Part 35
All'improvviso rimbomba un colpo d'artiglieria. Il nostro cittadino balza a sedere sul letto e tende l'orecchio, timoroso di non essersi ingannato. — Un altro colpo, — Ch'è questo? — Qual nuovo caso ci minaccia adesso? — Comincia la campana dei Signori, rispondono le campane di santa Reparata, — tutti i campanili della città suonano a stormo; le artiglierie spesseggiano i tiri. — Misericordia! questa è l'ultima notte della mia vita! — E il cittadino poc'anzi lieto delle tepide piume si gitta giù scalzo sul pavimento, apre le imposte e nudo si espone al gelato mordere dell'aria; ode un frastuono confuso di gente che corre e che grida, ma non gli riesce distinguere cosa che valga a toglierlo dall'ansietà. Si veste in fretta, cinge la spada e, nulla badando alla pioggia, al freddo, ai pericoli, precipita sulla pubblica via. — Vi furono padri di famiglia i quali, inteso il primo colpo di artiglieria, si tolsero pianamente dal lato alla moglie, sperando e pregando ch'ella pure dormisse; ma la consorte si sveglia e desta i figli, e con essi loro si pone traverso la porta, contendendo al marito l'uscita; i figli gli stringono le ginocchia, la moglie lo abbraccia su i fianchi; pianti e singulti che spezzano il cuore: «Oh! non uscire, perderai la vita.» — «Figliuoli miei» parla blando il buon cittadino, «mia dolce consorte, s'io pur rimango, il nemico espugnerà la terra, e me ucciderà con voi, — meritamente, — invendicato, perchè mancai alla patria: se mi lasciate correre alle difese, ributteremo i barbari... o in ogni caso non morirò senza vendetta... nè i vostri occhi saranno funestati dalla mia strage... Sgombratemi il passo, — tacete — e datemi l'arme.» — Tacquero — lo armarono, e quando fu partito ripresero il pianto con l'impeto del fiume che rotto l'argine straripa. Altrove la madre destò il figlio e lo spinse fuori delle domestiche mura: non mancarono donne le quali, mentite o non mentite le vesti, vollero a ogni costo uscire a combattere con gli amanti o mariti loro. E Benedetto Varchi racconta come, occorrendo anch'egli a fare il debito suo, incontrasse presso Santa Maria delle Grazie un popolano il quale traeva a gran furia seco un figliolino, ed avendogli domandato perchè così il menasse, n'ebbe in risposta: _Voglio ch'egli o scampi o muoi meco per la libertà della patria_[181], atto e parole degne piuttosto di paragonarsi alle antiche romane che anteporsi alle miserabili nostre moderne. Le ombre della notte furono vinte da quantità inestimabile di torce e lanternoni: accesero i cittadini chi due, chi quattro lumi, sicchè vi si vedeva come se fosse stato di bel giorno. Tutte le vie che menano alle porte et là d'Arno e i quattro ponti si empirono di genti volte a difendere quel lungo tratto di mura che da porta San Nicolò si prolunga fino a Porta San Friano. La milizia fiorentina comparve subito, in punto di ogni arme, quasi per incanto. Non che mostrassero sbigottimento, era in tutti un ardore, una esultanza non altrimenti che se andassero convitati al festino. Il signor Stefano Colonna, l'Arsoli, il Bichi, con altri capitani di conto e soldati vecchi, non capivano in sè dalla meraviglia; allora cominciarono a tenere non pure possibile, ma certo quello che spacciato credevano dianzi, voglio dire la salute della terra; tanta prontezza, così grande perizia avrebbe stupito in uomini per lunga disciplina esercitati nelle fatiche militari. Tanto può nei petti umani il vero amore della libertà! E quinci imparino a non disperare i presenti, imperciocchè se a Dio era concesso dire: Sia luce, e luce fu: alla libertà parimente fa data potenza per ordinare, allo schiavo: Diventa eroe; — ed in quel fango prenderà ad agitarsi un'anima sorella a quella del Ferruccio, o di qual altro capitano glorioso delle passate età o delle presenti. La pioggia e il freddo non si curavano. L'artiglieria fu posta al coperto e sfolgoreggiò di fronte e dai fianchi con incredibile celerità il nemico. Con urli che andarono al cielo, l'archibuso di Malatesta dal bastione di San Giorgio spararono due volte. Non avrebbero gl'imperiali trovato così gagliardo intoppo, se fossero stati attesi. Dall'altra parte i nemici si mostrarono degni della loro fama; appoggiate le scale ai bastioni, vi salivano silenziosi e guardinghi, sperando cogliere le guardie alla sprovvista, allorchè videro una molto strana figura, angelo o demonio che si fosse, volare sopra una di quelle, e giunto in cima ai bastioni urlare con gran voce:
«All'arme! all'arme! — il nemico appoggia le scale alle mura... Pieruccio le ha salite per darvene l'avviso.»
