L'assedio di Firenze

Part 30

Chapter 303,672 wordsPublic domain

«Gran mercè, signore,» risponde il mazziere e con atto di riverenza si allontana.

«Prendete! e' sono cinquanta ducati d'oro del sole; se più non ve ne dono, attribuitelo a quel tristo di papa Clemente, il quale mi tiene sequestrati i miei beni a Perugia.»

«Sarieno anche troppi; — ma vi ringrazio, signore.»

«Come! rifiutereste voi cinquanta ducati d'oro nuovi del sole?...»

«Messere, la legge lo vieta.»

«Qui non v'è legge che vegga. Quante cose la legge vieta, e tutto giorno si fanno!...»

«La legge vede pur troppo, perchè ogni buon cittadino la serba impressa qui nel suo seno, o signore. I padri miei, quando emanarono siffatto provvedimento, lo riputarono buono; e poichè tale parve a loro buono deve parere anche a me. — Un giorno anch'io sarò chiamato a formare la legge; e se voglio accogliere speranza che i miei figliuoli la osservino, forza è innanzi tutto ch'io obbedisca a quella dei miei padri. Nelle repubbliche ad ogni cittadino preme mantenere intatta la legge, perchè creata da lui a beneficio universale; nei principati ogni suddito s'ingegna rompere la legge, perchè emanata da un solo a danno di tutti. Magnifico signore, voi dimenticaste militare agli stipendii della Reppublica di Fiorenza.»

E proferite queste parole non senza una qualche iattanza si dipartiva. A noi non giunge nuovo il mazziere, avvegnachè egli fosse Bindo di Marco, il giovane cavallaro che accompagnò gli oratori fiorentini a Bologna. Il gonfaloniere lo aveva promosso a cotesto ufficio per la sviscerata fede che aveva alla Repubblica, ed egli lo esercitava con la solita devozione. Malatesta si rimane col braccio teso, il volto tra stupido e beffardo.

«Oh! vedi ve' dove mi si caccia un Licurgo... Hai tu sentito come sdottorano questi maruffini? Cencio, dimmi, — ma che la virtù forse ci sarebbe nel mondo?»

«E perchè no? Ci sono io, ci siete voi, ci è questo giovane che rifiuta cinquanta ducati d'oro, ci è chi paga per vendere, ci è chi vende senza essere pagato, ci siamo tutti; ogni diritto ha il suo rovescio...»

«Cencio, e se un bel giorno io mi destassi virtuoso?»

«Voi non potete destarvi virtuoso, perchè la virtù non è un vestito per modo che si possa dire: — Cencio, aiutami a levarmi questo giubbone di ribaldo da dosso e ponmi la zimarra di uomo onesto; — no, non si può dire: le virtù non nascono mica come le natte sul naso, elle sono un fiore con molta cura nudrito, su terra acconcia educato; con amore continuo difeso; — all'età nostra può caderci in mente la paura dell'inferno o quella molta più prossima del capestro, e rimanerci da misfare; — tuttavolta ciò non si chiama virtù. Ma lasciate di grazia coteste ubbie, vedete mo' come il demonio vi spiana la strada; e' sarebbe ingratitudine inaudita a disertarne la bandiera; e senza il diabolico aiuto a questa ora chi sa quante volte sareste capitato male se io non era, forse il mazziere metteva gli occhi sopra la lettera del papa...»

«Dov'è la lettera?»

«Qui sopra la tavola; io l'ho ricoperta con la zimarra di velluto.»

«Tu meriti ch'io ti faccia imbalsamare: — porgimela; d'ora in poi non mi uscirà di dosso.»

E se la ripose insieme colla borsa nella tasca laterale delle larghe brache alla spagnuola. Quindi, tremante o di gioia o di qualsivoglia altra passione che adesso non importa ricercare, ordinò a Cencio lo vestisse con gli abiti meglio sontuosi che serbasse entro i suoi forzieri.

«Cencio, questa cappa mi pesa.»

«Pesano più quelle che Dante pone addosso agl'ipocriti nell'inferno.»

«Marrano! — taci una volta, — tu godi a spaventarmi.»

