Part 42
Dico di cose, perchè discerne scorrere di qua e di là pel lampo certi grossi volumi bianchi che dando di cozzo alle tende, vi s'impigliano dentro e le fanno cadere: — poi la pèsta cresce; — diventano gli urli e lo strepito delle armi percosse più distinti; — di repente le mura di Firenze parvero circondate da una cintura vermiglia, e poco dopo rimbombò una scarica di cannoni grossi pel cavo dei colli. Allora si accòrse di quello che fosse; ma i capitani e i consiglieri non apparivano; — intanto il pericolo si accosta. Stava per dar fiato al suo corno, quando affannosi, mezzo armati, accorsero tutti in gruppo i principali dell'esercito in cerca di comandi. Filiberto nella urgenza del caso rinfranca l'animo smarrito; in presenza della morte il timore di morire lo abbandona; manda Pirro Colonna e il conte di San Secondo là dove più feroce conobbe essersi appiccata la mischia; spedisce messaggi ai colonnelli più lontani affinchè si armino, si stringano insieme e non si muovano se non ricevono avviso. — In questo ecco Baccio Valori come smemorato affrettarsi alla volta del principe, il quale, riconosciutolo appena al chiarore di un lampione, gli disse;
«Frate, tardi venisti... I Fiorentini non ci vonno lasciar dormire stanotte...»
«Oimè! — È il finimondo... il Morone mi spirò tra le braccia...»
«Il diavolo chiude le reti. — Vi ha egli lasciato nulla?»
E senza attendere risposta si volta a don Ferrante Gonzaga e gli comanda di calare verso il piano alla riscossa del colonnello di Sciarra; quindi riprese, come interrogando coloro che gli stavano attorno:
«Valenti uomini, guardate un po' costaggiù: — vedete quei corpi bianchi, — che cosa vi pajono?»
E tutti allora guardavano, — e non sapevano.
Allorchè meno se lo aspettano, ecco presso del principe prorompere un muggito; egli volta la testa e si contempla vicino un bove trafelato dalla corsa.
«Intendo» disse il principe, «messer Bacio; poichè il Morone è morto, il bove viene a profferirsi di compiere il numero dei miei consiglieri.»
Filiberto volse l'avventura in burla alle spalle del commessario del papa, siccome sovente costumava: non pertanto prima di riderne ne aveva avuto paura.
Ora è da sapersi che i nostri nel rompere impetuosamente gli usci delle case per uccidere coloro che dentro vi fossero, atterrarono la porta della stalla di un beccaio, donde uscite le bestie presero imbizzarrite a imperversare nel campo, spargendo per ogni dove lo scompiglio e la paura; nè vorrebbe attribuirsi ad amore del maraviglioso l'affermare che la metà del danno in quella notte venne da questi animali furiosi, i quali sbarattavano le intere compagnie, pestavano uomini, rovesciavano tende, mandavano sottosopra quanto loro si parava dinanzi[218].
[Illustrazione: «... Morto?» ripete forsennato l'Antinori. «Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?» _Cap. XIV, pag. 351._]
Il disegno fermato col Malatesta fu, che il signor Orsino, rimasto a vigilare sul bastione di San Francesco, quando avesse veduto essere necessarii i rinforzi, sparasse le artiglierie ed uscisse con le sue genti dalla Porta di San Nicolò, siccome nel medesimo punto sarieno usciti Ottaviano Signorelli da Porta a San Pier Gattolini, e Giovanni da Turino da quella di san Giorgio. La bisogna avvenne nel modo che avevano divisato, e dando dentro francamente, cominciarono a tagliare; i nemici spauriti, non bene armati, appena opponevano resistenza; cotesta piuttosto che guerra giusta, era strage promiscua. Il principe d'Orange, circuito di uomini poveri di consiglio in quell'estremo, si stava presso alla porta della casa albergata dal Morone, incerto sopra i provvedimenti da opporsi all'ignoto pericolo; un paggio gli tiene fermo il caval di battaglia; — un altro gli porta l'elmo decoroso di piume: — di momento in momento si succedono messaggieri spediti da tutte le parti del campo, le ultime novelle più triste; — si raccoglie, cerca un rimedio che valga, e nulla trova; — alfine contro sè stesso sdegnoso lascia andare un terribile colpo in un pilastro della porta, schizzano — fischiando le scheggie, — scintillano vampe di fuoco, — gli rende l'ira la mente, — ordina ritirarsi i colonnelli su le cime dei colli, lasciare le tende, accendere fuochi, nessuno trattenersi a salvare uomini spicciolati o intere compagnie; chi rimane disgiunto incolpi sè o la fortuna, — ma nessuno torni indietro: — così si restringerà l'esercito, si serrerà più denso, potrà meno scomporsi negli urti, meglio respingere gli assalti; poi monta in sella al cavallo e lo spinge verso il monastero del Paradiso, dove la mischia gli parea più forte.
