L'assedio di Firenze

Part 36

Chapter 363,466 wordsPublic domain

«Tacete; — qui non vi si vuole far alcun male. Non temete: — se il vostro giorno fosse arrivato, di piccolo soccorso vi sarebbe quel vostro servitore.»

«E chi vi ha detto che abbia paura io? Chiamava Cencio per appoggiarmi al suo braccio: — mi sento stanco...»

«Appoggiatevi sul mio. Dunque, rispondetemi, udiste mai favellare di Baldaccio Conte dell'Anguillara?»

«Io? — Mai.»

«Baldaccio fu capitano ai suoi tempi prestantissimo; venuto in sospetto di macchinare cose contrarie alla Repubblica nostra, era chiamato in palazzo... in questo corridore trafitto... e giù da questa finestra precipitato.»

Malatesta rabbrividì; pure mantenne fermo viso e, sforzandosi di far bocca da ridere, soggiunse:

«Voi siete un terribile persuasore, messer Carduccio; dubitereste voi forse della mia fede?»

«Se ne dubitassi, vi avrei narrata la storia di Baldaccio? Non dubito, ma vigilo...: ed una volta per sempre sappiate che in Fiorenza comandano il gonfaloniere e gli altri magistrati eletti dal consiglio. Ora torniamo nella sala della consulta.»

[Illustrazione: Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo sguardo della donna,.... _Cap. XII, pag. 294._]

E quivi pervenuti, il Carduccio, riponendo il doppiere sopra la tavola, disse con ammirabile pacatezza:

«Le ragioni addotte al magnifico messere capitano generale lo hanno persuaso; ogni difficoltà pertanto è rimossa. Messer Dante, vi sarebbe per avventura occorso in questa notte il capitano Ferruccio?»

«Messere, dove si presenta pericolo a correre o gloria a conquistare, quivi sempre troverete il buon Francesco; egli combatteva tra i primi; adesso si trattiene ai bastioni di San Piero Gattolino aspettando la risposta della Signoria.»

«Messer segretario», impose il Carduccio a Donato Giannotti, «andate per la vostra commessione.»

Il Giannotti senza porre tempo tra mezzo, tutto lieto fra sè, come quello che amicissimo era del Ferruccio, salutati gli astanti, partiva.

* * * * *

Salite ch'ebbero le mule loro Malatesta e Cencio, questi si volse più fiate a guardare il palazzo della Signoria, e le mani si ponendo su pel volto verso le tempie, si tentennava la testa.

«Che cosa è quello che tu hai Cencio?»

«E' mi tasto il capo; mi pare impossibile che mi sia rimasto attaccato al collo.»

«Tu dici vero! — la gru è uscita di bocca al lupo; provvederemo in séguito a non lasciarci prendere alla tagliuola: oramai questo palazzo ci accoglierà sotto ben altro aspetto. Per Dio, è tempo che questi trecconi scontino le minaccie adoperate contro di me...»

«Signor Malatesta, è tempo di far senno davvero; perchè, vedete, la testa la si perde una volta sola.»

* * * * *

«Capitano Francesco!» chiamava a voce alta Donato Giannotti tale che così al barlume gli era parso il Ferruccio, nè s'ingannò; ond'egli pronto rispose:

«Chi mi vuole?»

«Dalla parte dei signori Dieci di pace e libertà, ho qui ordini importantissimi a parteciparvi.»

«Parlate: — vi ascolto.»

«E' sono scritti nella lettera di commessione; — se mi accompagnate qui oltre soltanto il canto, troveremo una immagine di Madonna e al chiarore della lampada che le arde dinanzi leggeremo le istruzioni.»

«Sì, bene; — andiamo.»

