L'assedio di Firenze

Part 32

Chapter 323,274 wordsPublic domain

Rafaello fu che dipinse cotesta immagine. Gl'Italiani sanno come quel portentoso nell'arte dipingesse; gli altri vengano e vedano, — dacchè per parole non si descrive l'opera di Rafaello. Davanti quel volto celeste il cuore ti si commuove di un senso che par desio e finisce in preghiera; — quel volto si confonde con quanto di arcano e di sacro ti sta riposto nell'anima, ai primi pianti consolati, — ai primi dolori di tua fanciullezza repressi, — ai primi labbri sorrisi, alla memoria del sospiro che primo l'amore suscitò nel tuo seno, — alla prima lacrima versata sopra le umane sciagure; cosa in somma affatto divina e italiana.

Ella legge un libro coperto di velluto nero rabescato con fermagli d'argento di molto sottile lavoro; un bel libro, ma di dolente argomento; — l'ufficio dei morti.

E perchè prega la donna? Ella pur sente chiamarsi dalla diletta genitrice col dolce nome di figlia; lei salutano col nome di sposa; le sue viscere tremano quando una voce le dice: Mamma! mamma! addormentami sopra le tue ginocchia. — Perchè dunque ella prega?

Prega per l'anima di un defunto a lei più caro della genitrice, dello sposo, della stessa sua figlia... ma questo è un segreto fra il suo cuore e Dio.

Sfuggito le fu appena l'_amen_ dalle smorte labbra, chiuse il libro e lo tenne stretto tra l'indice e il pollice di ambedue le mani; — poi si pose a meditare.

E tanto si profondò in cotesta meditazione che non pareva più cosa viva; gli occhi lucidi, — intenti — aridi come di vetro incassati dentro testa di cera: — all'improvviso le balenarono, le si empirono di lagrime, e prorompendo in pianto irrefrenato fra i singulti esclamò: «Oh! questo è troppo gran tormento, Signore!»

Ed invero gravissimo era il tormento che travagliava in quel punto la povera Maria dei Ricci, moglie di Nicolò Benintendi.

Si affaccia alla porta della cappella la testa di giovane di cui le sembianze dimostrano un impeto indomabile ed una pietà profonda; i capelli lunghissimi spartiti sopra la fronte gli scendono sopra le spalle, le guance ha rase e pallide, il labbro superiore coperto di peli radi, la bocca mezzo aperta e tremante di moto convulso, le sopracciglia tese e gli occhi aridi, ma che pure si palesano usi alle lagrime; — muove un passo, — due, e tutta svela la persona alta, spigliata, di vaghissime forme; veste abito corto di velluto verde senza ornamenti, tranne la croce di san Pietro, di cui lo creò cavaliere papa Lione X; non porta collare; gli cinge i fianchi una larga striscia di corame attraversata sui remi da lunga daga; le calze di panno bianco, le scarpe di pari stoffa con la rosa di seta verde sul grosso del piede; nella destra tiene il berretto di velluto colore di fuoco, ornato con bianca piuma; — nella sinistra l'elsa della spada alta da terra fino all'ascella, mirabile pei molti fili di acciaio brunito attorti con maestria a guardia della mano. — Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo sguardo della donna; — geme sommesso, — a mano a mano con passi leggieri si avvicina a lei; — muove la bocca per favellare, e non può — dopo alcun tempo si riprova, e neppure adesso gli riesce; — alfine, con tale una voce che parve sfuggire a forza dalle fauci strette, mormorò:

«E sempre in pianto, Maria?»

La donna solleva lentamente la faccia e risponde soave:

«È mio destino, Ludovico, — ed anche ahi! pur troppo della maggior parte dei viventi.»

«Ma perchè questo pianto? Appena vi mostrate, ogni cuore esulta; — a voi sta creare il paradiso dovunque presentate la vostra faccia bella; — vi amano tutti ed onorano; — più di una lacrima di orgoglio sparse la vostra genitrice nel contemplarvi regina della festa... perchè le fate adesso scontare quella lacrima con tanto pianto di angoscia? Perchè questo arcano e disperato dolore?»

