L'assedio di Firenze

Part 28

Chapter 283,766 wordsPublic domain

Le diverse bisogne compiute, Annalena si prostra e prega: «Vergine santissima, il primo pensiero della mia anima risvegliandomi era tuo... ora... non più... ma tu vorrai perdonarmi... non ti ho supplicato che tu m'ispirassi per conoscere se mal facevo ad amare un ente mortale, come amo te?... e l'angiolo custode da parte tua non mi ha dissuaso, anzi egli mi parve mi confortasse ad amarlo. Madre di Dio, ti raccomando il mio povero padre; — la mia genitrice già da gran tempo al tuo fianco non abbisogna delle mie preghiere; — e poichè così piace al cielo, non meno ti raccomando il mio diletto...» Qui fissa contemplando la immagine, le parve che dal vetro dentro il quale stava custodita mandasse un baleno: volse la faccia, e...

Vico Machiavelli, splendido in vista quanto l'arcangiolo Michele, cinto di forbita armatura, le comparve alle spalle; le lucide armi riflettendo nel vetro lo avevano fatto coruscare del baleno che offese la vergine.

Annalena balza in piedi e presta più della gazzella si ricovra all'altra estremità della stanza.

Vico con occhi dimessi cominciò:

«Annalena, vi domando perdono; credeva ritrovare qui vostro padre e intendeva menarlo meco alla rassegna della milizia. Dio vi mandi il buon giorno...»

E volgeva la persona in atto di andarsene. La vergine sempre nel suo ricovero con ambe le mani si fregava gli occhi, timorosa non fosse una illusione.

Vico pervenuto sul limitare, stupefatto della strana accoglienza, si ferma ed esclama:

«Lena!»

«La vergine trasalisce, e non le riesce snodare la lingua.

«Lena!» ripete Vico e impetuoso si dirige con presti passi verso di lei così favellando:

«Tanto vi sono ad un tratto diventato increscioso che voi mi rifiutate quello che onestamente non sapreste negare a qualsivoglia cristiano vi occorresse per via, — un saluto di pace? In che vi offesi? I giorni vostri io non turbava mai. — Perchè sorrideste ai miei ritorni, alle partenze sospiraste? Perchè, secondo ch'io mi presentava o lieto o tristo, impallidiste o arrossiste? — Erano lusinghe queste? Ed io ti reputava pura, innocente, come l'alba del primo giorno che spuntò su la terra! Ahi, tristo me! tu mi hai ingannato:... a voi tutte, femmine, Eva donò l'arte di presentare all'uomo la morte sotto la specie di un frutto.»

La giovinetta rimaneva come sbigottita da cotesto linguaggio; la cagione dello sdegno non comprendeva; grosse lacrime le scorrevano lungo le guance; sentiva un immenso duolo opprimerle il cuore pronto a scoppiare: alla fine proruppe e, precipitandosi a terra, abbraccia in atto d'ineffabile angoscia le ginocchia di Vico. Questi a sua posta si smarrisce, le parole gli mancano, sta incerto su quanto dicesse o facesse.

«Oh! non mostrarmiti sdegnato,», favella la vergine: «In che ti offesi? Se non lo sapendo ti recai ingiuria, perdona; io sono semplice, e avvezza agli usi di villa... io non sorgerò da terra finchè tu non mi abbi perdonato...»

Ebbro di amore Vico le stende le braccia e,

«Sorgi», esclama, «sorgi; in questo modo atteggiata appena dovresti presentarti al cospetto della Divinità.»

«E tu, Vico, sei la mia Divinità...»

«Or dunque mi ami?...» E la solleva esultante.»

«Se amore significa sentire la vita soltanto quando io ti veggo ed essere dolente quando mi stai lontano e pregare il cielo che ti conservi; se amore significa fiamma ardente che mi scorre dal capo alle piante allorchè mi comparisci davanti, se udirti in ogni suono.., se in ogni oggetto vederti, se... se... questo significa amore, sopra tutte le cose io t'amo.»

«Mi ami?»

«Oh! tanto!... oh! tanto!...» E palma percoteva a palma.

«Or dunque vieni, prostrati qui davanti la immagine della Vergine; ecco mi prostro anch'io; giurami che tu sarai mia donna.»

«Lo giuro.»

«E che fuggirai gli sponsali di qualsivoglia altro uomo.»

