L'assedio di Firenze

Part 43

Chapter 433,362 wordsPublic domain

Zanobi Bartolini, succeduto nel commessario della Valdichiana al Soderini, si servì dell'opera sua nel modo che aveva fatto Tomaso; lo mandò a Perugia per la condotta del Malatesta, e parve non fidarsi di altri che a lui, quando abbisognava di uomo che alla prontezza e all'ardire aggiungesse la prudenza. Il Bartolino, nel governo della Valdichiana, per somma sventura della città, fu scambiato con Antonfrancesco Albizzi, e quello che per lui si operasse, o qual parte il Ferruccio vi prendesse, vedemmo sul principio del nostro libro. Poi si ridusse in patria; dove alcun tempo stette senza essere adoperato. Udendo i Dieci il mal governo di Lorenzo Soderini commessario a Prato, pensarono dargli un compagno e crearono il Ferruccio; il quale recatosi all'ufficio e, malgrado la obbligazione che aveva con la casa Soderina, non trovando cosa in Lorenzo che non fosse degna di rampogna, lo ammoniva con parole cortesi; e quando conobbe i suoi consigli disprezzati da cotesto ingegno vano del pari che superbo, acremente lo riprendeva. I Dieci licenziarono ambedue e poco appresso, della virtù di Ferruccio persuasi, lo elessero commessario in Empoli.