«M'insegnò la sventura essere gli uomini curiosi e crudeli. Ora punti dal desiderio mi travagliano per sapere cosa che conosciuta poi o non curerebbero o forse ancora irriderebbero. Oh! ben provvide il cielo allo schermo dei miseri quando pose il cuore in parte dove dall'occhio di Dio in fuori alcun altro non penetra: se la carne che ci fascia fosse trasparente, — se il cuore fosse un libro che ogni uomo potesse sfogliare a suo senno, nessuno vorrebbe sopportare la sua miseria. — Crudeli! prima di porre le mani su le piaghe dell'anima, imparate a sanarle. Lasciatemi piangere sola; — io nulla chiedo da voi, — non vi turbo, — nascondo la mesta mia faccia per non contristarvi. Il mio dolore mi è sacro e non lo esporrò alla curiosità o agli scherni vostri.»

E qui, vedendo quanto coteste parole pungessero amare il giovane Ludovico, soggiunse:

«Io non lo dico per voi, Ludovico, — no; pur troppo io so che voi, come siete cortese, vorreste consolarmi anche a prezzo della vostra vita, e se io mai mi piegassi ad aprire l'animo mio ad alcuno, o voi sareste quel desso, o nessuno altro sarebbe: ma, credetelo, i miei affanni non possono confortarsi, — o se pure si possono, sta il sollievo delle mani di Dio — e della morte. Ond'io supplico il cielo a preservarvi da un dolore che — come il mio — la pietà finta dei molti detesta, e la vera dei pochi rifiuta, imperciocchè gli riesca inutile affatto.»

«E me ne ha preservato, o Maria? E che è dunque questo affetto il quale dentro di me ribolle quasi lava di vulcano? Perchè là dove gli uomini tutti sperano dolcezza, per me fu posto il delitto? Perchè l'amore, agli altri luce di vita, per me solo fuoco divoratore? Giova altrui manifestarlo: il mio deve ardermi celato nel cuore come lampada dentro il sepolcro; — se io mai ardissi domandare aita al tormento che mi opprime, voi stessa, Maria, sì pietosa e sì buona, voi stessa mi dareste per sollievo una rampogna, — o forse, chi sa? una maledizione.»

«Tacete», interrompe la donna gli ponendo una mano sui labbri; «paionvi discorsi questi da tenersi ai piedi degli altari; davanti la immagine della Madonna Santissima?»

«E perchè no? e di cui dunque la colpa, se non di Dio? O egli non doveva creare la passione, o non creare il delitto... egli ha errato; — sopporti la pena del suo misfatto...»

«Voi bestemmiate!»

«Bestemmio io! — Or via unitevi anche voi, incauta, ad esecrare il cervo perchè non ebbe forza da resistere al lione; mi circondarono le onde, Dio supplicai e gli uomini, contesi più che all'uomo non fu concesso lottare; finalmente fui sopraffatto, la passione mi ravviluppò nelle sue braccia feroce più dei serpenti di Laocoonte; — io giacqui vinto, prostrato così di ogni vigore che ardisco invocare e non darmi la morte.»

«Venitemi compagno alla preghiera. Dio affanna e consola; Dio tutto può...»

«Voi che lo stancate da mattina a sera..., ditemi, vi ascolta meglio di me che non lo prego mai?»

«Ah! egli vi ascolterà... Dio tutto può...»

«Forse nel male. — Ma io non temo nè spero nulla da lui. Quando l'aspide non aveva peranche insinuato il suo sottile veleno per le fibre della mia vita, allora dovea sovvenirmi; — adesso non è più tempo; il mio dolore compone la mia esistenza: — io non vorrei cedere un minuto di questo affanno mortale per un secolo delle sue insipide gioje celesti. Dove potesse svellermi l'Eterno questo spasimo di amore dall'anima, io lo rinnegherei, — e percuotendo alle porte dell'abisso, supplicherei a Satana: Dammi il tuo inferno e conservami il mio amore.»

«Voi mi fate pietà! — I vostri occhi un giorno incontreranno la vergine che vi placherà la tempesta dell'anima... ma perchè procedete per via con gli occhi fitti alla terra?»

«Meco stesso considero, sarebbe stato pur meglio che il Creatore per diletto de' suoi ozii immortali non avesse ricavata dalla terra la creatura che sente...»

«Ascoltatemi, Ludovico. — Molte donzelle sospirano per voi di segreto desio; — uno dei vostri sguardi esse ricercano con maggior ansietà della gemma d'Oriente. — Levate gli occhi verso la faccia di quelle, — ed amate di amore felice; — anch'esse questo sole italiano coloriva; anch'esse il fiato più dolce che spira dal nostro Apennino educava...»

