L'assedio di Firenze

Part 41

Chapter 413,627 wordsPublic domain

Poi disse volersi riposare, impose ai servi lo chiamassero all'ora dell'Ave Maria, badassero di non obliarlo, o mal per loro: si pose in fatti a giacere sperando quiete; invano però, chè lo starsi gl'increbbe meglio del camminare: si volge sopra questo o quel lato, e forte geme e respinge con grande sforzo di respiro l'aria che pareva soffocarlo; pur chiuse gli occhi, e le vicende orribili della veglia gli rotearono pel capo più orribili ancora, scomposte o fantastiche; dopo un lungo flagellarsi su quell'aculeo di letto, all'improvviso sogna essere la incamiciata finita, ritirarsi le compagnie, giungere troppo tardo... fallita del tutto l'impresa: — si sveglia di soprassalto cacciando un grido e si precipita giù dalle piume.

Il sole non era per anche scomparso dal nostro emisfero; ma, spogliato di raggi, tinto di un funesto vermiglio, si accostava all'occaso; la terra, verso la quale pareva declinare, lo avviluppa nei suoi vapori di sangue. Questo astro benigno di amore e di vita oh come stringe l'anima dei mortali, allorchè si mostra cruccioso! In quella sera sembrava l'occhio di Satana che venga a vigilare se le angosce, le infermità e la morte adempiano il fiero mandato che loro affidò il consiglio misterioso, che a noi sembra crudele, di Dio.

Il Morticino, a cui increbbe di non lo vedere ancora scomparso, leva minaccioso il pugno al cielo esclamando:

«Un giorno ti soffermasti nel firmamento per contemplare una strage[215]; poichè la strage ti talenta, affrettati a dileguarti: adesso a noi fa di mestieri la tenebra.»

Cala la notte: di orrore si empie e di silenzio la città; Firenze sembra tramutata nel campo dei morti. — Squilla un tocco della campana: — quel tocco solitario si diffonde per la terra deserta, e pare una percossa data sul mondo dalla eternità per conoscere dal suono se sia in procinto di dissolversi sfracellato tornando nel suo caos primiero.

Il fremito del bronzo taceva appena per l'aria che fu sentita una voce lugubre che gridava:

«Adunatevi, uccelli del cielo: — la spada vi apparecchia il convito; basterà la carne a voi e agli implumi che lasciaste nel nido. — Lupi dell'Appennino, scendete, portate la vostra gran fame, — prima che l'aurora si levi, il vostro ventre sarà sazio di carne, — dico di carne umana. Uccelli, lacerate; — lupi, sbranate i corpi morti, senza misericordia, perchè il Signore ha scritto che nessuno dei difensori della patria morderà la polvere a cagione del ferro nemico.»

Era la voce del povero Pieruccio, — il profeta del popolo.

Stefano Colonna, conferito prima col Malatesta il disegno, armato di zagaglia presso il bastione di San Francesco, innanzi di sboccare dalla porta di San Nicolò, si volse alla gente che gli traeva dietro e le disse queste poche parole che la storia ci ha conservate: «Valorosi soldati, io vi meno a una certa e sicurissima vittoria; fate quello che voi vedete fare a me.»

Erano cinquecento fanti: cento archibusieri e gli altri quattrocento in corsaletto armati di partigianoni e di alabarde; ai quali si aggiunse una banda della milizia del gonfalone dell'Unicorno capitanata da Alamanno de' Pazzi; sopra il corsaletto portavano tutti un camicia bianca per distinguersi dai nemici, — motivo per cui questa impresa notturna si chiamava incamiciata.

Quanto più possono chetamente s'inoltrano; divisando Stefano Colonna incominciare l'assalto dall'alloggiamento del colonnello di Sciarra Colonna, contro il quale nudriva nimistà mortale, si apprestano a salire su pel poggio per a Santa Margherita a Montici. Alcuni più arrisicati e conoscenti del sentiero trascorrono; ecco sono giunti presso al tabernacolo delle cinque vie, dove i nemici tengono due sentinelle perdute.

«Chi viva?» gridano entrambe.

«Viva la morte!»

