Part 38
Se a Roma io fossi uscito dagli Scipioni, già non mi sarei gittato dalle finestre per questo. Adesso corre l'andazzo di tenere in nonnulla i padri e gli avi: a me sembra spregiare troppo i maggiori ostentazione uguale a quella di pregiarli troppo. Chi più si sbraccia a maledire una cosa, più si avvicina a desiderarla: sentenza antica, e perciò appunto vera. Il conte Vittorio Alfieri, prossimo a conchiudere la vita scriveva lettera a certo altro Alfieri di Sostegno, nella quale seco lui rallegrandosi per la nascita del suo primogenito, terminava con queste parole: e «E tanto più me ne congratulo in quanto che ho potuto a chiara prova comprendere come, per quanti sforzi che la plebe faccia, non riesce mai a conseguire l'altezza dei sentimenti, retaggio esclusivo di noi generati da nobile sangue.» Voi potrete trovare questa lettera stampata nel giornale _L'amico d'Italia_ (Iddio ci liberi da amici siffatti!). E non pertanto questo conte Alfieri è quel desso che in altri tempi flagellò acerbamente i patrizii col verso famoso: _Or superbi, ara vili, infami sempre._ — L'Alighieri sentiva della nobiltà da profondo intelletto quando cantò:
O poca nostra nobiltà di sangue, Se glorïar di te la gente fai Qua giù, dove l'affetto nostro langue, Mirabil cosa non mi sarà mai: Che là dove appetito non si torce, Dico nel cielo, i' me ne gloriai. Ben se' tu manto che tosto raccorce; Sicchè se non si appon di die in die, Lo tempo va dintorno con le force.
La lunga serie di personaggi incliti nella medesima famiglia induce maggiore obbligo nel postero di continuare la splendida via tracciata da quelli. La condizione apposta da Dante è necessaria, onde la gentile prosapia si abbia a tenere in pregio appresso la gente. In nessuna epoca come nella nostra vedemmo il poco conto si debba fare delle ingiurie buttate dalla plebe in faccia alla nobiltà. Finchè durò duro l'impero di Napoleone, seguì per via dei matrimonii un cambio continuo tra nobiltà e danaro, ed anzi egli ne fece argomento della sua politica governativa[187] . Quante fraudi di mercante non ricoperse un mantello di duca! Ai giorni presenti voi conosceste l'aristocrazia dei mercanti: ditemi di che cosa vi seppe cotesta aristocrazia? più che innamorato alle sembianze della donna diletta, il mercante si strugge dietro alla frazione di una moneta. Delle cose cattive la pessima, l'uomo cambiale; arido quanto una cifra, nulla abborre, purchè possa moltiplicarsi; calcolatore di fame, di peste e di sangue, egli senza scelta comprende i tre flagelli del profeta Natan. L'anima del mercante, meglio che quella dello stoico, non ha manichi; — tu non sai da qual parte afferrarla. I nobili di sangue, fatui, se vuoi, e ridicoli e nulli, pur ti verrà fatto esaltarli con gli esempi paterni. Or via, immaginatevi un po' un gentiluomo e un mercante, entrambi accomodati nel proprio gabinetto; — entrambi se ne stanno seduti davanti al fuoco, entrambi posero sopra il camino la immagine del defunto genitore. Un infelice stretto dal bisogno ecco picchia alle porte che il Parini chiamò _ardue_ e domanda soccorso. Il gentiluomo (mi pare udirlo) di subito dirà: — Dio l'aiuti (modo civile che significa — caschi morto di fame)! Ma il vecchio servo, nato in casa, che ha tenuto sulle ginocchia il padrone e si reputa affisso irremovibile del palazzo a un dispresso come gli arpioni della porta maestra, alzerà gli occhi al ritratto dalla parrucca impolverata, vestito di stoffa a rose, con lettera alla mano diretta alla nobilissima dama la contessa sua moglie ed esclamerà: Il conte Alamanno buona anima non rimandava mai i poveri con Dio senza l'accompagnatura di un bello scudo nuovo di zecca. E il gentiluomo guardando il ritratto, gli parrà come vederlo assentire a quella lode postuma, e cinque volte sopra dieci porrà mano alla borsa e darà lo scudo. Forse lo moverà superbia, imitazione o che altro; sarà come volete ma darà lo scudo. Il mercante invece non darà nulla: il servo preso ieri, pauroso di esser cacciato domani, oggi