Part 44
«Cittadini, con pubblico bando ordinaste le femmine di rea vita fossero cacciate dalla città[229]. Cittadini, iniquamente ordinaste; forse non bagna la pioggia, e non irrigidisce il freddo le membra delle donne di trista vita? Se le punge il ferro, non iscorre dalle loro vene il sangue? Se peccarono contro Dio, quale hanno peccato contro la città? Dio le bandisce dalla patria celeste, voi dalla patria terrena; ma voi non potrete riaprire loro le porte, se col cuore contrito si presenteranno di nuovo, mentre Dio nel suo più fiero sdegno non chiude le porte della speranza mai. Queste donne, comunque abbiettissime elle sieno, hanno affetti, — amano il luogo che le raccolse infanti, — amano i luoghi dove peccarono, amano la chiesa dove credono avere un santo mercè del quale un giorno possano acquistare il perdono del Signore, — amano il cimitero che le ossa racchiude del padre e della madre loro; quando si curvarono, prima di abbandonarla, ad abbracciare la terra diletta, udirono uscire dalle fosse dove hanno sepolti i parenti una parola che non giungeva loro alle orecchie, ma che pure le pungeva nel cuore; quando tenevano la testa alta nel sentiero della perdizione, — una parola di amore che le mutò ad una vita nuova. Quando Gesù Cristo si accorse della femmina che gli toccava la veste per ottenere il miracolo, Donna, le disse, la tua fede ti ha salvato, — ed operò il miracolo. Queste femmine abbracciarono la terra natale con ineffabile angoscia e sentono non potersene dipartire; — perchè non le salverà l'amore? Vedetele come stanno dolenti, timorose perfino di sciogliere una preghiera... ciò avviene perchè l'amore le ha rigenerate nel battesimo di virtù e di pudore. Non le cacciate via; — esse non vi saranno di carico, le membra sozze dal peccato purgheranno nelle opere, alle quali il somiero non basta; — esse non assottiglieranno il vostro pane, — andranno a procacciarsi l'alimento cogliendo erbe pei bastioni traverso lo sfolgorare delle artiglierie nemiche; — quello che ordinerete che facciano, faranno, — ma lasciatele morire nella terra dei loro padri. Perdonate alle misere pei meriti di colei che generò il nostro Salvatore, — pensate che una donna, — quando gli uomini statuivano la morte di Cristo, gli unse i piedi di olio odorifero e glieli terse con le chiome; — una donna, quando Cristo cadeva sotto il peso della croce, e Giuda lo tradiva, e Pietro lo rinnegava, e lo fuggivano i discepoli, asciugò il volto divino col suo sudario; — quando Cristo abbassò gli occhi dal patibolo sopra la terra, i suoi sguardi incontrarono una donna ai piedi della croce, poi li volse al cielo inebbriato di amore e spirò. — Non isbandite queste povere femmine; — così come paiono obbrobriose, rammentatevi che pure appartengono alla specie donde uscirono le vostre madri: La preghiera esaudita vola al trono dell'Eterno e tramutata in angiolo lo dispone ad amare il cortese che l'esaudiva; — preghiera respinta toglie la penna all'angiolo dell'accusa e segna una colpa che peserà nella bilancia di Cristo nel giorno del giudizio finale a danno dello scortese che la respinse dal cuore.»
I labbri del Pieruccio si chiusero, e per la sala si sparse un compianto sommesso, un fioco singhiozzare, quasi non ardissero le misere schiudere il varco alla piena dell'affanno che le travagliava. Il gonfaloniere, uomo di tenera indole, col dorso delle mani si asciuga una lacrima pronta a sgorgargli su le guance e mormora:
«Questo Pieruccio è un sant'uomo!»
Il Carduccio levò le mani al cielo ed esclamò:
«Io non so più che cosa possa chiamarsi grandezza, se le parole di costui muovono da follia!»
Ma il Bartolino, mente impassibile, guardando con la coda degli occhi lo strano spettacolo, mosse la bocca a certo suo ghigno di disprezzo e con lenta favella:
«L'entusiasmo offende i corpi politici, come la infiammazione i corpi umani; e poichè la scorgo scesa in tanto basso luogo, — temo forte della cangrena.»