Michelangiolo e Lupo, anime pari con diverso intelletto, sopra il campanile di San Miniato argomentavano tra loro come potessero recare molestia ai nemici. Lupo intendeva scaricare le artiglierie, nascesse che cosa sapeva nascerne; se non che Michelangiolo lo impediva dicendo:
«Non le toccare, Lupo, veh! le palle potrebbero uccidere nella confusione qualcheduno de' nostri,»
«Lasciate fare: — se la palla uccide un nemico ed uno dei soldati perugini agli stipendi nostri, la città ci guadagna il doppio; — i soldati forestieri uscirono i primi...»
«Che monta ciò? Io giurerei che i nostri giovani della milizia, comechè ultimi a uscire, sono stati i primi ad assaltare.»
«Sentite, Michelangiolo: io tirerei; — guardate colà presso al comignolo, — vedete quei lumi fermi? — cotesto è segno certo che colà non combattono; ora levando una zeppa alziamo i cannoni, e le palle non offenderanno il mucchio che mena le mani più al basso dentro quel buio...»
«Dio ti abbia in aiuto! — fa parlare da' tuoi cannoni una parola di ferro a quella mandra di scomunicati.»
Il campanile di San Miniato sfolgorava a gloria; ora s'incorona di un cerchio di fuoco, ora scomparisce per le ombre; lo avresti creduto un gigante che venisse a prender parte nella contesa in favore di Firenze[219]; ad ogni scarica lanciava la morte dentro quelle spesse colonne di uomini, i quali, trattenuti dal contegno dei capi, dalla disciplina severa ed anche dall'amore della reputazione acquistata nelle guerre trascorse, stavano a riparare con le membra loro cotesta bufera di ferro e di fuoco non senza mormorare però ed accennare che per poco non si sbarattavano dandosi alla fuga.
«Per Dio! per Dio! — Maledetto il buio! — Qui non possiamo nè anche vedere come si muoia...»
«Che importa il come, purchè si muoia da valorosi?...» grida sopraggiungendo Filiberto; «tenete fermo, se non volete essere sgozzati come una mandra di agnelli.»
«Viva il principe di Orange! Viva!»
Alcuni soldati che portavano torcie fecero calca intorno al capitano: uno tra gli altri gli si era posto davanti alla testa del cavallo; — all'improvviso, ecco una palla coglie il soldato nel capo, glielo porta via netto dal busto... e palla e testa percuotono dentro un masso del monte; la palla schiacciata rimbalzò fischiando, — la testa si sbrizzò, ed alcune scheggie degli ossi tagliarono il collo o il volto dei circostanti; il masso rimase chiazzato di una ruota di sangue, come se vi avessero buttato dentro una spugna intrisa di cinabro. Ne sentirono i più animosi ribrezzo.
Filiberto, mentre alzata la mano vuole imporre silenzio per favellare e inanimare i soldati, sente mancargli sotto il cavallo e con grande impeto stramazza sottosopra a terra in un fascio con lui. Un'altra palla dei cannoni di Lupo aveva infrante ambedue le gambe deretane del male arrivato animale. I soldati levarono altissimo grido:
«Il principe è morto!...»
«Paltonieri! assalitori di conventi! chi vi ha detto che io sia morto?» grida a sua posta il principe rilevandosi tutto fangoso; — «la palla che deve uccidermi non è anche fusa; non vedeste mai cavalli morire in battaglia?»