Giunti al luogo designato, il Giannotto si fece sotto la tettoia, e tolta la lampada dalla lanterna dette comodo al Ferruccio di leggere; questi, rotto il suggello, conobbe la commessione essere del seguente tenore:

«Francesco, tu prenderai teco tra scoppiettieri e fanti di ordinanza quattrocento, terrai ancora cento cavalleggeri e te ne andrai in Empoli; avrai nome e possanza di commessario generale, e troverai qui dentro lettera pel potestà, Albertaccio Guasconi, con la quale gli si comanda lasciarti fare e non impacciarsi ne' casi della guerra; tu attenderai a tenere sgombre le strade, a munire la terra e mantenerla nella devozione della Repubblica; userai eziandio massima diligenza a provvedere la città nostra di vettovaglie e munizioni da guerra; ci terrai ragguagliati degli accidenti che accadono in giornata, ed eseguirai la commessione che affidiamo alla tua prudenza, con quei termini che sul fatto ti pareranno migliori. _Ex palatio florentino Decemviri libertatis et baliæ Reipub. Flor._»

«Messer Donato», prosegue il Ferruccio, «direte ai signori Dieci che non mancheremo alla fede la quale hanno riposta in noi, e tra poco, speriamo, udranno novelle di cui Fiorenza si torrà contenta.»

«Commessario», riprese il Giannotti, «voi salutano i popoli Gedeone; in voi hanno riposto ogni fidanza di salvezza: il paese è desolato, le nostre terre consuma il fuoco, i forestieri divorano nel cospetto nostro le nostre facoltà, — ma che cosa ha promesso il Signore? V'è un giorno contro ogni superbo; chi piange sarà consolato, l'oppressore oppresso; — farò splendere la luce a quelli che abitavano nell'ombra della morte.»

«La bandiera di Dio», si udì una voce solenne senza potere distinguere da cui muovesse, «era innalzata sopra un monte altissimo da mano forte invano; pochi la guardarono e tosto si chinarono alla terra dell'angoscia e della caligine. — Tu sei stata recisa, come frutto immaturo, dall'albero della vita; — o stella mattutina, o figlia dell'aurora, o giglio d'Italia, dov'è l'antica tua gloria? — L'inferno stesso sente pietà di te; tu posi sopra un guanciale di vermi; i lombrici hanno posto il nido dentro alle tue chiome, ma tu starai in testimonio di grandezza tra i posteri: il sepolcro dilaterà indarno la sua bocca; — egli non potrà contenerti intera; il magnanimo non si consuma, ma scomparisce, quasi fiamma spenta per forza.»

«Egli è Pieruccio che passa», bisbigliò Vico, compagno inseparabile del Ferruccio.

Un soffio di vento gagliardo spense in questo punto la lampada; rimasero tutti sepolti nella oscurità.

«Il magnanimo non si consuma», ripeteva il Pieruccio da lontano, «ma scomparisce come fiamma spenta per forza.»

Il commessario, quantunque prode uomo fosse di guerra e di animo saldo, rimase non pertanto percosso dalle parole e del caso; stette alcun poco pensoso, poi all'improvviso proruppe:

«Sia; purchè la fiamma si spenga quando sorga l'alba di un giorno più felice alla umanità. — Or dunque, Vico, va in mio nome ai quartieri e scegli i fanti: adesso giova rammentarti gl'insegnamenti del padre tuo; sia la tua scelta, o, com'egli dice, il _deletto_[183], di volontarii spediti e gagliardi; io apparecchierò i cavalleggeri e i capitani; tra mezza ora ti attendo alla Porta San Friano...»

«Mezza ora!»

«Ci prevarremo del tumulto della sortita...»

«Appunto», notò il Giannotti, «io penso i Dieci l'ordinassero per questo: troppo essi intendono l'arte di guerra per credere di espugnare il campo senza uno sforzo di tutte le milizie.»

«Mezza ora!» riprese Vico in suono di voce dolorosa; e il Ferruccio, che ben si accorse donde quei mesti accenti movessero, concitato ad ira, esclamò:

«Possa il padre cacciare dalle sue case come concepito di adulterio, possa la donna amata rifiutare come infame colui che nei bisogni della sua patria ad altra cosa pensò che non fosse la patria.... Andate, Ludovico Machiavelli, in meno di mezza ora vi aspetto alla Porta di San Friano.»

