Part 39
«Molto pensa, più molto dorme; e poi non si dà uomo per quanto scaltro si sia, che non s'induca a credere quello che desidera; altrimenti per virtù di esperienza, ch'è vecchia e la sa lunga, gli uomini commetterebbero più errori in questo mondo?»
«E qual provvedimento consigliereste voi per placare questo cerbero?»
«Una bolla col suggello del pescatore, una promessa in buona e valida forma giurata dal commessario pontificio messer Baccio Valori, sarebbe l'ingoffo...»
[Illustrazione: «Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la barca. Capitano Corrado, giuoco lo stipo.» _Cap. XIII, pag. 319._]
«I Dieci!» si ode gridare nella stanza precedente; e poi entrando affannoso Cencio Guercio,
«I Dieci, per Dio!» replica, «questa volta sono davvero, — mettevi in salvo.»
«Or non corre stagione per tue giammengole, Cencio: serbale a tempo più acconcio.»
«In verità... io non so sopra qual cosa giurare... quanto è vero che l'inferno ci aspetta... i Dieci domandano di voi.»
«Lasciami in pace: va...»
* * * * *
«Il caso urge per modo ch'io mi farò lecito penetrare nella sua camera da letto...»
«Un momento, messer Carduccio,» — urlava Malatesta adesso allibito e tremante, udendo le riferite parole; — «un momento solo... la decenza desidera che non venghiate qua oltre... io sono da voi.»
E, come meglio poteva aiutandosi della persona, accorse nell'antecedente stanza, dove il Carduccio in compagnia di altri quattro del magistrato dei dieci era entrato. Messer Francesco, gittando uno sguardo così alla sfuggita sul Malatesta e lo veggendo tutto disfatto, incominciò:
«Dio vi mandi il buon giorno, magnifico messere capitano generale; — ond'è che siete in volto più bianco che lenzuolo di morto? Vi sentireste male per avventura?»
«Le mie infermità mi concedono piccola salute, messer Francesco onorandissimo; pure ho fede nella Beata Vergine mia speciale avvocata, che tanta pure me ne rimanga da vedere questa patria tornata nello antico suo stato.»
«Avvertite, messere Malatesta, che due furono nei tempi trascorsi i reggimenti di Fiorenza, repubblica e principato; spiegatevi meglio, onde il cielo non prenda errore nei vostri voti; io gl'intendo benissimo e so che volgono alla repubblica. — Però temo non abbiate riguardo... così infermo passare la notte vestito! davvero...»
«Questo abito io presi nei campi; allorchè il nemico sta di fronte prudenza insegna si trovi apparecchiato il capitano; un momento perduto può dare al nemico o a voi vinta la impresa. Ma narrare a voi cose siffatte egli è come portare i frasconi in Vallombrosa; or dite su, qual causa vi mena sul far del giorno alle stanze del vostro capitano generale?»
«Ci hanno gli scorridori nostri portato sicura novella essere già comparsa in Mugello, d'intorno a Barberino, la testa del nuovo esercito, sommerà bel circa a ottomila: quattromila Tedeschi, duemila cinquecento Spagnuoli, ottocento Italiani, e lo restante cavalli; si tirano dietro venticinque pezzi di artiglieria grossa di cui parte ne concedeva loro Alfonso duca di Ferrara: portano ancora polvere e palle in gran copia. Papa Clemente, affinchè giunga questo dono alla sua patria più tostàno, ha fatto comandare per fino le mule dei cardinali...[196]»
«Ci si versano addosso tutte le forze della Chiesa e dell'impero?»
«Poco importa, strenuissimo capitano generale: quello però che molto importa si è questo, che intendendo forse il nemico di circondare la città da ogni lato, occuperà i colli di Fiesole, il piano di San Donato in Polverosa e luoghi altri consimili: ora quantunque le porte della Croce, Pinti, Faenza, San Gallo, della Giustizia e Prato siano a sufficienza munite di bastioni, e le mura abbiano argini e fosse diligentemente condotte, parve nondimeno al consiglio dei Dieci e ai tre commessarii su la difesa di Fiorenza doversi esaminare, se gli edifizii e borghi intorno alle mura potessero recare comodità ai nemici, danno a noi; e quando veramente il fatto fosse, come sembra, dannoso, siamo in tutto deliberati atterrare i borghi con ogni chiesa e casamento vi si trovasse dentro compreso.»