Un orlo di fuoco manifestò il contorno delle bastite di Firenze, le palle degli archibusi fioccarono spesse quanto la pioggia; gl'imperiali, disperati potersi più oltre nascondere, fatto buon viso alla fortuna, continuarono a salire, animosamente gridando: Sacco! palle! città presa!»
«Eretici senza fede! muggiva Lupo, udendo quel grido di sopra al suo campanile, città presa! Almeno aspettate a dirlo quando porrete il piede su la piazza dei Signori; mentre si allestisce la festa, io vi mando la treggea.» — E qui, toccati i sagri con la corda accesa, lanciarono un nuvolo di schegge mortalissime contro il fianco degli assalitori.
Comechè il danno che usciva da coteste scariche fosse notabile, pure a Lupo non pareva di fare frutto conforme ai suoi desiderii: in quei tempi, non conoscendosi il modo di caricare i cannoni a _metraglia_ secondo i nostri moderni argomenti, vi ponevano dentro certi sacchetti pieni di vetri rotti, di pietra, di ferro e simili altre sostanze; onde avveniva che cotesti volumi poco tratto passassero e, di leggeri sciogliendosi, quasi morta spandessero la contenuta materia.
«Per San Giovanni Battista! stanotte abbiamo a crepare insieme», brontola Lupo percotendo forte della mano sui sagri, e prende doppia carica di polvere, poi mette la palla di pietra, dopo la palla il sacchetto delle schegge: certo, egli corre presentissimo pericolo che i sagri dirompendosi in pezzi non lacerino lui e due uomini attenti ad aiutarlo; ma veruno di loro vi bada, e caricano e scaricano, le artiglierie con tanto mirabile prestezza che Lupo alla fine, palpandole con la mano quasi in atto carezzevole, ebbe a dire:
«Hanno predicato assai; adesso bisogna rinfrescarle. — E fattasi portare una bigoncia di acqua, procurava freddarle; poi si rimise all'opera più affaccendato di prima.
Gli Orangiani, quantunque per continue perdite si vedessero scemi, non rimettevano punto dell'ostinatezza di volere espugnare la città: pareva loro, ed era troppo grande vergogna, che, vincitori in mille scontri di milizie vecchie, dovessero ora voltare le spalle dinnanzi ad una mano di uomini pur testè intenti ai fondachi e alle arti della seta e della lana; ormai non isperavano più di vincere, ma prima di ritirarsi desideravano o vendicare la morte di qualche compagno, o di alcuno bel fatto onorarsi. Per questa volta la fortuna era disposta a camminare del tutto loro contraria. Un alfiere d'incredibile ardire e di singolare prestanza si vantò tra i suoi voler porre in cotesta notte la bandiera su le mura di Firenze o morire; per esser più spedito, non tolse altra armatura che la barbuta e la rotella, già, perigliando su l'aereo cammino, perviene al margine estremo del bastione, lo tocca, e spiccato un salto, lo preme: alza il braccio per piantare la bandiera, apparecchia nei capaci visceri il grido annunziatore del vanto adempito agli amici, quando ecco giungere tempestando a quella volta Dante da Castiglione; egli, secondo l'usanza sua antica, con ambe le mani stringe la spada, e allorchè il barbaro meno se lo aspetta, acconsentendo della persona, con tale smisurata forza gli abbriva un manrovescio che gli spicca la testa dal busto e taglia parte della bandiera; la testa e la bandiera cascarono rotolando in città, il busto mutilato, con le mani prosciolte, sgorgando delle vene recise un torrente di sangue, rovinò lungo le mal salite scale; in quel punto alcuni archibusieri fanno fuoco, e la luce che n'esce rischiara l'orrendo spettacolo. L'una parte e l'altra prorompono in gridi di spavento; — un istante si posano, — quindi ritornano ad affrontarsi molto più feroci di prima.