Ma coteste parole di dubbio e di scherno non ebbero efficacia su l'animo dei padri: alla proposta segreta del gonfaloniere assentivano volenterosi; i più lontani anche prima di udirla, indovinando dai gesti, la confermavano. Il Bartolini anch'egli sorridendo l'approva. Allora il gonfaloniere si alzò e, levata la destra, con suono solenne proferisce il decreto:
«Femmine, la vostra preghiera è stata esaudita; andate in pace e pentitevi.»
Il popolo, conosciuta la causa che menava Pieruccio in palazzo in mezzo a coteste femmine, cambiato animo, apparecchia i gridi per plaudirlo e le braccia per levarlo in trionfo; ma il profeta si trafuga per una postierla che riusciva in Via della Ninna; il popolo, deluso in questa sua aspettativa, accolse festoso le donne, le quali si recarono alla cappella di Orsanmichele a ringraziare Dio. Il cielo, che prima si mostrava procelloso, finite le orazioni diventò limpido e sereno, quasi si rallegrasse di aver fatto pace con quelle traviate creature[230].
Il tempo meglio opportuno a far vacillare un'anima nelle sue risoluzioni e quello appunto in cui si trova spossata dallo sforzo commesso a sostenerle. Ciò molto bene sapeva il Bartolino, conoscitore solenne della umana natura; però, trascorsa quella prima caldezza, rinnovò sue arti, tante ragioni espose e con tanta evidenza, così sagaci argomenti dedusse, che in poca ora ebbe vinto i meno ostinati, gittato il dubbio nel cuore dei più fermi; onde, scorgendo adesso pei volti sbaldanziti, pei labbri muti, la riportata vittoria, muta stile ed attende a confermarla con impetuosa eloquenza. Un mazziere solleva la tenda — e,
«Magnifici signori», egli dice, «un corriere arrivato d'Empoli domanda a grande istanza di favellarvi...»
«Aspetti», interruppe il Bartolino, a cui doleva quel nuovo impedimento, — «aspetti tanto che i padri abbiano deliberato...»
«Anzi», insiste il mazziere, — «il corriere vi prega che non consumiate più tempo a deliberare, imperciocchè egli abbia parole a dirvi per le quali cancellereste il partito...»
«Ascoltiamolo», ordinò il gonfaloniere Girolami.
Ed ecco Vico avanzarsi anelante, la persona di fango sordidata e di sangue, consegnare le lettere del Ferruccio e non potere profferire altre parole che queste:
«Leggete..., messeri..., trattanto io mi riposerò...»
Il Girolami ruppe il suggello e, trascorrendo le carte, con voci interrotte favella:
«La ribellione di Castel Fiorentino repressa: — il contado sgombro: — San Miniato ripreso: — Empoli munito: — copia di vettovaglia raccolta: — gli armati accresciuti; — qualunque impresa non minore all'animo che gli viene fatto grandissimo dalla certezza di salvare la patria.»
«Signore!» qui esclama messere Rafaello cadendo prostrato ed ambe le mani levando al cielo, «gran mercè; — tu senti pietà dei mali nostri e ci mandi Sansone a percuotere i nuovi Filistei.»
«Aggiungete», disse Vico che aveva ripreso lena, «che qua morendo abbiamo disfatto il colonnello del conte Pirro Colonna, ritolta la preda, condotto in città carni, farine, di ogni maniera vettovaglie e munizioni da guerra; — di prigionieri è ingombro il cortile.»
Bernardo da Castiglione, oltremodo acceso, ammonisce il Bartolino dicendo:
«Poc'anzi udimmo dal Pieruccio una stupenda sentenza; la donna ebbe fede nel miracolo, ed il miracolo le fa concesso.»
«Benedetta la vostra bocca, messer Bernardo», replicò il Carduccio: «noi siamo come san Pietro; la poca fede lo faceva annegare, la speranza gli indurò sotto le acque quasi selci della Gonfolina.»
E qui si affollano intorno a Vico, la gravità consueta dimenticano, chi una cosa gli domanda, chi l'altra; alle quali, come meglio poteva, dava Vico risposta: — quindi lacrime e gridi di esultanza e lodi e conferma di volere piuttosto morire che arrendersi a patti; — in somma un giubilo da non potersi descrivere.