«Parlate voi daddovero? Rovinare quasi un terzo di città! Egli è questo negozio grave davvero e da consultarsi con maturità di giudizio: sono con voi.»
Senza metter tempo fra mezzo, tolta seco convenevole accompagnatura, di cui ormai non faceva più a meno il Malatesta, salito secondo il suo costume sopra un muletto, si condusse fuori di Porta alla Croce: prima di uscire però lasciava parte de' suoi Perugini in custodia della porta, sospettoso non fosse quello un trovato del Carduccio per escluderlo dalla città senza muovere rumore tra i soldati: e mentre ne bisbigliava sommesso l'ordine a Cencio Guercio, aggiunse con un proverbio:
«Cencio, tieni un occhio al pesce e l'altro al gatto.»
E Cencio pure con un proverbio:
«Badate a voi; che quando il vostro diavolo nacque, il mio andava ritto alla panca.»
* * * * *
Per ogni dove si vedeva moto, si udiva rumore; moto e rumore naturali alla maestosa onda del popolo che si agita; moltitudine di gente, munita di pali, di zappe e strumenti altri cotali, stava attendendo il comando di atterrare bellissimi edifizii, guastare ameni giardini, gioiosa così che sembrava non si trattasse della sua sostanza. Il cuore del Malatesta si commosse, ma invano, come quello del prigioniero avvinto di catene: mandò ancora un sospiro alla virtù nel modo che il leone caduto nella fossa guarda il cielo e rugge; la sua anima palpita sotto gli artigli del demonio; ormai questi v'incise la sentenza: — sei mio. —
I Dieci, i commessarii, fra i quali come capo onoravano messere Zanobi Bartolini, il Malatesta ed altri tra i maggiorenti della città cavalcarono lungo spazio di tempo, specularono i luoghi, valutarono le fabbriche, e consumata gran parte della mattina in coteste ricerche, si restrinsero poi a consulta per determinarsi a qualche provvedimento.
«Aprite il pensiero vostro, signor Malatesta», levando il capo e aprendo affatto gli occhi, che del continuo teneva chiusi o semichiusi, incominciò l'adiposo Bartolini.
«In fè di Dio! la rovina di tanti edifizii parmi una cosa matta.»
«Se pazza o savia, diranno i posteri; ma certo l'ammireranno in eterno: ora vogliamo sapere se utile...», interrompe il Carduccio.
«Un tesoro inestimabile andrebbe perduto...»
«Malatesta, cavalcando con noi per la città, avreste pur dovuto leggere su pei canti scritto con gesso o con carbone il fermo proponimento di questo popolo. — _poveri e liberi_[197].»
«Prima di favellare io vorrei conoscere questo proponimento in maniera alquanto più sicura che i segni di gesso o di carbone non sono...»
«Con buona licenza delle signorie vostre», prese a dire un giovine fiorentino di oneste sembianze recandosi in mezzo ai magistrati e al generale con in mano un palo di ferro, «ciò non vi trattenga dal consigliare: io sono di casa Baccelli: posseggo nel Borgo di San Gallo casamenti ed orti: se il consiglio di guastare prevale, io me ne rimarrò peggiorato meglio che di ventimila fiorini d'oro; e nondimanco se tale sarà la deliberazione vostra, tengo il palo pronto per dare i primi colpi[198].»
E poi si tacque il dabben giovane, modesto nel volto, non avendo messo nel profferire siffatta sentenza maggiore sforzo che se incontrando alcuno per via gli avesse detto: buon dì! fratel mio. — Il secolo nostro impari!
«Che ve ne pare, Malatesta?» interrogò il Carduccio.
«Indovinava papa Clemente quando non rifiniva di empire il mondo di quel suo volgare concetto: — avrebbero i Fiorentini renduto la città per paura di guastare gli orticini loro?»
