L'assedio di Firenze

Part 37

Chapter 373,727 wordsPublic domain

Spunta il giorno: ma quantunque fosco, concede agli Orangiani la vista della bandiera imperiale inalberata su l'asta sotto la bandiera del comune di Firenze, e ciò li concita a rabbiosissimo sdegno; la luce ancora manifesta al nemico il piccolo numero dei nostri, e ciò gli partecipa ardimento. Filiberto spedisce ai colonnelli lontani messaggi con gli ordini accomodati alla occorenza; crollansi le compagnie e cambiano forma: era adesso suo disegno indirizzare alle punte estreme dell'ale della nostra milizia una mano di cavalleggeri e di fanti meglio spediti per circuirla, e così divisa dalle mura tagliarle la ritirata e poi a bell'agio piombar addosso col grosso dell'esercito e sterminarla senza rimessione; se gli veniva fatto di superare l'ale, non uno dei giovani fiorentini sarebbe tornato a Firenze. Il signore Stefano, se avesse condotto numero pari di gente, o lo avesse avuto di poco inferiore, certamente avrebbe disteso le file all'avvenante che le allargava il nemico, dopo attelati gli eserciti, non si sarebbe rimasto dallo ingaggiare battaglia sopra tutta la fronte; ma essendo pochi, conobbe non avanzargli a perdere più tempo e dover mettere ogni studio a ritirarsi; attese pertanto a rendere vano lo sforzo del nemico, prevenendo il suo moto; ordina ai capitani delle due punte girino velocissimi sul fianco destro i soldati che a lui posto nel centro stavano a mano sinistra, sul manco, quelli che gli stavano a destra; e descritta sul terreno una linea sferica, si uniscano in colonna ritirandosi per alla Porta di San Piero Gattolino; egli aveva molto bene considerato come così procedendo i cavalli nemici potevano cogliere di fianco la colonna, romperla quasi serpe sul dorso e impedirle ogni via di salute; e a questo sperò provvedere con la celerità dei passi, per cui, lasciato aperto certo spazio di terreno davanti i nostri, le artiglierie delle mura senza timore di offenderli potessero fulminare gl'imperiali e trattenerli da molestare la ritirata. Io non so quello sieno per dire i presenti uomini di guerra sopra tali ordinamenti di milizia; quello che so troppo bene si è che anche con quei modi la umanità si lacerava e faceva delle sue ossa biancheggiare la campagna; miserabile nostro destino, di cui non ispero, almeno per qualche migliaio di secoli, la fine.

Non andarono falliti i concetti del Colonna: le artiglierie fecero buonissima prova; gli Orangiani, essendo stati alquanto sospesi, perderono il destro a inseguirli; posto uno spazio tra loro e i nostri, costoro diventarono segno della tempesta di fuoco e di ferro che prorompeva fuori delle mura; — quasi a morte certa correva chiunque si fosse avventurato su quel terreno. O per prudenza del capitano, o per beneficio della fortuna, vedevano gli Orangiani sfuggirsi di mano una preda ormai tenuta sicura.

Ora avvenne come tra i primi cavalleggeri spediti dal principe a circuire l'ala sinistra del nemico si trovasse Giovanni da Sassatello, soldato italiano quanto valoroso in arme, altrettanto perduto di fama; costui militò agli stipendi del duca Valentino e a lui piacque, la qual cosa ci dispensa di aggiungere altre parole intorno ai suoi costumi. La Repubblica fiorentina, quando prima ruppe il grave freno dei Medici, attendendo, come provvida, ad armarsi, lo condusse al suo soldo con ottanta cavalli; stipulata la condotta, chiese ed ottenne dai signori Dieci mille e quattrocento cinquanta fiorini d'oro, i quali appena gli furono contati, rubatigli con suo eterno vituperio, si fuggì al papa. Sebbene ei si fosse dei pericoli spregiatore e se ne vantasse, pure non si arrischiava affrontare la bufera di palle briccolate dal nemico; il suo cavallo, generoso animale, puntate le zampe, indietreggiava con le groppe, torceva altrove la testa ed annitriva furioso. Lionardo Frescobaldi, giovane d'inestimabile bellezza di corpo e di animo ferocissimo, caro sopra modo al Morticino degli Antinori più per questa seconda che per la prima qualità, veduto per caso il Sassatello, lo chiamò con gran voce:

«O ladro, fàtti oltre! — O ladro, non hai le gambe, come le mani pronte? Fàtti oltre! Le palle di Fiorenza ti talentano meno dei suoi fiorini!»