Or che fa egli in Empoli il nostro Ferruccio? Appena giunto, saldò le paghe ai soldati, li rassegnò, li ammonì che come d'ora innanzi nessuna bella azione sarebbe andata senza premio, così nessuna trista passerebbe senza pena; si tenessero pertanto avvertiti: un soldato nella rassegna uscito di fila, richiese il commessario gli fosse cortese di spedire alla sua famiglia a Firenze due ducati, e gli dette l'indicazione dei luoghi e delle persone; della quale indicazione presa nota Ferruccio rimandò il soldato al suo posto, dicendo: «Va, tienti i ducati; manderò a tuo padre un fiorino del mio.» Esaminò le mura, rinforzò le vecchie torri, ne fabbricò nuove, scavò fossi, prolungò le cortine per inchiudere nel recinto alcuni molini che rimanevano fuori: considerando poi disagevole la difesa di circonferenza sì vasta, distrasse le cortine, abbattè i molini e i borghi circostanti, copia di vettovaglie raccolse, munizioni di guerra di ogni maniera adunò; solertissimo a soddisfare alle paghe dei soldati, non sofferse rimanessero di un giorno solo in ritardo; e certa volta che da Firenze non gli vennero danari, pagò dei suoi, e restando pur tuttavia debitore, si tolse dal collo una collana di oro e, rottala in pezzi, ne presentò i capitani; invano rifiutarono questi, ch'egli insistendo favellò: «Poichè io più di voi amo la mia terra e più ne sono amato, ragion vuole che per lei spenda in cortesia»; e poco dopo vedendo che pur sempre ricusavano, «Prendete», aggiunse, «prendete; egli è ben giusto che a me si debba premio più scarso di danaro, perchè ricevo maggiore guiderdone di gloria; noi combattiamo insieme le medesime battaglie; i pericoli stessi, i patimenti duriamo, e forse il mio nome solo vivrà, rimarrà il vostro sepolto con voi.» Nè stette molto che la Signoria gli fece notificare, non che potesse spedire fuori danari, appena e a grande stento provvedeva ai bisogni della città, però cercasse il modo di aiutarsi da sè: ed egli, di capitano diventato mercante, ordinò una nuova annona di vettovaglie, cioè vino, grano, olio e biade di ogni ragione, e da quelle trasse tanto che soddisfece alle paghe senza più molestare la città[220]. Ma occupato in siffatti fastidii, non mancava poi al debito di valentuomo di guerra, che non passava giorno senza che egli scorazzando nel paese, o qualche imboscata non tendesse, o qualche scaramuccia non ingaggiasse, sovente con suo notabile vantaggio, con danno mai. Ora avvenne secondo quello che ci lasciò scritto Benedetto Varchi[221], che alcuni giovani fiorentini; ai quali più che il viver libero piacque la servitù, si avvolgessero pel dominio e sotto nome di commessarii del papa andassero commettendo male, e tra questi annovera Agnellino Capponi, giovane di poco cervello e cattivo; Giuliano Salviati, che il cervello avea nella lingua, ed uno dei Buondelmonti chiamato lo Smariuolo. A costoro venne fatto di ribellare gli uomini di Castel Fiorentino, e mostravano volersi allargare, se il Ferruccio non vi avesse posto in buon tempo rimedio; egli pertanto mosso segretamente da Empoli ed arrivato presso al castello, dichiarò ai soldati ch'ei gli menava a vincere, non a predare; badassero a non toccare le robe e le persone dei cittadini, pena la testa: dette l'assalto e vinse e ridusse di nuovo i castellani alla devozione del comune di Firenze. Qui fu che, informato come due soldati avessero trasgredito gli ordini, ponendo a sacco la casa di un cittadino, senza lasciarsi piegare dalle sollecitazioni e dalle preghiere, comandò si appiccassero; ed a coloro che gli facevano istanza per la vita dei colpevoli, «Messeri», egli disse, «molti nelle storie della mia patria lodano questo o quel fatto virtuosamente operato, dacchè la Dio grazia di belle azioni non fu mai penuria nella mia Fiorenza; ma io sopra tutti commendo e levo a cielo quello che si racconta quando i Fiorentini guardarono a Pisa negli anni di Cristo 1117, il quale è questo: i Pisani avevano apprestata una grande armata di navi per andare al conquisto di Majolica, ma essendo in quel medesimo tempo stata dai Lucchesi intimata loro la guerra, non ardivano andare e stavano per ritirarsi dalla impresa; pure vivendo essi di pessima voglia che tanto apparato avesse a riuscire invano, mandarono ambasciatori ai Fiorentini, onde piacesse loro custodire la città finchè non fossero ritornati da cotesta guerra. I Fiorentini accettarono e spedirono uomini di arme con ordine di porsi a campo due miglia fuori della città; e perchè la fede di quel buon tempo antico apparisse più chiara, sotto pena di sangue proibirono che nessuno si attentasse entrare in città; uno solo non ubbidì, entrò dentro e preso fu condannato alle forche. I cittadini pisani supplicarono il perdono e non l'ottennero; — allora vietarono sopra il terreno loro si facesse morire; ma i Fiorentini secretamente e in nome del comune comperarono un campo, e quivi per mantenere il decreto lo giustiziarono[222]; però tacete, levatemi dal mio cospetto e lasciate che la giustizia cammini la sua via[223].»