Stordito per coteste parole, che gli parvero una maledizione, Vico un sospiro dette alla sua Annalena, — un solo sospiro; poi si chiuse ben dentro al cuore il suo affetto ed attese ai doveri severi del cittadino di libera città minacciata dalla tirannide.

Si aprirono le porte tutte delle mura di Oltrarno, tranne quella di San Friano. La maggior parte della milizia fiorentina esce ordinata e guardinga: alcuni soldati di condotta, ma pochi, la seguirono per farle spalle; le artiglierie cessarono di fulminare fuoco; il cielo non versa più acqua, non pertanto sta sopra la terra nero e pauroso, come se Dio non vi avesse ancora sospesi la gloria del sole, o lo splendere delle stelle. A mano a mano che escono fuori della porta, i soldati si dilatano, dai fianchi distendendosi in lunga fila: dietro ordinava il signore Stefano alcuni squadroni staccati, gli uni dagli altri per buon tratto divisi, affinchè accorressero pronti a sovvenire dove il caso lo dimandava; ordinamento per l'offesa conforme a quello che adoperò nella difesa. Giunti che furono i nostri su quella parte di terreno che comincia a salire intorno a Firenze, Dante da Castiglione, il quale camminava nelle prime schiere, sente all'improvviso stringersi il braccio.

«Vóltati», gli favella il Pieruccio, «vedi quella fiamma sopra la cupola di Santa Maria del Fiore?»

«La vedo.»

«Da quella fiamma nasce l'incendio che arderà la patria; il tradimento l'accese; noi miseri! il tradimento ci è come un tarlo nell'ossa...»

«E i traditori?»

«Io veglio, — gli saprai più tardi.»

«Ma tu, Pieruccio», interrogò Ludovico Martelli, che armato di tutte armi procede al fianco del Castiglione, «perchè ti avvolgi senza riparo in questi scontri perigliosi? Perchè nel giorno non ti mostri per le vie di Fiorenza?»

«Se io mi mostrassi di giorno nella patria che amo pur tanto, i miei fratelli mi ucciderebbero, e il mio sangue sparso, senzachè io giungessi a impedirlo, potrebbe chiedere vendetta all'Eterno: mi aggiro pel campo in traccia della morte, — io la cerco come la dama dei miei pensieri, — ed ella, superba più della bella dama, disdegna i voti del Pieruccio: anche l'avello mi rifiuta, — povero Pieruccio! — Ma quando avrò toccato il porto del sepolcro... Dio mi getterà su le spalle un manto di stelle... mi scalderà il cuore ghiacciato col suo alito... mi ridarà il senno, ed io potrò argomentare co' sapienti del cielo; — ben venga dunque la morte! — il tradimento partorisce il suo frutto; il nemico vi aspetta.»

E Pieruccio diceva il vero. Firenze conteneva in sè una perfida stirpe di parricidi i quali avvisavano nel giorno i nemici con fumate, la notte con fiamme; ed era il fuoco veduto un segnale per cui gli Orangiani apparecchiati alle estreme difese stavano di piè fermo ad aspettare l'assalto.

