Part 27
Il Castiglione silenzioso pone la sua persona colossale traverso la porta del cimitero; una sbarra di pietra non ne avrebbe meglio impedita la entrata.
Il Carduccio con mano tremante impalma il Buonarroti e poi comincia in suono che profonda commozione rendeva fioco:
«Michelangiolo, se, comunque alto il sacrifizio che or vi propongo pur fosse a cuore umano possibile, già non vi chiederei io fin dove la patria possa fidare su voi, avvegnachè a chiara prova conosca il vostro nome suonare quanto di grande si comprende e di magnanimo nel mondo. Però il caso presente è tale ch'io mi veggo forzato a dirvi prima: Michelangiolo, potete voi nulla rifiutare alla patria?»
«Nulla.»
«Michelangiolo, avete bene compreso la domanda? Avete misurato intera l'ampiezza della vostra risposta?»
«Carduccio mio, quando architetto o scolpisco, io misuro: quando mi affatico in pro di Fiorenza, io sento; — il cuore che delibera è già freddo, e dai carboni spenti avrai fumo, non fiamma. Insomma, siccome voi non mi domandereste cosa che voi stesso non foste apparecchiato a fare, così ancora io mi chiamo pronto a farla.»
«Michelangiolo, io non la farei.»
«Voi non la fareste!»
«Io con queste mie mani chiunque me la proponesse ucciderei... il mio sangue a goccia a goccia e tra i più acerbi tormenti versato, la vita dei miei figli, le mie case alle fiamme... tutto questo darei... ma non mi basterebbe l'anima, oh! non mi basterebbe pel sacrificio che domando da voi.»
«Allora, Carduccio mio, voi avete dimenticato essere Michelangiolo uomo: in me i terrori e i dolori, in me i consigli incerti, la costanza poca, le passioni del cuore, la imbecillità della mente, come in qualunque altro mio fratello di morte: perchè mi domandereste cose superiori alla umana natura? Chi vi dava dritto a suppormi angelica creazione? Se voi poteste vedermi a questa ora le sette rughe[156] impresse sopra la mia fronte, comprendereste di leggieri starmi ancor io in podestà del tempo ed essere caduco e mortale.»
«Eppure quanto io domando, o da voi solo o da nessun'altra creatura nel mondo si può...»
«A Dio non piaccia ch'io mi senta men grande di quello che altri s'immagina, o il bene della mia patria abbisogna. — Magnifico gonfaloniere, parlate.»
«Da una parte v'è tale una gloria che gli angioli stessi potrebbero desiderare nei cieli, — evvi una corona splendida più che se fosse di stelle; — un'altezza quale gli uomini possono invidiare, non vincere od aggiungere giammai — una rinomanza presso cui i più famosi dei tempi trascorsi o recenti impallidiscono superati dalla nuova luce; — nessuna favella basterebbe a cantarne le lodi, qualunque nome conosciuto fin qui sarebbe poco alla sua virtù... nè liberatore nè salvatore nè ottimo massimo troveremmo sufficienti; — se gli uomini non lo chiamassero Dio, certo come Iddio lo adorerebbero e terrebbero in pregio. — E dall'altra parte una infamia perenne, un nome irrevocabilmente accompagnato a quello di Giuda, una scusa eterna ai codardi che rinnegano la virtù, una rovina senza fine e senza riparo. L'aquila delle Alpi rade con ala potente il margine del precipizio e le rupi scoscese; ella può giunta sulla vetta del monte più alto posarsi alquanto a librare nuovo volo e confondersi eccelsa pei cieli... Qualche mortale rassomiglia all'aquila.»
«Messere Carducci, apritemi il vostro pensiero.
«Ecco, io vi parlerò come al cospetto di Dio, da cuore a cuore, senza celarvi nessuno dei più riposti arcani. Michelangiolo, la patria si versa in presentissimo pericolo, ed io dispero di salvarla.»
«Oh dolore!»