«Io lo faccio perchè l'inferno non vi appaia affatto nuovo quando ci entrerete. D'altronde deve il buon cristiano apparecchiarsi alla morte.»

«Allentami il collare... mi stringe troppo.»

«Strinse più il capestro il collo di Giuda.»

«Cencio, per Dio! rammenta che la tua vita pende da un filo.»

«Malatesta, non dimenticate essere destino che ambidue noi abbiamo a morire il medesimo giorno.»

Quando Cencio fu per porgergli la berretta, notò come intorno intorno vi avesse fatto ricamare in oro la parola _libertas._

«_Libertas_!» esclama; «questa parola intorno al vostro capo si addice come la parola di _onore_ in bocca al ladro, come la parola _onestà_ su i labbri del dottore di legge, come la parola _giustizia_ in bocca al giudice.»

«Tu mi riesci fuori di modo insoffribile.»

«Se troppo vi paiono gravi i paragoni, — vi dirò come il cappello da prete in capo a un senatore romano, come il cappuccio di san Francesco all'Apollo del Vaticano...»

Così continuò l'oscena tresca di motteggi insolenti da un lato, e di pazienza codarda dall'altro, finchè il signor Stefano Colonna, forse per dissimulare il mal talento concepito nel vedersi altri anteposto, con onorevole comitiva di capitani, colonnelli ed altri principali nella milizia, si recò a casa Serristori per prendervi Malatesta e accompagnarlo alla cattedrale.

Lettore mio benigno o maligno, secondo che ti parrà meglio, per questa volta io ti farò grazia risparmiandoti la descrizione del come avvenisse la investitura del supremo comando, quali cerimonie vi si adoperassero, quali giuramenti vi si proferissero. La tela è lunga, — ormai mi sono cacciato in alto pelago, nè il punto donde mossi nè quello a cui tendo ormai discerno, e il freno dell'arte mi abbandona; — mi conduca a salvamento il voto del cuore, se il concetto dell'ingegno non basta. Io pertanto non esporrò siffatta cerimonia, poichè se mai, o lettore, ti avvenisse visitare Firenze, andando al palazzo Gaddi ti occorrerà dipinta in un bel quadro del Rosselli, o del Pomarancio; solo ti dirò che il gonfaloniere nel consegnare a Malatesta le insegne della sua nuova dignità, oltre all'avergli più volte rammentato la morte acerba di suo padre Giampagolo, concluse:

«Piglia dunque, illustrissimo signore, piglia prodissimo campione ed invittissimo general nostro, con fausto auspicio di te e di noi da me gonfaloniere e da questa inclita Signoria in nome di tutto il magnifico popolo fiorentino, questo stendardo quadrato ricamato di gigli, questo elmetto di argento smaltato medesimamente di gigli, arme del comune di Fiorenza, e questo scettro di abete così rozzo e impulito com'egli è, in segno, secondo il costume nostra antico, della superiorità e maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e fortezze nostre, ricordandoti che in queste insegne quali tu vedi, è riposta, insieme con la salute e rovina nostra, la fama e la infamia tua sempiterna[168].»

Malatesta abbracciò quasi commosso le insegne, e tra le pieghe dello stendardo nascose la faccia, sulla quale mandò il pudore il suo ultimo addio. Certamente avrebbe arrossito anche Satana.

Poi piegò le ginocchia per proferire il giuramento solenne dinanzi all'argenteo altare, dove molti capitani avevano giurato prima di lui, come Raimondo da Cortona, Bernardone delle Serre, il conte di Pitigliano ed altri non pochi, nessuno però con animo deliberato, come il Baglione, di tradire la Repubblica. Ora volle fortuna che, mentre ei si chinava a giurare, gli uscissero dalla tasca, dove le aveva riposte, la borsa e la lettera di papa Clemente. Dove siffatta lettera fosse stata spedita in forma di breve, toccava Malatesta l'ultimo istante di vita: — fu sua ventura somma che non vi avessero apposto il suggello del pescatore, o segno altro qualunque il quale dichiarasse la sua origine. Dante da Castiglione, che gli stava vicino, raccolse la lettera e la borsa, e tentato Malatesta nel braccio, gli parlò sommesso:

«Capitano generale, vi è caduto roba di tasca.»