I nostri, insufficienti per numero, considerando tanto sforzo di guerra per la parte avversaria, malgrado l'ardore dei più giovani, pensavano a ritirarsi: Stefano Colonna prudentissimo capitano avrebbe immediatamente ordinato dar volta, se dalla singolarità del caso non fosse stato costretto a camminare in ogni modo all'assalto; qualunque fosse l'esito, del rimanersi era maggior danno il ritirarsi; in breve si farà manifesto il consiglio di lui. Cominciarono gli spari dalla lontana; se non che ai nostri rincrescendo quel modo di guerra, messa mano alla daga si stringono in più sanguinosa mischia: grande l'impeto dei nostri, la costanza dei nemici pari; avvantaggiati questi dal terreno e inanimati dai capitani, facevano buona prova; quelli poi, urlate o rotte le prime schiere, ne rinvenivano dietro altre migliori; era un muro di ferro. Intanto sorgeva terribile dintorno il palpitare, il gemere, l'imprecare e lo scontro delle armi micidiali: la morte mieteva come sopra un campo di biada. Quanti, o quali furono i morti? Chi è che lo sa? Il tempo consumò ogni memoria di secoli remotissimi, e sole ci avanzano, in testimonio di coloro che vissero, le ossa insepolte. Avevano quei defunti figli, madri, od amanti? — lacrimati scomparvero dalla terra? — l'anima loro fu tempio della Divinità? Tutto questo che importa? Occhi umani non possono piangere tutte le sventure umane: la fonte delle lacrime è ella forse inesausta come gli abissi del mare? Il numero dei morti vince quello della sabbia del deserto; chi tenne conto delle foglie cadute degli alberi dal primo inverno della creazione sino a noi? Il numero dei tormentati giunge a centinaia, e tra questi dura la rinomanza dei tormentatori: la lode si levò fievole, quasi sospiro di vergine, per celebrare gli amici degli uomini, e l'alito del tempo la divorò, — lo strido dei flagellati ruppe il cerchio dei secoli, e la fama del flagellatore fu mantenuta: fra dieci uomini celebri, nove lo sono per maladizione meritata; fra dieci uomini famosi, nove vorrebbersi sospendere alla forca.

Mentre in quella parte si sosteneva un combattimento senza fiducia di vincere, ecco si aprono le imposte della Porta San Friano, e n'esce il Ferruccio con le sue compagnie; procedono serrate, disposte a difendersi, schive di offesa, properanti al termine del loro cammino: procedevano buon tratto di via senza intoppo; già si tenevano sicure; qualche soldato cominciava a cantare la canzone di guerra per alleviare il fastidio del sentiero. Ad un tratto con grida che andarono al cielo prorompe alle spalle grossa schiera di fanti; l'oscurità non ne concedeva bene la vista, ma al rumore che movevano l'avresti giudicata di dieci e più mila: nel tempo stesso i precursori tornano frettolosi ad avvertire essere barricata la strada, e dietro ai sassi molta mano di uomini far mostra d'impedire il cammino. Certo qualcheduno ne diè lingua al nemico, ma il come era arcano; in così breve spazio di tempo quanto ne corse tra il consiglio della impresa e la esecuzione, pareva cosa soprannaturale il cenno dato agli Orangiani; l'inferno congiurava contro Firenze; — congiuri a sua posta: sta per Firenze Ferruccio, e se lo vedremo costretto dai fati tramontare, sarà il suo tramonto splendido di gloria e, morendo, annunziatore di giorno più felice: egli pertanto non devia col pensiero a immaginare come ciò fosse avvenuto; in lui non può capire idea di resa, — e d'altronde sarebbe folle il combattere.

«Vico, figliuol mio, chiamami i capitani... vola.»

I quattro capitani delle compagnie gli stanno attorno.

«Prodi uomini, bisogna andare in Empoli, e vi andremo; — adesso celeri e silenziosi sbandatevi; cuopra ogni uomo la corda accesa dell'archibuso; dalla mano destra e dalla sinistra si distende la campagna; — vi sieno asilo le fosse e i solchi; io co' cavalli mi precipito sul greto del fiume; date ordine che, quando non odano più rumore, o lo ascoltino lontano, i soldati sollevino le corde accese; — la voce del raccoglimento, — Patria e Libertà, Affrettatevi; — vive nel cielo un Dio pe' forti: — a me i cavalli....»

E come disse fu fatto: i cento cavalleggeri si cacciarono giù alla dirotta per la costa del fiume, i fanti carponi sbandaronsi; e così bene o la fortuna secondò il disegno o la prudenza degli uomini che quando il nemico si accostò come a certa preda, stupì nell'incontrare gente armata disposta a combattere: avrebbero essi certamente ingaggiato qualche sanguinosa scaramuccia e si sarieno finiti fra loro, se, l'uno all'altro intimando la resa, non si fossero accorti appartenere alla medesima bandiera; i Fiorentini erano scomparsi; bene si addiedero di quello a che avevano avuto ricorso, ma la notte tuttavia alta, la imperizia dei luoghi e il non potere procedere uniti li dissuase mettersi alla ventura.