Il Bartolino si accorse quello esser tempo da raccogliere le vele per timore che il vento non se le portasse; e poi anch'egli volle veder meglio, dacchè, se il suo consiglio era per tornare esiziale alla patria, a ciò s'induceva non mica per animo pravo, sibbene per fallacia di calcolo e per presunzione di affidarsi soverchiamente ai proprii concetti: certo mal comportava quel governo troppo popolare, ma, innanzi di vedere Alessandro o Ippolito dei Medici a capo di Firenze, avrebbe tolto di porvi un altro Michele Lando, o qualunque altro anco ciompo dei tristi; se parteggiava per gli accordi, ciò faceva perchè, rimanendo tuttavia in piedi Firenze, Clemente gli avrebbe dettati con la penna, non con la spada; — e perchè accettando spontanei i Medici, avrebbero governato civilmente e da principi: all'opposto poi, se i Medici avessero dovuto affatto la signoria alle armi straniere, sarebbero riusciti certi tiranni: questo fu errore di messere Zanobi Bartolini.
La pratica adunata per la resa terminò coll'occuparsi a disegnare modi e provvedimenti di resistenza; — il Carduccio licenziava Vico con ordine di riposarsi e tornare all'ufficio dei Dieci di libertà e pace alle due ore di notte.
Vico, sceso dal palazzo dei Signori, raggiunse il fante che gli teneva il cavallo su la piazza dalla parte della dogana, e stava per mettere il piede nella staffa, quando lì presso vennero a passare due cittadini vestiti a lutto, uno dei quali diceva in suono di angoscia:
«Non me ne darò mai pace....»
E l'altro consolando:
«Confortatevi, — noi siamo quasi tronchi di legni gettati nell'Arno; — passa il tronco con le acque che lo menano; — la vita e il tempo si sciolgono nella eternità....»
«Sì, — ma il frutto, prima di essere maturo, non dovrebbe cadere.»
«Certo eglino erano il fiore della cavalleria... pur che volete? Ora non possiamo far altro che lodare le virtù loro ed imitarle....»
«Affrettiamo il passo, perchè temo forte che non giungeremo a tempo per udire la predica del Foiano.»
Vico, spinto da curiosità, tolse il piede dalla staffa, e ordinato al famiglio si recasse a casa, governasse i cavalli, e gli alimenti che si era portato allestisse, si mise dietro ai due cittadini, — li raggiunse a mezza piazza, e cortesemente salutatili, domandò in grazia il nome dei cavalieri che per quello ne aveva udito pareva fossero rimasti uccisi; — della sua ignoranza lo tenesse appo loro scusato l'essere giunto poc'anzi da Empoli, dove in pro della Repubblica si affaticava.
«O figliuolo mio», rispose quegli che sembrava in vista più dolente, «hai da sapere come nella notte che il signore Stefano fece la famosa incamiciata contra agli imperiali, il bombardiere Giovanni Antonio, — lo conosci di persona?»
«Sibbene il conosco e l'amo, il nostro Lupo...»