Procedendo nella sua splendida carriera, venne in animo al Ferruccio tentare cose maggiori, e però scrisse ai signori Dieci gli mandassero alcuni cavalli; i quali, ormai conosciuta la virtù dell'uomo, gli spedirono Iacopo Bichi e Amico Arsoli, che volentieri vi andarono: con questi scorrendo Val di Pesa una volta sorprese e condusse prigionieri cento cavallieri spagnuoli, un'altra volta sessanta. Così fidato nel valore de' suoi, deliberò riconquistare ai Fiorentini San Miniato al Tedesco. Gli Spagnuoli, quando prima giunsero su quel di Firenze, presero cotesto castello e, messovi dentro forte presidio, quinci tenevano infestato il cammino da Pisa a Firenze. Il commessario, provveduto buon numero di guastatori e artiglierie e zappe e scale e picconi e ordigni altri di guerra, andò ad assaltarlo; le difese degli Spagnuoli, tuttochè ferocissime non valsero; gli aiuti dei terrazzani medesimi più poco giovarono; egli primo, il Ferruccio, salito sopra la breccia, sostenne l'impeto del nemico e diede abilità ai suoi di penetrare a forza e tagliare e pezzi quanti si paravano loro dinanzi. — Presa la terra, rimaneva la rôcca, dove si erano ricoverati non pochi nemici e quivi facevano le viste di rinnovare la battaglia. Il Ferruccio, insofferente di riposo, con la rotella al braccio, la spada in mano, gridò a' suoi: «Finchè la bandiera imperiale sventoli sulla roccia, noi non abbiamo anche vinto; all'assalto! all'assalto!» E si precipita il primo. Erano stanchi i suoi, erano sanguinosi, ma potevano senza infamia eterna del nome loro lasciare solo nel pericolo il prode capitano? Il Bichi e l'Arsoli, ammirando trasecolati come così virtuoso uomo di guerra si mostrasse di côlta, accesi di nobile emulazione, non consentirono parere da meno del valorosissimo commessario: — appoggiarono pertanto le scale e con incredibile ardore si avventuravano a quella aerea battaglia: molti caddero andando a sfracellarsi le ossa sul terreno; i muri della rôcca in più parti grondarono sangue: nondimanco l'ebbe a patti. Il capitano spagnuolo preposto alla difesa di San Miniato sotto buona scorta mandò prigione a Firenze[224]. In tutti questi affronti la fortuna aveva riparato il Ferruccio come di scudo invisibile; — non un colpo, non una graffiatura l'offese; parve l'uomo di Dio. L'onore delle donne, le sostanze dei cittadini rimasero intatti; modo di guerra nuovo a' quei tempi, nei quali piacque ai soldati la vittoria solo perchè fruttava la preda. Se i Fiorentini alla fama di tante imprese avventurosamente condotte a fine si rallegrassero, non è a dire; il Ferruccio lodavano, il suo nome volava per le bocche di tutti, ai più illustri capitani dell'antichità lo paragonavano, i partigiani del Frate lui essere il promesso, lui Gedeone dicevano. La vita della Repubblica di Firenze, la libertà dell'universa Italia era posta nel palpito del cuore del Ferruccio.

Certa sera due uomini vennero a cercarlo in Empoli; il primo gli recò una carta dei Dieci, ch'ei lesse attentamente e poi nascose in seno; col secondo, il quale aveva sembianza di esploratore, si ridusse in disparte a favellare sommesso, e dopo lungo colloquio ordinò al Bichi, all'Arsoli, a Niccolò di Morea detto Musacchino, e a Vico stessero pronti a mettersi in cammino due ore prima del giorno; andassero a riposarsi per mostrarsi alla dimane gagliardi; egli provvide a far mettere su le carra copia di grani, vini, e buona quantità di salnitro; vigilò al carico, esaminò se fossero le stanghe e le ruote salde, ebbe riguardo a tutto; finalmente, eseguita la consueta sua ronda, piegò il suo mantello e, postoselo sotto il capo a guisa di guanciale, si stese a giacere sul nudo terreno.

All'erta, soldati, il capitano è pronto! — Si abbassa il ponte levatoio, le compagnie passano e i carriaggi; — silenziosi cominciarono il divisato cammino. Il Ferruccio cavalca al fianco di Vico, e poichè ebbero proceduto buon tratto di via insieme,

«Vico», gli disse consegnandogli un volume di carte, — «presenterete queste lettere alla Signoria e accompagnerete la vettovaglia a Fiorenza.»

«Commissario», rispose Vico, — «ma perchè non mandaste qualche capo di bestie? In Fiorenza devono patire difetto di carne...»

«Sta di buon animo, Dio provvederà.»

«E a che quei tanti sacchi di nitro?»

«Figliuol mio, i nostri sono stremi di polveri, ed a me sembra religione mandarli, onde si rimangono dal sacrilegio...»

«Sacrilegio?»