Il Malatesta, prevenendo col desiderio il tempo futuro, pensò che gli sarebbe diminuito il premio del tradimento dove non consegnasse la città al papa così intera come egli gli aveva promesso; inoltre Clemente estimando ormai lo stato di Firenze come propria sostanza, gli aveva raccomandato badasse a far sì che lo guastassero meno che per lui si potesse. Il pregio, che in buon cittadino sarebbesi dipartito da carità, in lui nasceva da avarizia. A Dio non piacque mettere la sciagura tra le labbra e la tazza perocchè Malatesta raccogliendosi soggiunse:
«Lasciamo i vivi in disparte; ma l'ossa di tanti morti turbate nelle antiche sepolture andranno disperse pei campi?»
«Meglio disperse pei campi di un popolo libero che chiuse negli avelli sopra la terra funestata dalla tirannide», rispose Carduccio.
E Malatesta di nuovo:
«E i santi e Dio, cacciati dalle sacratissime loro dimore, esuleranno a guisa di fuorusciti, lontani dal paese che tanto fin qui predilessero?»
«Dio abita nei cieli; un cuore libero e infiammato nell'amore santo di patria è il miglior tempio cui egli si compiaccia abitare. Malatesta, voi sostenete tutte le parti, tranne la vostra: — voi vi mostrate mercante, e questa cura ci spetta; — voi vi mostrate tenero della nostra religione, e questa cura a noi soltanto appartiene; — siate una volta capitano di esercito, — e se come cristiano le mie parole vi turbano, sappiate che, quando i sacerdoti vollero, Cristo difese i tempii, — quando i sacerdoti vollero, Cristo vietò le immagini. — Iddio, che ha creato il mondo e le cose che in esso sono, essendo signore del cielo e della terra, non abita in tempii fatti di opera di mani[199].»
«Orsù dunque», esclamò il Baglione guardandosi prima dintorno per assicurarsi se al bisogno i suoi fidati gli stavano appresso, «or dunque, via, vi parlerò da capitano di eserciti, poichè il mio consiglio coperto non voleste comprendere. Devo io manifestare un consiglio che compiaccia alle voglie di una fazione, o piuttosto aprire l'animo mio intero, siccome me ne fanno debito il giuramento prestato e l'ufficio di buon capitano? Qui, ben lo vedo, si vorrebbe che col mio parere confermassi il partito peggiore ormai determinato da pochi uomini torbidi; a noi, alla patria ed a sè stessi stoltamente avversi; comunque la libera favella non sia ormai senza pericolo quaggiù, io sostengo iniquo il disegno di abbattere tanti edifizii e disperdere tante facultà cittadine. Noi molti di leggieri possiamo circondare di un argine il fabbricato, e quinci difenderlo con prosperità di evento: tempo e travaglio maggiore richiede la rovina dei borghi che non l'argine di cui vi favellava poc'anzi: le mure di Fiorenza poco più valgono di un argine, voi le vedrete sfasciarsi alla batteria di quattro mezzi cannoni la riparazione dell'argine riesce meglio agevole dei muri, che per essere di pietra male sapremmo dove trovarla tagliata ed acconcia a turare la breccia. Se in Fiorenza non si contiene numero di soldati bastante a far sortite, soncene però quanti bastano a difendere qualunque più larga cinta di mura. Ciò a chiara prova si conosce; qui non fa mestieri consulta; ogni uomo che del tutto cieco della mente non sia di per sè lo comprende: — ma qui si vuole precipitare il popolo, costringerlo a risoluzioni disperate per rompergli poi ogni via agli accordi, i quali, la libertà assicurandogli e il vivere largo, gli togliessero dalle spalle questa incomportabile gravezza della guerra...»
Mentre così con veemenza arringava, un uomo inviluppato nel mantello, coperto di un feltro che gl'Italiani avevano cominciato ad usare in viaggio[200] o quando pioveva, mostrando insomma dall'apparenza di essere scavalcato pur dianzi, a furia di urti e colpi di gomito, nulla badando alle male parole che gli dicevano attorno, era giunto a porsi nella prima fila di faccia al Malatesta, e quivi stava ad ascoltarlo con atti d'ira, d'impazienza e di rabbia non altramente da quello che si facciano i cavalli quando si segnano col fuoco.