Le acque del fiume ingrossato per la pioggia coprivano quanto era ampio il letto; disagevole quindi il sentiero e pieno di pericolo: vinse ogni impedimento la fermezza del commessario Ferruccio. Alla fine quando a lui parve bene di ritornare su la via maestra, ordinò si provassero a salire gli argini: non è da dire se incontrassero difficoltà a cagione della terra smossa e del pendio sdrucciolevole; l'unghia dei cavalli vi si affondava, nè più valevano a ritrarre le zampe dall'orma impressa. Qui gli animali non furono di aiuto agli uomini; toccò agli uomini sovvenire agli animali; tanto fecero, tanto s'ingegnarono che, brutti di fango, mézzi di acqua, pervennero sopra il desiderato sentiero senza perdere un cavallo. Il Ferruccio tese lo sguardo dintorno e non iscoperse alcun fuoco; forte gli tardava di ridursi in Empoli, pure non ardiva levare la voce, e il tempo incalzava: «Vico», chiamò egli quantunque non lo vedesse, — e Vico gli stava al fianco, — «figliuolo mio, adesso ti conviene adoperare non so se maggiore lo scaltrimento o l'audacia: scendi da cavallo, inóltrati pei campi senza rispetto, chè ormai il calzare è guasto, e vedi di ragunare gli sbandati; dilungati un quarto di miglio; poi, avventuroso o no nella ricerca, ritorna sopra i tuoi passi: io ti aspetto.»

Vico, robusto di corpo, nella età in cui la fatica appena si sente, corre e specula: andò un buon tratto senza udire e vedere cosa alcuna: all'improvviso discerne un fuoco, poi due, poi dieci, sparsi ed incerti, siccome nelle notti di estate compariscono le lucciole giù per le valli: erano ben dessi i compagni: parte già stavano adunati; altra parte, e maggiore, pervenne a raccogliere egli medesimo; sicchè quando reputò opportuno raggiungere il commessario cinque soli mancarono, quattro dei quali riguadagnarono per somma ventura la città, uno cadde prigioniero. Così senz'altro accidente fu concesso al Ferruccio di giungere ad Empoli. Di lui e de' suoi casi altrove: — adesso è mestieri tornarcene a Firenze.

Stefano Colonna teneva fermo, quantunque la sua condizione diventasse ad ogni momento più trista: scopo della scaramuccia era stato favorire la sortita del commessario; doveva volgere l'attenzione del nemico altrove, mentr'egli badava ad allontanarsi; lo avevano avvisato che, quando si fosse messo in salvo il Ferruccio, gliene avrebbero porto il segno mediante un fuoco artificiale lanciato nell'aria: non vedendo il cenno, dubitò che il Ferruccio impedito non avesse per anche abbandonato Firenze, e disposto ormai di fargli spalla, andava d'ora in ora indugiando nella speranza che il segnale apparisse.

Finchè l'ombra durò, il principe Orange stette su le difese; anch'egli sapeva cotesta essere vana mostra e confidò vincere con l'inganno l'ingannatore; aspettava ansiosamente novella della uccisione o prigionia delle milizie spedite al soccorso di Empoli.