«Una speranza rimane, e consiste nei soccorsi dei principati d'Italia. Il popol nostro di per sè solo opererebbe prodigi, ma il popolo crede ai suoi profeti, e molti tra questi io ne conosco falsi. Voi ben sapete i Medici essere stati banditi non in benefizio del popolo, sibbene in pro degli ottimati, i quali intendevano governare invece di loro; la parte del Cappone pertanto, non che guadagnare con la cacciata dei Medici, ha perduto e adesso desidera restituiti gli antichi signori per ricuperare almeno in parte quanto si vide portar via dalle mani cupide e fiacche. Ella non perdona la mia promozione all'ufficio supremo; già medita gli accordi e non conosce, incauta! che vuole presentarsi di suo moto spontaneo al carnefice con la corda al collo. Qualsivoglia atto del governo calunnia, ogni via impedisce, inosservata gli sega le vene e gli toglie le reliquie estreme del suo vigore; il popolo, amico sempre del bene, ma deluso dalle apparenze, nella fiducia di commettere opera pia lapiderà i suoi veri difensori, e, prima che abbia tempo di ravvisarsi, avvinto nelle mani, col frenello alla bocca, non gli sarà concesso il dire e l'operare; — sogliono poi i tiranni lasciare liberi gli occhi per piangere. Manca la pecunia perchè nascosta nelle viscere della terra, e il governo mal può adoperare gli argomenti usati dai principi per farla ricomparire. — Mi turba il sonno lo scaltrito Baglioni, non mi assicura il Colonna, vedo gli altri capitani discordi tra loro. A noi abbisognano per vincere esterni sussidii, sieno pur pochi, sieno misteriosi, anzi giova che sieno; tanto varrà perchè la parte del Cappone, dubbiosa e tremante, sospetti noi non sostenere soli la prova; — se malgrado le mostre diverse ella potesse mai credere che molti potenti aiutano copertamente Fiorenza, questo le scemerebbe l'ardire. Allora vorrà farsi merito di quello che teme non potere ovviare; il danaro che ormai non possiamo più avere per leggi, conseguiremo per via di doni, d'imprestiti, per sovvenzioni spontanee; — conviene ravvivare il credito dello stato presente. Due soli governi in Italia, se l'antica prudenza da loro non si scompagna, hanno l'obbligo d'aiutarci, il duca di Ferrara e i Viniziani; il rimanente paese divorò la fortuna di Cesare: — il papa acciecato da ira strinse lega col suo implacabile nemico; — egli pensa tenere la sua nella destra di Carlo in segno di amicizia; questi invece glie la stringe imprigionata e gli sorride in volto. Il regno cadde in potestà dell'imperatore, il ducato di Milano sta per caderci, il Doria strascina Genova come un'ancella dietro il carro della sua fortuna; tralascio gli altri; e fermo le mie speranze sopra Alfonso di Ferrara e Andrea Gritti di Venezia.»
«Datemi incarico di ambasciatore, e corro in poste fin là: ambedue mille volte mi si dissero amici; che cosa significhi amicizia dei grandi veramente non so, lo proveremo adesso.»
«Michelangiolo, amicizia è moneta che non corre tra gli stati; — il principe amico, quando non trova vantaggio in aiutarti, ti piange e ti lascia morire.»
«In ogni modo proviamo.»
«Se voi vi presenterete nelle loro città con pubblico ufficio, non che otteniate i soccorsi, vi cacceranno senza ascoltarvi.»
«O come può accadere questo?»
«Alfonso odia Cesare, ma più che odiarlo il teme; già di nemico diventato servo, a grave prezzo corrompe i suoi consiglieri; egli s'ingegna a fargli obliare le vecchie offese, e molto più si affatica ad ottenere nuovo favore, imperciocchè egli abbia insieme con Clemente papa compromesso in mano a Cesare le controversie su Modena, Reggio e la giurisdizione di Ferrara. Tra Cesare poi e i Viniziani non si è per anche asciugato l'inchiostro del trattato di Bologna pel quale formarono lega offensiva e difensiva...[157]»
«Dunque ogni speranza è perduta?»
«Oh! no. I Viniziani inoltre ci conservano rancore perchè, quando calò negli stati loro il duca Arrigo di Brunswick, non li soccorremmo; noi accusano di tradimento, come quelli che mandammo primi oratori a Cesare per accordare...»
«E più s'intristisce la bisogna.»
