L'assedio di Firenze

Part 29

Chapter 293,781 wordsPublic domain

Messere Zanobi si turba e avvoltosi nel mantello tenta partirsi di chiesa. — Dall'altra parte, Alamanno dei Pazzi e Lionardo Bartolini, afferrato nelle braccia Benedetto Buondelmonti, gli usano violenza e lo traggono seco loro dicendo:

«Voi gli faceste offesa, e il cavaliere cristiano non si avvilisce umiliandosi a domandare mercede...»

«Io domandare mercede!» replica messere Benedetto — e sbuffa come toro indomato; ma tuttavolta andava, chè la coscienza in quel punto vinceva la superbia.

Zanobi svincolandosi dalle braccia degli amici s'ingegna guadagnare le porte, quando il gonfaloniere Carduccio accompagnato dai signori gl'impedisce il cammino e con quel suo piglio autorevole lo interroga:

«Apprendeste voi questo negli Orti Oricellarii, messere Zanobi? Il vostro maestro Nicolò Machiavelli non vi narrava mai la magnanimità di Aristide?»

«Nè a me sarebbe grave imitare Aristide se il mio avversario si fosse Temistocle.»

«E di Temistocle non vi narrava, quando percosso da Euribiade lacedemonio rispose: Batti, ma ascolta?»

«Magnifico Carduccio, non dubitate, per me non sarà messa in compromesso mai la pace dell'amatissima patria; finchè ci stanno a fronte i nemici, io sospendo ogni querela privata; remosso ogni pericolo, vi prego a non consentire ch'io rimanga il più svergognato gentiluomo che viva in tutta la cristianità.»

Frate Benedetto da Foiano avendo rilevato la testa, abbassò gli sguardi e conobbe la cagione per cui tanti spettabili cittadini si affaticavano intorno a quei due Buondelmonti. Scese dal pergamo precipitoso così che parve uno di quei santi padri trascorrenti per l'empireo cantati dalla divina bocca dell'Alighieri, cacciatosi tra la folla e rompendola giunge davanti a messere Benedetto, il quale tuttavia riluttante faceva mostra volersi liberare dalle mani del Pazzi e del Bartolino, e,

«Che sempre», incominciò garrendo messere Benedetto, «la tua progenie debba essere cagione di pianto alla nostra città, ella è pure una tremenda e incomportabile cosa, o Buondelmonti! Dobbiamo anch'oggi rinnovare l'antico voto, che meglio sarebbe stato che Dio annegasse la progenie vostra nell'Ema la prima volta che lasciando Val di Greve veniste a Fiorenza? Invece di riparare li passati danni, ne vorrete voi dunque apportare dei nuovi? Umiliati, superbo... tu sei un pugno di cenere...»

E messere Benedetto crollato da quel dire di fuoco rispondeva dimesso:

«Pur ch'ei perdoni.»

Il Foiano già sta dinanzi a messere Zanobi e,

«Figliuolo mio!» gli favella dolcemente, «in nome del tuo Redentore che perdonò ai suoi uccisori, — che pregò per loro, — che versò il suo sangue preziosissimo per la umana stirpe la quale co' suoi misfatti aveva colma la misura dell'ira di Dio... perdona! perdona!»

«Messere frate», dice il Buondelmonte sdegnoso, «io non sono Cristo.»

«Allora, messere Carduccio, rammentategli voi quel vostro glorioso maggiore san Giovanni Gualberto, narrategli come avesse morto un fratello, come venisse armato a Fiorenza per vendicare l'omicidio, come trovasse l'uccisore inerme e solo a mezza strada, il quale avendogli domandato mercè per Dio, egli, di un tratto deposta l'ira, a San Miniato il conducesse e quivi a Dio redentore lo donasse...[164]»

«Padre Benedetto, cessate, io non sono un santo.»

«Almeno sii uomo, ricórdati del buon Marzucco che baciò la mano all'uccisore del suo figlio; — la Chiesa non lo ha ancora canonizzato per santo[165].»

«Ahimè! vi prego, sgombratemi il passo... in verità non posso.»

«Oh! che sì che il potrai, figliuol mio; e se i consigli e gli esempi non ti commuovono, lásciati piegare dal pianto: ecco, vedi, io mi ti prostro davanti e ti supplico col capo nella polvere, se tu perdoni, io bene mi sarò genuflesso, perocchè la creatura perdonando assomiglia a Dio; se ti ostini nel rifiuto, tu mi lasci il rimorso d'essermi inchinato al demonio.»