Le parole del Malatesta non partorivano troppo buon frutto per lui; il popolo conosceva l'erba pel suo seme e mormorava a guisa di vento per le forre dei monti. Allora il Baglione, cacciando fuori maggior voce, aggiungeva:
«Buoni popolani di Fiorenza, fratelli miei, credete a me che vi sono amico davvero; accettate il mio consiglio e ponetelo in opera! — vedrete poi chi v'inganna: conoscerete all'occasione chi intende rimettere la vita nella difesa della patria vostra... Se non avesse disertato dalla città Michelangiolo Buonarroti, per certo si unirebbe al mio avviso; — ma ora chi sa dove mai si avvolge quel traditore...?»
«Io traditore!» urlò lo sconosciuto, gittando il cappello e rivelandosi appunto qual era nella sua rabbia sublime Michelangelo Buonarroti, «io traditore! Per dimostrarti, popol mio, che non sono traditore, ecco io ti do un consiglio contrario a quello di Malatesta Baglione, ed oltre il consiglio, io te ne do il comandamento, imperciocchè io tengo tuttavia l'ufficio di procuratore generale sopra i ripari di questa patria comune. — Mal si potrebbe difendere cinta più larga: — quanto meglio si trovano prossimi i combattenti, e più si aiutano o con mano o con voce: le antiche mura sono tali da non sofferire batteria; e prova ve ne faccia la fatica inestimabile durata dal Bozzolo e dal Navarra quando rovinarono le torri che a guisa di ghirlanda incoronavano Fiorenza[201]; ancora ponete mente che il Mugnone riempie d'acqua i fossi intorno alle mura, e questo benefizio non avremmo intorno l'argine; ancora, le mura non istanno sole e nude, sibbene molto validamente munite; oltre i puntoni delle porte, le guardano il bastione presso alle mulina, il baluardo di Santa Caterina, l'altro non meno forte alla Mattonaia, il cavaliere tra le porte della Giustizia e della Croce[202]. Giù i borghi, dai quali i nemici possono offendere la città; aprite libero il campo al fulminare delle artiglierie; non ci calga delle ville; i nostri nemici ci torranno, non che le ville, la vita: si taglino le piante, perchè, se qui tra noi rimane la libertà rifioriranno, — se invece prevale la tirannide, che Dio non voglia, uomini e cose moriranno inaridite. — V'incresce forse dei magnifici palazzi, dei vaghi edifizii? Ecco, queste sono mani che sapranno rialzarli più belli»; e baldanzoso levava in alto le braccia: «poveri ma liberi... — Ma io meco stesso mi sdegno di consumare un tempo in parole che più acconciamente dovrebbesi impiegare in opere; roviniamo i borghi, poi vi mostrerò a bell'agio la necessità di siffatto provvedimento.»
I popoli si commossero, brulicarono e si avventarono a guastare case e giardini, amorosa cura degli avi e di loro stessi. Se in cotesto istante fossero sopraggiunti i nemici, nel vedere il furore che gli agitava, non avrebbero saputo che cosa pensare; gli olivi, le viti cadevano; sbarbavano cedri, melaranci e rosai; i tempii e i palagi rovinavano; i padroni delle case e degli orti, non che si mostrassero mesti nel sembiante e mettessero guai, inanimavano gli altri, e sopra gli altri non rimettevano dallo affaccendarsi; per quelle rovine si avvolgevano tutti polverosi, sudanti, divampanti nel volto. Dante da Castiglione, Ludovico Martelli, il Busini, Lionardo Bartolini e frotte di giovani per virtù propria e per chiarezza di stirpe cospicui. Donne e donzelle si mescevano tra la folla ed emulavano, operando, i più gagliardi, seguendo la natura loro sempre estrema così nel male come nel bene; e sì che quei luoghi erano cari alla più parte di esse per soavi ricordanze di amore: lì presso a quel rosaio venne prima il diletto garzone, là in quel viale per la prima volta gli favellarono, in quell'altro la prima parola di affetto fu mormorata, — udì quel pergolato i fidati colloqui e discreto testimonio ricoperse gli amanti dei copiosi suoi pampini; e la musa sogguardando tra le rosee sue dita, ben altri atti scoperse, e brevi sdegni e liete paci, che pure potè senza arrossire, comunque vergine cantare sopra la celeste sua lira. Per questi prati fioriti vennero spesso giovani amanti e donne innamorate; e