«Ma voi sappiate che questi non furono falli o rimessi da loro, perchè anche dopo più volte promisero non avrebbero fatto pace senza inchiudervi i Fiorentini, e il doge Gritti, richiesto dall'oratore Gualterotto, rispose: la repubblica viniziana non avere mai commesso cose brutte nè avrebbe cominciato adesso a commetterne; — ciò non pertanto si accordano con Cesare, e noi non rammentano. Il duca Alfonso ci prese tremila cinquecento ducati, non mandò don Ercole, come si era obbligato per la capitolazione; invece presta al papa le artiglierie e duemila guastatori contro Fiorenza. Di qui argomentate non già la fede poca, sibbene la servitù molta alla quale si trovano ridotti i principi italiani[158].»
«Carduccio mio, come per me si possa rimediare a tanta piena di sciagure io non saprei...»
«I Viniziani e il duca devono mandarci soccorsi, e voi andare a chiedergli.»
«Ma se mi avete poc'anzi assicurato che mi cacceranno via senza ascoltarmi!»
«E vi ho detto il vero, quando vi presentaste in aspetto di ambasciatore; bisogna pertanto penetrare nelle loro città inosservati, come la goccia del cielo si confonde col mare; in modo che il papa e Cesare, uomini entrambi, se mai ne nacquero al mondo, scaltrissimi, non sospettino nulla; bisogna eziandio che le paure del duca e dei Viniziani non si destino, — ed è questa difficilissima impresa; si vuole ancora, ottenendo il soccorso, arcano impenetrabile in celare da cui muova, e quindi spedire a costoro persona nella quale essi confidino; si vuole finalmente il segreto medesimo non gli ottenendo, perchè se la città sapesse che noi abbiamo riputato insufficienti le nostre provvisioni, nè ci venne fatto aumentarle, scaderebbe dell'animo, ed ogni cosa anderebbe perduta; onde io per un mio giudizio non voglio sperdere questa tavola estrema di salute.»
«Io mi offerisco andare, ma il modo da praticarsi per la partenza e il ritorno non vedo agevole...»
«Conviene che Michelangiolo ad un ratto di animoso diventi codardo ed abbandoni la patria nel suo maggiore bisogno; — conviene che si lasci sopraffare dalla paura e fugga dalla patria nel suo estremo pericolo; — così in sembianza turpe finga ricoverarsi in Ferrara: avrà danaro per guadagnare i consigli del principe; — pessima condizione degli uomini presenti, dai quali è forza comprare il delitto e la virtù, e i quali indifferenti l'una o l'altro ti vendono! Innamorato della bellezza del fine, non volere attendere agli espedienti; bisogna prendere gli uomini pei manichi che ti presentano: i Romani avrieno lapidato Morone, la gente di oggi reputerebbe folle Catone. Così appianate le vie, entra dal signore e digli: Alfonso, tu pensi tenere sul capo una corona di duca, e noi invece di corona vi contempliamo un artiglio dell'aquila imperiale; — improvvido! non sai che luogo ella aspetta e tempo a stringerti sì che tu ne muoia di affanno. Tu ci rammenti l'antico Damocle seduto a mensa con la spada sospesa sopra la testa. — Poi va a trovare il doge Gritti e il senato viniziano e seco loro adopra queste altre parole: Cittadini, quando una repubblica esulta ai danni di una sorella, segno è certo che Dio l'ha colpita di cecità; — voi avete smarrito l'antico senno; rammentatevi i tempi passati; Fiorenza aveva guerra con Filippo Visconti duca di Melano, — la fortuna procedeva avversa ai Fiorentini. I padri vostri richiesti di aiuto negavano. Messere Lorenzo di Antonio Ridolfi oratore per la nostra città, vedute riuscire le preghiere invano presso il vostro senato, proruppe così: — Viniziani, nell'anno scorso i Genovesi da noi abbandonati Filippo crearono principe; noi nelle presenti strettezze da voi non soccorsi lo faremo re, e voi, quando sarete rimasti soli, noi vinti, e che nessuno, ancora che il voglia, potrà recarvi aiuto, lo farete imperatore. — I vostri padri ci sovvennero, Filippo non vinse, stettero le libertà italiane. — Consiglia il duca e il doge a licenziare parte delle loro milizie, e ciò potranno con tanto minore sospetto eseguire, in quanto che fermarono pace; mediante i nostri banchi di Venezia ci somministrino copia di danaro, lo renderemo alla pace; noi con quella pecunia condurremo agli stipendi nostri le milizie licenziate, e nelle nostre mura difenderemo la causa d'Italia.»