«Quel desso, con l'altro suo compagno Nannone, e Michelangiolo Buonarroti, quel cervel balzano che ora diserta la patria, ora torna a cimentarsi ai più rischievoli incontri, in cima al campanile di San Miniato conciarono in modo con le artiglierie il campo, che il principe giurò volerlo abbattere ad ogni costo; a questo fine pertanto egli piantò quattro grossi cannoni sul bastione di Giramonte e per tre giorni continui attese a sfolgorarlo, scaricando otto volte per ora. La muraglia è forte; pure, come tu medesimo potrai vedere, le palle cominciano ad ammaccarla, i cornicioni rimasero scantonati, — una palla s'incastrò nel bel mezzo quasi testimonianza dei doni che manda il papa alla sua patria. I tre ch'io ti ho detto se ne stavano in cima tra quella gragnuola di palle, come se fossero rondini di passo. Lupo, per maggior dispregio, composta una specie di mitra di carta, la pose sotto alla bandiera della Repubblica; Nannone uomo grosso, non potè frenarsi dal fare al nemico un atto di vilipendio che per onestà si tace; tu pensa se l'ira degl'imperiali crescesse! Ultimamente, essendo questa contesa venuta in gara, i nemici così spessi adoppiarono i tiri, che due dei loro cannoni si ruppero, — altri ne sostituivano, e la furia inviperiva; allora, perchè ci era tanto baldanzosamente venuto a prendere Fiorenza non pigliasse nè anco una delle sue torri, Michelangiolo lo fasciò di balle di lana, le quali appese a certe corde raccomandate in cima al cornicione sportavano un braccio circa fuori della muraglia ed ammortivano il colpo; durò, come ti dissi, tre giorni la batteria, con inesprimibile contentezza dei soldati e dei cittadini, che si conducevano a vederla in folla, quasi fosse la fiera; i moteggi, le giullerie erano infinite; messere Salvestro Aldobrandini, quantunque grave personaggio egli sia, compose un sonetto per uccellare il papa, che comincia: — _Povero campanile sventurato_, — il quale non senza il riso delle brigate scorreva per la bocca di tutti. La impotente rabbia del principe contro il campanile ci confortava, quasi presagio del fine della impresa. A Dio piacque mutare la nostra gioia in pianto, ed ecco il modo in che accadde la bisogna. Erano il signor Mario Orsino e il signor Giorgio Santa Croce ieri dopo desinare nell'orto di San Miniato e quivi col Baglione trattenevasi in varii ragionamenti e si godevano la festa: appena il Baglione si era partito, i nemici di Giramonte avendo veduto mucchio di gente, aggiustano una colubrina e la sparano, la palla, come volle fortuna, percosse uno dei pilastri di mattoni presso il quale i cavalieri si trattenevano; i frantumi con tanto impeto schizzarono all'intorno che il signor Giorgio colpito nel capo rimase sul tiro il signor Mario ferito in due lati poco più visse, ed oltre molti altri malamente pesti ci cascarono spenti cinque soldati e tre giovani di Fiorenza, fra i quali Averano Petrini, che sfracellato si è morto stamattina. I corpi del Santa Croce e dell'Orsino sono stati esposti tutto il giorno in Santa Maria del Fiore, e noi andiamo a baciare loro anche una volta le mani prima che abbiano sepoltura; se tu vuoi esserci compagno a questo ufficio, farai a un punto opera pia e mostrerai riconoscenza a quei due valorosi, — dacchè morirono per la nostra patria; — essi lasciano inestimabile desiderio di sè.»
Entrarono nella cattedrale: — lugubre sempre, adesso appariva più trista per le rasce nere di cui andavano tappezzatele pareti; di tratto in tratto ricorrevano scritte a grossi caratteri sentenze di morte; intorno alle colonne stavano appesi trofei di guerra; — dappertutto squallore; — in mezzo al coro, diverso in parte da quello che oggigiorno vediamo, s'innalzava uno imbasamento sul quale conducevano due scale laterali; ai quattro canti, vestiti di sopravveste sanguigna, vegliavano quattro capitani dei colonnelli dei defunti, che ad ora ad ora si mutavano; sopra lo imbasamento era la bara coperta di sciamito rosso, e quivi armati delle più splendide loro armature giacevano i corpi del signor Mario e del signor Giorgio; intorno alla bara alternarono in drappelloni le tre armi del comune di Firenze, giglio, croce e leone con le armi dei cavalieri. I cadaveri avevano intrecciati tra loro le braccia, come si costuma in socievole compagnia nella vita, volendo quasi dimostrare, colui che in cotesto atto li compose, che nè anche in morte si erano potuti abbandonare. Gli amici e i compagni d'armi cingevano di triplice corona il feretro, tutti vestiti di cotte sanguigne, colore di lutto adoperato dai maggiorenti a quei tempi, mentre i fanti, scudieri e l'altra famiglia costumava panni bruni e neri. Quanti erano quivi assembrati tenevano acceso un torchietto di cera[231].