Un altro bel colpo fece il capitano Ferruccio; questi scorrendo di su e di giù con in mano un'accètta per tenere sgombro quel tratto di muro che egli guardava, vide sporgere il capo di un cavaliere, poi le spalle, poi ambedue le braccia, e stenderle e forte abbrancare la muraglia: «Frate, troppo pronte avesti le mani», disse il Ferruccio, e giù calando l'accètta, gliele recide fino alla giuntura; traendo costui doloroso guaio, il corpo abbandonato precipita sopra il capo degli amici sorvegnenti. — Ancora uno dei nostri si strinse in lotta su l'orlo del muro con certo soldato spagnuolo: il Fiorentino s'ingegnò traboccare l'avversario fuori delle mura; per lo contrario lo Spagnuolo tenta spingere il marzocchesco giù nella città; adopra ognuno l'estremo di sua possa; non pretermisero sforzo che l'uno all'altro potesse rendere superiore; si urtarono con la fronte, si offesero co' morsi; il Fiorentino colto il destro, pone al nemico la gamba traverso, e questi, squilibrato, rovescia: però cadendo, sì forte si appiglia alla vita del nostro che entrambi in un fascio scompaiono dai muri. Il caso ordinò che lo Spagnuolo, percotendo con le spalle sul terreno, rimanesse morto; il Fiorentino, dallo sbalordimento in fuori, non rilevò altro male, sicchè mentre tuttora i compagni si addoloravano sopra la sorte di lui, lo videro ricomparire in mezzo a loro, molto raccomandandosi che, scambiatolo per nemico, non lo uccidessero. Troppo sarebbe lungo e per me e per chi legge sazievole raccontare partitamente le strane venture di guerra che in quella notte successero. Stefano Colonna con buono intendimento si pose in disparte con quattro fra le migliori compagnie della milizia, e dovunque il bisogno vedeva maggiore di aiuto, mandava una o due compagnie, le quali giungendo fresche, ributtavano ferocemente il nemico. Filiberto, sconfortato da tante morti ordinò si ritirassero le schiere, guardando prima di portar seco i cadaveri dei compagni, affinchè i nemici, contemplata la mattina la strage, non avessero motivo di andare baldanzosi; e così, come ordinava fu fatto, tornandosi tristi là donde poc'anzi con tanta audacia d'orgoglio si erano dipartiti e maledicendo di cuor loro il misterioso signore, il quale, pochi anni avanti, gli aveva spinti ad incontrare morti e ferite contro un papa, a favore di cui mandavali adesso ad esporre la vita. Grange, camminando verso la tenda, si volse dintorno a sè, e scorgendosi prossimo il Bandino, gli disse in suono turbato:
«Or che cosa abbiamo guadagnato noi dal vostro consiglio, messer Bandino?»
«Parmi moltissimo.»
«E come?»
«Prima di tutto ci ha guadagnato il paradiso (ma questo, credo, meno di ogni altro), perchè se alcuna anima buona viveva tra noi, sciolta stanotte dai legami terreni, se ne andò diritta diritta alle dimore celesti.»
«Tregua ai motteggi... noi camminiamo sul sangue.»
«Con buona licenza vostra, messere lo principe, lasciatemi proseguire; in secondo luogo, più del paradiso per le allegate cagioni guadagnava l'inferno; — sopra tutti avete guadagnato voi, principe.»
«Io? tu mi deridi?»
«Dico da senno io; non sapete voi che il capitano Corrado Essio, venuto a morte, vi ha istituito erede d'ogni sua facoltà?»
«Corrado è morto? Ahi! mio buono, mio leale amico, io ne terrò il cuore afflitto fino...»
«A domani.»
«Dimmi, Italiano, in nome del tuo Dio, già non lo avresti tu ucciso nella notte... alle spalle... Italiano?»
«Gli assassini ci vengono di Spagna, messere lo principe. Corrado Essio lasciò le braccia recise sopra i bastoni di Fiorenza, — l'anima a cui di ragione, — li denari a voi.... onde potete dormire tranquillo la rimanente notte.»
«Oh! Chi sa domani con quanto biasimo riprenderanno la mia fama...?»