mentre l'arancio profumava l'aria del divino suo alito, la melodia degli uccelli riempiva l'emisfero come di un inno di gloria, e il cielo era azzurro, il sole maestoso nella potenza dei suoi raggi, ripensarono all'arcano desío dei loro cuori, e in quella universale ebbrezza della natura rimasero esaltati, lo abbellirono di tutto quel riso del creato; che fosse oggetto terreno e mortale dimenticarono, lo incoronarono di rose eterne, per celebrarlo adoperarono un linguaggio che, da Platone e dai poeti fiorentini in fuori nissuno altro labbro nel mondo seppe favellare poi. Amore; carità di parenti, fede di religione, — qualunque affetto taceva; — ogni potenza dell'anima legata: il pensiero della patria tiene avaramente in sè raccolto ogni altro pensiero; la gioia sospende i suoi tripudii, l'angoscia i suoi lai: rideranno o piangeranno poi; — adesso tutti alla patria, a nulla più attendono che la patria non sia. Ludovico Martelli, siccome quegli ch'era di gentile natura e delle storie antiche non meno che nei cortesi modi cavaliereschi intendentissimo, si veggendo attorno una corona di vaghe gentildonne le quali non aborrivano le mani delicate adoperare in cotesta impresa, esclamò:
«Voi, donne, siete le stelle della terra; se mi donassero la scelta tra il sorriso della donna mia e la corona dei Cesari, io per me direi: mi sorrida la donna. — Già ricorda la storia un vostro fatto antico che salvò la patria; e la storia manderà ai posteri anche questo, che certamente salverà Fiorenza...»
«Deh! narrateci il fatto, cortese giovanotto, nè per ascoltarvi smetteremo il debito nostro», dissero a un punto le gentildonne adunate presso di lui.
«La storia è breve. Nel 1282, quando messer Giovanni da Procida ebbe ribellata la Sicilia al re Carlo, questi, avendo raccolto grosso naviglio a Napoli, mosse incontro Messina, dove postosi ad assedio, mandò ai Messinesi comando si riponessero sotto alla sua obbedienza. I Messinesi, sprovveduti di difese, vedendo tanto sforzo di esercito, col mezzo del legato della Chiesa gli domandarono per patto: perdonasse alle ingiurie; di quanto pagavano gli antichi loro per anno al re Guglielmo si contentasse; signoria latina, non provenzale, concedesse. — Alla quale domanda il re superbamente rispose: I nostri soggetti che contro a noi hanno infierito a morte domandano patti? Ebbene, io li perdonerò, ma voglio ottocento statichi, dei quali farò a mia volontà, e tengano da me quella signoria che a me piacerà siccome loro signore. — E notate, donne, i nostri padri guelfi lo chiamano il buon re Carlo.»
«Il Signore gli dia nell'altra vita mercede condegna ai meriti suoi!» soggiunsero le donne; — «ma i Messinesi qual davano risposta alle tracotanti parole?»
«Ecco, ce l'ha conservata Giacotto Malespini, storico guelfo, che Dio lo perdoni», continuò Ludovico: «Anzi volerne morire dentro alla nostra città colle nostre famiglie combattendo, che andare morendo in tormenti e in prigioni e in istrani paesi[203].»
«Oh i gloriosi cittadini! Onore ai valentuomini!» con le voci e palma battendo a palma plaudivano le donne.
«Udite!... però la terra in parte non aveva mura, e il re da quel lato dette un furiosissimo assalto: i Messinesi si difesero, come si difende l'uomo il quale combatte per gli affetti più cari che la natura c'infuse nell'anima: dopo sanguinosissima battaglia ributtarono il nemico aspramente. Il re Carlo si ritirò a notte, fermo nel consiglio di espugnare alla dimane la terra o morire nella mischia. Cotesta fu una molto terribile notte pei Messinesi, e come disperati si sconfortavano: se non che le donne loro gli sostentarono, gli abbattuti spiriti ravvivarono, e rovinando case e tempii al chiarore delle fiaccole, con isforzi miracolosi nel breve spazio della notte munirono di muro quella parte di città che n'era senza. Allora un poeta del popolo fece certa canzone la quale tuttavia si rammenta. Carlo alla mattina conobbe impossibile lo assalto: mutato modo di guerra, pensò averla per fame; vi stette attorno circa due mesi invano, poi gli fu forza lasciare con sua vergogna la impresa.»