Frate Benedetto _predicava i morti_, e, siccome bene avvisava uno dei cittadini, appena giunsero in tempo per ascoltarne le ultime parole: la voce maestosa del Foiano empiva le vaste navate e lo costringeva a ripetere i suoi detti coi loro echi:
«Forse», egli sclamava, «li piangeremo morti perchè quelle mani invitte diventarono inerti? Forse perchè quei cuori cessarono di battere? Vivono le anime immortali e, vestite di armi che per colpi non si falsano, combatteranno per noi; — armati di spade di fuoco si porranno terribili cherubini a custodia di questo nostro paradiso terrestre; nè già crediate, fratelli, che la mia mente immagini vaneggiando cose vane; no[232]: — le sante leggende assicurano non avrebbero mai i crocesignati conseguito il conquisto della Palestina, se per miracolo un esercito composto delle anime di tutti i cavalier cristiani morti nella Giudea, vestito di bianca armatura, con bianchi stendali, non fosse venuto ad aitare i vivi nelle battaglie. — Non gli piangiamo defunti, perchè in verità io vi affermo che vivono; — non può dirsi morto chi lascia tanta parte di sè nel cuore e nella memoria nostra, essi mutarono la patria terrena con la patria celeste, — esultiamo, eglino volano in seno di Dio e la nostra città gli raccomandano; — esultiamo! la libertà della Repubblica non patisce pericolo or che la proteggono in cielo due cosifatti avvocati.»
Il sole declinando ecco ora versa da uno degli occhi, praticati intorno al tamburo della cupola, una colonna di luce la quale cadendo giù diagonalmente investe i cadaveri dei due cavalieri; — i raggi ripercossi pei ricami d'oro della soprasberga e su per l'armatura brunita circondarono i defunti d'inusitato splendore, — parvero avvolti dal capo alle piante del nimbo luminoso col quale i pittori greci solevano rappresentare i loro santi: — gli atomi splendidi brulicavano di su e di giù per la striscia scintillante, quasi fossero sostanze intellettuali vaghe di aggirarsi per quella via segnata tra il cielo e la terra. Il frate entusiasta lasciò cadersi in ginocchio, ed atteggiato all'estasi dei beati,
«Prosternatevi, prosternatevi», gridò, «o voi a cui è conceduto assistere al trasporto di due anime dalla terra al paradiso; ecco la scala apparsa a Giacob nei piani di Betuel si rinnova, gli angioli mossero a raccogliere gli spiriti fratelli, e in cima della scala tende loro le mani l'Eterno per abbracciarli. O lingua mia trista, a che ti affatichi più oltre a predicare coloro per onoranza dei quali il cielo manifesta le sue glorie? o miei labbri mortali, assai più che a lodare quei bene avventurosi, vi acquisterete merito presso Dio baciandone le destre venerate...»
E si precipita dal pergamo, salisce su lo imbasamento del feretro; e quivi come delirante con pianto irrefrenato si pone a baciare le mani dei cavalieri defunti. Ogni uomo si sentì a forza costretto di seguitarne l'esempio; sarebbero accorsi in folla se i capitani di guardia non avessero posto ordine e modo a cotesta subita voglia; consentivano pertanto un certo numero di persone salisse, le quali, renduto quell'estremo ufficio ai valorosi, scendevano dalla parte opposta. Vico salì con gli altri; e quando fu per recarsi la mano dell'Orsino alla bocca senti giù tra la folla un grido a stento represso; guardò fisso e riconobbe Annalena; il pensiero di avere incontrato colei che amava tanto adesso che stava per baciare quella mano rigida, — morta, — gli lasciò un senso di freddo sul petto, come se un rettile gli avesse sopra strisciato: — finse baciarla ma non la toccò, e sentì irresistibile il bisogno di recarsi al fianco della sua Annalena per obliare il sinistro presagio.
Le si fece vicino e non profferse parola; uscirono entrambi di chiesa, e muti, con occhi dimessi, camminarono buon tratto di via. Vico aveva un peso sul cuore che non poteva muovere; uno sgomento interno lo sforzava al pianto, e nondimeno le lacrime gli rimanevano rapprese nel cavo degli occhi; giunto che fu a mezzo del Ponte Vecchio, le gambe gli negarono l'ufficio, e si accostò sfinito ad una colonna sclamando:
«Muoio!»
«O Vergine, non mi rapite l'amor mio, — ho pianto tanto, — e tanto ve lo raccomandai che prometteste rendermelo sano... no... voi non me lo avete ricondotto dinanzi agli occhi per vederlo morire.»
«Oh! io mi sento pieno di vita; — temeva tu avessi, o Lena, cessato di amarmi; — insalutata io ti lasciava e sola,.. Tu dunque mi ami?..»