Questa notte, comechè piena di audaci fatti di guerra, andò famosa per l'ardimento maraviglioso di un fante di Giovanni da Torino, chiamato l'Armato dal Borgo: costui prevalendosi del buio fitto, si mescolò tra gl'imperiali e, accortamente inoltrandosi, venne alle trincee de' nemici a piè la casa della Luna, dove stava inalberato il gonfalone imperiale; quivi giunto, gittò una corda con in cima un uncino di cui si era munito; dopo tre o quattro prove gli riuscì agganciarlo; allora lo trasse giù di forza, e quello cedendo rovinò dalle mura: i soldati del colonnello del Cagnaccio, udito il rumore, irrompendo fuori lo seguitarono colle archibusate; — ma egli animoso e leggiero, con la consueta accortezza, senza lasciare la bandiera, incolume si riparò tra' suoi. Se i Fiorentini ne movessero vanto è agevole a immaginarsi. Il signore Stefano volle incontanente gli fosse presentato; commendollo e gli promise mercede pari all'ardire... mercede che in vero ottenne, non però uguale alla generosità sua: dieci scudi di oro. — Ma le azioni magnanime sogliono essere ricompensa a sè stesse: se così non fosse, considerando quanto sieno rilenti gli uomini a guiderdonarle e più spesso pronti a punirle a guisa di misfatti, io non so per quale ragione i virtuosi si disporrebbero a bene operare. In questi nostri infelicissimi tempi suole la virtù chiamarsi follia: — qualcheduno, — il poeta, — aggiunge _sublime_: — questo è tempo di servaggio e di cuori inariditi; — quando i genitori, meglio che di sostanze, desidereranno lasciare ai figli retaggio di virtù quantunque infelice, — allora volgetevi all'oriente, — ed esultate, — però che si avvicini l'aurora di un giorno che forma il sospiro di tre secoli interi: — quell'aurora spargerà sopra la terra dei nostri padri una rugiada potente; e la rugiada non cadrà sull'erbe, ma penetrando si poserà sopra le ossa dei padri: — allora le ossa si leveranno fragorose come mare che freme, saluteranno il giorno e si addormenteranno dicendo: Adesso ci è dolce il riposo, perchè quantunque morti, ci pesava insopportabile la terra avvilita nella schiavitù del bestiale straniero: gloria al Signore!

Il gonfalone imperiale fu messo il giorno dopo dentro la sala dell'Oriolo nel palazzo della Signoria. Armato, poco dopo tentando altra simile avventura, toccò un'archibusata dentro una spalla, e di lì in capo a due giorni si morì. — Gloria ai valorosi!

Spunta il giorno, — ma fosco; la notte a ritroso abbandonava la terra; — la faccia del cielo va ingombra di nuvole: perchè così non ti mantieni, o cielo d'Italia, finchè dura questa lunga passione? Perchè splendi, o sole, e perchè splendete voi o stelle? Una volta, o sole, i tuoi raggi incontrando sul Campidoglio i domatori dei popoli, appariva più bello, riflesso tra le armi trionfali; — ora dove regnava la forza si trascina la caducità pel vestibolo della morte lasciata agonizzare in pace dalla compassione dei vincitori: e voi, stelle, che vi compiaceste vagheggiare il vostro raggio nelle lagune di Venezia, la Roma del mare, adesso che i palazzi di marmo hanno, cadendo, contaminato le lagune, le acque si stagnano, le ninfe abbandonarono coteste rive, o dormono anch'esse in quel sepolcro marino; — perchè dunque splendete? Quando l'uomo chiude i lumi al sonno, spegne la lampada; — i vermi non abbisognano di luce per consumare la loro opera di distruzione. Qual labbro vi canta? Qual cuore vi benedice? Se qualcheduno fa delle vostre lodi sonare il deserto, egli viene da terra lontana, la sua voce par quella dell'alcione — l'uccello delle remote contrade: — il cuore dello straniero palpita di magnanimo sdegno, l'aquila impennò colle sue ale l'alta immaginazione di lui, — pure voi, stelle del cielo d'Italia, non intendete cotesto inno nè vi talenta: — voi siete use ad armonizzare il casto vostro raggio con più melodiosa favella, con la favella che vince in dolcezza il mormorio delle acque, quando la luna le gonfia, e l'aure sono chete, e voi guizzate col guardo sul dorso delle onde lieve lieve commosse. — Rimanti tristo, o cielo, — versa sempre torrenti di pioggia; noi crederemo che tu pianga su questa terra di desolazione: — tuona, o cielo, con la voce di tutte le tue procelle; noi penseremo tu manifesti l'ira di Dio nel contemplare noi sue creature cotanto avvilite. Io odio i felici. I figli di questa misera contrada, te vedendo, o cielo, cotanto magnifico, vanno dicendo: Egli è bello, ma inesorabile; — bello come l'Apollo del Vaticano, — forma portentosa di nume, — effigiato nel marmo.