non dirà nulla; se alzerà gli occhi al ritratto, contemplerà un volto acerbo come un conto di ritorno, piacevole quanto la cambiale protestata. Nella casa del mercante si assomigliano tutti; le generazioni paiono canne aggiuntate; meno la legatura che forma il passaggio dall'una all'altra, sono tutte eguali. L'avo fu uomo che di quattro diventò sei, il padre di sei si moltiplicò in dodici, e via discorrendo. Qualunque azione del mercante va sottoposta a calcolo. La troppa virtù nuoce, perchè gli uomini se ne prevarrebbero a danno del rispettabile mercante; la poca virtù nuoce eziandio, come quella che mena in luogo dove si lavora pel pubblico; però lascerà scritto il padre mercante al figlio mercante nei suoi ricordi mercantili; _abbi virtù quanto basta per non andare a bastonare i pesci._ Ogni cosa il mercante stima a prezzo: certuno di loro udendo favellare intorno alle maravigliose conseguenze del sistema di gravitazione scoperta dal Newton, interrogava quanto rendesse per cento! — Dei governi i mercanti reputeranno ottimo quello non già che maggiore somma di libertà concede, sibbene quello che minore somma di danaro domanda; delle religioni suprema quella che gl'idoli ha d'oro, e i sacerdoti celebrano la Messa _gratis_; tra quanti miracoli operò Gesù Cristo, uno solo gli rapisce in estasi: — la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dunque, delle due aristocrazie parmi meno funesta e laida e contennenda quella del sangue: molto più che questa puoi spegnere quanto ti piaccia; per provvedere all'altra del danaro, ti torneranno corti i consigli.
Con maravigliosa volubilità di parole tutte le riferite cose mi favellava il marchese di Piuma, mia conoscenza antica, in proposito della lettura ch'io gli feci ieri del seguente capitolo, e concludendo interrogava:
«Che ve ne pare? Non è egli vero?»
Ed io, che fin lì mi era dilettato a tracciare col dito dei numeri sopra la tavola, alzai il capo e risposi:
«Ma... non saprei... io per me non sono nobile nè mercante... ne consulterò quanto prima il presidente della camera di commercio di questa città.»
E lo farò: — intanto ricopiando oggi mi è piaciuto metter qui le parole del marchese, come per via d'introduzione al capitolo.
Era giunta la notte alla quarta vigilia, quando Cencio Guercio con molto riguardo introdusse nelle stanze più riposte di Malatesta Baglioni quattro frati molto diligentemente nascosti in cappucci e mantelli loro. — Quegli che camminava innanzi degli altri, appena entrato, deponendo la cocolla, si mostrò qual era, Giovanni Bandino; il secondo, quantunque più esitante, ne seguitò l'esempio; il terzo rimase incappucciato, e l'ultimo, nudando il capo soltanto, dall'acconciatura delle chiome si fece conoscere per prete. — Malatesta gli accolse con un lieve declinare del ciglio; pel rimanente rimase immobile nel volto, come se fosse stato di marmo. Il Bandino ruppe il silenzio dicendo:
«Magnifico, di commessione di Sua Santità io vi presento messer Lorenzo Soderini, padre Vittorio, frate osservante di san Francesco, e messer Filippo Mannegli cannonico di Santa Maria del Fiore: penetrati tutti del tirannico governo che di presente travaglia la comune patria, si profferiscono secondo la facultà loro, per aiutarvi nella santissima impresa di liberarnela; essi vi diranno il come intendono agevolarvi la strada: se voi scorgete espediente altro migliore, voi come più savio consigliate, ch'essi vennero qui per porsi intieramente ai vostri servizii.»
Malatesta, sbirciatili così di traverso, chiamò Cencio, gli parlò sommesso nell'orecchio, e all'improvviso quindi voltatosi al Soderini, gli domandò:
«Avete voi commessioni speciale da papa Clemente?»
«Sì, certo: eccovi lettera di credenza, strenuissimo messere Malatesta.»
Il Baglioni prende la carta, la guarda e, senza restituirla, soggiunge:
«Sta bene: — e voi altri?»
Il frate e il cannonico risposero:
«Noi non abbiamo ordine in iscritto, ma ricevemmo la commessione a voce, come può farvene fede messer Giovanni Bandini.»