Nondimeno conobbe impossibile mantenersi in quel luogo.
«Campanile sconsagrato!» disse minacciando il campanile di San Miniato, «me la pagherai.»
E poi ordinò si ritraessero e dietro il colle lontano dal tiro delle artiglierie riparassero.
Io non istarò ad affaticarmi più oltre la mente nel raccontare i molti casi avvenuti in codesta notte memorabile; sì perchè mi converrà mettere parole di altri scontri ferocissimi di guerra, sì perchè le tenebre ne celarono la maggior parte. Le storie dei tempi rammentano che, mentre i morti nemici sommarono a parecchie centinaia e i feriti a numero quasi infinito, dei nostri non ne rimase spento veruno od anche ferito: il quale ricordo non corre senza un cotal poco di esagerazione, imperciocchè Benedetto Varchi, che in quella notte colla banda della sua milizia guardava il monte, assicuri di avere veduto trasportare certo soldato con una archibusata in una coscia. Si disse che i Fiorentini avrebbero potuto rompere il campo e sciogliere l'assedio, se eglino avessero fatto prova non già di maggiore audacia, che la mostrarono smisurata, ma se il capitano generale, ormai venduta l'anima al papa, non si fosse ingegnato di mandare a vuoto la bellissima impresa.
Stefano Colonna, poichè dopo la feroce resistenza, vide così di leggieri lasciargli il terreno il nemico, conobbe com'egli volesse rendersi forte su le cime dei colli ed invitarlo in parte dove, per essere ripido il suolo, avrebbe potuto vendicare la ingiuria patita; — ebbro di quel primo successo avventuroso, non rifiutava spingere l'affronto ai termini estremi, ma per ciò fare abbisognava di maggior copia di milizie; aveva già mandato nunzii alla città, e il popolo, appena conobbe le novelle liete, menava gazzarra, correva per le strade cantando o si affollava alle chiese per render grazie a Cristo e alla Madonna. Malatesta però era deliberato di non ispedire i rinforzi, e per questa volta ai disegni di tradimento si aggiunse la invidia contro al signore Stefano. Raccolti a sè d'intorno i principali dell'esercito, espose loro il pericolo d'indebolire il presidio, già scemato per le bande di recente sparse pel dominio e per le milizie uscite col Colonna; poteva mandare, e certo mandò, il principe d'Orange avvisi al conte di Lodrone, che stanziava co' suoi lanzi in San Donato in Polverosa; e dove questi si fossero mossi all'assalto, correva rischio la città di essere presa: insomma tante ragioni dedusse, al vero così destramente mescolò il falso, tali aggiunse preteste di amore sviscerato alla libertà di Firenze che i colonelli, in parte persuasi, in parte svolti dall'autorità sua, convennero non fosse da avventurarsi la somma della guerra. Il Colonna, mentre aspettava impaziente i soccorsi domandati e con amaritudine immensa vedeva freddarsi la caldezza delle sue milizie, sente il corno che gl'intimava ritrarsi; — egli pensò sul principio essersi ingannato; poi quando più distinto lo percosse il suono, immaginò partirsi dai nemici; finalmente allorchè non gli rimase nessuna via da illudere sè stesso, fa per disperarsi, — stette un tempo esitante se, disprezzato il comando, dovesse gittarsi in balìa della fortuna: ma questo capitano di sua natura prudente ed avvezzo a dipendere, quantunque preposto a corpi di eserciti, dai comandi di un generale supremo, non osò; l'animo gli mancava all'uopo, — la indisciplina gli parve vergogna uguale alla viltà: — spirito senza genio, che ignorava gli eventi giustificare le imprese e i fatti che il mondo ammira magnanimi e veramente sono, il più delle volte essere stati condotti o contro o fuori della legge. — Ordinava pertanto la ritirata.