Qui tacque, ma la parola Italia scorrendo lungo le mura di quel recinto silenzioso parve, come framezzo un sospiro, ripetuta da labbra invisibili; — forse le nude ossa quivi dentro raccolte trovarono una reliquia di spirito per susurrare il nome della patria che vivendo avevano amata cotanto.
Michelangiolo tiene fitta la faccia al suolo, e in questo modo atteggiato risponde basso:
«Grave cosa mi chiedete voi...»
«E tale che non mi dà il cuore di farvene ressa.»
«Prendere un nome fin qui intemerato e strascinarlo nel fango!...»
«V'hanno materie che il fango non contamina, ma forbisce.»
«Tu chiudevi una mente altera, o Michelangiolo; novello Titano, intendevi imporre monte a monte, e salito su l'ultima vetta maravigliare con la tua gloria le genti; nè per te solo tu ambivi questo, sibbene per la tua patria diletta, perchè non ti saresti stancato mai di gridare: contemplate, o popoli, il figlio di Fiorenza; ed ora precipitare da così superba altezza, morire infame, desiderare l'oblio e non potere ottenerlo, chè il vituperio porrebbe un segno eterno alla tua tomba, presentire le contumelie e gli oltraggi che sopra vi lancerebbero anche i più tristi!... oh! è grave una lapide di maledizioni... e troppo pesa, Carduccio!...»
Il Carduccio, traendo un sospiro lungo, volge le spalle e lentamente muta due o tre passi per andare.
Michelangiolo allo improvviso scuote la testa e, risolutamente alzando la faccia, esclama:
«Su.... su, le ispirazioni vengono dal cielo... dalla terra emana il cattivo consiglio...» E non si vedendo più davanti il gonfaloniere:
«Messere Francesco, dove andate voi?»
«Voi mi avete fatto comprendere che domandava troppo... Io me ne vado al mio posto e a morire...»
«Rimanete, per Dio! egli era il lamento di una ambizione che muore; ecco ella è già morta; io ho levato al cielo il pensiero e lo sguardo e non invano, chè dal cielo mi è scesa la virtù che sublima; io mi sono innalzato faccia a faccia coll'Eterno; la vita e il tempo passarono; mi sento immortale. La religione di Cristo ebbe i suoi martiri, perchè non gli avrebbe la patria? È religione la patria. Il padre delle misericordie forse non vorrà che il mio sepolcro sia grave di tanto vituperio; — svelerà, prima che i secoli cessino, l'arcano, e raccogliendo il raggio più puro del quale rese lieta la prima stella creata, lo circonderà di luce, — lo convertirà in monumento durevole del più immenso, del più doloroso sacrificio che umano intelletto abbia mai potuto immaginare; — o se nei cieli è destinato che la mia apparente vergogna viva quanto il moto lontana, io lo pregherò in mercede della infinita amarezza sofferta che la mia anima ponga alle porte del paradiso; quivi aspetterò le anime di quelli che maggiormente mi avranno maledetto, le bacerò in fronte, le chiamerò sorelle e, scortandole al trono di Dio, io gli dirò: Signore, fa che i tuoi angioli cantino osanna a questa anima dabbene perchè mi ha odiato con ogni sua potenza. — Ora però, o Creatore, sovvieni alla tua creatura, tu fa in modo che come mi esaltasti lo intelletto a scegliere, così il cuore mi basti a condurre a fine l'alto proponimento; in te ripongo ardentissima fede; — senza la fede in Dio non si sacrifica l'uomo; — e se tanto possono le mie supplicazioni, o Signore, ti plachi il mio sacrificio, e salva la Patria.»