«Lo giuro.»

«E che, morendo io, ti renderai monaca e finchè ti duri la vita continuerai a ripararti nel chiostro.»

«Questo non giuro io.»

«Perchè nol giuri?»

«Perchè la morte mi scioglierà subito dai penosi legami; e per la striscia luminosa che lascerà nel firmamento la tua anima al cielo volando ti seguirà la mia, fedele ancella nella morte, siccome ti fui nella vita.»

«Dio onnipotente, gran mercè!» esclama Vico, premendo con ambe le sue le mani della donzella: «qual merito avevo io mai onde tu mi compartissi tanta contentezza?»

«Ludovico Machiavelli alla rassegna!» Si udì gridare una voce forte e unito alla voce un percuotere raddoppiato all'uscio di strada.

«Ah! Il capitano Ferruccio», dice Ludovico e, balzato in piedi, lasciando le mani della donzella, precipita fuori della stanza.

Annalena correndogli dietro lo richiama:

«Vico! Vico! anche un istante... una parola.»

«Il capitano Ferruccio», rispose Vico e continua ad allontanarsi.

Annalena si fece al balcone e vide il suo diletto il quale, vergognoso in vista, seguiva un uomo d'arme per aspetto e per dovizia di armi notabile. Però non udendo Vico, siccome aveva temuto, muoversi dal capitano alcuna rampogna, riprese animo e, voltosi di repente, vide la fanciulla al balcone, e studioso di giustificare la subita partita, le mandò una voce sola, e fu questa:

«Libertà!»

La vergine, fatta delle mani croce, e dimessa la testa in atto di rassegnazione, rispose anch'ella con una parola:

«Sia!»

Ma quando si furono dilungati dalla vista della casa paterna, presso allo scendere del Ponte Vecchio, il capitano Ferruccio all'improvviso fermandosi gli favellò così:

«Patria! Libertà! Molti, o giovanetto, hanno su i labbri la patria e la libertà, pochi nel cuore. L'amore di entrambe queste sacratissime cose consiste nella continua renunzia dello amore di sè; ogni passione vuolsi sacrificare alla patria ed alla libertà, perocchè elle sieno gelose e non consentano procedere in compagnia. Se vuoi venire oltre, sappi essere il mestiere delle armi duro, incerta la tua stanza; fin d'ora apparécchiati a bagnare del tuo sangue le varie contrade di Toscana, forse d'Italia... a lasciare le tue ossa su qualche campo ignorato; — se ciò avviene, acquisterai fama di magnanimo e d'infelice; se la fortuna ti corre benigna, sarai magnanimo e avventuroso, — e così ti auguro dal cielo; — se l'amore di donna preponi al tuo paese, se le tue orecchie più e meglio odono il susurro delle parolette brevi che il frastuono delle trombe, se più ti preme piacere a femmina che alla fama, pon' giù la impresa, torna indietro, io me ne andrò solo alla rassegna e alla orazione. La patria può fare molto bene a meno di te.»

«Capitano, io non credeva avere misfatto poi tanto... lieve fallo è il mio.»

«Lieve fallo! Qualunque sia il fallo per mancata disciplina, per me è mortale. Quando Torquato percosse nel capo il proprio figliuolo per avere vinto contro lo espresso divieto, i Romani conquistarono il mondo. Lieve fallo! L'ora della rassegna è trascorsa, e il vostro posto comparve vuoto, per voi la milizia ebbe pessimo esempio, sentì grave oltraggio il vostro capitano. Lieve fallo! Al capitano toccò andarsene in traccia del suo soldato. Sono questi gl'insegnamenti che riceveste dai famosi capitani dei quali vi procurava il consorzio? Queste le promesse da voi fatte al vostro padre sopra il suo letto di morte? Ah! se lo sapesse vostro padre!»

«Capitano Ferruccio, o cessate, o io torno a mezzo il ponte e mi precipito in Arno.»

«Avanti, giovanetto, vien' meco in Santa Croce.»