«Domani i soldati pagati vi leveranno a cielo.»
«Ma i morti..., Bandino..., i morti?...»
«Se fanno rumore, chiamatemi, — io saprò costringerli al silenzio. Su via state di buon animo; — voi mi parete fanciullo. Ch'è che dice il Vangelo? Due passeri non si vendono eglino un quattrino? Pur nondimeno l'uno di essi non può cadere in terra senza il volere di Dio[182]. Però concludo che i morti avevano a morire.»
«Sta bene: — anche sventura a qualche cosa è buona. Dio vi tenga in guardia, Bandino.»
Il Bandino, rimasto solo, stese la mano in atto di minaccia dalla parte ove giace Firenze ed esclamò:
«Quanto mi tarda la vendetta! — Pur quando dovessi rimanermi solo ad oste contro di te, Fiorenza, o per forza o per tradimento vedrai il tuo giorno finale.»
CAPITOLO DECIMOQUARTO
IL MORTICINO DEGLI ANTINORI
Ma già distendon l'ombre orrido velo Che di rossi vapor si sparge e tigne; La terra, invece del notturno gelo, Bagnan rugiade tepide e sanguigne. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Per sì profondo orror verso le tende Degl'inimici il fier soldan cammina.
TORQUATO TASSO.
Mostrandosi co' gesti e nel sembiante acceso di furiosissimo sdegno, si affretta Malatesta Baglioni a salire le scale del palazzo della Signoria; impedito però dal grave morbo che gli teneva attrappite le membra, egli offriva spettacolo di sè a un tempo stesso burlevole e pietoso d'ira e d'impotenza: appena era giunto con isforzo faticoso al sommo della prima scala, lo sovvenendo di appoggio Cencio Guercio; — senza di lui sarebbe per certo caduto a mezzo.
Dante da Castiglione seguitato dal Morticino degli Antinori traversano ratti il cortile del palazzo: il primo ha in mano una bandiera imperiale mozza della picca e insanguinata; l'altro porta anch'egli un involto sordido di sangue. Dante, poderoso di membra, si caccia su per la scala montando a quattro a quattro i gradini; il Morticino, di persona breve, uguaglia con la speditezza dei moti il suo gigantesco compagno, sicchè, o preoccupati non vedendo, o spregiatori non badando Malatesta, passano oltre pronti e fugaci, quasi apparizione di forza e di agilità. L'ossequio mancato non fu ciò che increbbe al Malatesta; gli morse il cuore la invidia quando notò i muscoli stupendi e le forme statuarie del corpo del Castiglione. Proruppe in cotale un suono di gola simile a quello che la volpe fa quando schiattisce, ed una crispazione nervosa gli abbrividì il corpo intero.
Cencio, che ai giorni nostri potrebbe chiamarsi il suo Mefistofele, uso, per la pratica grande che ne avea, a conoscere dai moti più lievi l'intimo pensiero di lui, con motteggio beffardo e voce lenta gli disse:
«Perchè desolarvi? ai casi nostri omai non abbisognano più le facoltà del soldato...»
«Ah! finchè fui della persona gagliardo», rispose Malatesta, «non seppi volgere l'anima a tristizia.»
E diceva bene: così poi questo apparisce vero, che, quante volte alle donne piglia il talento di farsi scellerate, assai più le proviamo malvage degli uomini facinorosi; colpa la debolezza. Nerone era vile.
Giunto nella stanza dei Signori, Malatesta quasi garrendo incominciò:
«Vicende gravi succedono in Fiorenza, ed io ne aspetto invano ragguaglio! — Si dà fuoco a tutte le artiglierie, e da me non parte ordine alcuno! — Si provoca il nemico, s'ingaggia battaglia, e non si avverte Malatesta Baglioni! — Magnifici Signori, sono il vostro capitano generale, o che sono io? Molti obblighi mi stringono a voi: qualcheduno però anche voi a me; altrimenti parrebbe molto più onorevole cosa alla reputazione mia e molto più conveniente alla fama di saviezza che di voi suona nel mondo mi ritiraste la dignità la quale poc'anzi con tanta benevoglienza voleste conferirmi; certo voi voleste, o messeri, esaltarmi, non vituperarmi per le terre d'Italia...»