«E chi vi ha detto che io non le guardi? — Le guardo, sì, per vedere se incontro in esse il tuo sorriso, i tuoi occhi, la fronte, i capelli, cosa in somma che valga a richiamarti al mio pensiero, — e quale più mi dicono femmina vaga e di forme divine, mi sembra povero raggio della tua bellezza riflesso sopra di lei; — io ti contemplo in tutto il creato, o Maria.

«Ed alla patria pensate voi mai?»

«Io per la patria darò la vita, e basta; — ma invero poi dov'è per me questa patria? Dovunque porti le ossa degli avi e i parenti e la sposa e i figli, quivi hai la patria. Ora io non ho nessuno che tremi o ch'esulti per me; — i miei parenti dormono dentro gli avelli di famiglia; — mano mercenaria mi asciuga il sudore della fronte quando torno dalla battaglia; un servo fascia le mie ferite; — se acquisto un prigione, non posso ordinargli: Va alla mia dama e dille che il suo cavaliere t'invia e che dipendi dal buon piacere di lei. — Io non ho un cuore che corrisponda col mio. — Ah! le mie mani non versarono il sangue di Abele, e non pertanto erro ramingo sopra la terra come Caino, e forse più infelice di lui, perocchè a lui fosse compagna una donna, la quale non abborrì deporre un bacio sopra la fronte dove Dio aveva scagliato il fulmine, — e gli facesse sentire che nel mondo vive cosa potente a mitigare anche l'ira di Dio, l'amore della donna.»

«Sperate dunque nel tempo, Ludovico, e abbiate fede che amore, nato di ozio o di lascivia umana, come cantava messere Francesco, rifugge dai campi aperti, dal suono delle trombe, dalla gloria; e poi la virtù sta nel sacrifizio, — la umana grandezza nel soffrire; — ed io, — vedete, — soffro!»

«Soffrite voi? Ah! voi non amaste mai; gli affetti guizzano sopra l'anima vostra a guisa di pietra lanciata su di un lago preso dal gelo; — della impassibilità vostra vi componete un cerchio magico e quinci predicate virtù. Non commossa mai nè turbata, procedendo tranquilla nel cammino della vita, ora raccogliete il dovere, ora la religione, ora il costume, e di tutto vi fate difesa. — Voi mi parete il ricco epulone dell'Evangelo che deride la miseria del povero steso sopra le scale del suo palazzo...»

In questo punto si pose fisso a guardare la donna, la quale diventava a vicenda pallida o accesa fino alle palpebre, mentre due grosse lacrime le tremolavano nel cavo degli occhi pronte a sgorgare; — ond'egli con maggior forza soggiunse:

«Voi non amaste mai...»

«Non amo io!» prorompe Maria, quasi uno scongiuro la costringesse a favellare: «non amo io! Chi sostiene che non ho amato mai? E questa mestizia ineccitabile, il pianto lungo, le notti vigili, gli altari del continuo supplicati invano, e il dolore o il furore non sono certissimi segni di amor disperato? Amo, sì, perchè mi sforzate a dirvelo, e di tale amore io amo presso il quale il vostro mi sembra fuoco di lampada davanti il fuoco dei fulmine.»

«O chi amate voi?» grida Ludovico trovandosi senza pure pensarlo nuda nelle mani la daga.

Maria ridendo amaramente risponde:

«Riponete la daga; — già non si muore due volte; quello ch'io amo raccolse da molti anni nel suo grembo la terra.»

«Un morto mi contende il tuo cuore!... Ah! egli è un tristo quel morto; dov'io fossi stato nella vita lieto del tuo amore, Maria, appena aperte l'ale alle dimore celesti, avrei supplicato l'Eterno che nel tuo seno infondesse pace, — anche con l'oblio di me, — anche con l'amore di altro meno sventurato mortale... Qual maledetta cupidigia ella è mai questa di stendere fuori del sepolcro la mano fredda a stringere un cuore che più non puoi far palpitare di esultanza? Amami, Maria... amami... i morti sono cenere, ombra, e non domandano amore; — una memoria basta loro o una lacrima, e tu ne versasti anche troppe. — _Torni il sorriso al tuo pallido volto_; le rose della giovanezza non si sfiorarono ancora per te, rugiadose elle aspettano che la tua mano le colga. Te chiamano le sponde dell'Arno quasi ninfa smarrita, — te desidera il nostro emisfero, come Pleiade perduta; acconciati i capelli, di profumi conspargili e di gemme... vieni a scolorare le donne per la tua assenza baldanzose, — torna a mostrare al mondo come Rafaello non vincesse la natura nel ritrarre il volto della femmina, ma neppure arrivasse a fedelmente effigiarla... vieni... oh... vieni; — l'anima mia gran parte del suo affetto consumò nell'angoscia, pur tanto ancora ne serba da poterti inebbriare di amore...»