«Ma che vi ho fatto io onde mi vogliate il più svergognato cavaliero che abbia mai cinto spada? Oh! questo è dolore. Voi mi desiderate morto, ebbene seppellitemi, perchè io non consentirei a vivere senza onore; aprite la lapide, precipitatemi giù nell'avello, purchè la voce del perdono sia l'ultima che profferisca la mia bocca mortale.»

E Zanobi Buondelmonti, come uomo rifinito dalla fatica, si lasciò cadere seduto sopra il pavimento della chiesa, coperto, siccome correva il costume, dalle lapide dei sepolcri delle inclite famiglie fiorentine.

Come volle fortuna, egli si assise sopra la lapide appartenente ad una delle tante famiglie dei Buondelmonti; ciò era manifesto per l'arme quivi effigiata con pietre di varii colori, la quale faceva croce rossa sul Calvario in campo azzurro e bianco.

Così umiliato Zanobi con ineffabile angoscia percoteva con ambe le mani il marmo esclamando:

«Apriti, o terra, e cuoprimi!»

I circostanti contemplando quel profondo dolore stettero muti ed in cuor loro lo compassionavano forte. Al Foiano erano venuti meno gli argomenti, e si rimaneva genuflesso in atto di preghiera senza potere profferire una parola.

Si apre di repente la folla: comparisce una vergine; ella non sembra cosa terrena; la fronte tiene rivolta al cielo, quasi ascoltasse una voce dall'alto; le pieghe lunghe della veste coprivano i piedi, onde pareva che il suo incesso non procedesse dal mutare di passi, bensì dal radere, volando la terra. La ghirlanda di argento intrecciata alle sue chiome nell'agitare della persona scintillava come se fosse di raggi; la sembianza pura, la dolcezza degli atti, l'apparizione improvvisa colpirono gli astanti di maraviglia. Quando la terra d'Italia produsse vergini siffatte, il Ghirlandaio e Rafaello dipinsero gli angioli, quali forse più belli non creò mai Dio nel suo paradiso: — poichè in quanto a questa ella fosse figlia di donna, non creatura celeste.

Si accosta silenziosa a messere Zanobi, si curva alquanto e, lo toccando di lieve percossa sopra la spalla, gli mormora nelle orecchie:

«Tu giaci su l'ossa de' tuoi padri!» — e gli accenna la domestica arme: — «uomo che devi morire, perchè serberai odio mortale? Lascia un esempio di virtù e perdona.»

Messere Zanobi, vinto da tale una forza a cui non sapeva resistere, si leva tenendo il suo sguardo fisso in quello della vergine; ella presolo per la mano a sè lo trae, avvicinandolo a messere Benedetto. Questi se ne sta dimesso a capo chino; all'improvviso levandolo, si vede faccia a faccia messere Zanobi; — si guardarono, — impallidirono, — si fecero rossi fino ai capelli; poi messere Benedetto curvandosi tutto tremante, parlò:

«Zanobi, l'atroce... offesa...»

«Dimentichiamola, Benedetto... Abbracciatemi... e come vuole ragione di sangue ritorniamo fratelli...»

E si abbracciarono con incredibile affetto, tale essendo la natura di queste anime, vigorose nell'odio come nell'amore. — Non vi fu circostante per quanto di animo saldo che non sentisse a cotesto spettacolo commuoversi l'anima e inumidirsi gli occhi. Perchè anche i tristi se odiano la virtù, non possono poi fare a meno di venerarla quando nella sua gloria sfolgoreggi loro davanti.

Poichè si quetarono alcun poco coteste esultanze, tutti bramosi intesero a ritrovare la vergine operatrice della mirabile concordia... Guardarono invano... ella era sparita. Allora cominciarono i Piagnoni ad affermare essere stato un miracolo, averla il Signore mandata sopra la terra; gli altri, non prestando fede al miracolo, non sapevano spiegare quella insolita apparizione; tutti poi si sentivano tocchi di riverenza per cotesto angiolo di pace.

Ma se i cuori di tutti furono tocchi di riverenza, il cuore di un solo palpitò di amore, — il cuore di Vico, il quale nella vergine comparsa aveva riconosciuto la sua diletta Annalena.

CAPITOLO UNDECIMO

IL PROFETA PIERUCCIO

Mentre che in forma fui d'ossa e di polpe Che la madre mi diè, l'opere mie Non furon leonine, ma di volpe. Gli accorgimenti e le coperte vie Io seppi tutte...