Si ode una procella di colpi; un suono di usberghi percossi sul terreno; — le parole: Gesù, abbiate misericordia dell'anima mia! — vengono tagliate a mezzo, così ordinando ragione di guerra; quindi un gemito roco, — e poi più nulla.

S'inoltrano per la valle che giace tra Rusciano e Giramonte, — la passano, — già toccano alla coda dell'esercito. — Apra l'inferno le sue porte! Ecco improvvisamente danno dentro all'alloggiamento di Sciarra; — molti, i più avventurosi, dal sonno si trovano balestrati nell'eternità; altri si svegliano per vedere soltanto la spada che penetra loro nelle viscere: sorge un cieco viluppo, un trambusto di gente che fugge o che muore e un gridare: — Accorruomo! — accorruomo! — arme! — aiuto! — e minaccie e preghiere, suoni compassionevoli o ferici. Smeraldo da Parma, luogotenente di Sciarra, corre forsennato per radunare le milizie, rincorarle e far testa; così al buio si scontra nel signore Stefano e lo garrisce come neghittoso; questi, accecato dalla brama di sangue, lo scambia con lo Sciarra suo consorto e gli menando un colpo di zagaglia nel petto, — «Sciarra», gli grida, — or ti parrà ch'io sia venuto troppo tosto!» — Segue una mischia atroce, — i nemici, mentre tentano difendersi, l'un l'altro, confondendosi, percuotono; dove adunarsi non sanno; non risplende lume, per ogni parte li circonda la morte. — Oh Dio! qual desolazione è mai questa! — potessimo almeno morire da soldati combattendo! — sia tradimento? — tradimento! — tradimento! — E lo scompiglio e la strage crescono terribili più, quanto meno veduti. — Dove l'affronto mena più tremendo il rumore: la voce del Pieruccio, superando i gridi e le percosse, invoca i lupi e gli avoltoi ad accorrere per satollarsi di carne battezzata.

Dentro una trabacca distesi sopra il medesimo letto dormono due; — giovane l'uno, giace nudo avvolto dentro la coltre con un braccio sotto il capo, l'altro penzolone fuori della sponda; il secondo di maggiore età, armato di tutto punto, eccetto dell'elmo; a giudicarne dal volto paiono padre e figliuolo. Giovanni da Sassatello turbava in quel punto un mal sogno; gli pareva che una moltitudine di armati circondasse il letto e ve lo tenesse su fermo; egli si sforzava svincolarsi, e non gli riusciva, dava scossoni, raddoppiava i conati, e sempre invano; grondava sudore, agitava le labbra con sordo mormorio.

Il sogno era verità, almeno in parte; una mano dei nostri penetra nella trabacca e va difilata alla sua volta per ispaciarlo di vita.

Egli continua nel sogno spaventevole; — uno degli armati con man potente gli strappa l'usbergo e gli pone una mano sul cuore; per tutte le membra gli scorre ribrezzo; batte i denti e non può proferire parola. Intanto l'armato si trae la daga dal fianco; poi, come se lo impacciasse la visiera, con la manca la solleva. La coscienza del volto del cavaliere gli presenta la sembianza di Lionardo Frescobaldi da lui ucciso, a tradimento, il quale, comechè morto, veniva a prendere la sua vendetta.

I nostri già gli stanno vicini: — la sua morte precipita giù dalla punta di un pugnale..

«Morte di Dio, fermatevi!» — urla prorompendo nella trabacca il Morticino degli Antinori, che cercando in ogni lato il Sassatello, si era a caso colà abbattuto in quel punto, e al chiarore della lampada posta sopra la tavola lo aveva ravvisato, — «fermatevi! Se lo uccidete dormendo, voi mi togliete più che mezza la vendetta. Svegliati su, Sassatello, svegliati per contemplare la strage del tuo figliuolo. — e morire.»

Si svegliò lo sciagurato, — stupidì, — stette per isvenire, — poi ad un tratto gli rende potente la persona una sopraumana gagliardia; — è sbalzato su in piedi, — ha stretto una mazza d'arme, — abbassa colpi a destra e a sinistra, si versa intorno al letto come serpente col suo corpo flessibile. Affannosa, — anelante, — pure ricupera la voce e, «Eustachio,» grida, «svegliati, difenditi, figlio mio... noi siamo morti.»

