et in fede, ne havemo fatte fare le presente firmate di nostra propria mano, et sigillate del nostro solito sigillo. _Datum in castris felicissimis Caes. contra Florentiam, die xxi mensis februarij M. D. XXX._»
E poichè l'ebbe il segretario munita del suggello, la presentò al principe, che la sottoscrisse del suo nome; ciò fatto, chiamò l'araldo e, graziosamente consegnandogliela, favellò:
«Molto, messere araldo, mi raccomanderete ai signori cavalieri i quali vi hanno mandato a noi, e direte loro che ci sarà mai sempre oltremodo gradita l'occasione in cui potremo compiacere ad alcuna loro richiesta, salvo sempre l'onore e la lealtà che dobbiamo a Sua Maestà l'imperatore.»
«In quanto a ciò state sicuro, messer lo principe, perchè noi non sappiamo tentare l'altrui lealtà», rispose l'araldo, ed inchinatosi toglieva commiato.
Filiberto, volgendo in mente la cortesia dei cavalieri antichi, i quali non soffrivano partissero da loro gli araldi senza presentarli di doviziosi guiderdoni, nè d'altronde avanzandogli pure un ducato, se ne stava tutto malinconoso: — declinando gli sguardi siccome avviene allorchè l'anima è contristata, si vide sul petto pendere una ricca medaglia, dono di re; — gli parve troppo; esitò; — e l'avarizia gli disse: tienti la medaglia; — ma l'orgoglio all'improvviso proruppe: meglio vale rimanere sprovveduto di medaglia che di fama la fortuna si vanti di farti povero, non iscortese cavaliere; — sicchè egli, richiamato con gran voce l'araldo, tutto acceso nel volto gli gettò al collo la collana e il medaglione, aggiungendo:
«Portateli per amor mio e perdonate se, distratto da altri pensieri, ho tardato un momento a compire il dovere di cavaliere.»
Ciò detto, senz'altra risposta aspettare, si allontanò.
L'araldo quasi stupefatto contemplava quel dono che costava un tesoro. Per la sala corse un grido che celebrò il principe di Orange pel più largo tra quanti cavalieri in quel tempo portassero arme nei reami della cristianità.
CAPITOLO VENTESIMOPRIMO
LA SEPARAZIONE
Ci separi l'odio. — Sia sciolto ogni vincolo tra noi; io getto via questo amore, come un arco rotto privo di corda.
_Mrithakaii_, dramma indiano.
Correva la notte antecedente al giorno tredici di marzo, tempo da Ludovico Martelli e da Dante da Castiglione fissato per condursi al campo a definire la querela trasmessa al Bandini. I soldati di maggior nome che militavano sotto le insegne della Repubblica, i cittadini più notabili di Firenze si erano portati a casa Martelli per l'ufficio di amicizia verso Ludovico, non già per confortarlo ad avere buon animo, dacchè troppo bene sapevano non fargli mestieri incitamenti.
Ludovico gli aveva accolti nella immensa sala nel suo palazzo, e in quell'ora si stavano sparsi in gruppi separati, siccome avviene quando la compagnia si fa oltremodo copiosa, favellando di antiche e recenti novelle, o secondo la vaghezza loro attenendo a cure diverse.