DANTE.

Molto tempo innanzi che le cose narrate accadessero, Malatesta Baglioni certa notte, dopo avere dato volta ora sopra un fianco ora su l'altro, non trovando riposo, balzò da letto gridando:

«Maladetta la notte! — Finchè la luce dura, io sono più forte della mia coscienza e mi riesce a tenermela sotto; quando ella cessa, la coscienza diventa più forte di me e torna a galleggiarmi sul cuore. O notte, io ti detesto, sia che come adesso t'ingombrino tenebre impenetrabili quasi strati di lava, sia che il perfido chiarore della tua luna mi spaventi convertendomi in fantasmi i palazzi e le torri. — Quanto silenzio!» — E si accostando alla finestra, l'apriva. — «Fiorenza, dormi? Tu sei più felice di me... io non trovo riposo. Se il giorno che ci lasciò fosse l'ultimo! Se queste tenebre durassero eterne! L'eroe non vorrebbe commettere le sue opere magnanime senza sole, — forse nè anche i suoi delitti il masnadiero. Dormissero tutti la pace eterna!»

«All'erta sto! — urla una scolta; — All'erta sto! risponde un'altra; — All'erta sto!» s'intende ripetere da cento voci a mano a mano digradanti nella lontananza, finchè per troppo spazio vengano affatto a mancare. Tale è l'ufficio delle sentinelle ad ogni quarto d'ora che passa.

«Ecco», riprende il Baglioni, — «così gli anni si chiamano passando; — così dopo la vita succede la fama, — dopo la fama nulla; noi siamo l'eco dell'eco, — ombre di sogno. E allora perchè travagliarci tanto? Non ti compra mica la infamia una eternità di piacere, — anzi nè manco una scintilla di luce, — e nè un alito di fumo, ed ogni cosa finisce... Appunto perchè ogni cosa finisce, bisogna ingegnarci a godere molto nella vita... — ma veramente finisce ella la vita? — Oh! sì, finisce; godiamo e come? Con l'amore forse? Io non ci credo: e poi sta nella potenza altrui darlo o negarlo: il timore puoi incuterlo quando meglio ti sembra. Godimento vero consiste nel far paura. Sopra tutti avventuroso l'Eterno, perocchè i pensieri di sdegno gli scoppino fuori dalla fronte come fulmini. Bene mi talenta Fiorenza, ma la vagheggia il papa; la croce di questo prete percuote più forte della mia daga: ond'io, Fiorenza, comunque bella tu sia e tu mi piaccia assai, ti abbandono alle voglie del sacerdote con un sospiro; a patto però che sia nostra Perugia. — Senti... il gallo canta! — Vorrebbe forse egli dirmi essere io traditore? Il gallo cantò a san Pietro quando egli rinnegava Cristo; — io non rinnego nessuno, anzi gratifico il vicario di Cristo, e mi si deve professare amico san Pietro. — Se mai mi dannassi l'anima, san Pietro, ramméntati che il faccio proprio per la tua Chiesa, sicchè quando Dio non vede tu mi aprirai le porte del paradiso alla sfuggita. — Giuda! Chi è che ha rammentato Giuda? Ah! mi sono io stesso susurrato questo nome all'orecchie. Come entra Giuda con me? Giuda gitta via il prezzo, ed io lo prendo; Giuda s'impicca, ed io nè m'impicco nè mi lascerò impiccare... — Non mi lascerò. Bada, Malatesta, vecchia fama nel mondo dice orbi i Fiorentini; però guai a te, se di alcun poco schiudano gli occhi... e quel Carduccio, comechè gli mandi strambi, e' ci vede meglio che se gli avesse diritti; — ramméntati di Baldaccio dell'Anguillara:... non obliare Pagolo Vitelli ch'ebbe la testa mozza prima di accorgersene. Le repubbliche vegliano sospettose più degli altri reggimenti; tu hai potuto considerare a tuo bell'agio in Venezia le colonne tra le quali tagliarono il capo al Carmagnola. — Per Dio! E dove lascio mio padre Giampagolo?.. Papa Lione.., già non vi spirò lo Spirito Santo quando me lo trucidaste in Sant'Angiolo. Quanti traditi e quanti traditori! Oh![166]»

[Illustrazione: «Or dunque mi ami?....» E la solleva esultante. _Cap. X, pag. 254._]