«Sta bene. — Or ditemi voi, cannonico Mannegli, ed in qual modo disegnate avvantaggiare le cose del papa a Fiorenza?»
«Fin qui non ho mancato di tenere ragguagliato di quanto alla giornata accadeva in città il magnifico signor commessario Baccio Valori, mettendo con non minore pericolo che arguzia le lettere nella balestriera lungo terra presso Porta San Gallo: nei casi subiti lo avviso il dì con una sargia, o lenzuolo, o fumata dal comignolo della cupola di Santa Maria del Fiore; la notte co' fuochi, come or non ha molto lo avvisai nella occasione della sortita del signore Stefano Colonna e del capitano Ferruccio.»
«Non mi parlate di quanto avete fatto, sibbene di quanto potrete in séguito fare, spacciatevi; il tempo incalza, ed è periglioso il ritrovo.»
«I sacerdoti detestano il reggimento popolano; la Chiesa vedono offesa, e ne gemono; le sue sostanze contemplano dilapidate, e ad ogni patto poranno argine a queste empie rapine.»
«Sta bene: voi non potete amare i repubblicani eglino hanno troppo letto l'Evangelo. Ma in che cosa consistono gli aiuti co' quali vi proponete sovvenirci?»
«Noi dai confessionali bisbiglieremo una voce sommessa nei petti che sapranno ripeterla in piazza col fragore del tuono; noi susciteremo gli odii, semineremo la discordia tra fratello e fratello, porremo la spada tra padre e figliuolo; se la vita di un uomo impedisce il proponimento vostro, noi potremo darvi qual più vi piace, o Giuditta, o Ehud, — che recava i messaggi di Dio sopra la punta del coltello[188].»
«Voi mi parlate come se al mondo non fosse comparso Martino Lutero. — Dov'è la vostra vantata potenza, poichè egli dimostrava avere da gran tempo Gesù Cristo fatto divorzio dalla Chiesa?»
«Voi v'ingannate; noi siamo tuttavia più che voi non credete potenti; il nostro regno durerà ancora per molti secoli: l'uomo sta molto tempo nell'errore per via dello inganno, un tempo più lungo vi rimane per presunzione di non si volere essere ingannato. Il cielo parlerà in favor nostro. Gli stolti repubblicani, come narra Omero di Ulisse, chiusero i venti negli orti, e a noi con questi concessero la facoltà di suscitare la tempesta: vi parlo io oscuro? Uditemi, vi aprirò la mia mente. La Signoria, timorosa che le immagini della Madonna dell'Impruneta e di Santa Maria Primieriana in mano dei nemici capitassero, ordinava si conducessero la prima in Santa Maria del Fiore, l'altra in Santa Maria in Campo; — ora volete voi che elle piangano? che ridano? volete che sudino sangue? volete che parlino, che scompariscano, si facciano bianche, diventino nere? Noi tutto questo possiamo ed altro ancora. Le chiavi di san Pietro non ci furono per anche tolte di mano: noi possiamo a nostra posta serrare e disserrare il paradiso...»
«Ohimè! ohimè! sorridendo interrompe il Malatesta, i popoli quasi non credono più in Dio... Cristo per poco non perse il partito...»
«Non è vero, riprese il canonico; Cristo fa eletto debitamente re di Fiorenza. E poi rammentatevi, Malatesta, che se noi minaccia rovina, non per anche cademmo; e la mano dei re, comunque agonizzante, può segnare la sentenza di morte de' suoi nemici.»
«E null'altro vi avanza?»
«E parvi poco?»
«Al contrario parmi moltissimo; e voi, padre Vittorio, che cosa ci offerite di buono?»
«Chiedete. — Quanto potrete aspettarvi da un odio che non ha pari, da una rabbiosissima ira, noi vi daremo. Voi lo sentiste... l'eretico Carduccio incitare la Pratica a spogliarci dei beni di cui la carità dei fedeli ci fece dono una volta, e di cui un antico possesso ci assicurava il dominio; — e al danno aggiungendo lo scherno, egli diceva: «noi non avere amore di patria, e ad altro non attendere noi che all'ambizione ed alla utilità nostre; esser pur giunto tempo che come noi ridemmo delle stoltezze loro, così i cittadini ridessero delle nostre astuzie, ed ai comodi propri riguardassero. — Vendiamo i beni dei frati», mi suonano ancora in mente queste empie parole; «benchè chiunque non vorrà negare il vero, confesserà che non i beni dei frati, ma i nostri si vendono, donati loro dagli antichi nostri, per tutto quello che loro avanzasse, non già nelle pompe e nei piaceri, ma in cose pie spendere si dovesse[189].» E tu potesti, senza che la terra ti si fendesse sotto i piedi...»