Arse Giovanni di bestiale ira, udendo quell'oltraggio recatogli da un giovanetto alla presenza di tanti uomini di guerra; parve a lui quello che suole parere agl'improbi, voglio dire che non già la colpa, bensì il rimproccio della colpa lo avrebbe fatto diventare ludibrio del campo, dove non ne avesse ricavato qualche insigne vendetta; imperciocchè sogliano simili malvagi compiacersi nel fingere la tristizia loro o sconosciuta od obliato; e se altri non gli accusa, eglino si assolvono: la coscienza gli raggiunge di rado; in ogni caso tardi.

Invano il cavallo ricalcitra, l'ostinato cavaliere gli lacera i fianchi; al fine la bestia, volendo forse emulare l'uomo si lancia a precipizio. Viene da magnanimità, da pazzia o da che altro viene l'impeto del soldato per cui irrompe in guerra contro a morte quasi sicura? Chi lo sa? Chi potente a distinguere i moti del cuore? Spesso incontrammo insigniti della stella dei prodi sul campo di battaglia tali a cui appena avremmo concesso in casa o in piazza lo intelletto del cane e, quello che arreca maggiore maraviglia, il coraggio del coniglio.

Se il Frescobaldi avesse in quel punto continuato a ritirarsi, si sarebbe chiarito valente solo a parole: la sua natura non gliel consentiva; in luogo circondato da mortali pericoli stette a dare o a ricevere la morte.

Una palla vola tra la testa del cavallo e il capo del Sassatello, un'altra gli porta via il cimiero, un'altra interrandosi presso a lui lo cuopre di fango: — ma i suoi giorni sono contati; egli procede sicuro come sotto le vôlte di Santa Maria del Fiore.

Lionardo afferra con ambe le mani la picca, che in quei tempi le fanterie usavano lunghissima, ed aspetta a piè fermo il momento di spingerla nel collo del cavallo; dove ciò gli venga fatto, il destriere stramazzerà in un viluppo col suo signore, e mentre questi grave di armatura tenterà sollevarsi, egli, stretta la spada, lo spaccerà da questo mondo. — E se il destriero non era più sagace del suo signore, senza fallo gli riusciva; ma l'animale saltando destramente da parte, schiva la punta la quale sfiorò in passando la gamba al Sassatello. Lionardo subito si volge impetuoso per timore di essere preso alle spalle; la troppa previdenza e la troppa prestezza gli nocquero; forte tenendo pur sempre nelle mani la lunga picca, imbatte nelle groppe del cavallo, che un'altra volta girandosi offerisce campo al Sassatello di ghermire il suo nemico pel collo, e così fece, e trattolo a sè, lo levò da terra. Lionardo si sentiva strangolare; tentò rompersi il collarino e non potè aiutarsi; allora si risovvenne avere la daga, la trasse fuori, e sollevato il braccio incise profondamente il cavallo nella spalla; inferocito l'animale dallo spasimo, imperversa per la campagna traendo in sua balìa cotesti due inferociti. Lionardo agita le gambe per l'aria e stretto alla gola non profferisce parola alcuna di resa; al Sassatello sbattuto dalla corsa non è concesso assestare un colpo; fuga d'inferno era quella.

Dai giovani suoi compagni, che molto lo amavano, si levò una voce: «Ahi! Frescobaldi... Frescobaldi è morto!»

Nè però alcuno si moveva di schiera; solo il Morticino degli Antinori, per ordinario pallido, adesso poi cosperso di più spaventevole pallore, accorre come forsennato, e giungendo le mani gridava da lontano:

«Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, — egli è un fanciullo: non gli far male, in nome del tuo Cristo; — bada.... rammentati che tu pure hai un figlio di età uguale alla sua... Lasciatelo, Giovanni, io vi verrò prigione invece di lui...»

«Vedi il gagliardo! io lo tengo come un'oca... Forse dalle oche imparò a gridare; — da cui il combattere? — Per avventura, Antinori, da te?»

«Sì, via, — ma rendilo.»

«Io non lo tengo, per soldato, — e ne voglio per riscatto mille fiorini d'oro.»

E disparve galoppando.