«Qual roba?»

«Una carta e una borsa.»

«Una carta! Ah! la lettera!» — E tinto del pallore della morte, — «Spero, proseguiva, o messere, che vorrete rispettare il segreto di un foglio capitatovi per questa via nelle mani.»

Cencio, quel suo fedele così corrivo a pungerlo di parole, eragli poi legato per la vita con le opere; senza Cencio, Malatesta non avrebbe impreso tanti avviluppati disegni, o senza fallo vi si smarriva dentro. Cencio poteva chiamarsi l'angiolo custode del delitto; ed ora vedendo lo imbarazzo dei suo signore, lo soccorse piegandosi all'orecchie del Castiglione per susurrargli con arcano:

«Egli è concio fino all'osso di male francioso, e pur non si rimane dal mantenere commercio con femmine di ogni maniera.»

«Quando anche», risponde il Castiglione al Malatesta toccando con la mano destra la lettera, «ve la mandasse papa Clemente, conosco troppo gli uffici di gentiluomo per prevalermi nel caso... Prendete, capitano generale...»

Malatesta stendendovi sopra prontissime le mani, aprendo le labbra ad un sorriso, mentre gli stavano i denti stretti pel freddo della paura, sibilò in certo modo le parole che seguono:

«E' sarebbe, messere, bene strana novella che io mi presentassi a giurare fedeltà co' patti del tradimento sopra la persona....»

«Dio solo», soggiunse Dante, «penetra nei cuori...»

«Talvolta anche l'uomo», proruppe il gonfaloniere Carducci, — e le parole accompagnò con tale uno sguardo tagliente che Malatesta si sentì come fulminato: — forse gli mancava l'animo dove per ricoprire la insolita confusione non si fosse affrettato a toccare gli Evangeli e proferire il giuramento. Furono gli Evangeli la tavola che lo salvò dal naufragio; — ma Dio non paga il sabato.

Chi va in Terra-Nova, trova per quanto corre la fama, scogli i quali, comechè di leggieri battuti, fanno sollevare le acque a spaventevole grossezza, con rumore di tuoni e spessa morte di cui si avvisa percuoterli[169]. Il popolo si assomiglia a questi scogli quando vede o sente cosa, che lo commuova forte a passione. Contemplato quel giuramento, che gli pareva sicurissimo pegno di libertà, dette in un grido... era di allegrezza o di rabbia? Già mezzo lo aveva prorotto il popolo, e Malatesta non ne ravvisava lo scopo; — piegò il capo atterrito, il grido fu pieno, ed il suo cuore esultò. Ormai il cuore di Malatesta ha messo il tallo sul delitto; i suoi fati lo tirano. E non pertanto Malatesta fu un giorno valoroso capitano e versò copia di sangue in Romagna in pro dei Veneziani. Nè però tanto ne aveva versato che una stilla non gliene fosse rimasta nelle viscere; piegando il capo, vide il popolo pronto su le armi a mettere la vita per la libertà, vide la divisa verde, insegna di una speranza ch'egli si era legato per patto a rendere inane, e il corruscare delle armi, sentì il plauso delle genti, si trasportò su' campi aperti, su le vicende della battaglia, s'infocò nell'orgoglio della vittoria, il cuore vinse la mente, e preso da entusiasmo agita la berretta ed esclama:

«Ai ripari, ai ripari, andiamo a sfidare i nemici!»

Ma quella stilla di buon sangue italiano in siffatto effluvio si consuma, e se il volto gli diventa vermiglio, ciò fu come il crepuscolo del pudore che muore. Quando la sua anima fu mutata, sollevò gli sguardi ed incontrò la faccia di Cencio; questa rideva di un riso che a Malatesta parve il _De profundis_ della sua virtù defunta; — veramente il paragone sa del grottesco, nè io lo avrei adoperato, dove non mi avessero chiarito che al Baglione parve per l'appunto così.

La milizia, ricevuto il comando dai capi, cangia ordine; e stendendosi in lunghe file, s'incammina pel corso degli Adimari verso la piazza della Signoria, ognuno dietro i suoi gonfaloni in ammirabile apparecchio di guerra.