* * * * *

I Fiorentini, banditi i Medici dallo stato, attendendo a difendersi, vinsero la provvisione di creare la milizia fiorentina. In quattro giorni, chiamati a prendere le armi i giovani dai diciotto fino ai trentasei anni, descrissero circa a tremila capi, i quali, non che andassero a tôrre le armi, di per sè stessi le portarono, e non mica comunali, sibbene, di molto valsente e di sottile lavoro; furono dapprima mille settecento archibusieri, mille picche ed il rimanente alabarde, spiedi, partigianoni e spade a due mani, la più parte difesi da corsaletti. Nella spartizione delle bande si attennero ai soliti sedici gonfaloni, non mutarono insegne; solo osarono portare certa divisa traverso alla vita di color verde, simbolo della speranza che nutrivano vivissima di liberare la patria[159]; ebbero per sargenti maggiori Giovanni da Torino, Pasquino Corso e Giovambattista da Messina, soldato di molta riputazione, come quello, che aveva atteso alla milizia nelle Bande Nere prima e dopo che il Signor Giovanni morisse; questi erano fissi, come pure era fisso il signore Stefano Colonna di Palestrina, barone romano, uomo del re di Francia, che accettò l'ufficio di comandante generale della mantovana milizia. Gli altri ufficiali avevano lo scambio e reggevano a tempo; e tanto eglino apparvero costumati e dabbene che dal grado di capitano si ridussero con animo volonteroso a fare gli uffici di semplice soldato. — Considerando in seguito di quanto vantaggio codesta milizia fosse stata cagione sì per tenere la città ottimamente custodita dai nemici, sì per frenare la licenza dei soldati stranieri agli stipendi della Repubblica, venne in pensiero ai reggitori di accrescerla; per la qual cosa ordinarono si dividesse in due classi, la prima, di uomini da diciotto a quaranta anni, la seconda da quaranta a cinquanta; sicchè per siffatti provvedimenti ella crebbe di meglio due mila altri capi. Andando poi per la massima parte composta di persone non solo della libertà della patria svisceratissime, ma eziandio delle più ingegnose fra quante fiorissero in quel tempo a Firenze, non è da dire se presto apprendessero i modi di armeggiare; e Benedetto Varchi ricorda come i soldati vecchi, vedendola ora aggomitolarsi in chiocciola, ora distendersi in drappelli, ora eseguire altro movimento militare, ne facessero le meraviglie.

Il gonfaloniere Carduccio, intentissimo ad accendere le voglie dei cittadini alla gloria militare, quantunque pei buoni effetti della milizia rimanesse contento, e sebbene in diverse occasioni l'avesse fatta rassegnare e arringare dai più valenti uomini di Firenze, dei quali piace ricondurre alla memoria i nomi di Luigi Alamanni, di Baccio Cavalcanti e di Pietro Vettori, nondimeno pensò avrebbe giovato assai per conseguire il suo scopo una nuova generale rassegna e la solennità del giuramento, accompagnata da una predica del fiero frate Benedetto da Foiano. Così destramente si maneggiava l'accorto Carduccio che i capi della milizia gli mossero istanza di quello ch'egli sentiva maggiore desiderio concedere che non avevano essi di domandare. Però attelata la milizia sotto i suoi gonfaloni su la piazza di Santa Maria Novella, splendida di armi e d'insegne, difilò gonfalone per gonfalone cominciando dal quartiere di Santo Spirito verso la piazza del Duomo, tenendo la via che viene dal canto dei Carnesecchi e di Santa Maria Maggiore.

Davanti la porta di San Giovanni avevano accomodato il bellissimo altare d'argento il quale solevano esporre nelle solennità del comune; intorno a quello erano disposti sacerdoti sostenenti ceri o turiboli; i libri degli evangeli vi stavano aperti sopra. — Di rincontro all'altare accanto alla porta mezzana di Santa Maria del Fiore sedeva la Signoria, il signore Stefano Colonna ed altri maggiorenti nel magnifico tribunale ornato di panni bianchi e vermigli con baldacchino sopra, come si costuma fare nelle feste e nelle processioni. La via sparsa di lauro e di erbe odorifere.

A mano a mano che i varii drapelli dei gonfaloni si accostano all'altare, piegano il ginocchio, declinano verso terra le armi e la insegna. Il capitano pone a nome di tutti la destra sopra l'Evangelio e proferisce la formula del giuramento, che i soldati ripetono, e quindi voltatisi alla Signoria con gesti convenevoli le rendono la debita reverenza. I trombetti e i pifferi del comune sonando restituiscono i saluti.