* * * * *

Rientrarono le nostre milizie sanguinose, non vincitrici nè vinte, ma, se si riguarda allo scopo ottenuto di mandare gente in soccorso di Empoli e al gonfalone imperiale rapito, superiori piuttostochè superate; non pertanto andavano meste, come quelle che si vedevano sceme di molti fratelli.

L'Antinori cammina a capo basso e non profferisce parola. Dante da Castiglione gli si era posto allato; pur, conoscendolo di natura superba, e dubbioso non si recasse in mala parte i suoi conforti, desiderava e non sapeva in qual modo aiutarlo. Giunti sotto la porta di San Piero Gattolino, l'Antinori quasi seco stesso favellando disse con un sospiro:

«Or dove trovare i mille fiorini? Il nemico occupa i miei poderi.... manderei alla zecca anche il cuore di mio padre!»

Non si potè più trattenere il Castiglione, e gli gettando le braccia intorno al collo:

«Morticino!» disse in suono affettuoso, «non hai tu un amico nel Castiglione?»

L'Antinori corrispose all'amplesso: il suo primo pensiero fu buono, poi gli venne in mente l'antica emulazione che nutriva per Dante, tremò nella idea di abbisognare dei sussidj di lui; si morse le labbra e, svincolatosi sdegnoso, si allontanò mormorando.

Dante si rimase a guardarlo dietro tentennando il capo, e dopo alquanto tempo esclamò: «Tra la virtù egli dondola e il misfatto; — possa almeno il suo orgoglio preservarlo dalla viltà.»

* * * * *

«A me cotesto anello!» gridava tra orribili imprecazioni il Morticino degli Antinori a certa sua fantesca; «io voglio l'anello e la collana...»

«O signore! per la collana, prendetela... ma l'anello lasciatemelo.... con lui mi sposò or corrono quarant'anni il povero Lapo.»

«L'anello!»

«E morendo mi disse: Ghita, conservati buona vedova e tienti l'anello per amor mio; — ed io mi sono mantenuta buona vedova e non ho mai dato via l'anello...»

«L'anello, o ti taglio la mano...»

«Alla vostra madre di latte! Gesù, nè anche gli orsi lo farebbero...»

«Sciagurata! Vuoi che ti ammazzi con le mie mani? Io ho bisogno d'oro, di danaro... dimmi, conserveresti per avventura qualche fiorino nella tua cassa?»

«O santo Zanobi Benedetto! il demonio si è impossessato di messer Giovanfrancesco... Non mi ammazzate... io non ho un picciolo, su l'anima mia...»

«Dov'è mia madre?»

«Badate, Giovanfrancesco, — pensate ai comandamenti della legge di Dio; io vi sono madre di latte... ma madonna v'è di sangue, non le mancate di rispetto...»

Il Morticino non l'ascoltava e prorompendo nella stanza della madre trovò seduta sopra un seggiolone la vecchia madonna assopita di un sonno leggiero. Non avendo reverenza nessuna alla grave età di lei; con gran voce comincia:

«Quanto vi trovate a possedere, madonna, d'oro e di gemme, su, datemi presto senza escludere nulla, — nè anche i pendenti che portate agli orecchi...» Ed aggiungeva alle parole l'atto violento.

La vecchia donna, altera del nobil sangue che le scorreva nelle vene, piena della reverenza dovuta alla materna autorità, si levò subito con tale una forza di cui si sarebbe riputata incapace, allontanò da sè la sedia, mosse un passo in avanti e sollevò il braccio destro in sembianza d'imprecare; una striscia di fuoco le attraversò le guancie; gli occhi le si dilatarono minacciosi e terribili: era una figura da Michelangiolo.

«Tu tronchi la mia agonia, non la mia vita; per pochi momenti vuoi tu renderti parricida? — Va... io...»

«Per Dio, arrestatevi, madre... — Io! — Qual demonio vi caccia questo pensiero nella mente? — Conoscete voi Lionardo Frescobaldi... quel nobile giovanotto che sovente usa qui in casa? Si, voi il conoscete... or egli cadde testè prigioniero, e gli hanno posto il riscatto addosso di mille fiorini d'oro: ora nel pensiero di torli in prestanza da altri la mia anima geme per immensa amarezza. — Oh! casa Antinora decaduta, quanto t'era lieve un giorno trovare nei tuoi forzieri mille fiorini d'oro!...