Da un lato Amico Arsoli, soldato di buona riputazione non solo nelle armi, ma bene anche nelle lettere umane, circondato da varii nobili cittadini, raccontava la famosa disfida di Barletta tra Italiani e Francesi, e con quella franchezza che non conosce invidia levava a cielo Fieramosca e lo laudava degnissimo di poema e di storia; e poi, infervorandosi nel parlare dei grandi condottieri italiani, favellava delle azioni del Giacomino Tebalducci ed esponeva la rotta da lui data all'Aviano e la presa di Pisa. — Senza punto badare che fosse esecrabile il nome dei Medici, diventava acceso nel volto discorrendo del signor Giovanni dalle Bande Nere, del terrore che ispirava ai Tedeschi, che lo chiamavano il gran diavolo, della sua ferita a Borgoforte per causa dei falconetti del duca di Ferrara, della sua morte a Mantova, dove, Abramo giudeo tagliandogli la gamba, non volle essere tenuto da nessuno, minacciando chiunque gli si accostasse, perocchè egli sapeva molto bene tenere sè stesso: — e il prode uomo, inebbriandosi nella memoria delle imprese italiane, parlò delle guerre lombarde e di quelle del regno, dove gli Italiani combatterono con tanto onore, con tanto sangue e con punto vantaggio di loro, — e quel suo lungo favellare, non che infastidisse gli ascoltanti, così grande era la efficacia delle parole, la veemenza dei gesti, che parendo loro vedere l'urto dei cavalli, udire lo strepito della battaglia, ne sentivano maraviglioso diletto. — Poch'oltre il Carducci, il Varchi, il Busini, con altri più assai nelle storie degli uomini versatissimi, ragionavano dei giudizii di Dio; sostenevano alcuni averli ignorati gli antichi, altri invece conoscerli; nella qual disputa ricercato il parere del Varchi, come quegli che era più che non conveniva modesto, rispose esitando, in quanto a lui reputarli di origine antica, ed in conferma della sua opinione citò un passo dell'Antigone di Sofocle, dove certo uomo accusato di corruzione offre di maneggiare il ferro rovente in prova della sua innocenza; aggiunse, Eustazio descrivere certe fonti in Artochimide e in Dafnopoli nelle quali esperimentavano la pudicizia delle vergini, e Tazio rammentare nei suoi scritti la spelonca del dio Pane, dove entravano le donne accusate di atto disonesto per purgarsi dalla nota d'infamia; parlò eziandio della prova dell'acqua amara ordinata dal levitico, onde la donna incolpata di adulterio potesse difendersi dall'accusa; e finalmente tante altre belle cose seppe esporre, con tanti esempi bellissimi confermarle, che lasciò ognuno convinto. Dipoi mossero disputa, se i giudizii di Dio dovessero o no reputarsi argomento valevole a scoprire la verità: e qui non mancarono esempi pro e contra, prove di manifesta provvidenza e d'ingiustizia evidente; ricordarono quell'Ansel ladro degli arredi alla Chiesa di Laon, il quale poichè gli ebbe venduti ad un povero mercadante, lo accusò di furto e sfidatolo a duello lo uccise: citarono l'altro fatto del ciambellano del re di Borgogna, accusato di aver morto un bufalo della foresta del re, e dal popolo, comecchè innocente, messo a morte; non passarono sotto silenzio il caso del cavalier Grigio incolpato a torto dalla moglie del gentiluomo Carrouge e, per confessione di altro cavaliere venuto a morte, scoperto senza misfatto dopo aver perduto la fama e la vita; sicchè dopo molti ragionari il Carduccio concluse che, sebbene Iddio avesse talvolta con segni sensibili dimostrato il suo intervento per isvelare la verità, prudenza insegnava lasciarlo stare quando se ne potesse fare a meno.
Dante da Castiglione non diceva parole, ma operava. Tra le tante armi, di cui appariva ornata la sala, presi due guanti di ferro e due stocchi insieme col capitano Amicoda Venafro (il quale poco tempo dopo, con biasimo universale, il signoro Stefano Colonna fece, comunque solo, disarmato e ferito, presso la chiesa di San Francesco assalire e con ventisette ferite dategli dalle sue lance spezzate spegnere a ghiado) si esercitava; e questi, come apertissimo nella scherma, gli mostrava il colpo di gettarsi all'improvviso per terra, e la spada nemica lasciatasi passare sul capo, ferire l'avversario nel ventre; gli confidò ancora l'altro stratagemma da adoperarsi a caso perduto, che consisteva ad uscire di parata, e trattosi di repente in disparte, muovere veloce un passo avanti, la spada avversaria afferrare, e spingere la stoccata nella gola del nemico; insomma gli accorgimenti tutti della scuola italiana, la quale, per essersi ai tempi nostri conservata soltanto nel regno di Napoli, ha nome di napolitana.