«Ludovico, io non mi chinerò a raccogliere la religione, il dovere, il costume per gettarveli a modo di triboli a traverso il vostro cammino, — ma vi dirò soltanto amore essere corda solitaria su l'arpa dell'anima; — rotta o allentata che sia, indarno speri tornarla a quella dolcezza di suono che faceva parertela divina; — la voce dell'amore ha un eco solo nel cuore della donna; — arde l'amore una volta sola di propria sostanza; — se in séguito lo vedi riaccendersi, egli non ricava più oltre il suo fuoco da origine celeste, lo alimentano vanità, superbia, vaghezza di terreni diletti. Un'altra donna voi meritate, Ludovico; e dacchè darmi a voi come volessi non potrei, — darmi come posso non voglio.»

«Purchè l'anima tua viva per la mia, io non penetrerò negli arcani del tuo cuore... forse perchè ignorano i popoli le sorgenti del Nilo, benedicono meno alle sue acque fecondatrici?»

«Ludovico, io vi offro più pacata passione e per avventura assai più degna di noi... siatemi amico... deh! mi sii fratello...»

«No. — La donna o sente amore, o nulla. Mi s'inaridisca la lingua prima ch'ella profferisca il consenso di sottopormi al supplizio del vivente stretto al cadavere. Ben posso soffrire finchè l'anima mi regge, ma io non vorrò stipulare il mio tormento mai. No, sia dell'uomo il quale ti chiama sposa quella parte di te che avrà la tomba, purchè miei sieno i pensieri e i desiderii tuoi, i tuoi sospiri miei... il mio spirito abbisogna del tuo... amami... oh! amami, Maria...»

«Quando il serpente, tentava Eva, cessò di parlare, egli depose la sua favella sopra la lingua dell'uomo; — io ricuso diventarti angiolo e demonio, — e ti ripeto che, sentendo non potere esserti il primo, il secondo non voglio.»

Tacquero entrambi, un lungo silenzio successe. — All'improvviso la donna come oppressa prorompe in un sospiro.

«Maria, sospiri? Sentiresti per avventura pietà del mio fato dolente?»

«Di me sospiro, che reputandomi in fondo della miseria, mi accorgo adesso Dio nel tesoro della sua ira serbarmi ad altri e più crudeli tormenti. — Di voi anche gemo, perocchè io veda consumarvi ingloriosamente una vita la quale certo vi fu data per nobili destini; — gemo, — e a ragione gemo, che mi consolava nella idea mi avesse la provvidenza compartito in voi un fratello del cuore, ed ora sento dovere renunziare a questa estrema speranza...»

Ludovico pallido volge gli occhi alla terra e ve li tiene fitti orribilmente quasi volesse penetrare nelle viscere; — con voci interrotte di tratto in tratto egli esclama:

Un morto mi fa guerra!... — Io ti darei mezza mia vita se potessi stringermi teco a duello. Un morto!... Un morto!... Oh dolore!...»

La destra di Ludovico si rimane nella destra di Maria, senza comprimerla, — senza essere compressa... mute entrambe quanto le mani di marmo che occorrono scolpite sopra i sepolcri. Una inerzia pesante tiene a Ludovico irrigidite le fibre; — gli dura nel cervello la vibrazione delle estreme parole tormentosa come un cerchio di punte acutissime; — gli vanno in volta dinanzi agli occhi gli oggetti circostanti confusi e indistintamente ravvolti entro globi di luce; — gli batte le orecchie un fastidioso tintinnio; — a nulla pensa, imperciocchè cotesta passione così intensamente sentita, — così apertamente dimostrata, gli sia ricaduta su l'anima come la frana di un monte.

Cotesti sono momenti d'inenarrabile angoscia, — minuti che divorano dieci anni di vita, — minuti i quali cambiano una esistenza per modo che quando l'anima sciolta dalla sua preoccupazione intende continuare pel solco mortale l'esercizio delle proprie facoltà, si trova come smarrita dentro un deserto senza traccia e senza confini. Il sommo bene sopra tutti gli animali concesse alla creatura che ama in privilegio speciale — la pazzia.

[Illustrazione: «La tua testa è troppo pesa di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;... _Cap. XI, pag. 271._]

«Madonna!» — Ed era la quarta volta che la fante così chiamava la sua signora senza ottenere risposta.

«A che mi vuoi, Ginevra?»

«Un molto reverendo frate di san Francesco venuto testè da Roma vi domanda in mercede favellarvi segretamente alcune parole.»

Ludovico, sia che al detto della fantesca porgesse mente, sia che in quel punto un poco di vigore gli ritornasse, si alza, — con gli sguardi immobili, le braccia pendenti, — la spada dimenticando e il berretto, si avvicina alla porta.

In quel medesimo istante un soffio di vento trasportava pieno nella stanza il suono delle trombe della milizia fiorentina convocanti alla rassegna.

Maria correndo dietro a Ludovico lo raggiunge, lo afferra pel braccio e seco lo traendo alla finestra esclama:

«Sentite! sentite! — Questa è voce che certamente conosce la via del vostro cuore; — ella è voce della patria dolorosa che invoca il soccorso dei suoi figliuoli. Ludovico, quando pure acquistata a prezzo di pianto e di sangue, sembra bella la gloria; — divina poi quando vada congiunta alla pietà. Non crollate il capo, non ridete, non mi dite la gloria follia sublime, — un sogno; — chè allora tutto sarebbe sogno tra noi: — e quando anco fosse così, vi hanno nondimeno sogni splendidi di luce immortale, e sogni neri dei terrori dell'inferno escono alcuni dalle porte di avorio, altri dalle porte di ebano, come finsero gli antichi. A me donna è conteso rendermi illustre per gesti di guerra, ma se a far chiaro il mio nome la fede, la costanza e l'amore valessero, ben di altre imprese mi sentirei capace che non l'antica Artemisia, la quale si bevve la cenere del suo consorte. Io amo la gloria, — e mi era caro in vita e continua ad essermelo in morte l'amico dei miei pensieri, perchè anelava la gloria e fama ebbe di prode».

Ludovico la fissò lungamente con occhi dilatati; si accorse di non avere spada, se la cinse e senza profferire parola si allontanò da Maria.

E Maria, lo contemplando dietro allontanarsi cosi sconfortato, trasse un gemito e disse: «Egli è verace amatore!»

Due frati attendevano ridotti nell'angolo più oscuro della sala che adesso traversa non li badando Ludovico; — tengono il cappuccio abbassato sopra le ciglia, la barba folta scende loro in mezzo del petto; forse in cuore saranno — ma certo nel volto non sembravano buoni servi di Dio.

Uno dei due frati, all'apparire che fece Ludovico, alzò con impeto la testa, quasi per impulso di ordigno segreto; — gli occhi di lui balenarono lungo l'orlo del cappuccio abbassato, come la vipera dardeggia la lingua da una parte all'altra della sua bocca.

«Reverendo! inoltratevi, chè madonna vi aspetta», esclama la fantesca sollevata la tenda.

Il frate, che pareva professo, accennato con la mano all'altro, che modi avea e sembianza di converso, vigilasse la porta, passa nella cappella.

Maria, in piedi davanti una gran sedia a bracciuoli ricoperta di cuoio cordovano rabescato, leva un istante lo sguardo sul frate, torna a declinarlo verso il pavimento e si compone in atto di ascoltarlo.

Perchè trema il frate? bellissimo è il volto della donna, ma egli non lo ha ancora guardato; nè così subita si accende nei petti umani la passione, nè dalle vigilie attrito e dai digiuni tanto propende ad amare il cenobita; — di terrore non trema, perchè, se il luogo è santo, egli non deve conoscere rimorsi, — e poi non fa parte di religione egli stesso? Non pertanto le gambe gli vacillano sotto, e non ha membro che stia fermo.

«Madonna!» comincia il frate esitando; e poichè non continuava — Maria dopo lungo silenzio riprende:

«Padre, vi ascolto.»