«Messere Malatesta», riprese il Castiglione, «e' par che voi ignoriate come gli assaliti fummo noi; e voi intendete che se prima di ributtare l'assalto avessimo dovuto impetrare la licenza vostra o d'altrui, a quest'ora i nemici terrebbero questo nostro palazzo.»
«Voi non dite il vero, messer Castiglione: i nemici erano provocati; le nostre artiglierie spararono prime contro il campo imperiale.»
«Signor Baglione, qual conto facciate voi della parola d'un gentiluomo a Perugia io non so; ma voi è ben che sappiate, i gentiluomini a Fiorenza non aver mestieri di sacramento per essere creduti. — Guardate mo' vi par ella questa una bandiera imperiale? Cadde dalle mani di uno degli assalitori venuto sopra i bastioni in città.»
«Chi ve l'ha data, messere?»
«Ma... la tolsi io medesimo di mano al bandieraio...»
«E con la insegna gli tolse ancora un'altra cosa,... guardate!.... la testa....»
E sviluppato dall'involto un capo reciso, il Morticino degli Antinori lo lascia cadere in mezzo della sala.
«Morte di Dio» strilla il Baglioni ritirando precipitoso i piedi a sè per timore non gli s'imbrattassero di sangue: «togliete via quella testa... toglietela via. — Cencio, chiudile gli occhi! — fa che non mi guardi; — non la ravvisi, Cencio? Ella è la testa di Giorgio da Gioiella, il nostro antico compagno di arme nelle guerre di Lombardia... Ahi sciagurato Giorgio! — Magnifici Signori», riprese quindi non senza dignità, «destino del soldato è morire in battaglia; mi dolgo dell'antico commilitone, non del suo fine: ciò poi di cui massimamente mi dolgo si è questo, che non avrei mai creduto si traessero a vituperio le reliquie del soldato in tale città che sopra ogni altra d'Italia si vanta gentile; no, io non mi sarei aspettato a vedere rotolare sul pavimento della sala dei Signori e alla presenza vostra il capo reciso di un soldato caduto da valoroso.»
Dante si volse con acerbo piglio al Morticino e sì lo garrisce:
«Antinori, vi aveva pur detto lasciaste quel capo onde cristianamente lo seppellissero: Dio si ha per male che l'uomo abusi della vittoria.»
«Per me non so bene se più mi giunga gradita la vista del nemico spento, o la faccia della donna mia; e non leggermente ho creduto che l'animo di questi eccelsi Signori avrebbe preso maraviglioso diletto a contemplare la testa di chi primo osò violare le mura di Fiorenza.»
Francesco Carducci, il quale per la morte di Alessio Baldovinetti era stato eletto de' Dieci di libertà e pace, ed oltre a questo teneva l'ufficio di commissario sopra la guerra, non si dipartiva più di palazzo disperando e nondimeno affaticandosi alla salute della patria: però, trovandosi presente a cotesto caso, aveva da prudente ed acuto osservatore atteso fino a quel punto senza proferire parola ai detti e ai gesti nei diversi personaggi; allora con grave contegno, chiamato un mazziere, ordinò:
«Fa di portare cotesto capo tronco al cappellano, e impongli da parte dei Dieci lo seppellisca in sacrato; poi manda, o torna a nettare il pavimento.»
L'Antinori ravvisò in coteste parole una rampogna al suo operato, e ne sentì acerbo rammarico; amico o avverso al Castiglione, quantunque volte veniva a paragone con lui ne disgradava la fama: gli si accosta per tanto e con motteggio maligno gli susurra all'orecchio:
«Dante mio, voi mi sapete di frate un giorno più dell'altro: — io v'indetto fin d'ora per mio confessore quando vestirete la cocolla.»
«Morticino, accogli in seno un poco di carità patria: vesti l'anima tua di virtù vera, e non abbisognerai di confessore; — perchè molto più che confessore valente giova non aver peccati a confessare.»
L'Antinori alzò cruccioso le spalle e si trasse in disparte. Dante, volgendo la favella al gonfaloniere, a' Priori, ai Dieci, per cagione del sonno interrotto e dalla strana scena avvenuta sotto i loro occhi non bene ancora memori di sè, e sopra gli altri intendendo col guardo nel Carduccio, il quale vegliava per tutti, soggiunse:
«La milizia fiorentina in mio nome vi prega, magnifici Signori, affinchè voi siate contenti di lasciarle aprire le porte per visitare a sua posta il campo imperiale.»