Dietro i nuvoli nerissimi che il firmamento ingombravano era sorta l'amica dei cuori dolenti e dei sepolcri, la luna; — quasi vogliosa di contemplare anch'essa lo spettacolo di virtù che in quell'ora si operava sopra la terra, penetrò co' suoi raggi traverso due lembi di nuvoli e ne vestì la faccia di Michelangiolo. — Quel volto terribile di grandezza e di genio apparve sublime; — sembrò che Dio gli mandasse una benedizione di luce. Così, il Battista battezzando Gesù con le acque del Giordano, si apersero i cieli, lo spirito dell'Eterno discese, ed una voce fu udita nell'alto che disse: — Ecco il mio diletto Figliuolo, nel quale io prendo il mio compiacimento. —
Dante da Castiglione udendo forte profferire patria ed Italia, si commosse a coteste parole, non altrimenti che un destriero di battaglia al suono della tromba; non potè starsi fermo al posto assegnato, si accostò pianamente e, raccolto l'ultimo discorso del Buonarroti, percosso dall'improvvisa apparenza del volto di lui, piegò involontario un ginocchio sul suolo, e recatosi in mano il lembo delle sue vesti, lo baciò con quella devozione con la quale sogliono i fedeli baciare le reliquie dei santi.
Francesco Carducci, preso da irresistibile impeto, gettò ambe le braccia intorno ai fianchi di Michelangelo e forte stringendolo esclamò:
«Tu se' l'onore della specie umana!»
CAPITOLO DECIMO
FRA' BENEDETTO DA FOJANO
Indarno allor dagl'inspirati pergami Uscìo suon d'evangelica parola Che: Beati, gridò, beati i miti! Cadean siccome sola Voce in deserto.
BUONDELMONTE, _tragedia._
Già le stelle di momento in momento diventavano più rade nel cielo; le palpebre dell'alba erano aperte, quando Lucantonio padre dell'Annalena, ristorate di breve riposo le membra, si destava per affrettarsi alle opere della difesa. — Postosi a giacere col pensiero fisso agli assalti imminenti, venne a turbarlo un sogno di palle briccolate contro la sua casa, di mura abbattute, di pietre le quali rovinando offendevano il corpo gentile della cara figliuola: — si sveglia esterrefatto e, balzato a sedere sul letto, volge bramoso gli occhi ed intende gli orecchi; — dappertutto silenzio.
La innocente vergine dorme supina sopra un lettuccio a canto quello del padre, — le mani tiene abbandonate lungo i bei fianchi, le gambe tese, il capo alquanto chino su la spalla destra in dolce atto di quiete: — la lampada solitaria che arde nella cameretta davanti la immagine della Madonna diffonde una luce pallida sopra il suo volto già fatto bianco dal riposo: — ella poi non alita. — Il silenzio, il pallore, la posatura simile a quella con la quale si compongono le membra delle vergini trapassate quando si menano al sepolcro, — lanciarono nell'anima tuttavia paurosa del vecchio tale un dubbio tremendo per cui egli alzò le mani disperatamente al cielo e si fece livido in volto; — ma in questa la donzella sciolse un sospiro, e il padre confortato lasciò cadersi con la faccia sopra i guanciali e pianse le più soavi lacrime che mai sgorgassero da occhi umani.
Si veste cauto, si accosta silenzioso al casto letto e lieve lieve curvatosi bacia in fronte la figlia, poi giunge le mani, guarda la Madonna con uno sguardo lungo, e con quel guardo meglio di qualsivoglia favella esprime la preghiera: Madre del Signore, deh! non richiamare per ora questo angiolo al cielo; — poi quinci si tolse, ed in andando mormorò sommesso le seguenti parole: «Ai ripari... ai ripari! nessuno può renderle i genitori.... almeno non le venga tolta la patria.»
E il volto della vergine addormentata era bello davvero, se non che sopra quella fronte tu vedevi un segno, — quasi orma di pellegrino sopra neve poco anzi caduta, — il segno di un dolore che aveva precorso lo intelletto: perocchè non blandiva i suoi pianti la carezza materna, nè ai suoi vagiti sorrise labbro di genitrice china sopra la culla, — primo paradiso e il più benigno (per quanto possiamo giudicarne quaggiù) che la umana creatura conosca; — su quel volto posava una mestizia misteriosa ed arcana, nè dove tu avessi ignorato il segreto del suo cuore, avresti potuto indovinare se quel suo consumarsi fosse del fiore reciso nel più vivido rigoglio della vita, o se piuttosto tocco dall'alito ardente una divina rugiada lo richiamasse ad esalare un sospiro di profumo e morire, — s'egli fosse il saluto primo o l'addio ultimo della sventura. — Ad ogni modo l'affanno la spruzzò colle sue acque lustrali.