Malatesta, come infastidito, troncò quella parola ardente di sdegno, dicendo:
«Padre, voi predicate ai porri; e sì che dovreste sapere a che passo menarono le prediche sole di frate Girolamo Savonarola.»
«Io so che i frati di san Francesco lo menarono al supplizio.»
«Or via, stringiamo il discorso: che cosa farete?»
«Tutto: noi sopporteremo ancora le stimmate del nostro serafico fondatore...»
«Bel principio ad operare sarebbe, in fè di Dio, impiagarci le mani e i piedi!... Frate, va a farti medicare il cervello.»
«Malatesta, noi oseremo più di quello che voi non immaginate; introdurremo nel nostro convento i soldati del pontefice vestiti da frate, — noi appiccheremo il fuoco alla città, — noi faremo suonare nella notte tutte le campane, — noi inchioderemo le artiglierie, — mescoleremo veleno nelle farine e nell'acqua...[190]»
«E voi messer Soderini?» lo fissando di repente nel volto interroga il Baglioni.
«Io!» risponde questi, il quale per le cose udite si era rimasto stupito: — «ma... dopo il veleno, la strage e gl'incendii, null'altro mi avanza a fare, se non che seppellire i morti.»
Malatesta e il Bandino non si poterono tanto reprimere che entrambi in un medesimo punto non iscoppiassero in altissime risa. Poichè alquanto si furon rimessi, il Baglioni proseguì con queste parole:
«Ciononostante parlate.»
«Io sono dei grandi: gran parte avemmo nel governo dei Medici, lo desiderammo intero e mutammo reggimento; il popolo ingrato ci ha tenuto a vile e, non che piegarsi docili davanti a noi, si levò in superbia e ci ha tolto anche quella parte che possedevamo un giorno. I nobili sentirono come propria la ingiuria con la quale mi offese Francesco Ferruccio, quando io me ne stava commessario a Prato. Cotestui, pur dianzi a tutti ed a sè stesso oscuro, uso a servire in bottega, per carità riscattato dalla prigionia degli Spagnuoli dal mio consorte Tomaso Cambi[191]; costui, dico, ardiva al cospetto dei soldati sostenermi in volto ch'io non intendeva la milizia e che badassi alla mercatanzia[192]. I nobili han fermo di vendicare l'ingiuria e non sopportare altro strazio: conosco gli umori; mi sono note le voglie; io mi porrò a capo dei grandi... nissuno meglio di me lo potrebbe: io nasco di casa Soderina... voi lo sapete.»,
«Io so due cose della vostra famiglia, messer Lorenzo», favellò il Malatesta; «che Piero giunto a capo del reggimento non lo seppe tenere e adesso vive misera vita a Vicenza; e l'altra cosa da me conosciuta si è questa, che l'arme vostra troppo apparisce ornata per abbisognare di altro fregio[193].»
Sentì il Soderini acerbissima la plebea contumelia e, forte commosso, stava per darle convenevole risposta, allorchè si udì dalle stanze contigue la voce di Cencio Guercio che gridava:
«I magnifici signori Dieci di libertà e pace...»
«I Dieci!» esclama Malatesta, «noi siamo tutti morti.»
«Misericordia! i Dieci!» ripresero a coro gli altri, tranne il Bandino, che disse:
«Non mi avranno vivo.»
E mentre queste diverse espressioni si manifestavano in un punto, il Baglione affrettandosi a fuggire rovescia la lampada, che cadendo si estingue.
Succede un buio pieno di paura, un silenzio rotto soltanto dallo stridore di denti dei ribaldi traditori, i quali ad ogni istante temevano rischiarate quelle ombre e vedere il primo raggio di luce riflesso sopra la spada del carnefice.
Quel buio alfine sparì, e la luce non rivelò il taglio della spada, sibbene il riso del Malatesta e del suo compagno, Cencio, i quali soprastettero alquanto a contemplare la burlevole scena.