Ora avvenne che il capitano Francesco Ferruccio, il quale conduceva la sua compagnia, montasse in quel giorno il suo bel cavallo turco Zizim; uscito dalle angustie della Via Calzaioli presso al tetto dei Pisani, per soldatesca baldanza prendeva vaghezza a farlo corvettare, onde tutte mostrasse le stupende sue forme il nobile animale. Lì presso una femmina col suo bambino al collo tanto si era ingegnata con gli urti e con le preghiere che pure alla fine giunse a cacciarsi sopra gli altri avanti; si scorgendo adesso vicino il cavallo del Ferruccio, turbata da subita paura si volge alla fuga; di sè sola curando ella dimentica il figlio; sicchè aperte le braccia lascia caderselo dal seno. Appunto in cotesto istante Zizim abbassata la groppa e posatosi su i piè di dietro spiccava una corvetta, il fanciullo gli rotola sotto; quando Zizim poserà le zampe davanti sopra la terra, troncherà la vita di cotesta creatura.... infelice! ella, baciata appena la soglia dell'esistenza, si sentirà respinto nel deserto della morte. — Gli astanti torcono altrove lo sguardo, per non vedere il momento sanguinoso; — sola la madre alza un grido, — quale non udì mai Firenze dopo quello cacciato dall'altra donna che bastò a sottrarre dalla bocca del lione il suo figliuolo Orlanduccio. — I volti dei borghesi ritornano nella prima loro attitudine — le zampe del cavallo si sono abbassate, — ma pure hanno calpestato le selce; — il capitano Ferruccio di pallido ch'egli era, riprese i suoi colori; le sue labbra sorridono adesso. — Una vergine confusa tra il popolo non fuggì, — non urlò, — non volse altrove gli sguardi; — appena contemplato il caso, si mosse, splendida e presta come stella cadente dal cielo e pose il corpo delicato tra le zampe del cavallo e il fanciullo. — Il buon destriere, meglio che per il cenno delle redini tese, di per sè stesso conobbe doversi rimanere a mezzo il suo moto; tanto si sforzò che parve per buona pezza un modello effigiato a rappresentare la immagine di statua equestre, finchè la vergine non ebbe spazio a togliergli di sotto il pargolo, quindi si slanciò brioso, — scalpitò spedito tre o quattro volte il terreno, quasi intendesse manifestare il suo giubilo.... E perchè no? hanno le bestie anch'esse passioni e sovente meno triste degli uomini; — noi quando vogliamo oltraggiare un uomo, lo chiamiamo bestia; — se le bestie possedessero la favella, per ingiuriarsi, quante volte si direbbero uomo!.... e con più ragione di noi.

La donzella solleva in trionfo il pargolo salvato, e lo affidando alle braccia della madre, la quale stupida non sapeva ridere nè piangere, così le parla:

«Donna! io vorrei rampognarvi, se il dolore che avete sentito non superasse qualunque rimprovero. Custodite meglio il vostro figliuolo; un giorno dovrete renderne conto alla patria e a Dio.»

Il Ferruccio riconobbe la fanciulla; era quella dessa che nella chiesa di Santa Croce potè con un cenno indurre alla pace le anime superbe di Benedetto e Zanobi Buondelmonti; onde maravigliando si volge a Vico Machiavelli, il quale gli cavalcava al fianco, per domandargli chi ella si fosse. A Vico tremavano nelle mani le redini; — egli teneva fitti gli occhi ardentissimi verso la parte dov'era avvenuto il caso, — non dava ascolto al Ferruccio. Questi seguendone la direzione conobbe posarsi sopra la fanciulla, la quale a sua posta lanciò al giovane uno sguardo e sfavillò in un riso bello come il baleno della notte stellata. Allora il Ferruccio, scosso forte pel braccio Vico, gli dice:

«A voi mi raccomando, dacchè mi accorgo che avete conoscenze in paradiso.»

E Vico sempre più trema, declina la faccia, e gli manca la balía per favellare. Il Ferruccio si piega sopra la sella, ed abbracciandolo amorevolmente soggiunge:

«Beato te! chè tanto più ci è cara la patria, quanto maggior copia di affetti ci conserva.»