«Sì, ma di cui il giudice eterno un giorno chiederà conto al pontefice, non a noi. I nostri lo vanno cercando per gli avelli dei padri...[225]»

Così è; in questo memorabile assedio le ossa dei defunti alimentarono la guerra, ed al Ferruccio pareva sacrilegio. Che avrebbe egli detto, se si fosse trovato nei tempi presenti a vedere sconvolgere la terra e trarne l'ossa per imbianchire lo zucchero? Gran parte di un filosofo adesso trangugiamo a colezione! Veramente, tra l'essere adoperate le nostre reliquie in offesa a nemici della patria o giovare alle delicature dei sardanapali, chi non torrebbe di trovare sepoltura dentro un cannone? — Ma dacchè ciò non sarà conteso, professiamoci contenti di chiarire lo zucchero; troppo mi sentiva umiliato nel pensiero che io, uomo, immagine di Dio (per quanto la Genesi mi assicura), albergo d'intelligenza immortale, morto una volta, non fossi più buono a nulla. A ciò provvedano chimici e filosofi; — intendano diligentemente a far sì che, se l'uomo non giunge a superare il bove marino, di cui i Camsciadali adattano ogni spoglia ai proprii bisogni, possa un giorno stare a pari col bove terrestre. Giova almeno sperarlo; i progressi quotidiani delle scienze ce ne porgono quasi la sicurezza: — in questa fiducia riprendo la storia.

Intanto i primi raggi del sole si affacciano su l'estremo orizzonte; scorre per la campagna un fremito di allegrezza; esulta il creato. Il Ferruccio ordinò alle milizie sostassero, ed egli primo, piegato il ginocchio a terra all'apparire dell'opera più stupenda della creazione, si chinò ad adorare il Creatore. Il Bichi, l'Arsoli ed altri capitani, usi alle licenze del campo, — usi in quei tempi di scisma a vedere ogni fede avvilita, pensavano trasognare; pure indotti dall'esempio si curvarono anch'essi tentando revocare su i labbri una preghiera antica; — non ricordarono le parole, ma il cuore pregò, e quando si rilevarono sentirono un conforto, come se quella voce dell'anima gli avesse fatti degni di partecipare alla benedizione della natura. Il Ferruccio, che se ne accorse, sorridendo dolcemente favellò:

«Compagni miei, in qual mai cosa lo spirito dell'uomo libero differirebbe dallo schiavo, se la nostra parola non salisse all'Eterno più accetta che quella dei nostri nemici?»

E proseguivano il cammino. — Il Ferruccio con la faccia abbassata sul seno pareva che meditasse, invece porgeva attentissimo l'orecchio per udire se da qualche parte movesse rumore; — qualche volta tendeva lo sguardo e, contemplando tanta pace di cielo, così soave bellezza di suolo, dove i borghi e i castelli avrebbero dovuto riposarsi tranquilli come pargoli sul seno materno, imprecava nel suo secreto alle cupidigie umane, le quali ogni paradiso avrebbero virtù di mutare in inferno; tale altra sostava a considerare le serie dei monti digradanti, i più prossimi lieti di verde, i mezzani brulli ed oscuri, gli ultimi bianchi di neve e confinanti col cielo, — immagine eloquentissima della nostra vita con le promesse della giovanezza, le delusioni della virilità e la impotenza degli estremi anni... ma dove la vita caduca si rimane ecco incomincia uno spazio senza fine, azzurro, misteriosamente magnifico — eterno. — Esulta! — diceva all'anima sua: — prima di batter l'ale la farfalla è un verme; forse a te fu imposta la spoglia umana prima di scintillare stella pel firmamento; diventa tale sopra la terra che il cielo t'invidii. — Così tornando alle cure della vita, ordina a Vico continui il viaggio con le salmerie, agli altri rimangano. Or sì, or no, secondochè il vento spira, si fa sentire il suono dei tamburi, — si odono più distinti, — già le prime insegne di un colonnello imperiale cominciano ad apparire.