I gonfalonieri, svoltando dal campanile e procedendo per le vie del Proconsolo, del Palagio e del Diluvio, si conducono al tempio di Santa Croce. La Signoria, il signore Stefano con grande accompagnamento di capitani, di cittadini, mazzieri e trombe gli seguono; — il popolo, cupido di spettacoli, gli ricinge attorno densissimo.

Qui fu cantata la messa solenne dello Spirito Santo, dopo la quale il virtuoso frate Benedetto da Foiano salì in pergamo tenendo nelle mani uno stendardo nel quale era da banda dipinto Cristo vittorioso con soldati distesi per terra chi morti e chi feriti, e dall'altra la croce rossa in campo bianco, insegna del comune di Firenze.

Le tende tese avvolgevano le vaste navate in tenebre misteriose; — le turbe raccolte mandarono un fremito come di onde commosse, poi tacquero silenziose così che si udiva l'anelito del frate e il fruscio dello stendardo nelle sue mani.

All'improvviso il frate con voce formidabile cominciò:

«_Cum hoc et in hoc vinces._ — Il Padre nostro, che è nei cieli, creava gli uomini liberi e lieti. Lo spirito delle tenebre soffiò nell'anima dei tristi un alito infernale, e questi incatenarono le mani dietro alle spalle ai fratelli, strinsero nella destra maledetta una verga e si chiamarono principi. Allora la creatura, non potendo più sollevare le braccia al cielo per benedire Dio, la faccia contristata abbassò verso la terra e pianse. L'uomo malvagio non tenne da principio nascosa la reproba sua origine e apertamente significava sè essere figliuolo di Satana; poi, alla tristizia aggiungendo la ipocrisia, celò sotto una benda o corona la impronta di Caino incisa sopra la sua fronte, si unse col santo crisma le chiome quasi profumo e disse: io vengo da Dio. — Questa è bestemmia manifesta, imperciocchè il Signore favellando a Samuele gli dicesse: — Pon' mente, tale sarà la religione del re: — egli piglierà i vostri figliuoli, — egli piglierà le vostre figliuole, — piglierà eziandio i vostri campi, le vostre vigne, i vostri uliveti, — ed in quel giorno voi griderete per cagione del vostro re[160]. — Così ha parlato il Signore, ed aggiunse ancora al popolo ebreo: Ma io non vi esaudirò, _perchè voi lo avrete eletto._ — Gli schiavi volontarii increscono al mondo, a Dio ed allo stesso demonio. Noi non eleggeremo il principe, noi lo combatteremo, noi lo inseguiremo, finchè non torni all'inferno, donde l'antico nemico del genere umano lo ha dipartito. — Fiorenza, madre amorosissima, nudrì i Medici come suole i suoi figliuoli più cari, cresciuti che furono, morsero le mammelle dalle quali ebbero vita; stesa la mano parricida sopra il casto seno di lei, esclamarono: Tu ci alimentasti del tuo latte, ora abbiamo sete del tuo sangue —, e si apprestarono a divorarla. Qual segno parlò dall'alto in favore di cotesta scellerata famiglia? Qual consenso di popolo la creava tiranna? Qual diritto ella vanta? Con quali argomenti ella intende dominare su Fiorenza? Vedetela, armi barbare ella spinge ai nostri danni, sua ragione è l'offesa, suoi oratori le bombarde, feste gl'incendii, benefizii le rapine, doni le stragi. E non pertanto vive tale tra loro che non aborre affermarsi vicario di Cristo sopra la terra; non gli credete: se tu, Clemente, co' tuoi misfatti non avessi allontanato lo spirito di Dio dalla Chiesa, ora lo scisma non guasterebbe le sue membra, tu non saresti stato avvilito, non avrebbe Roma sofferto il miserevole sacco. Quando lo spirito di Dio circondava il Vaticano, mandò gli angioli con ispade infocate a difenderlo e respinse Attila atterrito dalle sue mura. Roma conserva tuttavia l'altare, ma il Dio lo abbandonò; il sacerdote innalza al cielo l'antica preghiera, ma il cielo non risponde più, perchè la voce del sacerdote è fatta impura, le mani ha intrise di sangue. Il sommo sacerdote vi chiamò davanti al giudizio di Dio: — sperate! — imperciocchè Dio lo abbia riprovato. Gesù Cristo nostro divino redentore e re nella sua divina sapienza conobbe che un giorno sarebbero insorti falsi profeti, i quali profetando nel suo santissimo nome avrebbero tratto la generazione degli uomini nello squallore e nella servitù: ond'egli vi lasciava un segno e diceva: L'Albero buono non può fare frutto cattivo, nè l'albero malvagio frutti buoni; voi dunque li riconoscerete dai loro frutti. — E quando i verecondi avessero ardito invocarlo, ei prometteva sarebbesi protestato contro di loro, gli avrebbe reietti lontano da sè come serpenti, progenie di vipere, sepolcri scialbati, operatori d'iniquità[161]. Egli vi chiamò al giudizio di Dio, — sperate! imperciocchè Dio chiederà