Il frate si era rannicchiato sotto il letto del Baglione, il canonico sopra, dove si teneva avvolto il capo nelle lenzuola non altrimenti di quello che si facciano i fanciulli allorchè temono per la notte il fantasma o la versiera; il Soderini poi non si trovava in qual parte si nascondesse: il terrore gli aveva rattrappito le membra; fatto gomitolo di sè, si cacciò tra i piedi della tavola e vi si ricoperse col tappeto. Solo il Bandino con la daga nuda alla mano apparve atteggiato come uomo che vuole e sa morire combattendo.
E Malatesta beffardo incominciò:
«Fuori, canonico, che puoi vergare la sentenza di morte di tutti i tuoi nemici; — fuori, frate, che inchiodi le artiglierie e incendii la città; Lorenzo Soderini, se intendete essere la bandiera intorno alla quale si denno raccogliere i malcontenti, mostratevi almeno sopra la terra. — Uscite dalla mia presenza, codardi! — Io ho voluto conoscere la vostra mente e le vostre forze: — se non ordino che v'impicchino per la gola quanti siete, questo è perchè non valete la spesa del capestro. Poichè le finestre del palazzo ebbero il pregio di tenere sospeso l'arcivescovo Salviati, io non vo' bruttarle col corpo di te, frate Rigogolo[194]. Sciagurati! Le formiche che vivono tra le cavità della querce avranno potenza di abbatterne i rami? Voi avete delle rane la voce importuna e la stanza di fango; rimaneteci, — a voi non è lecito uscirne. Tu, canonico, torna alle immondezze della tua vita; tu, frate, a distribuire la broda ai poveri affollati alla porta del tuo convento; — di te mi prende compassione e ribrezzo, Soderini, un forestiero t'insegna carità per la patria; Fiorenza sempre onorò la tua casa, e tu macchini insidie a tradirla. Uscite, sgombrate la casa mia, e sappiate che Malatesta Baglioni è quanta fede si ritrova nel mondo.»
Il Soderini non sapeva districarsi, e fu mestieri aiutarlo, e insieme agli altri poveri congiurati, a capo basso, la rabbia nel cuore, uscì da cotesto luogo maledetto.
Quando furono giunti in parte dove non poterono essere sentiti, frate Vittorio fremendo favellò:
«Ah! volpe perugina, se non giungo a renderti pan per focaccia, rinnego anche Cristo.»
«Bisogna», riprese il canonico, «corrompergli lo scalco e fargli mescere un bicchiero di buona acquetta di Perugia; — non può aversene a male, — ella è roba del suo paese[195].»
«Voi siete una perla per immaginare, ma e' converrebbe metteste fuori il danaro.»
«Santa Maria! io non potrei trovare un quattrino neanche se me lo pagaste un ducato; — mettetelo fuori voi.»
«Se le monete di cuoio andassero, mi taglierei gli usatti.»
«Perchè non levate la corona d'oro alla Madonna che avete sull'altare maggiore?
«Voi mi tenete per Calandrino, via! Questo fu fatto or corrono bene dieci anni, e con quella corona di ottone non sembra meno miracolosa alla gente.»
«O le lampade!»
«Tutte di rame.»
«Allora udite, — scriviamo un'accusa e tamburiamolo per traditore.»
«Oh il valentuomo! voi vi meritate una ghirlanda...»
«D'oro — per cambiarmela d'ottone.»
E si separarono; ma il canonico attese subito a mettersi in salvo e abbandonò la città; il frate ebbe lo stesso pensiero, se non che differiva porlo in esecuzione il giorno veniente, e, per le vicende che accaddero gli sfuggì l'occasione: nessuno di loro curò tamburare il Malatesta.
Al Soderini, gonfio d'ira e di superbia, non venne in mente cansarsi; si ridusse a casa, dove la povera sua madre non chiuse occhio tutta la notte per aspettarlo, e quando lo vide così turbato,
«Lorenzo», gli disse, «badate a non darmi qualche dolore in questi ultimi giorni di vita. Rammentatevi sempre che i Soderini attesero anche con loro pericolo al bene della patria.»
«Madre mia, Fiorenza attende il suo liberatore, e l'avrà.» Poi andò a giacere e sognò di salire sopra un gran palco in piazza, dove i popoli erano accorsi a vederlo. La mattina veniente allorchè si risvegliò risovvenendosi del sogno, seco stesso diceva: «Prima o seconda, questa mia testa è nata per alti destini.»