I Fiorentini, postisi in mezzo i prigionieri, s'incamminano verso Firenze. Il giorno gli sorprese a mezza strada, sicchè ai primi albori poterono distinguere i volti di quelli che menavano legati. Il caso volle che il Morticino guardandosi attorno scorgesse prossimo a sè Giovanni da Sassatello, il quale alla meglio fasciato procedeva col volto chino immerso dentro inenarrabile dolore. L'Antinori non conosceva quel senso di gentilezza che mai non si scompagna dai forti davvero, e che consiste, quando il nemico è caduto, ad ammollire il cuore e a dirgli: Basta. — Vendetta fino alla fossa, ed anco oltre la fossa, era la religione sua se del tossico preparato al nemico una sola stilla si fosse smarrita, a lui pareva non avere nulla ottenuto. Con pronti passi gli venne dietro, e violentemente percossolo sopra la spalla:
«Capitano Giovanni da Sassatello», gridò tra beffardo e feroce, «Dio vi mandi molti giorni simili a questo.»
Il Sassatello levò la faccia come smemorato, ma all'apparire improvviso di cotesto uomo sinistro, l'anima dolorosa rammentò distinti i casi della orribile notte; — il raggio estremo della lampada riflesso su la spada calata contro il collo del figlio torna a balenare su la tenebra del suo pensiero, — l'ira, la pietà, la paura riarsero dentro di lui, e senza profferir motto, furibondo tentò rompere i legami per darsi la morte.
«Badatelo», ordinava il Castiglione, «l'empio ladrone deve lasciare la testa sul patibolo.»
«Oh! no», risponde l'Antinori, «Dante, lasciamolo andare.»
«Siete voi, Antinori, che dite questo?»
«Sì, sono: Dio perdonò su la croce, non può perdonare anche l'uomo?»
«Antinori!»
«Dante, vicino a inebriarmi di vendetta ho conosciuto quanto costi esser crudele; — in fondo al vaso dell'ira trovai la compassione; — anche Pandora in fondo all'urna dei mali vide la speranza...»
«Antinori!»
«Forse anch'io non ebbi nascimento sopra la terra che fu patria a Giovanni Gualberto, il santo misericordioso? Lasciamolo andare, ve ne scongiuro...»
«Per me, nel caso vostro, vorrei che fosse giudicato nelle forme e poi decollato come si merita, per esempio di giustizia.»
«E sempre giustizia! e sempre giustizia. Ma che cosa diverremo noi, se Cristo invece di giustizia non ci usasse misericordia?»
Dante si strinse nelle spalle e conchiuse:
«Intendo anch'io che se la bilancia deve pendere, meglio è che penda dal lato del perdono...; però io non avrei perdonato... e non avrei creduto che voi, perdonaste...»
«Le lacrime del pentimento di questo infelice mitigheranno il fuoco dentro il quale si purga l'anima di Lionardo; e mentre così favella scioglie le funi che legavano il Sassatello, e quindi aggiunge: «Va, — pentiti, fratello mio, e Cristo ti conceda molti giorni uguali a questo.»
Avete mai veduto una rondine presa a cui si ridoni la libertà? Incerta o salvatica, non si attenta dapprima volare, — ella ch'è così desiosa di percorrere di su e di giù le vaste curve nel firmamento! Poi, tacendo ogni dubbio di schiavitù, sferza l'ale e si allontana veloce più che saetta. Tal fu il Sassatello; si fermò alquanto incredulo, — levò le braccia, — stese un piede, se lo sente libero, — all'improvviso accelerando i passi si caccia giù a fuggire alla dirotta, dolorosamente chiamando:
«Eustachio! — Eustachio!»
L'Antinori prorompe in altissimo riso; — così sinistro questo gli sconvolge il volto che Dante non potè sopportarlo e abbassò gli occhi. Il Morticino, continuando nelle dimostrazioni di gioja frenetica, chiama a sè dintorno il Bichi, l'Arsoli, il Busino ed altri uomini valenti nella milizia.