ai suoi sacerdoti ragione del sangue dei profeti che mandò verso di loro, del sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria e di frate Ieronimo Savonarola, il quale uccisero a vituperio col patibolo infame. Papa Clemente, trema, perchè Cristo è tuo giudice, non complice, ed egli ti reciderà, la tua parte metterà con quella degl'ipocriti, laddove è pianto e stridore dei denti[162]. Ma che dico sperate! Già voi vedete della sua protezione certissimi segni; credete voi forse senza divino soccorso avere potuto assuefare gli occhi alle lunghe vigilie, le membra a prendere su la dura terra breve e interrotto riposo, la fame tollerare e la sete, soffrire l'ardore del sole e l'asprezza del freddo non più dai molli vostri corpi provata? Forse senza ajuto celeste avvezzi agli agi della vita, nudriti nelle pacifiche discipline, vi era concesso con animo immoto ascoltare le barbariche voci, sostenere gli aspetti spaventosi, opporre i ferri ai ferri, percuotere, essere percossi, terribili se vincitori, più terribili vinti? Prodigi sono questi; altri ne aspettate maggiori dal cielo, voi stessi opererete miracoli, forse tra noi già vive e si agita un nuovo Gedeone, e già nel suo cuore egli intende la voce del Dio degli eserciti; sorga! oh! sorga tosto e disperda questa empia progenie. — Voi siete soli, vi abbandonano tutti: meglio così in questo modo intera sarà la gloria nostra; così, oh! non fosse intera la infamia dei rimanenti Italiani: noi soli difendiamo l'onore, la vita e la libertà della Italia: e quando pure dovessimo soccombere, sarà splendido il nostro sepolcro, perchè ultimi cedemmo, perchè soli osammo resistere a moltitudine di gente contro le quali non valsero le armi collegato di potentissimi principi. Fu gloria al popolo ateniese abbandonare la patria terra per tutelare la libertà; quanto fia maggiore la tua, o popolo fiorentino, che giudicasti la maestà dei luoghi pubblici, la religione dei tempii, i sepolcri, le case dover esser da te costantemente difese, e la tua salute dovere andare congiunta con la salute della patria! _In hoc signo vinces_, gridò la voce dall'alto a Costantino imperatore, e gli fu mostrata la croce sfolgorante nei cieli: _in hoc signo vinces_, esclamo anch'io benedicendo questo sacro stendardo e alle tue mani affidandolo, strenuissimo Colonna, capitano della valorosa milizia fiorentina: seguitate voi giovani, codesta bandiera, tenete sempre in lei fissi gli sguardi, imperciocchè egli la condurrà sempre nella via dell'onore e della vittoria. Adesso io non vi conforterò ad esser prodi; già voi lo foste, e così l'uomo si piace nel sentirsi virtuoso che voi percorrerete intero il bene cominciato cammino: non vi raccomanderò i padri, le madri, le donne e i figli vostri; concesse ai loro labbri tale una voce natura presso cui la mia diventa debole e fioca. Di due cose con tutte le viscere dell'anima mia vi supplico, e sono: di mantenere severa la disciplina, origine vera di ogni alta gesta militare; Prospero Colonna, capitano dei nostri tempi famosissimo, di cui la gloria in te, inclito Stefano, riconosciamo, soleva dire: desiderare piuttosto imperito ed ubbidiente soldato che molto perito ed ubbidiente poco; e sopra tutto vi scongiuro di unione, pace e concordia. A concordia la patria afflitta e il vostro re Gesù Cristo v'invitano; a concordia gl'imminenti pericoli vi consigliano. Ogni città, comunque piccola, con la concordia vedemmo superare terribilissimi mali, con la discordia vedemmo le meglio fiorenti città condotte ad estrema miseria. Non gustate voi le dolcezze dell'amore? Voi non punge l'amaritudine dell'odio? Spengasi nei vostri petti lo sdegno; si accenda la fiamma di salutifero amore. Perdonate le ingiurie, dimenticate le offese, volgansi contro i nemici le magnanime vostre ire. Quali altre parole aggiungerò io? Se per cimentare la concordia vostra si domandasse sangue, ecco di gran cuore io darei quello che mi scorre entro le vene: se a stringervi in vincolo fraterno non bastano le preghiere dei vostri più cari, nè la speranza di vincere nè il timore di perdere, nè le supplicazioni della patria, nè il comandamento di Cristo, io sdegno ormai di favellare più oltre, e non mi resta più altro che piangere. Io non voglio più abbandonare questo pergamo: qui sopra mi scioglierò in lacrime, qui starò fintanto al Signore piaccia di chiudere per sempre questi occhi miei tristi. — Carità, carità, Fiorentini! Se tutti Cristo col preziosissimo sangue redense, se tutti nasceste figli di una medesima madre, perchè ricuserete abbracciarvi fratelli[163]!»