«E la canzone come diceva ella?» richiesero le donne.
«Della canzone i tempi serbarono una strofa sola.»
«Ditela su, noi la vogliamo sapere.»
«Ella dice così:
«Deh! com'è gran dolore Le donne di Messina Vederle scapigliate Portar pietre e calcina[204]!»
«Oh! continuate, andate innanzi...»
«L'altro s'ignora...»
«Ce lo ponete di vostro, per poco che siate poeta.»
«Ma io non sono poeta.»
«Continuate... continuate... per quanto amore portate alla vostra donna.»
E Ludovico sospirando riprese a cantare: —
«Deh! quanto è gran dolore Ruinar di nostre mani L'arche dei padri nostri Li tempii dei cristiani!»
Le donne per istinto di armonia ripetevano in coro:
«Deh! quanto è gran dolore»
E Ludovico di nuovo:
«Deh! quanto è gran dolore Pensar che a tal destino Mena la madre patria Un papa e un cittadino. Ma di tener Fiorenza Non avrai, papa, il vanto, O tu l'avrai morente Per darle l'olio santo.»
E così continuarono finchè n'ebbero vaghezza.
* * * * *
Il Baglione, quando prima vide la moltitudine precipitare alla rovina dei borghi e lasciarlo spregiato, lo vinse l'ira per modo che, dato degli sproni nei fianchi al suo muletto e quindi tirate forte le briglie, lo tormentava in istrana maniera, sicchè quel misero animale scalpitava, si agitava e grondava sudore. Volendo poi tornarsene alla sua stanza, nel volgersi che fece, gli occorse Zanobi Bartolini, il quale, piegato il capo sul seno, non si era mosso; onde in passandogli da canto esclamò:
«Chi sa dove mai trarranno la patria cotesti Arrabbiati!»
«Ahi, povera Fiorenza! l'ora anche per te è venuta di essere ridotta in un mucchio di rovine.»
«Onta a voi che ne siete la colpa: — in fè di Dio, ora che corre stagione di mostrarvi più che uomo, voi mi diventate men che fanciullo. Dove lasciaste voi l'antico vigore, quando, commissario a Pistoia, col carnefice da un lato e la giustizia dall'altro, accomodaste quella scomposta città[205]?»
«Colpa è del papa, che non volle udire parola di libertà; e tra i due estremi del vederla o rovinata o serva noi lasciamo andare in rovina la patria.»
«E chi vi ha detto il papa non volere udire parola di libertà?»
«A me?... lo hanno riferito gli oratori nostri. Forse voi pensereste al contrario?»
«Lo penso... e forse... posso ancora saperlo...»
«Davvero? E a voi chi lo assicurato?»
«Uditemi bene, messere Zanobi...»
E così andando alternarono un colloquio nel quale i futuri destini di Firenze furono irrevocabilmente fissati.
«Michelangelo, che nuove?» tutto anelante domanda il Carduccio traendo in disparte il Buonarroti.
«Cristo morendo ci lasciò in eredità i chiodi e le spine: io nulla ho ottenuto... nulla... e, oh dolore! la salute della patria pendeva dalla riuscita dell'opera mia. — Io rientro nella mia patria, come lo spettro torna alla sua tomba su lo apparire dell'aurora...»
E poichè il Carduccio, le mani incrociate sul petto, il capo a terra chino, pareva come sopraffatto dall'angoscia, Michelangiolo lo scosse con impeto e gli domandò:
«Dunque è ben morta ogni speranza, o Francesco?»
«Il Carduccio crollò la testa quasi per iscuoterne i molesti pensieri, poi vestì la faccia di un sorriso languido e rispose:
«La speranza rinasce dalle sue ceneri, perchè questo popolo è grande.» — E così favellando gli accenna la moltitudine brulicante nella distruzione. — «Ma in breve narrami i casi tuoi.»
«Io me ne andai a Ferrara...»
«Parla sommesso; — qualcheduno, parmi, ci si avvolge d'intorno per origliare le nostre parole.»