La vecchia madonna declinò il braccio e sciolse un sospiro; poi strinse in amplesso amorosissimo il Morticino esclamando:

«Sangue superbo — e figliuol mio! tu sei la mia consolazione... Aspetta...»

Vacillando si accostò a certo mobile volgarmente chiamato inginocchiatoio, che i nostri padri solevano tenere a canto del letto quando i nostri padri credevano ascoltasse qualcheduno nei cieli la loro orazione, — e, la manca appoggiata sull'angolo, si piega a stento e solleva il piano dello scalino; — quivi prendendo uno scrignetto, lo porta a gran pena verso il figlio, — glielo ripone nelle mani aggiungendo:

«Prendi, Giovanfrancesco; io gli aveva serbati per qualche estremo bisogno della vita... sento che la vita mi manca, e tra poco non avrò più bisogno di nulla: — quando pure la vita mi restasse a percorrere intera, questo mi sembra caso di spendere l'ultimo soldo; — l'onore della stirpe!... Spero che basteranno; — or volgono forse cinquanta anni che non gli ho annoverati, — quanti essi sieno ignoro... ma spero che basteranno. Va... lasciami in pace... — e non farmi più così paurosamente aprire le palpebre... le tengo chiuse per insegnare loro a morire.»

* * * * *

Il Morticino degli Antinori nella sala di casa sua attendeva a contare; aveva noverato fino a cinquecento, quando palpitante di ansietà gittò uno sguardo cupido nello scrignetto per vedere se bastassero... gli parve di sì... riprese a contare — seicento; riguarda e si conferma nella speranza; — settecento; — ottocento; — se pochi ne mancano, saprà ben egli dove trovarli; — novecento... e quell'orgoglioso Castiglione... avrebbe voluto avvilirlo... e, oh dolore! egli avrebbe dovuto piegare l'anima all'avvilimento... lo avrebbe fatto, — e si sarebbe poi ucciso... — adesso... oh ineffabile esultanza!... novecento novantanove... mille!

Un fante sollevando l'arazzo teso a guisa di portiera davanti alla porta principale della sala gridò:

«Messere Dante da Castiglione.»

«Ben venga il Castiglione — ben venga.»

Dante inviluppato dentro largo mantello bruno s'inoltra taciturno e, posato sopra una tavola certo sacchetto di danaro, si riduce a favellare coll'Antinori nel vano di una finestra:

«Morticino, io non so perchè voi mi portate rancore; avete torto: — io vi amo, e voi pure dovreste amarmi. Voi avete un nobil cuore, — e non è vile il mio; — l'uomo soffre tanto nell'odiare!... più che non tormenta egli è tormentato. — Tali angosce seminano su la nostra vita le infermità, le sciagure che davvero, per essere infelici, non fa mestieri aggiungervi dolori con le nostre mani. Porgetemi, via, la destra; siamo fratelli... e come fratello, ecco io vi offro parte del riscatto del Frescobaldi; ma che dico, vi offro? Non è concittadino mio come vostro, non compagno di arme, non amico? Dovevo dunque contribuire anch'io e contribuisco... ho recato meco cinquecento fiorini.»

«Messer Dante, tanto mi fu la fortuna benigna che me non volle condurre come Provenzano Salvani alla estremità di stendere il tappeto in piazza per raccogliere danari. Io non dovrò tremare per ogni vena onde trarre di prigione l'amico[184]. La casa Antinora non ha mestieri raschiare il campo d'oro dell'antica sua arme per riscattare Lionardo Frescobaldi[185]. Non sarà detto che alcuno della mia famiglia abbia arrossito dinanzi all'avaro mercadante.»

«Però», interruppe sorridendo il Castiglione, «i vostri maggiori e voi siete scritti sulla matricola dell'arte dei vaiai.»

«Così porta la costumanza barbara; non per tanto, mano di Antinori da secoli non tocca libri di ragione commerciale.»

[Illustrazione: «Del Benintendi è figlia!» con urlo spaventevole replica il Bandino,... _Cap. XII, pag. 308._]

«Industria fa ricchezza, superbia fa ozio e povertà: ed un mercante in piedi, messer Giovanfrancesco, vale assai più di un gentiluomo genuflesso. La casa Castigliona attese sempre alle pratiche della mercatanzia nè si crede tralignata per questo.»

«Voi, sì... ma voi...»