[Illustrazione: E Ludovico sospirando riprese a cantare: «Deh! quanto è gran dolore — Ruinar di nostre mani — L'arche dei padri nostri, — Li tempi dei cristiani!» _Cap. XV, pag. 372._]

«Viva Marzocco!» e con questo grido di guerra i Ferrucciani rovinano addosso ai nemici. Il signor Pirro di Stipicciano, soccorso il castello di Peccioli e slargato l'assedio di cui lo teneva stretto Cecco Tosinghi commessario in Pisa, se ne tornava trionfante con grossa torma di bestiame fatta predando all'intorno il contado[226]; trovato quell'intoppo, come colui che, veramente essendo valoroso nulla contava nel mondo altrui, con maniera brava esclamò: «Orsù, cacciamo col calco dell'asta cotesti villani.» Tre volte menò all'assalto i suoi, e tre furono aspramente ributtati; — all'ultimo i Ferrucciani combattendo con impeto irresistibile sbarattarono le ordinanze, le calpestarono e cominciarono così disperse a manometterle senza pietà; lo stesso Pirro Colonna, mentre più si affaticava spinto a rifascio insieme al cavallo giù in una fossa piena di fango, dovè la vita alla fede ch'ebbero i nostri nella morte di lui, imperciocchè lo reputando affogato, ve lo lasciassero, onde egli, rilevatosi a stento, fuggendo a piede pei campi, potè salvarsi: la grande uccisione dei nemici, la poca perdita dei nostri, come fu a loro causa di pianto, così recò ai Fiorentini infinita allegrezza; caddero in podestà del Ferruccio i capitani Staffa perugino e Spirito di Viterbo, oltre molti uomini di conto; ritolse i bestiami e ogni altra preda[227]. Allora si affrettò di raggiungere Vico, di cui ormai non gli compariva più la vista; ben giunse all'uopo: — siccome spesso avviene nelle guerre, una mano di fuggitivi del colonnello del signor Pirro per poco non gli rapivano il frutto della giornata; esaminando lo scarso numero delle scorte alle salmerie, si rinfrancarono e da lontano gridarono a Vico: «Rendetevi tosto, o vi tagliamo a pezzi; il vostro capitano è stato rotto, sicchè riesce inutile qualsivoglia resistenza.» Vico, fatti accostare i carri e compostone quasi una barriera, allorchè giunsero vicino rispose a buoni colpi di picca; combatteva gagliardo, — non gli sembrava possibile avesse potuto rimanere vinto il Ferruccio, e nondimeno questo dubbio gli s'insinuava ghiacciato nel cuore e gl'intorpidiva le braccia. Il vento disperde con meno furia la polvere su le vie di quello che il Ferruccio si facesse di quel residuo di vinti; e la man porgendo a Vico gli disse:

«Dio ha provveduto: — tu menerai a Fiorenza copia di bovi — ed altro ancora.»

Poi tacque continuando a cavalcare di fianco a Vico. Vico a sua posta volentieri si compiaceva del silenzio, dacchè non si trovasse distratto da volgere tutti i suoi pensieri ad Annalena: — E che dirà al primo vedermi? — domandava a sè stesso. Quali saranno le sue parole? di rampogna? — di amore? — e chi sa quanto soffriva? — quanto piangeva? — quali notti vigili? — Ma l'angiolo custode l'avrà consolata; — sì, certo, egli le avrà susurrato negli orecchi: Cessa di tribolarti, — il tuo Vico vive e ti ama...

Mentre così seco stesso favella di amore, Ferruccio, come se la sua anima avesse tenuto arcano colloquio coll'anima di Vico, nel modo col quale si riprende un ragionamento interrotto parlò:

«Di piccolo aiuto potrà esserle il padre vecchio; — in città piena di confusione e di pericolo chi torrà cura di lei? — Sovente la fame stringe Fiorenza, e forse adesso le manca pane per sostentare la vita. Dacchè in città o in contado conviene sopportare disagi, meglio è che ella gli soffra al tuo fianco... fa dunque di condurre teco la tua Lena quando tornerai.»