Continua l'ordinanza il suo cammino, — trapassa il Ponte alle Grazie, — sbocca nella piazza Serristori. Già abbiamo narrato come Malatesta sul principio dello assedio le case di questi cittadini abitasse: — dirimpetto al palazzo sopra una base di pietra serena sorgeva una croce colossale che in quei tempi stava per la città come simbolo di fede palpitante e viva, non come segno di linguaggio ormai non più inteso da nessuno. Intorno questa croce sopra la base giace con la faccia stesa a terra un uomo vestito di sacco, cinto di corda traverso i fianchi, nudo le braccia, le gambe, i piedi scalzi; le chiome folte e sordide gli si ripiegano sopra la fronte; le mani tiene giunte in atto di orare: estenuato più che a corpo tuttora vivo si sarebbe creduto possibile; se mai vedeste il san Giovanni dal Donatello condotto in bronzo[170], avrete idea più completa di questa creatura e a me risparmierete la fatica di meglio efficacemente descriverla. Costui aveva nome Pieruccio.

Chi è Pieruccio? Nessuno sa dire se venisse a Firenze piovuto dal cielo, o se ve lo avesse balestrato la terra, come il vulcano una pietra; quanti anni contasse ignoravano: la sciagura aveva prevenuto l'età nella rovina, e il tempo non trovò ruga da aggiungere o contorno da guastare; le intemperie perdevano forza sopra di lui, le infermità non l'offendevano; — forse le tribolazioni alle quali va sottoposta la rimanente specie umana volevano rispettare intanto quel santuario di dolore. Quando il Savonarola predicò, egli accovacciato in guisa di cane sotto il pergamo mandava ad ora ad ora così lugubri singulti che la gente, sul primo atterrita, immaginò scaturissero dalle viscere della terra, dove le ossa degli antichi defunti tocche dalla parola potente si commovessero. La sua voce annunziava l'alba e il tramonto della libertà di Firenze. Accostandosi il tramonto, empiva la città del suo strido sinistro e spariva; — in qual parte si nascondesse era mistero per tutti; la tirannide spesso lo cercò per farne vittima, e gittò via tempo e danaro: forse, come il serpe cessa di vivere nei giorni invernali, a lui abbisognava per respirare un giorno scaldato dal sole della libertà. I fanciulli quando lo udivano profetare per la via, gli gridavano dietro: Pazzo! pazzo! — e ai gridi aggiungevano sassate e offese d'ogni maniera. Il povero Pieruccio si volgeva e in suono pietoso domandava: Perchè mi offendete? — Ma i fanciulli, tratti da naturale vaghezza a mal fare, chè in ciò mi trovo d'accordo con santo Agostino[171], non gli attendevano, anzi vieppiù lo infestavano, sicchè talvolta, la pazienza mutata in furore, ne afferrava alcuno, la mano alzava a percuoterlo, ma, vinto all'improvviso da tenerezza, lo rimandava baciandolo e benedicendolo. In Gerusalemme per avventura lo avriano adorato, — poi forse crocifisso come profeta; — a Firenze alcuni lo salutavano santo, più molti lo tenevano matto; chi avesse ragione non saprei, e chi torto nemmeno; forse dipendeva dal punto del quale lo consideravano; — certamente amava la patria. Quando gran parte della milizia ebbe passata la croce, ecco ad un tratto egli balza in piedi come tolto fuori di sè, porge la destra mostrando un teschio umano al popolo ed esclama:

«Meglio per voi se le vostre teste fossero come questa inaridite; — almeno qui dentro stanziano le formiche e talvolta anco le vipere, nelle vostre poi non trova luogo nè anche un pensiero. La maledizione di Dio vi ha percosso; — avete gli occhi e non vedete, avete gli orecchi e non ascoltate. Guai a te, o Fiorenza! Chi vuole intendere intenda. Ei vi fu nell'età passate un barone di contado ricco dei beni della fortuna, potente di vassalli, di famiglia avventuroso, a cui, come troppo spesso accade, i suoi vicini volevano male di morte. Ora avvenne che certa notte, sendo altrove la sua masnada, e si trovando solo nella rôcca, udisse bussare la porta; si fece al balcone e vide un pellegrino che gli domandò ospizio per Dio. Abbassa il ponte, accoglie il pellegrino e lo convita a cena. Sazii di cibo e di bevanda, — Or via, dice il barone al pellegrino, i miei occhi sono gravi di sonno; ecco, prendi la mia spada e la mia lancia e guardami la rôcca mentre ch'io dormo. — Il barone si addormentò, e quando riaperse gli occhi si sentì il corpo ricinto di funi e udì la voce del pellegrino, il quale recatosi al balcone domandava a gente di fuori del castello: — Chi andate cercando? — Il barone, — rispose il suo nemico, perchè abbiamo sete del sangue di lui. — Quanto mi date, soggiunse il pellegrino se io ve lo consegno con le mani e co' piedi legati? — Furono convenuti i patti, il barone tradito... Ben egli rammentò al pellegrino, l'ospitalità profanata, il benefizio largito, lo supplicò per l'amore dei suoi morti per Cristo, pei santi, — n'ebbe scherni, percosse; e fu tradito....»

Frattanto Malatesta e la sua comitiva si accostano tanto alla croce che di leggieri possono intendere le parole del profeta. Il Pieruccio nel vederselo comparire davanti non muta aspetto, non varia discorso, anzi indirizzandosi baldanzoso al Baglione,

«Ecco», esclama, «ti riconosco all'impronta di Caino; nè cotta di arme nè carne od ossa nascondono allo sguardo di Cristo il pensiero del tuo cuore. Altri ha tradito il Figliuolo di Dio, tu ne tradisci la figlia... però che la libertà nacque del primo palpito di compassione che il Creatore sentì per la sua creatura... Pentiti! — Se Giuda è tormentato settanta volte, tu lo sarai settanta volte sette...

«Toglietemi dinanzi quel pazzo!» — grida Malatesta con labbri tremanti... «cacciatelo via... — trucidatelo...»

«Addosso! — Al matto! — Ammazzatelo! — Ammazziamolo! — È un profeta. — Se la intende col diavolo. — Tacete, impostore, avrebbe dato la posta al diavolo a piè della croce? — È un santo, vi dico. — Un ladro, — ammazziamolo.» — Così le turbe; e il Pieruccio, con tale una voce che superò il mugghio delle turbe proruppe:

«Tu sarai tormentato settanta volte sette!»

«Sta a vedere come faccio tacere io quel tristo corvo», parla Cencio ad un suo compagno, — ed agitando in mano una grossa pietra con tanta aggiustatezza la vibra che ne coglie su la tempia l'infelice Pieruccio; — questi alzò le mani verso la ferita, a mezzo l'atto gli ricascano abbandonate, piega la testa e batte di forza sul tronco della croce bagnandolo di sangue... sangue meno prezioso di quello che vi sparse sopra il Figlio dell'uomo, ma non meno innocente: — poi rovinò e scomparve dietro la base di pietra.

«Abbominazione!» gridarono alcuni cittadini inorriditi, «nella terra dove si versa violentemente il sangue dei martiri, la tirannide vive o la libertà si muore....»

«Cada dal braccio la mano che percuote colui che Dio ha percosso!» gridarono altri. — Tutti poi si sentirono tocchi da pietà: l'ira riarse nei petti dei fiorentini contemplando il misero così malconcio da braccio straniero; le mani involontarie correvano alle daghe sotto le vesti, — cominciava quel suono cupo precursore delle popolari procelle. Se un qualche animoso avesse rotto l'argine con una parola o con un cenno, cotesto era l'ultimo giorno di Malatesta, e Dio sa quali altri destini si apprestavano a Firenze; la fortuna non volle, ed invece partecipò ardimento al Baglione di spronare il cavallo e cacciarsi avanti; lo seguitarono i compagni con impeto uguale; le ordinanze antecedenti incalzate ripresero il cammino; i popolani vedendosi arrivare quella tempesta addosso sbandaronsi; l'amore della propria conservazione spense la pietà per altrui; fu sturbato il pensiero, tacque il volere; così per un punto il popolo soventi volte riesce la più magnanima o la più turpe delle cose create.