«Noi fummo, o Antinori, dei primi ad abitare la cerchia antica di Fiorenza; rammentatevi che noi nasciamo dai Catellini, cui Cacciaguida, l'avolo dell'Alighieri, trovava _già nel calare illustri cittadini_: — la mia casa credo valga la vostra; ma via, diamo fine a siffatto ragionamento. Io meco stesso mi vergogno andarmi trattenendo in simili quisquilie. Che direbbe di noi un buon popolano udendo le nostre parole?»

«Direbbe lui essere uomo di piccola nazione, — noi gente di alto affare e baroni...»

«Piaccia a Dio che i difensori della libertà di questa nostra repubblica non vi assomiglino! — Noi, Morticino, c'intendiamo assai meglio sul campo.»

«Erano tutti vostri i fiorini che presumevate donarmi, Dante?»

«Se gli aveste accettati, vi avrei detto la metà appartenere a Ludovico Martelli...»

«Ah! Ludovico, — il Guido Cavalcanti dei nostri tempi; — che fa egli del continuo tra le arche dei defunti?»

«Ricordatevi quello che fu risposto a Betto Brunelleschi[186].» L'Antinori sentì l'amara allusione e, immaginando vendicarsene, condusse Dante innanzi alla tavola dov'egli aveva annoverato poc'anzi i mille fiorini d'oro, e quasi trionfante glieli accennando con la mano tesa gli disse:

«Voi lo ringrazierete in nome mio, — ed a voi pure gran mercè, — e al tempo medesimo gli riferirete che in qualche suo bisogno mi sarà grato sovvenirlo; lo stesso sia detto per voi...»

«Ed io mi dichiaro obbligato alla buona volontà vostra; dico buona volontà, perchè la mano che miete e non semina, presto si trova a stringere vento. — Addio, Morticino», riprese Dante gittandosi su la spalla il lembo del mantello e riprendendo i suoi fiorini; «però persuadetevi che nel presentarvi questa moneta, ebbi volontà diversa della vostra quando la ricusaste.»

«Dio vi abbia nella sua santa guardia, messer Dante», — e in atto di ossequio lo accompagnava fino alla porta. — Dante all'improvviso tornando indietro:

«Morticino», favella, «togliete compagnia andando al campo; badate, prima di pagare il vostro danaro: vi sta di contro un traditore, nè l'antica infamia si getta giù dall'anima come una cappa logora...»

«I miei trent'anni, vedete, non me gli sono mica giocati alla bassetta nel mondo; so distinguere anch'io le vecce dalle lanterne; non per tanto mi vi si professo tenuto dell'avvertimento.»

E quando l'Antinori ritornò solo nella stanza, spiccò un gran salto, proruppe in risa, si fregò forte ambe le mani; esultava di pazza gioia.

«Oh! la conosco pur troppo la tua volontà, campanile di carne... tu intendevi avvilirmi... calcarmi sotto a' piedi... e lo avresti fatto, se l'ingegno stesse in paragone della mola. Tu mi avevi apprestata una vivanda amara, — io te la ritorno confettata di aloe... mangiala intera. Oh! se costui non fosse, la gioventù fiorentina mi terrebbe capo e principale costui mi si para davanti e toglie agli altri la vista di me, e me l'altrui... A tanti colpi di generosità, sotto i quali costui pensa prostrarmi, bisogna pure che un giorno o l'altro io corrisponda con un buon colpo di pugnale! — O madre mia, tu oggi mi hai generato un'altra volta! — Ora tu puoi morire a bell'agio. — Tu mi donavi vita, superbia e tutti i tuoi danari... a che più oltre ti trattieni nel mondo? Lacrime non posso dartene, perchè tu mi davi il cuore, — splendidi funerali nemmeno, perchè mi davi i tuoi ultimi danari.»

* * * * *

Aveva tolto seco un mulo ed un fante, portava in cima alla picca il pennoncello bianco e camminava, lieto cantando, verso il campo imperiale. Giovanfrancesco Antinori superbiva nel pensiero di ricondurre Lionardo a Firenze, vedeva le genti affollate sul cammino, udiva le sue lodi; era insomma contento. E fra le gioie dell'orgoglio s'insinuava ancora alcun poco di affetto pel giovine Frescobaldi. Non occorre mai notte tanto nera che in parte non mostri qualche raggio di stella, così ogni anima comechè trista, rammenta ad ora ad ora la sua origine divina. L'anima un giorno si sveglia su questa terra legata al corpo, come il condannato alla gogna; la pigra bile o il sangue ardente del suo compagno la rende malinconica o irosa, le apre la via della gloria o le porte del bagno; — povero intelletto relegato dentro un cervello umano! La vita è una battaglia continua tra le passioni che ci vengon dalla terra e l'anelito dello spirito verso i suoi sublimi destini. — Io vi domando perdono, signori, se qualche volta mi perdo in disgressioni: il racconto, lo vedo bene, allora non avanza, e sopratutto ciò non succede senza offesa delle sane regole della critica. Ritorno al soggetto.