All'improvviso schiuse i labbri e pur dormendo sorrise. — Perchè sorride la vergine? Sogna aver l'ale alle spalle ed abbracciare su i fianchi un angiolo ed esserne abbracciata. Sogna un cielo chiaro e sereno dove si avvolgono perpetuamente in moto armonioso miriadi di globi lucenti, e parle che il compagno le dica: Vieni, voliamo a raggiungere cotesta stella colà che sopra tutte le altre scintilla: — e volano, volano... l'aria percossa sibila loro dietro le spalle, e la stella è raggiunta, poi da lontano contemplano un augellino che si affretta cantando, e il compagno riprende: — Vieni, voliamo ad interrogare quell'augelletto — e in meno che non balena gli stanno sopra; — egli invano raddoppia il batter dell'ale, — ei l'hanno preso: Dove vai, uccello, chè tanto ti affretti cantando? — Mi affretto a cibare i miei pennuti, e canto lieto al mio Creatore che mi fece rinvenire l'esca con la quale nudrirli. — Va, va, augelletto; così ti sieno preste l'ale al volo e Dio ti preservi dal falco. — Poi il compagno riprese: — L'ora della preghiera è venuta; — e così dicendo comincia dolcemente un inno al Signore; — ella si volse a contemplarlo in viso... — santi del paradiso! Vede le belle sembianze di Vico, le quali, quanto egli più s'infervoriva nella preghiera, tanto più diventavano luminose, — roventi quasi, — alfine i suoi occhi come feriti non possono sostenere la vista, — ella si desta... e freme... raggio di sole penetrando traverso lo spiraglio della finestra si posava sopra le sue palpebre.
[Illustrazione: Michelangiolo tiene fitta la faccia al suolo..... _Cap. IX, pag. 246._]
Lascia le tepide piume, si avvolge entro un guarnelletto bianco, e tra mesta e lieta si avvia nel giardino, sua cura amorosa, qui giunta, si pone a scegliere i fiori che meglio vaghi le pareano e leggiadri, e con un ginocchio piegato a terra, come la Matilde dell'Alighieri, tesse una ghirlanda cantando una soave canzone in lingua di Spagna, la quale volta nella nostra toscana favella suonerebbe così:
«Ben venga la rosa, la superba regina dei fiori; ella deve comporre la mia ghirlanda, perchè si assomiglia alla guancia del mio gentil damigello.
«Ben venga il ranuncolo dalla foglia di porpora, venga e componga la mia ghirlanda, perchè i suoi colori vivaci si assomigliano ai labbri del mio gentil damigello.
«Ben venga il giglio candido dallo stelo slanciato: la sua bianchezza è il simbolo della purità del mio gentil damigello, il suo stelo si assomiglia alla sua bella persona.
«Ben venga tutta la varia famiglia de' fiori; io ne ho intrecciata una ghirlanda e vo' posarla sopra il suo capo: se fosse di alloro, io non ve la porrei; l'alloro troppo spesso crebbe con lagrime fatte piangere all'uomo dall'uomo che se ne incorona; troppo spesso chi porta la ghirlanda di alloro se la vorria mutare in benda sugli occhi per non vedere le miserie che seminò sopra la terra.
«Tu porta lietamente la mia ghirlanda, gentil damigello: — ella crebbe tra' sospiri della voluttà, la irrorarono lagrime di gioja — ella fu côlta dalla mano d'Amore.»
Ma invece di ghirlanda ella compose un mazzetto e se ne tornò dal giardino, siccome v'era andata, tra lieta e pensosa; quando pose il piè nella stanza, guardò la immagine, — poi il mazzetto, e diventò più trista: mentre rilevava lo sguardo, a caso le cadde sopra uno specchio e sorrise, perchè si vide bella, e si acconciò le chiome; — subito dopo arrossì quasi punta dal rimorso, corse al vaso che stava davanti la immagine, ne gittò via i fiori appassiti, e nel gittarli pensò: tale è la vita della femmina, fiorisce un giorno! — rinnova l'acqua e colloca il vaso al suo posto; — la lampada prossima ad estinguersi è riempita di olio, il domestico altare assettato.