Tale orò fra' Benedetto da Foiano, e al terminare delle sue parole, lasciatosi cadere genuflesso, col capo appoggiato all'orlo del pulpito, dirottamente piangeva. Intanto si udivano risuonare per le vôlte della vasta chiesa singhiozzi e pianti, e un domandarsi perdono ed un concederlo; e poi vedevi uomini da molto tempo nemici abbracciarsi, baciarsi in bocca, ogni rancore deposto, salutarsi fratelli.

Tra così universale consenso di amore, sopra due cuori soli le parole del Foiano passarono senza lasciar traccia, quasi nave che scorra per acqua. Uguale l'odio in entrambi, uguale il nome. Benedetto Buondelmonti si chiamava l'uno, Zanobi Buondelmonti l'altro: il primo violento, superbo, odiatore di Zanobi per la ingiuria che gli aveva fatta; il secondo nudrito delle buone discipline, di gentile natura, modesto, giustamente sdegnato contro il parente per oltraggio ricevuto. Causa della inimicizia fu questa: che, trovandosi nel 1526 a disputare in arcivescovado tra loro intorno al diritto di presentazione a certo benefizio vacante, messere Benedetto preso da cieca ira percosse messere Zanobi nel volto. Da quel giorno in poi Zanobi si era studiato di tôrne memorabile vendetta, nulla badando alla ragione del sangue, che gli pareva messere Benedetto avesse sciolta con la bassissima offesa; ma i parenti e gli amici indagavano il luogo della posta, s'interponevano, pregavano, insomma facevano in modo che il duello non accadesse. In seguito sopraggiunsero le persecuzioni dei Medici e ad ambedue i Buondelmonti toccò esulare. Se messere Zanobi avesse voluto commettere la cura della vendetta a ferro assassino, a quest'ora messere Benedetto un lungo sonno dormiva con i suoi padri; ma, oltrechè da così vile spediente tratteneva messere Zanobi la magnanima sua indole, non si sarebbe sentito placato, se altra mano fuori della sua avesse spento codesta vita.

Eppure ambedue avevano intesa la predica del Foiano, — però come non fosse stata per loro. Messere Benedetto, col dorso appoggiato a una colonna, le braccia sotto le ascelle, le gambe sporte in avanti, la manca sopramessa alla destra, il capo chino, talora mandava uno sguardo obbliquo contro Zanobi, il quale da lontano curvo con la persona, puntellato il gomito alla spalliera di una panca, tiene il mento nel palmo della mano e con l'indice si rovescia il labbro inferiore ed a sua posta gli ricambia lo sguardo diritto e feroce: cotesti sguardi s'intersecavano lucidi d'implacabile odio, quasi scontro di spade nemiche in campo chiuso.

Ad un tratto messere Zanobi drizza la persona; una mano lo ha lievemente percosso su l'omero, ed una voce gli ha detto:

«Perdona!»

La voce e l'atto movevano da Dante da Castiglione.

Messere Zanobi lo guardò in volto, — sorrise e non rispose parola. Ma ecco che al Castiglione si aggiungono molti nobili giovani ed onorati cittadini, i quali con suono e sembianza, suplichevoli ripetono:

«Perdona! perdona!»