«Signori», interruppe il Malatesta, «in verità questi giovani non sanno quello che si facciano; soldati da ieri, presumono oggi affrontarsi con milizie vecchie, use agli scontri più fieri di guerra..., nè solo affrontarsi con esse elleno ardiscono, sibbene assalirle nel campo per arte munitissimo, difeso da numerose artiglierie. Lodo l'animo pronto; soldato antico, mi piace la militare baldanza... pure, nella mia qualità di capitano generale, e voi, messeri, come difenditori di questa amatissima patria, dobbiamo frenare un moto il quale comechè generoso potrebbe partorire perniciosissimi effetti.»
«Signor Baglione, ogni uomo a cui non tremi il cuore di dentro, chiunque, come i miei compagni e me, ha disposto, innanzi che volgere le spalle, morire, fu soldato dal primo giorno che nacque.»
«Io non lo dico per voi, messer Castiglione; — ma gli altri non vi assomiglieranno.»
«Piacesse a Dio ch'io mi assomigliassi a loro! — sappiate, signore, essere eglino molto migliori di me.»
«Sia; però pensate allo svantaggio: il nemico si difenderà dietro ai bastioni.»
«Nè occasione più vantaggiosa di questa ci può apprestare la fortuna, ora che il nemico si è ritirato stanco, lacero, avvilito, e non si aspetta l'offesa.»
«Presumereste voi forse sforzare il campo?»
«Non presumo, — spero.»
«E se vi respingono?»
«Saremo pari.»
«Lasciateli stare, — a nemico che fugge ponte d'oro.»
«Ditemi questo allorquando ripasseranno gli Appennini, e vi darò ragione; ora non fuggono, — rifanno le forze,»
Il Carduccio intanto si era ristretto a consulta co' reggitori e loro esponeva con piana favella certi suoi disegni, i quali per certo incontravano favore, imperciocchè tutti assentivano con la voce e col cenno. All'improvviso, egli indirizzandosi al Castiglione, risponde:
«Il magnifico gonfaloniere, i Signori e i Dieci ringraziano la milizia della sua buona intenzione; approvano il disegno e desiderano che Dio l'accompagni, siccome l'accompagnano essi con ogni lor voto.»
«Signori», strilla il Malatesta, «voi intendete di cose militari nulla; — io non approvo la sortita; — non la posso approvare.»
«Ci duole non poter conseguire l'assenso vostro; — voi non correte in siffatta deliberazione alcun rischio, tale essendo la volontà nostra.»
«Volontà! L'ufficio e la coscienza di buon generale m'impongono oppormi con tutte le mie forze a tale rovinoso partito; anch'io amo questa terra...»
«Amateci meno ed obbedite di più», interruppe, Andreuolo Nicolini, une dei Dieci.
«Opporvi ai comandamenti della Signoria? messer Malatesta, sareste per avventura ebbro?» soggiunse il gonfaloniere Girolami.
«Oh! no, Signori», crollando il capo riprese a dire il Carduccio; — «messere Baglione non sa quello sappiamo noi, — e lo muove studio di bene: — credetelo.... io lo conosco: solo mi concediate favellargli due parole in segreto, lo renderò partitamente capace di tutto.»
«Accomodatevi a vostro agio, messer Carduccio», risposero il gonfaloniere e alcuni dei Signori.
Allora messere Francesco, tolto un doppiere, si volse al Malatesta parlando:
«Signor capitano, favorite seguirmi.»
Malatesta ondeggiava se dovesse andare o rimanere; da una parte la prudenza lo tratteneva, dall'altra l'animo superbo non gli consentiva mostrare viltà: tenne una via di mezzo, — fece cenno a Cencio lo seguitasse ed andò. Cencio, non volesse, o non capisse, o per sè temesse, non mutò passo e stette fermo al suo posto.
Il Carduccio traversò alcune stanze, e giunto in un corridore si fermò davanti a certa finestra che riesce sul cortile che fu poi della dogana, e posto il doppiere tra la faccia del Malatesta e la sua, così lo interrogò:
«Ditemi, messer Baglioni, udiste voi mai rammentare il capitano Baldaccio dell'Anguillara?»
«Cencio! — Cencio! — dove sei?»