Di repente Amico da Venafro, declinando la punta dello stocco sul pavimento e con la manca asciugandosi il sudore, favellò:
«A proposito, messere Dante, foste voi che arrestaste quello sciagurato del Soderini?»
«Io no; mi cacciai dietro ad uno di quei tristi, ma ben mi accorsi dir vero il proverbio, chi corre corre, ma chi fugge vola, per quanto mi affaticassi non mi riuscì raggiungerlo: più fortunato o piuttosto più veloce degli altri fu Vico, il figliuolo di messere Nicolò Machiavelli; egli arrestò il Soderini.».
«E lo conobbe arrestandolo?»
«Maino; quando vidi tornare vana la mia corsa, me ne andai difilato in palazzo per avvisare la Signoria e i Dieci; — entrato nella prima sala, mi occorse Vico, il quale teneva stretto così pel collo il Soderini che per poco non lo strangolava; lo confortai a lasciarlo sotto buona guardia in sala e a venir meco da messere Carduccio. — Vi rammentate voi, messere Francesco, qual volto faceste e quali parole lanciaste contro quel povero garzone?»
«Me ne rammento», rispose Carduccio, «nè poteva fare a meno, ignorando la causa della sua tardanza: il suo debito era rendersi al ritrovo alla prima ora di notte, ed io vegliando lo aspettai fin presso al giorno; molto importava spedire la commissione al nostro Ferruccio; forse, e senza forse, dipende da questa la salute della patria.»
«E la patria non perirà, se riposa sopra il Ferruccio; allora io esposi l'accaduto, perocchè il dabben giovane dall'acerbità delle parole vostre fosse rimasto come basito; voi lo abbracciaste, gli domandaste perdonanza: poi, saltando nella sala, toglieste il cappuccio dal volto del prigione e riconoscemmo lui essere Lorenzo Sederini. Lascio immaginare a voi se restassimo maravigliati.»
«Oh!» insisteva il Venafro, «come può essere avvenuto questo? Qual mai causa ha spinto lo sciagurato a tanto misfatto?»
«Vanità di spirito meschino», riprese il Carduccio, «rabbia nel vedersi trascurato dal nuovo reggimento, presunzione, superbia e tutte le altre infelici passioni le quali si ammogliano alla nullità che si crede sapiente. Io penso che non ci abbia mai perdonata l'andata del Ferruccio a Prato per correggere gli errori della sua commessaria...»
«Amici o nemici, questi Soderini furono sempre funesti alla nostra patria. Il gonfaloniere Pietro con la sua ostinata lega con Francia perse lo stato», osservò il Castiglione.
E il Carduccio tosto rispondendo,
«O Dante mio», disse, «il fallo di Pietro è ben anche il nostro; — ormai vuole il destino che le sventure passino sopra di noi senza esperienza; — il tempo andato si dilegua e non ci lascia neppure il tristo retaggio degli esempi luttuosi; — l'errore di oggi mena all'errore domani: Francia gravi colpe ha da scontare col mondo e con noi; ella in antico tolse di mano ai pontefici il vincastro di pastore e dette loro un flagello di ferro; ella cancellò l'ultimo seme dei Romani e nel sangue affogò gli estremi aneliti della libertà palpitante su le rovine del mondo[243]. La lega con Francia ci fece nel 94 perdere parte, nel 12 tutto lo Stato; rilevati dal nostro buon genio, appena ci è conceduto adoperare la nostra libera volontà, ecco ci gettiamo di nuovo nelle braccia del genio malvagio; poniamo la testa in grembo alla Francia, come Sansone in quello di Dalila, — e Francia ci tradisce pur sempre e forse con danno per questa volta irrimediabile; i fati ci menano: pressochè tutti gli animali sortirono dalla natura lo istinto della propria conservazione; noi soli, simili alla farfalla, ci ostiniamo ad aggirarci intorno ad una fiamma che ci consuma...»