«Udite... uditemi», s'interrompeva sghignazzando, «oh! l'ingegnoso trovato... il buon consiglio che mi dava l'angiolo custode... quando fu rovesciata la tavola, spenta la lampada, il Sassatello prigione..., non so nemmeno io quante mai volte forassi da una parte all'altra quel marrano ch'ei chiamava suo figlio; — mi lavai nel suo sangue le mani, — me lo posi su i labbri e lo bevvi... Chi vanta il vino, gli è un grullo! più grullo chi vanta l'amore! Che intende pregustare nel mondo i diletti ineffabili del paradiso, arda prima di odio e si disseti poi nel sangue dell'odiato! — Pur non mi sembrava sentirmi contento... è non lo era... nè lo poteva essere... Mi cadde in mente un pensiero... una burla.., ridevole, per Dio!... e la fortuna l'ha favorita.... Accomodai il cadavere d'Eustachio sul letto dond'era caduto e gli tagliai la testa... poi i piedi., poi sul collo vi adattai i piedi e al termine delle gambe la testa;... che vi par egli? Non è arguto il trovato? Ridete. — Ridete. Pensate mo' se il Sassatello spalancherà gli occhi più della porta di San Francesco che ci sta davanti, quando vedrà il figliuolo acconcio in questa guisa...»
I valorosi soldati gli voltarono le spalle lasciandolo solo; egli distese la destra al Castiglione, favellando:
«Porgetemi la vostra, congratulatevi meco; io sono contento...»
«Antinori, le mie mani come le vostre appaiono intrise di sangue; — nondimeno io mi sento degno di toccare anche adesso l'ostia consacrata; — andate, uomo feroce... voi mi fate orrore.»
Il Sassatello, un'ora dopo, fu trovato seduto davanti la tavola, — tenendo con le mani a guisa di tanaglia grancito il cranio del figliuolo; — vollero allontanarlo da cotesto spettacolo; — egli era morto... aveva sul teschio reciso del figlio versato non lacrime, ma con un effluvio di sangue prorottogli dal petto — la vita.
CAPITOLO DECIMOSETTIMO
LE BALDRACCHE
Direte non lasciar la patria noi, Perchè madri con noi verranno e figli? Ma il terren, le onde, gli alberi, le rupi Care dagli anni primi, e in cui la scorsa Pur si rivive età, ma quelle piante Che a un dio, ad un eroe, a un dolce oggetto Dei nostri affetti consecrar ci piacque, Dite, verran? Dei nostri padri l'ossa. Che a questa terra in sen dormon tranquille, Sorgeran per seguirci?
ARMINIO, _tragedia._
Donato Giannotti, scrivendo la vita di Francesco Mariotto Ferruccio, così concludeva: «uomo memorabile e degno di essere celebrato da tutti quelli che hanno in odio la tirannide e sono amici della patria loro, come fu egli, che, oltre a tante fatiche e disagi sopportati, messe finalmente per quella la propria vita.»
Celebriamo dunque Francesco Ferruccio; egli nacque di antica famiglia, tra quelle del secondo popolo, la quale tenne la dignità del gonfalonierato quattro volte: la prima nel 1299; priori n'ebbe venti tra il 1299 e il 1512, e fu la virtù ereditaria tra i suoi. Tuccio, fra gli antenati incliti di lui più illustre di tutti, oltre i supremi uffici della Repubblica gloriosamente esercitati, oltre l'avere dato mano alla terza cinta delle mura di Firenze ed avere combattuto in quasi tutte le battaglie dei suoi tempi, sortì dai cieli la fortuna di respingere Arrigo VII tedesco, dai muri di Firenze, e l'onore insigne di trovarsi compreso nella nota, che il respinto imperatore pubblicò a Poggibonsi, dei cittadini che più degli altri si travagliarono a cacciarlo via, dichiarandoli tutti ribelli e felloni. Antonio suo bisavo, sotto il governo del magnifico Lorenzo dei Medici, con suo onore si travagliò nella guerra di Pietrasanta e Sarzana. Simone, suo maggiore fratello, fu soprammodo accetto al Giacomino Tebalducci, il quale, finchè stette commessario alla impresa di Pisa, lo chiese sempre ai Dieci per servirsene nei casi di guerra. Francesco, da giovane, molto si dilettò di cacce; per la qual cosa gran parte dell'anno si tratteneva in certa sua possessione nel Casentino; chiamata la Tomba, dove