A Vico parve la mente preoccupata lo ingannasse; — il Ferruccio non gli aveva mai fatto motto della sua donna, — il nome di Lena giammai era stato profferito dai labbri di lui; volge il volto per ragionare del suo amore col Ferruccio, — ma questi galoppando si era per buon tratto di via allontanato.

* * * * *

«....Onde io, previe le debite cautele, concludo doversi appiccare qualche pratica d'accordo.» — Così terminava la sua orazione nella consulta segreta messer Zanobi Bartolini.

Ma Bernardo da Castiglione, siccome aveva in costume di rispondere ogniqualvolta udiva favellare di pace, tutto stizzoso proruppe:

«No: — prima Fiorenza dentro il mio capello[228].»

«Se, come i Piagnoni, credete debbano scendere gli angioli a tôrre la difesa di Fiorenza», — replica il Bartolino, — «allora non ho altro da aggiungere, e potete intendervela con l'anima di fra' Girolamo; se invece poi vogliamo governare secondo gli argomenti della prudenza umana, in che poniamo la fiducia nostra? Francia ci abbandona, e peggio ancora, perchè con le sue ambagi persuase noi improvvidissimi a far capitale sopra un aiuto che non ci ha mai dato e non ci voleva mai dare. Il Cristianissimo con la sua fede di gentiluomo tradisce a un punto la lealtà di cavaliere e la fede di onesto cittadino; — ingegno vario e mutabile; — ingolfato nelle lussurie — a cui forse darà fama la facile natura e lo sprecare la pecunia pubblica tra artefici e poeti, siccome vedemmo per le medesime cagioni acquistarla Augusto presso gli antichi. Dio guardi nella sua misericordia la patria nostra dall'amicizia di Francia....»

Qui tacque, — e, fatto silenzio, il rumore delle artigliere nemiche sparate del continuo contro i bastioni della città aggiungevano spavento alle sinistre parole. L'oratore trasse partito del caso, e quando gli parve tempo, butta là un'altra proposizione non meno acconcia a invilire la fermezza dei padri di quello che si fossero le palle a sfasciare le mura della sua patria.

«La fame ogni di più ci stringe nelle sue orribili braccia; — vorremo aspettare che ci sforzi a divorare l'un altro?»

E il rimbombo dei cannoni veniva quasi a commentare quei detti terribili.

«I migliori capitani caddero spenti, — gli altri vivono scorati, — del contado parte occupano i nemici, parte ci si ribella, — Castel Fiorentino si è sottratto dalla devozione della Repubblica....» Sospende di nuovo il discorso e dopo pausa non breve continua: «Le campagne messe a ruba da Pino Colonna..., Volterra ribellata.... Accordiamo....»

«No, prima Fiorenza dentro il mio cappello», ripete Bernardo da Castiglione più caparbio che mai.

All'improvviso uno schiamazzo di plebe, un suono confuso di contumelie e di scede turba la consulta: nessuno dei padri si muove di seggio, così volendo la gravità dell'ufficio; — trascorso alcuno spazio di tempo, ecco percuotono alle porte della sala, sommesso sul principio e raro, — poi a colpi impetuosamente replicati, sicchè fu mestieri aprire.

Una quantità di femmine genuflesse, atteggiate in sembianze diverse di preghiera, ingombrano le stanze antecedenti; tra mezzo a loro s'inoltra il Pieruccio, il quale, menandone una per la mano, arditamente entra nella sala della consulta.

Attoniti pel nuovo spettacolo i padri non battono palpebra. Pieruccio imperturbato, quando giunse davanti al banco intorno al quale si stavano seduti, con voce ferma favellò: