Part 31
Un cavaliere solo uscì d'ordinanza, e questi fu Vico; — egli non prestava fede alle profezie del Pieruccio, e non pertanto spesso gli ricorrevano alla mente le sue sentenze; quei suoi detti non gli sembravano matti, comechè le sue opere fossero ben folli; non sapeva dire se lo amasse o no, ma nel fondo del cuore sentiva affetto per lui: ond'ei lo avrebbe coperto del suo mantello per non vederlo assiderato dal freddo, avrebbe il proprio pane spartito con esso, gli avrebbe fatto del proprio corpo riparo; — ed ora vederselo così scomparire sanguinoso davanti... incerto se fosse rimasto morto sul colpo... era per lui troppo grave dolore; si affrettò alla croce, scese.... Il Pieruccio giaceva immerso dentro un lago di sangue, — un moto convulso dei labbri soltanto lo accennava vivo; — l'anima a guardarlo ruggiva dentro a Vico di rabbiosa pietà; — declina un ginocchio a terra, si curva e, presolo di forza sotto le ascelle, lo pone seduto con le spalle appoggiate alla base della croce; — qui mentre povero di consiglio non sa in qual maniera aiutarlo, alza la faccia e mira a se davanti quell'angiolo di consolazione, la sua amante Annalena; — bianca nel volto, gli occhi dimessi e con la guancia china nel cavo della destra, sembrava il genio della malinconia pensoso su le miserie della umanità.
«Povero Pieruccio!» sospirò Annalena, e subito dopo: «Vico, andate per un po' di acqua, e sovveniamo questo sventurato.»
Vico ricambia con la vergine uno sguardo, e recatosi sul greto del prossimo Arno, empie di acqua la barbuta e ritorna con passi veloci. Annalena, lacerata parte delle sue vesti, aveva allestito le bende; — genuflessa anch'ella rimosse prima con man leggiera le ciocche dei capelli aggrupati di sangue, levatosi un pugnaletto di seno le recise; quindi lavò la ferita, speculò attentissima non vi fosse rimasta dentro o terra od altro corpo estraneo; compresse forte le margini della piaga e stringendo fasciò con amorevole cura la testa al misero Pieruccio. Ripresa poi con ambe le mani copia di acqua, glie ne rinfresca la faccia. Pieruccio scioglie un gemito e mormora:
«Perchè mi richiamate alla vita? Perchè riaprite gli occhi miei tristi? Io sono stanco di piangere su le superbe miserie, su i delitti e su i dolori della stirpe alla quale appartengo — alla quale avrei voluto non appartenere; — stirpe che aborro ed amo, — che desidero e dispero contemplare felice... Oh! mi lasciate morire in pace.»
«Su via Pieruccio, confórtati..... vedi a che ti mena lo sciogliere, come fai, il freno alla lingua! — sii cauto una volta. — Se la città può salvarsi, sarà salvata dagli uomini prudenti che la governano; se deve perdersi, allora perchè spaventi i cittadini sopra una fortuna che conosci irreparabile? Manda fuori del tuo petto una preghiera od una maledizione e nasconditi nella eternità....»
«Giovinetto, rampognerai tu il corvo perchè va vestito di piume nere, o riprenderai la nottola perchè grida con urlo dolente? Dio ci ha creati; forse posso frenare le parole che mi prorompono dalla bocca? Qui», e il Pieruccio si tocca la testa, «sovente io provo un tumulto, uno strepito di mille trombe, un'angoscia come se il cranio mi si screpolasse... Allora mi pare di scorgere il cuore dell'uomo traverso la carne e l'ossa, come se fosse dietro ad un cristallo; — immagino penetrare col guardo la terra, quasi acqua limpida di lago, e scoprire gli arcani della natura: i pensieri mi cadono irresistibili giù dal cervello, e la lingua li trasporta al sommo dei labbri... Così, quando la tempesta mugghia sul monte, si staccano i sassi dall'antico dirupo, e le acque dei fiumi li rotolano fin su le spiagge del mare.»
«Pieruccio mio, se non ti riesce tacere, almeno ti cela: le tue parole tolgono l'animo a chi ti ascolta. Se ami la patria davvero....»
«E chi dunque amerei, se non amassi la patria? O patria mia! io non conosco madre, non padre, non ebbi fratelli, sposa o figliuoli... io sono solo.... e non pertanto mi fu dato un cuore che avrebbe bastato a tutti questi affetti... un tesoro di amore.... ma io non lo potei partecipare con alcuno.... nessuno volle il mio amore... non seppero che cosa farsene.... lo hanno schifato come la veste dell'uomo morto di contagio... e allora quelle linfe purissime sono divenute stagnanti... si contaminarono e presero a sgorgarmi nelle vene avvelenandomi il sangue, in verità.... in verità il mio sangue è attossicato.... Non ci credi? Togli un insetto, pommelo sopra la pelle e vedrai come rimanga ucciso dall'effluvio mortale.»
In questo punto passavano due cittadini i quali mostravano per loro bisogne incamminarsi verso la parte meridionale di Firenze. Vico, a cui premeva correre al Monte, perchè se i nemici avessero risposto con le artiglierie, ed egli non vi si fosse trovato presente, dubitava non gliene venisse taccia di viltà, li chiamò con modi cortesi e li pregò a volere essere benigni a quel misero loro concittadino accompagnandolo all'ospedale di Santa Maria Nuova; lo raccomandassero allo spedalingo in nome del capitano Ferruccio, onde ne avesse cura come suo uomo; gli avrebbe rimunerati Dio della carità che usavano verso cotesto infelice fratello.
I cittadini sottentrando al Pieruccio lo menavano quasi sollevato da terra; al tempo stesso rivolti a Vico dicevano:
«Messere, non ci è mestieri preghiera; può egli il cristiano a piè della croce ricusare carità verso il prossimo?»
[Illustrazione: Così umiliato Zanobi con ineffabile angoscia percoteva con ambe le mani il marmo.... _Cap. X, pag. 263._]
Annalena levò le braccia in atto d'invocare esclamando:
«Conceda il padre degli uomini la benedizione di Giacobbe a voi, ai vostri figli, ai nipoti, fino alle più remote generazioni.»
Il Pieruccio in andando teneva fitta la faccia alla croce e favellava:
«O Cristo! molti furono i dolori che travagliarono l'anima tua, ma tu avevi intelletto divino, e tuo padre ti aspettava nei cieli... Se un Simone cireneo mi avesse sovvenuto a portare la croce, se un'amorevole Veronica mi avesse asterso la fronte del suo sudario, io avrei implorato questo supplizio per misericordia... a me i chiodi, la lancia nel costato... a me il fiele e l'aceto, purchè a piè del patibolo io vegga piangere l'amico... venir meno la madre... — un atomo di amore, — un pensiero di amore e poi una eternità di tormenti... O voi giovanetti gentili, nobili fiori di questa terra esecrata... e voi morrete su l'alba della vita... nella età delle promesse e delle speranze... voi siete dei traditi... amatevi... affrettatevi ad amare... bevete di un tratto la tazza della vostra gioia... perchè la morte sta per irrigidirvi la mano con la quale l'accostate alle labbra.»
E più altre parole egli aggiunse dai due amanti non intese o non curate; pieni entrambi di desio, ebbri del piacere di vedersi e di udirsi, godendo il presente, più molto sperando nel futuro, potevano darsi pensiero delle parole del povero insensato?
Appena il volo della rondine nel cielo vincerebbe il corso dei due amanti sopra la terra; giungono in vetta al poggio di San Miniato prima che mettessero fuoco alle artiglierie. Il campo nemico appariva deserto: tranne le scolte, non si mostravano fuori delle tende soldati o capitani; ogni cosa taciturna dintorno. Malatesta, levato in alto il bastone del comando, intimò si procedesse alla sfida degl'imperiali, volendo osservare l'antico costume pratico nella milizia. Di subito quanti accoglieva suonatori la città agli stipendii della Signoria o volontarii cominciarono a muovere incredibile frastuono di trombe, tamburi ed istrumenti altri siffatti; poichè furono rinnuovati tre volte quei fragori marziali, sempre il Baglione ordinando, appiccarono il fuoco a tutte quante le artiglierie così grosse come minute, le quali erano numero inestimabile. All'insolito rovinìo rimbombarono le acque e i colli vicini, la terra si scosse, tremarono le fabbriche; sopra tutte le bombarde tuonò spaventevole la enorme colubrina gittata da Vincenzo Biringucci da Siena, la quale pesava meglio di diciotto migliaia di libbre; l'avevano posta in cima al cavaliere innalzato tra San Giorgio e San Pietro Gattolino, e la chiamavano così per vaghezza l'archibugio di Malatesta[172]. Un fumo densissimo ingombrava cielo e terra; e quando prima cominciò a diradarsi, si vide in mezzo scaturire dai fiocchi di nebbia la terribile persona di Lupo che in cima al campanile di San Miniato caricava, scaricava, maneggiava in somma quei pesanti istrumenti di guerra come se fossero altrettante sue braccia di bronzo; per poco che lo spirito di chi lo vedeva si fosse nudrito nella lettura delle antiche leggende, lo avrebbe creduto Briareo, ossivero un demonio posto dalla gran forza delle incantagioni a custodia di un castello fatato.
Oltre la vana ostentazione descritta, Malatesta mandò fuori delle porte, al principe d'Orango un trombetto col pegno della battaglia, e il principe, presentatolo magnificamente, gl'impose riferisse: — essere suo costume combattere quando gli tornava comodo, non quando piaceva al nemico; stessero pronti in città, perchè quanto prima le avrebbe dato l'assalto. — Così ebbe fine cotesta bravata. I Fiorentini calcolarono meglio di mille libbre di polvere persa senza costrutto. Si partirono dal monte alla spicciolata; la milizia, rotti gli ordini, si partiva anch'essa in confuso; pochi uomini rimasero colla Signoria e col Malatesta.
Allora il gonfaloniere mostrò desiderio di ricondursi al palazzo. Malatesta ossequioso volle a ogni costo accompagnarvelo, e così ripresero il già percorso sentiero.
Ornai si avvicinano alla croce; Malatesta lasciandovi sopra uno sguardo obliquo, ne vede sgombra la base, cosicchè gli parve respirare più libero ma gli riesce la speranza invano: ecco di repente sorgere dalla pietra la figura di Pieruccio col capo avvolto di bende sanguinose e minacciarlo col pugno e rampognarlo feroce:
«Sarai tormentato settanta volte sette!»
Il Baglione, preso da cieca ira, si stracciò a morsi le maniche delle vesti... di nuovo stette per movergli addosso... di nuovo Cencio si apparecchiava a ferirlo per modo da non tornarci la terza volta. I cittadini svelsero a forza dalla base il Pieruccio e lo celarono in mezzo di loro. Egli era andato buon tratto di via con gli uomini ai quali lo aveva commesso Vico Machiavelli; giunto alla piazzetta dei Castellani sfuggiva loro di mano e tornava al posto periglioso per maledire di nuovo il Malatesta.
La Signoria e il Baglione procederono in silenzio. Giunti presso al palazzo, Malatesta facendosi più dappresso al Carduccio, gli favellò:
«Spero, magnifico messere, che vi darete ogni cura di porre al martore il ribaldo che in me per ben due volte oggi offendeva la maestà della Repubblica, e quindi, come conviene, gli mozzerete la testa.»
«Strenuissimo capitano, gli Otto e la Quarantia hanno potestà di far sangue, non io; provvedetevi davanti a cotesti magistrati... — Ma tornerà poi in onor vostro, messere, contendere col pazzo? — Pensateci!...»
«Se lo tenete per matto, allora chiudetelo.»
«Prima dei pazzi vorrebbonsi sostenere uomini bene altramenti pericolosi alla città, Malatesta...»
«E quali, messere?»
«I traditori.»
Qui il Carduccio, chinata la persona in atto di reverenza, pose il piede sul primo gradino del palazzo della Signoria e si allontanò.
Malatesta rimase per alcuni momenti stupefatto; poi si volta pensoso camminando in silenzio; ad un tratto egli chiama:
«Cencio!»
«Malatesta!»
«Bisogna raddoppiare le guardie al mio quartiere...»
«Bene: — sarebbe meglio però andare ad abitare presso alla porta di San Pier Gattolino. Costà avete prossimi i Côrsi e i Perugi vostri; l'uscita al campo ad ogni evento prontissima.»
«Purchè si possa fare senza destare sospetti!»
CAPITOLO DUODECIMO
MARIA DEI RICCI
Amore alma è del mondo, amore è mente. Che volge in ciel per corso obliquo il sole.
TASSO, _Rime._
O giovanetti, sul lago del cuore Vada trescando per poco l'amore.
_L'abbandono_, Melodie liriche.
Noi ci amavamo un giorno!... Quando prima mi comparisti davanti tutta lieta di gioventù e di bellezza, io pensai di averti già amato. Allora credei avesse compreso Platone un mistero divino quando affermò le anime destinate ad amarsi ricevere, prima di nascere, in cielo la impronta della creatura diletta. In qual parte ti vidi? — Su la primavera della vita, in un mattino di primavera, il raggio del sole, poichè ebbe benedetto la famiglia delle piante e dei fiori, si posò sopra le mie palpebre socchiuse; l'anima, repugnante dalla vita reale, or sì ora no, si affaccia alle pupille, come la vergine dubbiosa tra la voglia di conservare immacolata la sua tunica bianca e la voluttà promessa dall'amore.... in quel punto io ti vidi, o mi parve vederti a guisa di farfalla batter l'ale per quel torrente di luce: — ti vidi e ti sentii tra le melodie dell'uccello innamorato della rosa, tra gl'incensi arsi alla maestà dell'Eterno, nella voce arcana dei boschi, fra il rumore della cascata, fra le lacrime della riconoscenza, nella gentile alterezza di un'azione magnanima. — La tua immagine dava moto al creato; — confusa con tutti gli enti ella ne svelava al pensiero le secrete bellezze come il raggio della luce rinnuova l'iride dei colori nelle infinite stille di rugiada tremolanti su le foglie al principio del giorno. Bastò uno sguardo! — Al primo tocco le anime nostre, puro elettricismo di amore, si ricambiarono la stanza mortale; tu vivesti la mia anima... io vissi la tua.»
«Il figlio della terra leva gli occhi ad ammirare la grande opera della creazione quando il firmamento mena a scintillare per gli azzurri sereni tutti i suoi pianeti, e d'ora in ora corrusca di un baleno, — quasi sorriso di fuoco per esprimere l'allegrezza che sente nel contemplarsi tanto maestoso nello specchio delle acque. — Io però non levai gli occhi, li declinai, perchè — Dio mi perdoni — il tuo volto mi parve più bello del cielo.
«Tu lo rammenti? — posavi il tuo capo qui sul mio seno; l'arteria della tua tempia rispondeva al palpito del mio cuore.... stretti così che il suo calore t'infiammava le guance, le quali si facevano vermiglie con gli effluvii della mia vita. — Io poi, come chi si diletta guardare pei lavacri più puri che sgorgassero mai dall'urna della ninfa le arene d'oro giù nel fondo, con i miei occhi intenti nei divinissimi tuoi contemplava traverso il nero delle tue pupille effigiata la breve mia immagine e credeva vedertela impressa in mezzo dell'anima. Noi non dicemmo parola, — nè un sospiro, — nè un alito. Talora lieve lieve io sfiorava co' labbri la tua fronte, come per deporvi la corona dell'amore. I nostri spiriti armonizzavano splendidi quando la gemma e come lei pellegrini. Noi non giurammo di amarci, credemmo la eternità verrebbe meno nel misurare la durata del nostro amore; — stimammo il nostro affetto più immortale di Dio!....
«Il tempo che, comunque antico, sapeva dovergli bastare la vita per vederne la morte, sorrise, — il tempo che cancella le generazioni, i sepolcri e le memorie, — perchè lascerebbe intatto un sentimento del cuore? Non ha egli forse consumato i caratteri incisi sul granito orientale?
«Chi mi dirà la traccia dell'aquila traverso il cielo? Chi distingue là via del serpente sopra la terra? Chi potrà conoscere che l'amore abbia agitato le anime nostre? — Ahimè! le ceneri fanno testimonianza dello incendio. — Le corde dell'arpa si ruppero; una trama mortale la ricuopre adesso... mortale all'insetto soltanto, nondimeno mortale; — eppure un giorno il menestrello ne trasse suoni dolcissimi, di cui è fama gli susurrasse le note l'angiolo dell'armonia in un estasi di amore.
«Oh! perchè mai vuotammo intera la tazza della voluttà? Chiunque vuole che nel suo petto duri la fiamma libi, non beva. — Non vi fu amaro nel fondo, no, ma stille insipide e rare dopo il sorso lungo. — Come il filosofo che sentì sfuggirsi nelle tepide acque il sangue e la vita, il nostro affetto morì svenato nella copia del piacere.
«Ti chiamerò infedele? T'imprecherò sul capo Nemesi vendicatrice dei giuramenti traditi? No: — tu potresti mandarmi pari rimproveri, imprecarmi sul capo simili furie. — Vorrò favellarti una parola di conforto? — Tu ti sarai... tu ti sei consolata. — O tenteremo piuttosto ravvivare queste ceneri e studiare se vi fosse rimasta qualche scintilla sotto? No; — dopo le ceneri null'altro avanza che invocare i venti a disperderle. Il pensiero è impotente a resuscitare il cuore; — vedi, — siamo anime confinate dentro statue di marmo. Prometeo e Pigmalione poterono col fuoco celeste infondere la vita alla cosa inanimata, ma il nostro cuore visse anche troppo; adesso egli è morto... morto per sempre!
«Havvi una cosa nel creato che non si consuma nel fuoco e si chiama amianto, — ma non sente e non piange; — avvolge i cadaveri, onde la cenere umana non si confonda con la cenere dei carboni... perchè tu sai che non si distinguono le ceneri. Tutto così! Donna, comunque le tue mani sieno brevi, tu puoi tenere nella tua destra Cesare, nella sinistra Napoleone, — sono poca cosa i defunti! La terra pareva non dovesse bastare il sepolcro di cotesti potenti, e adesso ti avanzerebbe il cavo della mano.. — inutile insegnamento, la terra andrà sempre ingombra di tiranni e di oppressi... — e l'anima? Oh! l'anima, domandane alla nuvola che passa, ella conosce meglio di me il regno dei venti.
«Dovevano dunque i nostri cuori soltanto rinnovare il miracolo del roveto ardente comparso a Moisè? — Vieni, sacrifichiamo all'oblio...
«O scempio, frena l'ebbrezza del pensiero! Perchè tenterai nasconderti la tua maledizione? S'inganna ella forse la coscienza? il tuo spirito vide la ghirlanda della speranza calpestata su l'alba della vita. Tu sei a contemplarti doloroso, come nel deserto di Tebe la colonna rimasta sopra la base tra le mille cadute, quasi cippo della morta città. Coscienza feroce, almeno tu mi lasciassi la lusinga di reputarmi grande! Accompagni almeno la superba nel suo inferno il nuovo Lucifero! — Ahi sventura... sventura! perchè sopravissi ai funerali del mio amore?»
In fè di Dio! chi scrisse queste pagine certo fu un giovine innamorato che cominciò per credere a tutto e finì per non credere più a nulla, come ogni giorno succede; — esclamai io leggendo le riferite diavolerie, scritte di carattere minuto nelle fodere interne di un Petronio, sul quale stamane mi aveva preso vaghezza di riscontrare la storia della matrona di Efeso. Ella è cotesta una famosa storia in verità che in sostanza racconta di certa vedova la quale disse addio ai parenti e agli amici per terminare la vita nella sepoltura dove aveva riposto il corpo del marito, e indi a poche ore lo impiccò per salvare l'amante, come meglio potrete vedere, mie benigne lettrici, in Petronio scrittore latino e cortigiano di Nerone d'_imperiale_ memoria. Voi dame e cavalieri, e sopratutto voi, dame, percorrendo i primi versi di questo capitolo avrete per avventura immaginato ascoltare la espressione dei sentimenti del poeta, la relazione intima di un qualche affetto sciagurato... e forse alcuna di voi avrà pianto su me: consolatevi, — quei versi non mi appartengono, forse non corrispondono a nulla di vero, a niente di accaduto; per me, penso che gli abbia scritti uno scolare di retorica per esercitarsi a comporre metafore, similitudini, l'altra famiglia di figure oratorie descritte dal padre De Colonia, diverso assai dell'acqua fabbricata dal Farina, di cui voi tanto e a ragione vi compiacete, mie nobili dame. Se poi mi domandaste perchè io gli abbia messi, vorrei potervi rispondere, come messere Lodovico Ariosto: «_Mettendoli Turpino anch'io gli ho messi_»; — ma poichè così rispondere non mi è dato, vi dirò sinceramente quasi per confessione, che non lo so neppure io: — forse perchè il presente capitolo favellerà di amore... guardate un po' voi se questo ch'io esposi potrebbe essere una buona ragione.
Parlo di amore. —
Ella era bella, ma infelice, — fuori di misura infelice.
E pure quando, giovinetta, tutta riso, menò i lieti balli o convenne alle giojose adunanze, i circostanti trattenevano fino il respiro per paura di turbare la serenità dell'aere che circondava quel caro angiolo di amore.
E qualcheduno ancora gemè considerando la fragile creatura folleggiare spensierata sul margine della vita, come fanciullo sull'orlo dell'abisso...Dio la preservi dalla vertigine!
Allorchè, bianca più della rosa che le coronava la fronte, si accostò agli altari, la gente diceva: Va, va, egli è soave affanno quello della vergine che si reca a marito! — Allorchè tremò, — abbrividì, stette per cadere in deliquio, la gente riprese: — Bene per piacere si manca! Finalmente quando un sospiro le fuggì dai labbri, — una lagrima dal ciglio, — Ah! troppo era colma, esclamarono, la coppa della gioja, e n'è traboccata una goccia. —
E non pertanto cotesta stilla spense irreparabilmente l'ultimo guizzo alla fiaccola della speranza. La incantatrice della vita mutò la veste diafana nel manto funerario e si giacque nel suo cuore come dentro un sepolcro di pietra; — quivi ella se la sentiva inecittabile, — pesa; e l'era forza tenerla così spenta del continuo davanti con quel dolore che l'Ariosto racconta di Fiordiligi, la bella sconsolata, vigilante sul corpo del suo sposo, Brandimarte ucciso in battaglia.
Ahi quante volte al cielo levando la faccia lagrimosa aveva supplicato: Signore, rimuovi da me il calice della vita, — è troppo amaro pei miei labbri mortali! — quante con la fronte toccando il freddo marmo degli avelli per temperare l'ardore della fronte, si volgendo alla cenere quivi dentro rinchiusa, esclamò dal profondo delle viscere: T'invidio perchè riposi!
Dove nella sua fanciullezza non l'avessero atterrita con le storie di luoghi pieni di pianto, di fuoco e di furore, il talamo nuziale avrebbe ella già convertito in bara; — avrebbe reciso i suoi giorni in offerta al Dio del dolore siccome fa la vergine della lunga chioma, quando abbandona il mondo per la solitudine del chiostro.
Nessuno la rammenterebbe adesso; — sarebbe scomparsa fugace quanto la promessa della felicità, — quanto il voto dell'amore; — avrebbe vissuto la vita dell'anemone svelto sull'alba, la vita del grano d'incenso caduto sul fuoco, — profumo breve e poi oblio.
Ora chiunque la contempla geme per lei, perocchè ella sia bella e trista a vedersi come la rovina degli antichi tempii dell'Attica, rovina di marmo pario, di colonne corintie, di capitelli dalle foglie di acanto, di frammenti di statue di Fidia — maraviglia dell'arte, — pianto del cuore; e la mestizia le si diffonde tenace sul volto nel modo stesso che l'edera s'insinua ingombrando quei ruderi di tempii e di numi.
Si volse alla creatura e le domandò una stilla di refrigerio alla pena che durava; la creatura o folleggiava lieta e non volle contristarsi per lei, o piangere per sè e non volle cederle nè anche una lagrima; — allora si volse al cielo, e quinci le venne una rugiada sull'anima, perchè la religione le aveva detto abitare nei cieli una divinità che fu anch'essa creatura umana ed infelice.
Ella se ne sta raccolta dentro la cappella domestica, — un luogo tristo quanto i suoi pensieri; — con le sue mani ella stessa l'aveva addobbata a lutto. Il vivido sguardo del sole attraversando le tende di colore oscuro quivi diventava lugubre. Oltre i due terzi della stanza sorgeva una balaustra di marmo, e subito dopo due svelte colonnette, su i capitelli delle quali posavano ambo i lati di un arco; — dall'arco pendono le tende raccolte a mezzo e sospese ai fusti delle colonne.
Arde nel santuario una lampada davanti la immagine della madre di Cristo.