Il giovinetto sonnacchioso:

«Padre, che hai? — ma sentendo il fragore delle armi, spalanca gli occhi, vede il pericolo e, ghermita dal capo del letto una spada, si pone con un ginocchio piegato a difendere francamente la sua vita.

«Santi del paradiso, venite in soccorso di noi!» esclama il padre pur tuttavia menando le mani.

«I santi si chiudono le orecchie alle preghiere dei traditori», gli gridano dintorno.

E il padre desolato continuava:

«Sciarra, Smeraldo, — aiuto!... aiuto!»

«I tuoi gridi non gli faranno venire, — noi gli abbiamo ammazzati.»

Amor di padre lo costringe a volgere la faccia, e contempla il Morticino, il quale, copertosi con la rotella la testa, drizzata la punta della spada, spia il momento di cacciarla nel costato al figliuolo; — egli distende la manca e, forte abbrancando l'Antinori pel collo,

«Cane, indietro!» grida, — «non me lo ferire, — egli è innocente.»

Mentre così intende in altra parte, i nemici che gli stavano di fronte trovano la via a impiagarlo sul capo e su la guancia; egli però non se ne accorge o non se ne cura, badando pur sempre a tener fermo l'Antinori. Questi, inasprito dal dolore e, più che dal dolore dalla rabbia di non aver potuto condurre a fine il suo disegno, indietreggia di alcun passo e forte appoggiato il taglio della spada sulla mano di Sassatello, ne recide ferocemente i muscoli e le vene. — Il Sassatello ritira spasimando la mano, e l'Antinori si avventando presto come una pantera, contro il giovane Eustachio, che non se lo aspettava, lo colpisce presso alla forcella del petto; il sangue scorre, — listando il tenero corpo e il bianco lenzuolo di cui si avvolgeva. Egli era pietosissimo e non per tanto bello spettacolo vedere quel giovane di ben composte forme, co' capelli ventilati dietro le spalle per la rapidità dei moti, il volto pieno della morte imminente e d'indomabile coraggio, lottare contro l'ultimo fato a guisa dell'antico gladiatore che tenta guadagnarsi il plauso romano con lo spirare maestoso dell'anima. Giovanni da Sassatello, tempestando con la mazza d'arme punte e fendenti, ha respinto gli assalitori: adesso torna a vedere il figlio e l'osserva impiagato.

«Ahi! Eustachio mio, tu grondi sangue...» E dimentico del proprio pericolo sta per voltare il fianco ai nemici, i quali prevalendosi dell'atto gli si stringono addosso di nuovo. Eustachio conobbe esser quella l'ultima ora del padre, se non si parava, e:

«Padre, badatevi.... badate a voi.... a voi solo, o che io mi lascio ammazzare...»

«O Antinori, pel tuo Dio, non me lo uccidere!»

«Io non conosco Dio.»

«O Antinori, per quanto amore porti alla tua donna, non me lo uccidere!»

«Io non amo... nacqui per odiare.»

«O Antinori... Antinori, pensa lui essere il mio unico figlio!...»

«Tanto meglio... così sarà più presto distrutta la razza delle vipere...»

«Sciarra..., Smeraldo..., aiuto!...»

«Già te lo dissi... noi gli abbiamo ammazzati.»

«Satana benedetto, io ti fo voto dell'anima, se mi salvi il figliuolo!»

Tutte queste parole focose, arrangolate, erano profferite tra l'intervallo dei colpi e mentre, difendendo sè stesso, il Sassatello volgeva le spalle alla zuffa tra il Morticino e il figliuolo. Dopo un breve silenzio, — silenzio di voci, però che i ferri aspramente battuti tra loro mandassero spaventevole fracasso, — il padre in suono di pianto domandò:

«Eustacchio, come ti difendi?»

«Bene...»