Infatti il sogno non lo deluse; la fortuna gli apparecchiava un destino alto.
* * * * *
Il Malatesta, poichè si furono allontanati costoro, facendo bocca da ridere, così favella al Bandino:
«Di tutto questo che parvene, messere Giovanni?»
«Parmi che dovrei darvi di questa daga sul capo.»
«In fè di Dio! voi avreste torto;» e sì dicendo il Baglione si allontana; «io piuttosto, e a ragione, dovrei dolermi di voi; chi diamine mi conducete davanti per cospirare? un frate e un canonico. Oltre il cattivo augurio che portano seco gente siffatta, sapete voi chi essi siano e quello che valgano? Uomini di perdutissima vita, privi di ogni bene di fortuna, così che la corda che gli appiccasse rappresenterebbe loro l'unica proprietà da essi mai posseduta nel mondo. Se avessi vite quante maggio ha foglie, io non ne porrei una all'avventura con loro. E quell'orgoglioso Soderini! Davvero l'epitafio scritto da messer Macchiavello per Piero Soderini ancora vivente si addice a tutti i membri della sua stolta famiglia. Al limbo i bambini, e non con noi per impresa di tanto momento. Voi almeno siete un uomo, voi, e nelle vostre braccia mi affido come in porto di sicurezza: — vedete in qual modo mi ha concio l'infermità non pertanto io fui un giorno, come voi, di persona prestante, e così come sono piaccionmi gli arditi.»
«Costoro molto avevano promesso, e il papa vi contava non poco.»
«Antico errore nei fuorusciti, sperare troppo nei vanti di chi meglio ne lusinga la passione.»
«Però ormai erano partecipi della congiura e se non potevano giovare, disprezzati potranno ben nuocere.»
«Guai a loro! Essi portano addosso la sentenza di morte. Domani, quando abbuia, nei tamburi di Santa Maria del Fiore io farò gittare dai miei fidati copia di spiagioni segrete a carico loro; prima che la vipera morda, le torrò i denti.»
«Chi vi assicura non vi prevengano nell'accusa?»
«La viltà loro. E poi essi hanno prova della mia fede, io invece posseggo la prova del tradimento loro. Or dunque accostatevi, concludiamo.»
«Sì, via, concludiamo, che al papa paiono mille anni di ritornare in palazzo.»
«Adagio ai me' passi; pure io m'ingegnerò a soddisfare le sue voglie. Uditemi; conviene guadagnare alle nostre parti uno di questi due cittadini, Francesco Carduccio, o Zanobi Bartolini.»
«Francesco Carduccio!»
«Ma Francesco Carduccio, comechè prudentissimo, si è scoperto troppo vivo per la parte degli Arrabbiati; la reputazione di cui gode gli viene da siffatta avventatezza; se domani si mostrasse un tantetto moderato, si demolirebbe con le proprie mani; quindi non favelliamo più oltre di lui.»
«Aggiungete ancora ch'ei non si lascerebbe comprare.»
«Tutto si compra, figliuolo mio; passioni, piaceri, vite, in somma tutto, inclusive la remissione dei peccati e l'entrata nel paradiso; i tesori delle indulgenze superano di assai i tesori di questa terra...»
«Non obliate, soggiunse ridendo il Bandino, che voi discorrete con l'ambasciatore della Santa Sede Apostolica.»
«Anzi io diceva così perchè troppo bene me lo rammentava. Rimane messer Zanobi; astuto, arguto, nei casi umani ricercatore sottilissimo e, come voi altri Fiorentini vi dite, bagnato e cimato: in lui pertanto vuolsi riporre ogni fidanza; i nobili gli fanno capo come a principale rappresentante, pendono dai suoi consigli, quanto egli vuole vogliono: ama la patria, ma più sè stesso ama; di animo gagliardo, ambisce il governo; assicurandolo che gran parte otterrebbe del nuovo stato, fingendo eleggerlo arbitro del futuro reggimento di Fiorenza, giurando mantenere salva la libertà della patria...»
«Questo è ciò che vuole mantenere papa Clemente.»
«Vi ho io forse detto che mantenga? Ho detto giuri. Il sommo pontefice può sciogliere dal giuramento con maggiore agevolezza che non iscioglie il fiocco del suo piviale.»
«Ma quel vero cignale del Bartolini che sempre tiene chiusi gli occhi e pensa sempre, lascerà cogliersi al laccio?»