Malatesta si copre con ambe le mani la faccia, e così rimane assorto da angosciose considerazioni; gemeva, ansava come travagliato da tormento insopportabile; poi scosse la testa ed agitò le mani aggiungendo:

«Male m'incoglie, se mi muovo; peggio, se riposo;.... ho il sangue avvelenato; — mi è parso.... no... no... ho veduto.... messere Gentile e messere Galeotto Baglioni i quali... mi scotevano innanzi agli occhi la camicia insanguinata... Non vi uccisi già io... voi non potete portare il vostro sangue in testimonio contro di me.... vi spense Orazio il fratel mio... Andate a tormentarlo a vostro bell'agio nell'inferno. Voi, messer Giampagolo, lasciatemi in pace... dormite nel vostro sepolcro di marmo... perchè mi mostrate il vostro capo mosso? Che ci ho che fare io? Se i Medici mi tolsero il padre, i Medici mi renderanno Perugia; e voi, padre mio, non valevate Perugia quando eravate vivo;... pensate, se la valete adesso che siete morto! — Se intendete avvisarmi... riposate tranquillo... io non mi farò ammazzare così, come un montone; in ogni estremo caso, ecco il pugnale.... Ma Cencio perchè tarda tanto a tornare? Se Cencio mi tradisse, se a quest'ora stesse davanti al gonfaloniere dicendogli: Magnifico messere Carduccio, Malatesta vi tradisce... se già si movesse il bargello.... se il carnefice.... ah! — Chi è là? — Nessuno. — Come dura lunga la notte! — Questo Cencio oramai ne sa troppe....»

S'intende lo scalpito lontano di cavallo... si accosta... si è appressato... scende il cavaliere, entra nel palazzo Serristori, salisce frettoloso le scale.

«Questi è Cencio; riconosco i suoi passi. Egli ne sa troppe.... ne sa troppe; Cencio potrebbe tradirmi, — è colmo sino alla bocca..., bisogna torcelo dinanzi... mezzo palmo di lama, o tre grani di tossico lo spingeranno tant'oltre da non temerne il ritorno. Cencio... — O Cencio, sii il benvenuto, figliuolo mio, ti aspettava....»

«Davvero? rispose Cencio gittandosi sopra una sedia, dove stirò le braccia e tese le gambe con plebea dimestichezza; — quindi a poco a poco continuava: «Ho sonno, — fame e sete.... — Malatesta, datemi da bere.»

Il sangue baronale del Baglioni si rimescolava da cima a fondo; — un moto delle labbra svelò il cruccio dell'anima, ma potente com'era a simulare ridusse quel moto in sorriso, empì una tazza di vino e, la porgendo a costui, favellava:

«Bevi, Cencio, e confortati.... la tua vita mi preme quanto la mia....»

«Ahimè tristo! sarò io a tempo domani per testare delle cose mie?»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Nei tanti anni che facciamo via insieme verso l'inferno mi sono accorto, o Malatesta, che quando vagheggiate oltre il consueto qualche famigliare, voi lo avete già in cuor vostro condannato alla morte. Orsù, se mi deste il veleno, ditemelo, ond'io mandi in tempo pel notaro e pel confessore.»

«Lascia il motteggio, Cencio: papa Clemente accettava il trattato?»

«Più gli aveste domandato, più vi avrebbe promesso; e meno vi manterrà: la vita di Sforza e Baccio Baglioni, con tutti gli aderenti loro; indulto ai capitani e soldati che hanno militato con voi; remissione di pene amplissima al capitano della Cornia e al conte da Scopeto; a voi le terre domandate, il vescovado per lo nipote, la figlia del duca da Camerino a Ridolfo vostro.... in somma tutto.»

«E la indulgenza, Cencio, l'assoluzione?....»

«Ahi l'assoluzione.... già anche questa.... e questa, non dubitate, vi manterrà... non costa nulla... Ma, signore Baglione, chi pretendereste voi d'ingannare adesso? Il papa, me, o Dio?»

«Nessuno: anche le indulgenze sono buone a qualche cosa quando non costano nulla; a senno mio ben si avvisava colui che accendeva un cero al diavolo e un altro a Cristo; — giova serbarci amici dappertutto. E intorno alla sicurtà che cosa ti diss'egli papa Clemente?»

«Fece sembiante di scandalezzarsi che altri movesse dubbio intorno alla sua fede... tentò arrossire.... ma, per quanto ritenesse il fiato, non venne a capo di richiamare il rossore sul volto, — sentiero oramai da tempo immemorabile disusato per lui: alla fine m'impose, che da sua parte vi offerissi per sodo rimanervi in Fiorenza co' soldati finchè non adempisse alle promesse.»

«In questo modo mi metto in capo il più bel cappello di traditore che mai sia stato.»

«O che vorreste v'innalzassero un statua? Voi siete curioso voi; — a me basta che non m'impicchino... e l'ho per bazza.. — Sua Santità si raccomanda alla Vostra Magnificenza a voce, e meglio in questo scritto che sì compiaccia di tradire presto e bene, onde la città non soffra e non rovini il contado.... non vi par egli caritatevole il buon pontefice? Udiste mai carità più pelosa di questa?»

«Cencio, dimmi, ti sembra ch'io possa stare sicuro del papa?»

«Ringraziate messere vostro padre, che vi lasciò terre e castelli, perchè voi, per lo ingegno che avete, non vi trovereste a possedere tanto terreno da stendervi sopra il vostro mantello bagnato.»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Egli è, che il papa vi ha promesso certamente, e per la facoltà datavi di tenere le milizie in Fiorenza finchè non vi abbia soddisfatto è probabile che le cose promesse egli vi abbia a mantenere; — ma andando voi ad abitare su quello della Chiesa, è del pari probabile che un giorno vi tolga la roba e la vita per giunta....»

«Ma io cercherò di non somministrargliene causa veruna.»

«Chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare, mi diceva mia madre, che Dio abbia in pace.»

«Or dunque, Cencio, che mi consiglieresti?»

«Oh! la Magnificenza Vostra vuole abbassarsi a tôrre consiglio da un pendaglio da forca quale sono io? E poi prima del fatto avrei forse potuto suggerire anch'io un poco d'avviso; ora a cosa finita non mi rimane altro che lodare; e' sarebbe come se un poeta venisse a domandarvi il vostro parere sopra un sonetto stampato.»

«Nondimanco parla.»

«Prima di tutto avrei bene atteso ad esaminare la mia condizione, e se mi fosse tornato a mostrarmi buono o tristo; dove le parti avessi veduto uguali o di poco inferiori pel buono, mi sarei posto alla ventura per questo; conciossiachè la fama mi piaccia, e ogni uomo senta in sè il gentile orgoglio di essere salutato magnanimo.»

«Come? tu, Cencio?...»

«Io Cencio, se fossi stato Malatesta, avrei statuito così. E quando non avessi fatto civanzo a scegliere la parte buona, avrei tolto la trista; e allora, o il papa poteva darmi sicurezza intera, e intera l'avrei pretesa; o non poteva intera, ed io avrei ricusato la mezza, perchè questa inspira diffidenza e non ti salva. Vedete come ho proceduto con voi; — vi chiesi mai pegno? Vi posi la mia vita in mano come la grù il capo in bocca al lupo.... ed ho lasciato a Dio prendere cura del resto.»

«Ma perchè non mi hai discorso di tutte queste cose avanti?»

«Prima, perchè non me le avete domandate; — poi, perchè, o _buona_ o _mala_, voi siete _la testa_ che pensa, ed io il braccio ch'eseguisce; — finalmente perchè mi vengono in capo per lo appunto adesso....»

«Qui bisogna rimediare.»

«Certo, bisogna.»

«Nel caso mio che faresti, Cencio?»

«Nel caso vostro me ne andrei a dormire; — avrei un poco di discrezione e non pretenderei da un uomo che casca dal sonno consigli da praticare quando la gente è sveglia. In conseguenza di ciò piaccia alla Signoria Vostra ch'io mi addormenti: — buona notte.»

E senz'altre parole, avviluppatosi nel mantello, si stese sopra un lettuccio, dove dopo alcuni momenti, vinto dal sonno, incominciò a russare.

Malatesta, travagliato dalle infermità e dalle cure, invano cercava riposare un istante; i suoi pensieri non potevano dormire in lui; cessata una paura, ne sorgeva un'altra; questa idra dell'anima lo lacerava con le sue cento bocche.... Ora se tale lo sconvolge la semente, che sarà mai quando in mercede dei suoi tradimenti avrà mietuto la infamia e il rimorso?

Dopo un affannoso avvolgersi per la stanza, si fermò davanti al lettuccio dove dormiva il suo tristo compagno.

«Cencio», susurrava con parole interotte, «la tua testa è troppo pesa di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;.... portala poi dove ti sembra, pur che non sia sopra le spalle, a me poco importa. — Cencio, tu ami tanto dormire!... io ti farò dormire a bell'agio... non più viaggi... non più ronde... non ti risveglieranno nè manco le bombarde.... cosicchè me ne andrai obbligato. Tu sei un demonio e da tempo in qua mi sei diventato ribelle, e per aggiunta mi schernisci.... bisogna che tu muoi...»

E il dormiente tra il sonno mormora:

«_Nel buon vino ho fede, — E credo che sia salvo chi ci crede._..[167]»

«Tanto meglio; così non andrai dannato. Però.... costui non ha chi lo agguagli tra' miei... pronto, sagace, di mano e di favella spedito... se lo potessi tuffare in Lete!»

«Santi del paradiso!» urta disperatamente Cencio, balzando a sedere sul letto e con ambedue le mani tentandosi il collo, «io mi sognava di essere strangolato! E voi, signor Malatesta, che fate costì con quel pugnale in mano?»

«Io?» riprese il Baglione giocolando con la punta dello stile, «intendevo pungerti, perchè tu cessassi lo sconcio russare che mi turba il sonno.»

«Non era dunque troppo lontano dalla morte, signor Malatesta? Però non avreste avuto buon partito. Gli astrologhi mi hanno predetto che noi moriremo lo stesso giorno.»

«Cencio, parli davvero? Perchè non avvisarmelo subito?»

«Perchè l'albero che mi deve appiccare non è anche cresciuto, e il pugnale che mi deve uccidere non è ancora fabbricato. Io torno a dormire: voi procurate di fare lo stesso, ed avvertite bene che senza il consentimento di Dio voi non potrete svellermi nè anche un capello di capo.... e buona notte di nuovo.»

Malatesta confuso finse sdegnarsi della diffidenza di Cencio, — lo chiamò ebbro; molte altre parole aggiunse, e tutte invano; — Cencio dormiva come se nulla fosse avvenuto.

«Costui ha il diavolo in corpo, seppure egli stesso non è il diavolo addirittura», disse il Baglione ed a sua posta si gittò sul letto.

* * * * *

Il sole, assai alto, penetrava coi lucidissimi raggi traverso le imposte della stanza del Malatesta, quando uno dei suoi fanti percosse alla porta con molto riguardo. Malatesta, il quale non ben dormiva, ma se ne stava mezzo assorto in cotesto assopimento più assai tormentoso della veglia, perchè le cause di terrore ti si mescolano confuse senza séguito nel pensiero, di subito domandò che fosse.

«Magnifico messere, un mazziere della Signoria.»

«Della Signoria! Cencio! o Cencio! odi tu? un mazziere della Signoria....»

«Che ora fa, Malatesta?»

«Un mazziere della Signoria.»

«Buona nuova.»

«Ed io la temo avversa.»

«Avete torto, s'ella fosse avversa, non ve la farebbero notificare per mezzo di mazziere. A gente come siamo noi prima mozzano il capo, fanno poi il processo; — animo, su, Malatesta, questa è una buona nuova.»

«Dio voglia che sia così. — Avanti il mazziere.»

Entra il mazziere con grave cerimonia, vestito di scarlatto, con la insegna del comune sul mantello, e salutato il Malatesta, gli espose con solennità il suo messaggio.

«Strenuissimo e magnifico messere Malatesta, essendo finita la condotta di don Ercole principe di Ferrara, piacque ai signori Dieci, ragunata la Pratica, mandarvi alle fave per subentrargli nell'ufficio di capitano generale della Reppublica. Essendo stato vinto a favore vostro il partito, il magnifico gonfaloniere mi manda a darvene avviso e a pregarvi di stare pronto a riceverne la investitura questa stessa mattina con le consuete solennità nella Chiesa di Santa Maria del Fiore.»

«Stamane! — appunto stamane! — ebbene, andate e riferite ch'io, con le ginocchia della mente chine, ne rendo loro quelle grazie che so e posso maggiori...»

Cencio a questo punto del discorso prese una zimarra di velluto di Malatesta e la spiegò sopra la tavola. —

Malatesta notò quell'atto con la coda dell'occhio e riprese:

«Che, come il cuore, ho da gran tempo il corpo parato in servizio di questa eccelsa Repubblica; che rimettendo in salute di lei le sostanze e la vita, non mi parrà a gran pezza essermi sdebitato dell'obbligo il quale a lei per gl'infiniti beneficii ricevuti mi lega. Ora vi piaccia, mio gentile messaggiero, accettare per amore mio questi pochi ducati...»