nutricava un solo astore, di più non potendo in grazia della sostanza non troppa e della molta famiglia; poi venne a Firenze e poco fu vago di lettere, della mercanzia meno, dacchè, messo al banco di Rafaello Girolami, dopo esserci rimasto torbido e svogliato intorno a trenta mesi, toccato il quindicesimo anno, come ristucco di repente partì e non volle saperne altro. Costumava assai la compagnia dei bravi, donde mostrandosi più pronto di mani che di parole, sostenne con suo onore parecchie contese, fra le quali sporgono fuori quelle col capitano Cuio per conto di laido scherzo, e col Boccali a cagione della Sellaina, di cui chi avrà vaghezza di sapere più oltre, potrà cercarne nella vita che ne scrisse Filippo Sassetti; meglio alla lode del personaggio ed alla futura fama di lui varrà ricordare come, ridottosi a vivere in campagna, tali prove vi fece così di prudenza come di ardimento che i popoli di Romagna, per natura riottosi, a lui per arbitro delle liti soventi volte ricorrevano, ed egli in destro modo le acconciava, venendo in questa guisa a procacciarsi la reverenza e l'amore di tutto il paese. Però fino a trentotto anni non ebbe uffizii pubblici: chè tali non si vogliono chiamare le potesterie di Campi, di Radda e del Chianti, comecchè in questo ultimo magistrato palesasse la natura sua impazientissima a patire torto e la prontezza di vendicarlo; avvegnadio certi venturieri ai soldi dei Sanesi avendo fatto incursione su le terre della Repubblica e rubatovi grossa preda, egli, messi insieme alquanti archibusieri, assaltò francamente i saccardi e, menatone aspro governo, li costrinse a restituire le robe rubate. Nè di ciò deve l'uomo prendere maraviglia, vedendosi per le storie come nei tempi ordinarii e tranquilli primeggino ai governi i potenti, nei difficili i virtuosi, per essere poi rovesciati o spenti cessato il pericolo: vicenda che ogni dì si predica finita, e che ogni dì si rinuova. Fortuna fu non sua, bensì della gloria di questa patria nostra, che Giovambattista Soderini, personaggio gravissimo, avendogli posto gli occhi addosso, e piaciutegli le maniere del giovane, se lo facesse domestico, cercando sviluppare in lui quella virtù, che conobbe come un tesoro nascosto posarglisi nel cuore; intendimento e prova che superarono di gran lunga la speranza. Quando pertanto il Soderini e Marco del Nero andarono commessarii delle genti fiorentine al conquisto di Napoli con monsignor di Lautrec, lo condussero seco, e, fedele compagno nella prospera come nella contraria fortuna, nella rotta dell'esercito francese cadde co' commessarii prigione; dalla quale prigionia, secondo quello che avvertimmo, venne riscattato da messer Tomaso Cambi Importuni, ma a quanto sembra, co' propri danari.
Mentre che il Soderini visse, il Ferruccio, consapevole dovere a lui quanto sapeva ed era, gli usò grandissima riverenza: e morto, gli ebbe sempre vivissimo amore, sicchè ogni volta gli accadeva rammentarlo gli sgorgavano le lacrime dagli occhi: onde il Varchi lasciò scritto che ei fu verso il Soderino quello che si legge nei romanzi essere stato Terigi verso Orlando.
Fu adoperato ancora dalla Signoria quando il Cristianissimo convenne co' Fiorentini di mantenere Renzo da Ceri a Barletta, purchè contribuissero alla spesa; e mandato a Pesaro con seimila ducati in panni e in danari per le paghe pei Francesi, udita ch'ebbe la nuova della pace di Cambrai, deludendo la importunità dei ricevitori del signor Renzo, se ne tornò con la roba e con i danari e Firenze.
Tomaso Soderini, deputato commessario di Valdichiana, avendo bisogno di uno che lo servisse in molte azioni di guerra, come a pagare soldati, rassegnarli, ed altre cotali, fu consigliato e menare seco il Ferruccio; ed egli (sono parole del Giannotto), comechè non gli paresse la cosa secondo il suo grado, essendo anch'egli nobile fiorentino, nondimeno, per far servizio alla patria, non ricusò l'andata.