Ed in quel punto il giovane toccava una seconda ferita. — Il Sassatello sentiva mancarsi la lena; la piaga della mano lo tormentava; i suoi occhi cominciavamo a perdere lume; volendosi tergere il sudore che giù li grondava dalla fronte, tenta di farlo con la manca, e il volto e la barba gli s'imbrattano di sangue; quell'orribile lavacro parve che in lui facesse riardere il furore; — si scaglia contro i nemici, i quali si scostano atterriti. Prevalendosi di cotesto istante di posa, si volge nuovamente al figliuolo... e lo mira tutto sanguinoso...

«Dio», esclama, «come me lo hai concio!» e ormai improvvido di sè si dispone ad accorrere dall'altra sponda del letto; — di repente due mani vestite del guanto di ferro gl'imprigionano la destra e gl'impediscono il passo.

Molti colpi aveva menato Eustacchio, ma invano, perocchè l'Antinori come tutti i suoi compagni, fossero chiusi dal capo alle piante dentro arme di tempra stupenda: — di cento colpi avversarii ne aveva riparato la maggior parte, non pertanto tre lo avevano tocco, e, come quello che nessun riparo difendeva, n'era rimasto sconciamente ferito: altra speranza non gli avanzava che percuotere l'Antinori con tanta veemenza sull'elmo da cacciarlo trammortito per terra; allora gli si sarebbe lanciato sopra e, insinuandogli la punta nella commessura tra il corsatello e l'elmo, confidava svenarlo. In questo disegno afferra la spada con ambe le mani e, levandosi ritto sul letto, acconsente quel colpo con tutta la persona. — Agevole fu al Morticino, destrissimo, di tirarsi da parte e mandare a vuoto la percossa; sicchè il giovane, non trovando contrasto, venne tratto fuori di bilico a traboccare dal letto spezzandosi sopra la terra le labbra e i denti. L'Antinori gli balza sopra, la mano gli pone entro i capelli, intorno al pugno gli attorce, e traendole di forza lo strascina. Il padre, visto quel caso miserabile, non già immeritato, così impetuoso scosse le braccia che mandò quei due che lo tenevano stretto lontani da sè a rotolare per terra, — ed accorreva al soccorso... Ma i due caduti urtando nella tavola su la quale ardeva la lampada, la rovesciano; — mancò la luce... ma il raggio moribondo si prolunga riflesso sopra la spada del Morticino che si abbassa sul corpo del giovane Eustacchio. Quando le amate sembianze gli scomparvero dallo sguardo al Sassatello, mancate sotto le gambe, venne meno il coraggio, gli si ottenebrò l'intelletto, — rimase immobile — pauroso di offendere le membra del figliuolo, non ardiva movere passo: i nemici lo atterrarono, — gli avvinsero di corde le braccia; — egli non mandò sospiro, — non gemito di angoscia; immerso dentro un abisso di dolore, stette muto.

* * * * *

In altra parte accadeva altra strana vicenda. Parmi d'avervi già raccontato come un poeta, Annibale Bentivoglio bolognese, militasse contra a Firenze nel campo pel papa; costui, siccome soventi volte accade ai soldati, abborrendo le sciagure di quella misera contrada e chi n'era cagione, non per tanto si adoperava in vantaggio degli oppressori; raccolto la sera nella sua tenda, malediceva alle infamie con quella medesima destra che aveva aiutato a commetterle la mattina; destato nello scompiglio, travolto nella fuga del suo colonnello, tolte appena le vesti e la spada, si riparava nelle parti più munite del campo, lasciando le carte sparse sopra la tavola. Ludovico Martelli, precorrendo la compagnia della milizia fiorentina di cui era capitano, entra nella tenda, e, viste le carte, lo prende vaghezza di leggere quello che contenessero. Il poeta aveva tracciato le due prime terzine della satira nella quale descrive il travaglio della città assediata; — le terzine dicono così:

Sovra i bei colli che vagheggian l'Arno E la nostra città, che or duolsi et have Pallido il viso e lagrimoso indarno, Sono un di quei che con fatica grave Al marzïal lavoro armati tiene Quel che di Pietro ha l'una e l'altra chiave.

Arse di nobile sdegno il Martelli e, recatasi nella mano la penna, subito scrisse sotto continuando:

Ma non sarien l'empie sue voglie piene, Se d'italico sangue alcuna stilla, Snaturato, tu avessi entro le vene.