«Tema la Francia il giudizio di Dio: — egli non paga il sabato, e quando visita i popoli nel suo furore, li punisce a misura di carbone...»
«Finchè Francia conterà un milione di parrocchie, ed ogni parrocchia contribuirà con un uomo di arme all'esercito del re, ella non penserà all'ira di Dio...[244]»
«Dunque cammineranno per la terra impuniti i tradimenti, la fellonia, la slealtà?»
«Il Soderini andrà sul patibolo a cagione del delitto medesimo che fa prosperare la Francia; perchè le leggi, secondo il detto di quell'antico filosofo, sono tele di ragnatelo, buone a prendere le mosche e sfondate dai bovi: — ben si può imprigionare, confinare, mozzare la testa al Soderino, non già confinare o decapitare la Francia; però ella se ne va fastosa, a testa alta, con un diadema di tradimenti, come la meretrice clamorosa e sviata folle delle sue turpitudini...»
«Quanto era meglio credere alle parole di messer Luigi Alamanni e collegarci con l'imperatore!»
«Collegarci con nessuno: chi si appoggia all'altrui spalla, segno è certo che ha le piante inferme; diffidate della libertà che vi presentano i re come dono; il veleno quasi sempre si amministra in nappi dorati; se le vostre mani non sono gagliarde da sostenere la spada non l'affidate all'altrui braccia; le catene si fanno di quel ferro che vinse per voi le vostre battaglie; la libertà è tale albero che vuolsi piantare con le proprie mani, se intendiamo che frutti davvero; se le vostre mani invece sono fiacche, prendete rosarii e pregate. Udite, Dante, queste mie estreme parole: Qualunque popolo vive in servitù, così vive non per forza altrui, sibbene per viltà propria, ed è indegno di libertà.»
E che fa egli Ludovico Martelli? Solingo in disparte passeggia per la vasta sala e per le stanze contigue; a vederlo trapassare dallo spazio illuminato dalla luce più viva là dove a mano a mano digradava e finalmente scomparire tra le ombre, si sarebbe pensato avesse voluto penetrare nei regni della morte; e quando uscito all'improvviso dalle tenebre tornava a mostrare la sua pallida faccia, lo avresti detto uno spettro evocato dalla tomba per lo scongiuro dell'incantatore. La sua anima era ingombra di sinistri pensieri. Gli occhi volgendo alle pareti, contemplava le immagini de' suoi maggiori defunti e li vedeva animarsi, e dalle loro labbra udiva suoni che non ben comprendeva, ma che pur gli parevano inviti o preghiere di ripararsi nella pace dell'eternità; — aveva il sepolcro chiuso ogni affetto di lui; colà egli padre e madre ritroverebbe e parenti; — sotto terra lo aspettava un tesoro, — tesoro di amore perduto nel mondo. A che dunque più vivere? Qualunque alito comecchè benigno, poteva adesso agitare la cenere, non suscitarla ad ardere; — l'incendio era finito, la sostanza consumata. — Ahimè! La speranza sirena ingannatrice od angiolo consolatore, la quale precorre gli uomini nel sentiero della vita e chiude loro su la testa il sepolcro; la speranza che dopo questo ufficio estremo non gli abbandona ancora, ma postasi a sedere sopra la lapide, come sopra un altare, vi canta un cantico nuovo di risurrezione e di premio; — la speranza gli aveva a mezza via stretta la mano e datogli un bacio di addio, quasi ad amico che, pronto a pelegrinare in lontane regioni, in cuore dubita di mai più rivedere. L'arco prima di tendersi si ruppe; — il fiore appassì sopra la pianta; — lo assaliva invincibile il fastidio della vita; nella stessa guisa di Giob sovente diceva al sepolcro: Tu sei il padre mio; — ed alla Morte: Tu sei mia madre, — e tutto questo perchè non aveva potuto acquistare l'amor di Maria.