Giovanfrancesco Antinori, giunto ai piedi della bastite nemiche, vide ad un tratto abbattere meglio di venti archibugi ed accostare le corde fumanti ai foconi; onde, sollevato il pennoncello gridò:

«Messaggero! — Rispetto al messaggero! Chiamatemi il capitano Giovanni da Sassatello, e ditegli che venga col prigione perchè il riscatto è pronto.»

Il giorno toccava i gradini ultimi del crepuscolo; il cielo si era mantenuto pioviginoso e tinto in grigio: a qualche distanza appena vi si vedeva.

Mostrandosi da' bastioni fino a mezzo petto, Giovanni da Sassatello domandò:

«Chi è che mi vuole?»

«Capitano Giovanni, ho qui meco i mille fiorini, — rendetemi il prigioniero.»

Qui apparvero due altre figure dietro al Sassatello; una di quelle era Eustacchio unico suo figlio, l'altra il Frescobaldi; questi pareva stanco o ferito, perchè stava abbandonato fra le braccia del figlio del capitano Giovanni, il quale con infinito amore lo sorreggeva.

«Di gran cuore, messere Antinori; se non che l'illustrissimo principe ha fatto chiudere di buona ora le porte del bastione e volle la chiave presso di sè, onde non trovo modo per uscire fuora...»

«Poco importa: fate scendere il prigione giù per una scala e poi vi manderò su per una corda il danaro.»

«Prima il danaro.»

«Prima il prigione.»

«Dio vi mandi la buona notte. — Andiamcene, Eustacchio...»

«Capitano, ascoltate... non partite... componiamo; mezzi prima mezzi dopo restituito il prigione.»

«Questi mi paiono compromessi da trecconi: — di più nobil sangue e di più gentile intelletto io vi stimava, messere Antinori.»

«Or via, calate la corda, e vi manderò il danaro...»

«La corda a un punto io calerò e la scala.»

Così fu fatto: — ebbe il Sassatello i fiorini; Eustachio sollevando Lionardo, lo pone su la scala, ve lo adatta, lo lascia. — Ah! tracolla giù di un colpo ai piedi del bastione.

«Per la santissima Annunziata», urla il fante dell'Antinori, «messer Lionardo è morto!»

«Morto! come morto?» ripete forsennato l'Antinori.

«Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?» forte ridendo diceva il Sassatello; «il patto era renderlo, ed ecco, io l'ho reso; adesso vi darò anche la giunta. — Eustacchio, fa di non mancare quel gaglioffo fiorentino.»

Balenò un archibuso; — l'Antinori si sentì tocco dalla palla, ma senza dolore: — volle parlare, e non potendo, si morse le mani: — una striscia di fuoco gli solcò la guancia, — cotesto fuoco era una lacrima: — la ribevve; — non una stilla deve sgorgargli della immensa sua rabbia. — Propone avventarsi alla scala, salire sui bastioni, inebbriarsi nel sangue del traditore: ma, bersaglio a cento archibusi, sarebbe certamente rimasto ucciso; — mentre vuol muovere un passo la terra gli manca sotto, e stramazza.

Il fante, posti su le groppe del mulo il cadavere del giovane Frescobaldi e il Morticino ferito, riprese mesto la via di Firenze.

Egli era uno spettacolo pieno di compassione vedere sul declinare del giorno due nobili e valenti cavalieri pendere l'uno ucciso, l'altro mal vivo a traverso le groppe di un somiero, e dietro loro il fante che sconsolato recitava le preghiere dei defunti.

CAPITOLO DECIMOQUINTO

ANDREA DEL SARTO

Oh! mercadanti, avaro, crudo sangue, Quale han patria, qual legge e quale Dio, Tranne il guadagno?...

EDOARDO FABBRI, _Sofonisba_.