Poi gettata la penna, esclamò:

«In verità a chi ebbe intelletto da conoscere il malefizio, e il cuore non gli basta per sfuggirlo, la giustizia di Dio apparecchia doppia pena nell'altra vita.»

E poichè, tra tanti orrori nei quali va trattenendosi la mente, un esempio di virtù giunge gradito come aurea fresca che ristori il sangue, — giova qui ricordare — che il Bentivoglio, tornato nella tenda, avendo letto quel foglio, sentì divamparsi il volto di vergogna; gli venne in fastidio la turpe vita e, pretestata certa sua infermità, si ritrasse dal campo; perocchè la musa infonde nell'uomo con la mente arguta un senso gentile, che rifugge dalle opere inique come da sconcezze che bruttano l'armonia del creato.

* * * * *

Qual mai cagione impedisce al principe Filiberto d'Orange di prendere un riposo che la natura concede al più misero dell'esercito imperiale? Il rumore dell'assalto non giunse per anche in quella parte remota del campo che egli abita. Sarebbe per avventura previdenza d'infaticabile capitano? Mai no, ch'ei se ne sta neghittosamente seduto, con le guance appoggiate sopra entrambi i pugni chiusi e gli occhi fissi, — senza sguardo però, — su certe carte deposte dinanzi a lui sopra la tavola. Forse considera le mappe di Firenze e indaga il luogo più destro agli assalti, o immagina qualche nuovo accorgimento di guerra per rintuzzare l'audacia, che si hanno tolta gli assediati nelle frequenti loro sortite? No; — causa della veglia del capitano di Cesare è questa lettera che mediante un suo fidato gli fece consegnare la madre:

«Sire principe, nostro dilettissimo figliuolo. — Quella che noi viviamo lontano da voi non può dirsi vita, e morte nemmeno, avvegnachè, quantunque di questa ultima io patisca incessanti dolori, non però mi apporta l'oblio e la quiete. Tra i terrori dell'inferno e i terrori di madre vinsero gli ultimi; noi osammo scoperchiare le sepolture, profferire con la nostra bocca gli scongiuri vietati e interrogare l'avvenire. — Nè perciò disperiamo della salute dell'anima nostra per ottenere il perdono ci sarà mediatrice presso a Dio la Vergine santissima: ella come madre conosce a quali estremi sia condotta la donna per amore del suo sangue — Filiberto, le mascelle dei defunti si sono riunite, e sapete voi qual vaticinio usciva dalla loro bocca senza labbra? — Voi perirete nella guerra di Fiorenza. — Deh! figliuol mio, lasciate cotesta impresa; voi siete l'istrumento col quale un parricida intende straziare le viscere della propria madre: voi non guadagnerete gloria terrena e porrete in pericolo la salute dell'anima. Dentro un poeta italiano, e parmi fiorentino, ben mi ricordo aver letto un giorno come certo cristiano si acquistasse l'inferno a cagione dei consigli di un papa[216]. — Rimovetevi dunque da cotesta impresa; pensate tramontare con voi il sole di casa Chalons, nessun figlio potere sostenere la gloria della nobile nostra famiglia, e sopra tutto pensate che la vostra eredità caderebbe addosso a me povera inferma, già grave di anni, come un peso sotto del quale rimarrei infranta[217].» Filiberto sentiva suo malgrado tale sgomento che gli pareva una voce del Destino: — i polsi di mano in mano gli battevano più languidi, — stava come sotto la potenza del fascino; — tant'è, — aveva paura: — se la sua lingua avesse proferita cotesta parola, ei se la sarebbe tagliata co' denti; — se in cotesto punto occhi umani avessero potuto leggergli nel cuore... od egli avrebbe spento quegli occhi, o trafitto il suo cuore. — Oh! non morrò, — le foglie non cadono già in primavera, ed io son bello, forte e potente; — ora non posso morire: — bisogna che la Morte aspetti; — aspetterà... almeno finchè non mi nasca un figlio legittimo, altrimenti la gloria mia sparirebbe dal mondo a guisa di quelle statue di plastica apprestate per celebrare qualche festa, — decoro di un giorno, — poscia neglette nella bottega dell'artefice; — la mia insegna, che resi con tanto sangue famosa, si sperderebbe inquartata entro chi sa quale altra arme. I morti mentiscono, — io mi sento pieno di vita. Ma!... Filippo il Bello..., grande..., figlio d'imperatore, padre d'imperatore..., glorioso..., avventurato, cadde sul fiore degli anni; — la Morte lo spense nel modo stesso che il chierico avaro soffia sul torchio appena acceso dicendo tra sè: vo' risparmiare la cera. — I corvi non si rimasero dal bezzicare gli occhi e schiaffeggiare con le ale le guance dell'avo di Filippo, — del bisavo di Carlo imperatore, Carlo il Temerario, là presso Nancy, comunque potentissimo tra i principi cristiani; — la Morte quando entra in camera del papa, non si curva mica al bacio de' piedi, ma gli va dritto e scuote il vicario di Dio della vita con la stessa agevolezza con la quale si scoterebbe una stilla di rugiada da un fiore... Ah!...