«Se tu non fossi stato capace di preferire all'amore della donna l'amore della patria, Annalena non ti avrebbe mai amato... e da me ti allontanavi costretto...»
«Generosa donzella!» riprese Vico e le strinse la mano con passione; poi continuarono il cammino leggieri e contenti, alternando voci, sguardi e sorrisi, e così intenti nello scambievole amore che stavano per passare, senza pure badarlo, da canto al vecchio padre di Lena, il quale si era mosso loro incontro, se questi non gli avesse richiamati dicendo:
«Figli miei, ricordatevi che i miei anni mi rendono tardo, — io non posso mica tenere dietro ai vostri passi...»
«O padre mio, siete voi? Io non me n'ero accorta...»
«Ah!» soggiunse il vecchio sospirando, «la femmina abbandonerà il padre e la madre per seguitare il suo amante... tu già mi dimentichi, figlia mia... allora ditemi requie, chè la mia giornata è finita.»
«Padre mio, non mi parlate così; — vedete, noi ci affrettavamo alla volta di voi, — senza di voi non saremo lieti.» E la fanciulla carezzevole gli si abbandonava sopra di un braccio. Vico lo sosteneva dall'altro, e così andando tante care cose egli gli disse che la fronte del vecchio ridivenne serena, una goccia di sangue giovanile gl'imporporò le guance, mutò più celeri i passi, ed ora volgendosi a Vico, ora all'Annalena, li guardava, rideva, motteggiava festoso; ponendo il piede su la soglia di casa, si fregò le mani, contemplò il cielo e in questo modo espresse la interna sua contentezza:
«Il cielo invita, tanto apparisce limpido e azzurro; — non pertanto oggi non desidero morire... sento che adesso mi fa bene il vivere.»
CAPITOLO DECIMOTTAVO
AMORE
Ti xe bella, ti xe zovene, Ti xe fresca come un fior. Vien per tutti le so lagrime; Ridi adesso e fa' l'amor.
_Barcaruola veneziana._
Belle luci di amore, siete sublimi quando l'aere si distende sereno, e l'orizzonte è azzurro. Vi saluterò io, fiori immortali della eterna primavera dei cieli? O piuttosto ninfe divine che venite a rinnovare i vostri cori per le volte eteree del firmamento? — Perchè, se ai nostri occhi è dato contemplare i vostri moti, non possiamo ancora deliziarci nei vostri suoni? Ah! forse le nostre fibri destinate a morire mal potrebbero sostenere le vibrazioni della lira celeste. Voi non usciste di mano a Dio per guardare la terra; che cosa è ella mai questa piccola massa di fango sanguinosa verso di voi tanto magnifiche, tanto raggianti di proprio splendore? No, voi non guardate la terra, altrimenti le vostre palpebre sarebbero adesso intenebrite nel pianto, — e quel vostro limpido tremolio diventato vermiglio come il pianeta di Marte. Poichè da voi emana luce, non lacrime, voi non guardate la terra, nè vi cale guardarla; ella si avvolge dentro un manto di nuvole: — ella sovente ai vostri castissimi raggi maledice. Caino invocò perenni le ombre e l'abisso sopra il suo capo fulminato. — Voi non morrete, figlie primogenite del pensiero di Dio: nel giorno della distruzione egli vi radunerà con amore e se ne comporrà un diadema per la sua fronte immortale — e quando il suo spirito, come nei secoli precedenti alla creazione si trasporterà sopra le acque, se lo prenderà fastidio della sua immensa esistenza, si guarderà nello specchio dell'oceano mostruoso e dirà: Io mi son fatto un magnifico diadema! — Dove egli spegnesse anche voi n'esulterebbe lo spirito degli abissi, come esultò il giorno nel quale vide pullulare sopra la terra la pianta avvelenata della tirannide.
Modeste come vergini, leggiadre come angioli, la mia anima vi séguita, o stelle, nei vostri notturni pellegrinaggi con sacro raccoglimento: voi avete potenza di sollevarla dalle miserie e dalle infamie della vita; da voi in lei scende virtù che la consola: — voi blandite i suoi mille dolori; — confortata da voi, ella si affretta a compire il suo pellegrinaggio, quasi un esule alla patria diletta.