E sollevò la faccia.

Era visione? Era realtà? Nell'alzare gli occhi il suo sguardo s'incontra in uno sguardo acuto, come di vipera; un terribile simulacro di uomo gli stava davanti; — la pelle gli s'informa dall'ossa, — i capelli scomposti gli danno sembianza del capo di Medusa; tiene levata la destra scarna stringendo un pugnale; — però non s'inoltra, sembra essere trattenuto da forza misteriosa.

«Chi sei?» interroga il principe balzando in piedi e stringendo una pesante mazza d'arme, «e da parte di cui tu vieni?»

«Vengo da parte mia. — Temerario!» col manico di un coltello percotendosi la fronte esclama il personaggio apparito; «io ben sapeva non essere la tua ora anco giunta: — quello che Dio incide sopra la pietra cancellerà l'uomo coll'alito?...»

«Chi sei? parla...»

«Io mi sono uno che vengo per dirti: Filiberto, i fati hanno contato i tuoi giorni... guàrdati dall'aquila dei nostri Appennini; ella ha il rostro gagliardo e gli artigli taglienti...»

«Torna all'inferno, donde uscisti, demonio!» E qui il principe con quanto aveva di forza nel braccio scagliò la mazza d'arme contro il fantasma.

Il fantasma disparve tra le ombre. Filiberto con qualche esitanza si recò in quella parte dove lo aveva veduto cadere, fidando trovare un uomo morto, ma non gli occorse persona; la sua mazza è lucida come se non avesse diviso altro che l'aria.

Corse nella parte anteriore della tenda; — le guardie dormivano, — una sola vigilante, interrogata, rispose non aver veduto od udito anima viva. L'Orange, quasi bisognoso di più libero respiro, uscì all'aria aperta. Il fantasma era Pieruccio; costui avanzandosi carponi tagliò la tenda in parte inosservata e vi penetrò col disegno, che gli uscì a vuoto, di uccidere il principe; quando questi gli lanciò contro la mazza d'arme avendo già disposto andarsene, prevenne il colpo distendendosi sul terreno per uscire siccome era entrato. Incolume riparò tra i suoi.

Posto ch'ebbe il piede fuor della tenda, il principe vide passare con presti passi un sacerdote accompagnato da un fante che gli rischiarava il sentiero col lampione; mosso da vaghezza di sapere a che si affrettasse, domandò:

«Dove andate, ser cappellano?»

«Ad amministrare l'olio santo al magnifico Girolamo da Morone che sta per morire...»

«Come?... che dite?... Il Morone!... Voi fate errore; — poc'anzi noi favellavamo insieme...»

«Figliuol mio, la morte non manda corrieri: il Morone si muore...»

Chi fosse Girolamo Morone ora non cade in acconcio di qui raccontare. Di lui scrivono tutti gli storici del tempo; meglio degli altri Francesco Guicciardini.

Filiberto adesso, ponendovi mente, ode rumore di guerra; — intende col guardo nelle ombre e poco si addentra; — all'improvviso un baleno illumina la città, il piano, quanto i colli circondano; e in quella subita luce vede, o pargli vedere, una zuffa, una fuga, un viluppo terribile di uomini e di cose.